venerdì 27 febbraio 2009

Bye Farmer!

Se ne va un altro colosso del fantastico. Philip Jose Farmer è morto nel sonno a 91 anni nella sua casa di Peoria, Illinois. Un autore di fantascienza e fantasy che ha fatto la storia insieme ai grandi nomi, ripetutamente vincitore dei premi Hugo e Nebula: l'influenza di Farmer è riconosciuta da autori famosi (Zelazny, Heinlein) nelle loro dichiarazioni e nelle loro dediche. (fonte: fantasymagazine)

Bunker come una bestia...

«Seduto sul cesso senz'asse del retro della cella, ero intento a lucidare le orribili scarpe dalla punta bulbiforme che venivano fornite a chi stava per uscire. Mi attraversò la mente un canto di trionfo: "Domattina sarò un uomo libero". Ma nonostante l'esultanza, la gioia di uscire dopo otto calendari sfogliati in prigione era tutt'altro che sfrenata. La lucidatura delle orrende scarpe non era tanto tesa a migliorare il loro aspetto, quanto ad alleviare la mia tensione. Ero più nervoso nell'affrontare il rilascio sulla parola di quanto era stato al mio ingresso, così tanto tempo prima.»

Come una bestia feroce - Edward Bunker (Ed. Einaudi)

mercoledì 25 febbraio 2009

Carroll e i suoi bambini (incipit)

Un'ora prima che si sparasse, Philip Strayhorn, il mio migliore amico, telefonò per parlarmi dei pollici.
«Hai mai notato che quando ci laviamo le mani trascuriamo i pollici?».
«Scusa, in che senso?».
«È il dito più importante, ma siccome è sistemato lì da una parte, lontano dagli altri, non lo laviamo per bene. Gli diamo una sciacquata, tutt'al più una sfregatina, ma certamente non gli riserviamo la cura che meriterebbe per tutto il lavoro che fa. E probabilmente è anche il dito che si sporca di più».
«Mi hai chiamato per dirmi questo, Phil?».
«E molto importante, a livello simbolico. Pensaci... Che cosa stai leggendo in questo periodo?».
«Commedie, testi teatrali. Sto ancora cercando quello giusto».
«Ho incrociato Lee Onax, l'altro ieri. Dice che sarebbe ancora disposto a darti mezzo milione di dollari se lavorassi per lui».
«Non voglio più fare film, Phil. Sai come la penso».
«Sì, lo so. Ma cinquecentomila dollari ti farebbero proprio comodo per il tuo gruppo teatrale».
«Cinque dollari sarebbero già un grande aiuto. Ma se adesso tornassi indietro e girassi un altro film, forse troverei la cosa così divertente e stimolante che probabilmente mi verrebbe voglia di riprendere a fare del cinema».
«Hai presente i centoquarantamila tipi di suplizi dell’Eneide? Mi chiedo quale si adatti a te. “Non voglio essere più una stella di Hollywood perché la cosa mi turberebbe”. Pena numero 1387».
«Da dove chiami?».
«Los Angeles. Non abbiamo ancora finito il montaggio».
«Come si intitola?».
«Delitti di Mezzanotte».

I bambini di PinsleepeJonathan Carroll - (Ed. Fazi)

sabato 21 febbraio 2009

Preoccupante...


MOSCA - Tutti assolti, a sorpresa, gli imputati per l'uccisione della giornalista di opposizione Anna Politkovskaia. I dodici giurati della corte militare di Mosca, dopo tre mesi di processo, hanno impiegato meno di tre ore di camera di consiglio per pronunciare, all'unanimità, un verdetto di non colpevolezza che pesa come un macigno sulla credibilità della procura e dell'intero sistema giudiziario russo.

martedì 17 febbraio 2009

gli orrori rurali di Baldini e Fabbri

«Enrico distoglie per un attimo lo sguardo dalla strada, cerca il pulsante del condizionatore e lo preme. Il ronzio cessa.
- Perchè hai spento, papà? - gli chiede Andrea. - Fa caldo.
L'uomo sorride, abbassa i finestrini della station wagon e l'aria irrompe e mulina dentro l'abitacolo. - È un caldo buono, profumato. Lo senti?
Il bambino si stringe nelle spalle. Annusa odori, più che profumi, un misto di sentori sconosciuti. Guarda fuori. La luce è forte, quella di un pomeriggio d'estate. Forte e gialla. La macchina corre in un mare di grano. Lui non ha mai visto una distesa simile, dorata, accarezzata da un vento secco che la fa muovere come se fosse davvero la superficie di un oceano strano, creato da uno di quei pittori che si divertono a cambiare i colori, a trasformare la realtà con la fantasia e l'estro di un'idea, di un momento, di un'allucinazione.
La strada deserta si srotola davanti a loro, stretta, come se si fosse fatta minuscola per non disturbare le piante, vere dominatrici di quel mondo.
Enrico rallenta, si rilassa sul sedile, si sgranchisce le vertebre del collo. - Siamo quasi arrivati - dice.»

Quell'estate di sangue e di luna
di Eraldo Baldini e Alessandro Fabbri (Einaudi)

70 anni di Ombre rosse...


Usciva nella giornata di oggi, 70 anni fa esatti, uno dei capolavori del cinema western - ma anche del cinema tout court: Ombre Rosse (Stagecoach) di John Ford. Un film di cowboy e indiani, ma con una sceneggiatura liberamente ispirata al racconto Boule de suif di Guy de Maupassant. Celeberrima la scena dell’inseguimento della carovana guidata da Ringo (Johyn Wayne) da parte degli indiani - raccontati ancora come cattivi e spietati. Infinite letture sono state date a questa pellicola nel corso di sette decenni, per un gioiello che è sempre un piacere rivedere, magari sul palinsesto notturno di qualche piccola rete televisiva locale. Nel 1995 è stato scelto per la preservazione nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti. Nei ruoli secondari ricordiamo Claire Trevor (la prostituta Dallas), Andy Devine (Buck), John Carradine (Hatfield) e Thomas Mitchell (il sempre ubriaco Dottore Boone).   (fonte cineblog)

venerdì 13 febbraio 2009

Corvo Rosso/ Jeremiah Johnson.

Basandosi sul romanzo Mountain Man di Vardis Fisher nonché sul racconto Crow Killer di Raymond W. Thorp e Robert Bunker (e attingendo inoltre dalle cronache del west più selvaggio, nelle quali si documentano almeno un paio di figure di trappers reali che hanno sicuramente influenzato il film), il grande John Milius (in seguito regista di filmoni come Conan e Un mercoledì da leoni) confeziona la sceneggiatura di quello che per molti resta il miglior film di Sidney Pollack: stiamo parlando di Jeremiah Johnson alias Corvo rosso non avrai il mio scalpo (1972). La vicenda è ambientata nel 1840 e vede Jeremiah Johnson, stanco delle convenzioni sociali, ritirarsi sulle Montagne Rocciose come un novello Walden. La sua nuova esistenza di cacciatore brado lo porta a formarsi una famiglia, adottando un orfano e sposando la figlia di un capo indiano. Quando i Corvi, per vendetta, gli uccidono l'una e l'altro, sarà l'avvio d'una guerra personale per la quale la sua figura, agli occhi dei selvaggi (e contemporaneamente dello spettatore), assumerà una statura leggendaria.
Perseguendo la poetica del «testimone mai giudicante», poetica cara a John Ford e che racchiude dentro sé tutte le tracce d'una attenzione quasi devota verso il testo, il regista si innamora (e ci fa innamorare) di un personaggio immenso, capace di abbandonare le certezze della propria esistenza per gettarsi nelle fauci della pura wilderness con spirito ribelle e fortemente, problematicamente «macho» (a tal fine l'interpretazione di Robert Redford diventa centrale per la pressoché totale coincidenza tra significato e significante). La costante ricerca di innovazione, senza abdicare però alla lezione dei maestri del genere, fanno del Pollack di questi anni un cineasta capace di lirismo e tenerezza. E il suo stile aspro, grafico, imprevisto nella scelta delle inquadrature, nel movimento dei piani e nei contrasti delle luci, corrispondono alla corposa riflessione sul «passare del tempo» che permea il suo lavoro e questo film in particolare. Corvo rosso è il simbolo di un ritorno alla natura fatto di sangue, fatica, amore e dolore, capace di custodire il passato, mettersi in relazione con la memoria a partire dalla ferinità del proprio corpo. Influenzerà decine di epigoni, finanche il fumetto Ken Parker.

old style...

Quiet american

«Dopo cena rimasi ad aspettare Pyle nel mio appartamento affacciato su rue Catinat. "Sarò da te alle dieci al massimo" mi aveva detto. Quando suonò la mezzanotte non riuscii più a starmene tranquillo, e scesi giù in strada. Un gruppo di vecchie in pantaloni neri stavano accovacciate sul pianerottolo: era febbraio, e credo che per loro facesse troppo caldo per stare a letto. Un conducente di risciò pedalava lentamente in direzione del fiume, e potevo scorgere luci accese là dove avevano sbarcato i nuovi aerei americani. Da un capo all'altro della lunga via, non vi era traccia di Pyle.»

L'americano tranquillo - Graham Greene (Ed. Mondadori)

giovedì 12 febbraio 2009

Turner, detective fuori dagli schemi...

Con la solidità di una prosa che non si concede mai una virgola in più del dovuto, pur abbandonandosi ad afflati lirici improvvisi quanto necessari, James Sallis è uno scrittore capace come pochi di scandagliare i misteri dell’animo umano. E con questo Il bosco morto, proposto dall’editore Giano, lo scrittore aggiunge un tassello importante alla sua personale recherche, focalizzando l'attenzione sulla figura del silenzioso Turner, poliziotto in pensione ed ex veterano del Vietnam oppresso da un fardello inconfessabile che, un pezzo alla volta, va riportato in superficie per essere esorcizzato. Un giorno riceve la visita dello sceriffo locale, in cerca di aiuto nel tentativo di risolvere l'assurdo e rituale omicidio di un vagabondo. Lo sceriffo - nella migliore tradizione hard-boiled - si presenta con una bottiglia di Bourbon e riesce a indurre Turner a uscire dal suo volontario isolamento. Qual è la ragione che spinge uno sceriffo in carica a chiedere il parere di un ex poliziotto che ha scontato undici anni di galera? Qual è il segreto di Turner? Chi si nasconde dietro quel misterioso omicidio?
Romanzo d'impressionante forza evocativa, apparso tempo fa in Italia col titolo originale di Cypress Grove Blues, è un noir classico che indaga i grandi temi della condizione umana; un romanzo dove risuona la voce di uno dei maggiori scrittori americani di oggi. Solito, ineccepibile lavoro di Luca Conti per la traduzione.

Il bosco morto - James Sallis (Ed. Giano)

mercoledì 11 febbraio 2009

Iniziative horror!


L'amico Marco Candida ne ha pensata un'altra delle sue. Su WebSiteHorror mette in vendita oggetti maledetti d'ogni tipo, oggetti a cui sono collegate piccole e grandi storie dell'orrore. C'è anche il mio Bastone dello sciancato. (è gradita visita al sito. Cheers)

Perhaps it is time to go home


Photo by Blaster.

martedì 10 febbraio 2009

Fortissimamente Coen!

Il classico degli eco-mostri!

«Il grande squalo scivolava silenzioso nelle acque notturne, spinto da brevi colpi della coda a mezzaluna. La bocca era aperta solo quel tanto che bastava per far giungere un flusso d’acqua alle branchie. Quasi non c’era altro movimento: un’occasionale correzione della rotta, apparentemente senza meta, con il lieve sollevarsi e abbassarsi di una pinna pettorale, così come un uccello muta direzione inclinando un’ala e alzando l’altra. Gli occhi erano ciechi nel buio fitto, e gli altri sensi non trasmettevano nulla di insolito a quel piccolo, rudimentale cervello. Pareva che dormisse, non fosse stato per il moto dettato in milioni d’anni dall’istinto di conservazione.»

Lo squalo - Peter Benchley (Ed. Mondadori)

lunedì 9 febbraio 2009


Eluana: un intervento di Giulio Mozzi. (qui)

Sì, decisamente Rourke è tornato!

L’ultima volta che Mickey Rourke ed il regista Walter Hill si sono incontrati sul set, 20 anni fa, è nato il denso e tirato (per quanto all'epoca sottovalutato) Johnny il bello. Oggi i due sono nuovamente pronti a lavorare insieme per portare in scena un dramma indipendente scritto da Cameron Young, dal titolo St. Vincent, le cui riprese sono previste entro la fine dell’anno. La pellicola è incentrata sulla figura di killer professionista che torna a New York per ultimare un incarico ed eliminare un informatore. Costretto ad assumere l’identità fittizia di un prete, si ritrova ad ascoltare la confessione dell’uomo che dovrebbe uccidere. (fonte: la rete)

Coke - 1939.

domenica 8 febbraio 2009

Vampiri e Louisiana: che c'è di meglio?

Ultimi sprazzi di western italiano...

Siamo dalle parti dei western post-Trinità (divertentissimo quanto si vuole, ma anche avvio di un inesorabile «canto del cigno» per il genere), e Tomás Milian è ormai un caposaldo del cinema italiano: di lì a breve, nel 1976, assieme a Bruno Corbucci daranno vita all'inimitabile fenomeno trash del Monnezza. Il cubano de Roma in quegli anni orbitava nella compagnia dei Corbucci e con entrambi i fratelli finì per  realizzare prodotti memorabili: con Sergio, il grande regista di Django, mise a segno questo Banda J&S. È il 1972 e i tempi stanno cambiando, la commedia sboccata è alle porte ma in questa pellicola, checché contaminato, è ancora il western puro tracciare il solco. Per quanto al centro della resa scenica vi siano le pose stravaganti di Tomás Milian e Susan George, lui già pronto per il trash (basti pensare alla scena della ciucciata dalla mammella della vacca!) e lei più incline al mélo, l’intero film è modulato su situazioni in fondo disperate - anche se mai davvero tragiche, piuttosto virate all'insegna d'una italianissima volontà autodistruttiva: non per nulla il film è un palese omaggio a Bonnie e Clyde in chiave western. Tomás Milian contribuisce in maniera robusta, recitando non doppiato quindi con il suo rozzo e irresistibile idioma cubano-romanesco, alla iperbolica aura di eccentricità del film, ma ciò che regala la fama di anticonformista a questa pellicola all'interno del genere è il rapporto che s'instaura tra uomo/donna: la vicenda è infatti sviluppata sulla tensione che i due banditi protagonisti provano l'un per l'altra, ma anche verso la società che li circonda e soprattutto nei confronti del segugio che dà loro la caccia (un gigantesco Terry Savalas, magistrale a rendere il suo personaggio, lo sceriffo Franciscus, un fanatico ossessionato dalla cattura). Nei primi dieci minuti, quasi senza il tempo materiale di rendersene conto, Susan George (bellissima, reduce a quel tempo da Cane di paglia) s’innamora follemente del picaresco bandito Jed Trigado, forse per sopperire al recentissimo lutto dello zio becchino. Da parte sua, Milian/Jed Trigado considera la donna meno d'un cane da passeggio, non la fa montare a cavallo, la maltratta, la «corca di mazzate» con una violenza che sembra sublimare l'atto sessuale che tra i due non potrà mai consumarsi poichè a Jed le vergini fanno schifo. Infatti, nel tentativo di stuprarla, s’accorge della sua illibatezza e la molla disgustato. Lentamente però nei confronti della donna il bandito comincia a provare pulsioni tenere, e il loro rapporto s'ingentilisce. Alla fine, dopo mille peripezie, sarà la donna a salvare Milian, diventando lei il braccio forte della coppia. Film considerato minore nell'imponente corpus di Sergio Corbucci, però decisamente da rivalutare se guardato col senno di poi.

Albo da colorare per la Provincia di TA

sabato 7 febbraio 2009

Vedetta...

I Moskat di Singer

«Cinque anni dopo la morte della seconda moglie, Reb Meshulam Moskat si sposò per la terza volta. La nuova moglie era una donna sulla cinquantina originaria della Galizia, nell'Austria Orientale, vedova di un ricco fabbricante di birra di Brody, e uomo di studio. Poco tempo prima di morire, costui era fallito, e alla vedova non era rimasto che uno scaffale pieno di tomi eruditi, una collana di perle, in seguito risultate false, e una figlia di nome Adele; in realtà il nome vero sarebbe stato Eidele, ma Rosa Frumetl, sua madre, la chiamava Adele, alla moderna. Meshulam Moskat aveva conosciuto questa vedova a Karlsbad, dov'era andato a passare le acque. e lì l'aveva sposata.»

La famiglia Moskat - Isaac B. Singer (Ed. Tea)

giovedì 5 febbraio 2009

Interview


Nino D'attis vs. Omar Di Monopoli from caforio libri & musica on Vimeo.

Baghdad Bigelow!

Uno spietato film di guerra diretto con fermezza da una donna (con le palle): in The Hurt Locker, l’americana Kathryn Bigelow (cazzutissima autrice di Strange Days e Point Break), dopo sei anni di assenza, srotola con grande potenza e la giusta ambiguità il racconto dei giorni d'una pattuglia di artificieri Usa a Baghdad. Quello che all'apparenza formale potrebbe sembrare un film patriottico (girato con la consueta, impeccabile perizia cui questa formidabile cineasta ci ha abituato), gioca invece a suscitare un orrore - e uno sconforto - verso il conflitto iracheno che si insinuano lentamente sotto la pelle dello spettatore: il pericolo costante (guerriglia, attentati, popolazione civile ostile) cui i soldati sono bersaglio è infatti una componente ansiogena non indifferente nella tesa struttura generale, architettata con abile cura da una sapiente sceneggiatura che prevede che a seguito della morte del sergente Matt Thompson (Guy Pearce), arrivi nel gruppo il sergente James, un esperto ed abile sminatore, non altrettanto professionale però del suo predecessore. Il racconto procede spedito come la camminata dell'artificiere dentro la tuta, vera e propria passeggiata sulla luna di un dead man walking; tutti i crismi del genere vengono rispettati - il soldato impaurito, le scazzottate alcoliche, l'amicizia virile - ma ridotti all'essenziale; e c'è l'attenzione per le contraddizioni che ogni conflitto si porta appresso. I soldati sono come acrobati su un filo dal quale è facile precipitare, difficilissimo restare in equilibrio. La sequenza d'inizio è magistrale, pirotecnica e allo stesso tempo patetica. Film nel complesso forse un po' lungo ma con numerosi spunti di riflessione: ottima la recitazione (volutamente sopra le righe, alla John Wayne) del protagonista Jeremy Renner

mercoledì 4 febbraio 2009

Re versus Meyer...

Stephen King non è stato parco di critiche con Stephenie Meyer. In un intervista rilasciata a Usa Weekend l’autore di It, Carrie e tanti altri successi ha espresso il proprio parere sulla autrice di Twilight: «la sua scrittura non vale niente». Secondo il Re sia la Rowling che la Meyer parlano ad un pubblico adolescenziale, ma mentre la Rowling (autrice di Harry Potter) è “bravissima”, la Meyer è decisamente mediocre. Per Stephen King la Meyer scrive per una nuova generazione di ragazzi, cui presenta argomenti come sesso e amore ammantati di tinte pastello. Un sesso quasi privo del contatto fisico, se non appena accennato. Il vecchio leone dell’horror si sente forse minacciato? (fonte booksblog)

La bella stagione...

«La Old Central School si ergeva ancora imponente, racchiudendo saldamente all’interno i propri silenzi e i propri segreti. La polvere di gesso accumulata nell’arco di ottantaquattro anni fluttuava intrappolata nei rari raggi di luce solare che penetravano al suo interno, mentre i ricordi di oltre otto decenni di mani di vernice salivano le scale e dai pavimenti scuri per diffondere nell’aria imprigionata odore di mogano - l’odore delle bare. Le pareti erano talmente spesse da dare l’impressione di assorbire i suoni, le alte finestre tingevano l’aria di una stanca tonalità color seppia con i loro vetri deformati e distorti dal tempo.
Se pure scorreva, il tempo lo faceva con maggiore lentezza dentro la Old Central, dove i passi echeggiavano lungo i corridoi e su per il pozzo delle scale con suoni che parevano soffocati e fuori sincrono rispetto a qualsiasi movimento visibile nell’ombra. La sua prima pietra era stata deposta nel 1876, l’anno in cui il generale Custer e i suoi uomini erano stati massacrati vicino al fiume Little Big Horn, nel lontano West, lo stesso anno in cui il primo telefono era stato esposto nel corso della Fiera del Centenario, a Philadelphia, nell’altrettanto lontano Est; la old Central School era stata costruita nell’Illinois, a metà strada fra quei due eventi, ma lontana dal fluire della storia.»

L'estate della paura - Dan Simmons (Ed. Gargoyle)

martedì 3 febbraio 2009

Texas addio!

James Lee Burke è uno dei maggiori autori di crime fiction americani e in questo blog ne abbiamo parlato spesso. La critica lo ha insignito dell'appellativo di «Faulkner del pulp» per quella sua capacità di affrontare trame davvero cruente con singolare afflato lirico, una caratteristica che, immediatamente, riporta al padre della letteratura southern-american. Ma ciò che ancor di più lega questo autore all'immenso Faulkner è, evidentemente, l'ambientazione dei suoi libri: il sud degli Stati Uniti - più propriamente la Louisiana, che è una sorta di Sud nel Sud, un concentrato inquieto di violenza e meraviglia di cui Burke è integralmente figlio. In Two for Texas, opera giovanile del nostro, è invece lo Stato del Texas - luogo leggendario per gli amanti del genere - a diventare il teatro di una spumeggiante storia di pistole e cavalcate (che si guadagnò pure una blanda trasposizione filmica nei Novanta, con Kris Kristofferson nel ruolo di uno dei «two» del titolo), i cui protagonisti sono due evasi che arrivano fuggendo dalla Louisiana proprio sino in Texas. Ma questo viaggio diventa anche un percorso nella Storia degli Stati Uniti, poiché siamo nel 1836 ed è iniziata la guerra tra Texas e il confinante Messico, che segnerà, alla fine, l’ingresso del Texas negli USA. A questa guerra i due evasi finiranno per prendere parte, e in prima fila.
Siamo dalle parti di un realismo alla Cormac McCarthy, ammorbidito però da uno stile più scanzonato (forse più assimilabile a quello di Joe R. Lansdale). Anche qui, come in tanta produzione statunitense coeva, la storia dei personaggi si amalgama alla Storia di una nazione fornendo su quest'ultima il punto di vista degli uomini che hanno fatto grande - e maledetta - quella terra concimandola col sangue. Coinvolgente.

Two for Texas - James Lee Burke (Ed. Meridiano Zero)

lunedì 2 febbraio 2009

The ripper...

«La notte del 5 agosto 1888 Eva Sloane uscì dal Paragon Music Hall ed emerse all'inferno.
L'inferno è buio.
Lo scrisse Shakespeare molto tempo fa, ma avrebbe potuto usare le stesse parole per descrivere Londra.
Sotto la cappa nera di fumo che avvolgeva la città, le luci a gas brillavano gettando bagliori come le anime perdute che vagavano per le strade scure degl'inferi.
Qui abitavano i demoni: spalatori ubriachi che barcollavano verso i poppatoi, perdigiorno nascosti nei bassifondi, damerini imbellettati a caccia di lucciole.
Eva si domandò come avrebbe reagito suo padre se glielo avesse detto. Con tutta probabilità un rispettabile vicario di campagna non era tenuto a sapere che un poppatoio era una birreria, che i perdigiorno erano degli oziosi, i bassifondi degli alloggi a buon mercato, e damerini imbellettati a caccia di lucciole erano signori eleganti in cerca di prostitute.
Ma qualche mese in città le aveva insegnato il linguaggio di strada e la frequentazione dei teatri di varietà non aveva fatto che migliorarne la conoscenza.
Papà non approvava i teatri di varietà. Se era per questo, non approvava neppure Londra. E non sapeva niente dell'Inferno, benchè ne mettesse in guardia i parrocchiani nelle prediche domenicali. Sarebbe rabbrividito se avesse visto la realtà con i suoi occhi!
Adesso Eva teneva lo sguardo abbassato con discrezione, mentre si affrettava lungo il marciapiede. L'esperienza le aveva insegnato a non mostrarsi appariscente e a evitare incontri casuali con estranei. Forse avrebbe fatto meglio a fermare una carrozza, uscendo dal Paragon, ma era troppo tardi e tutte le vetture erano occupate. La sola cosa giusta da fare era percorrere la strada il più in fretta possibile.»

Jack Lo squartatore - Robert Bloch (Ed. Bompiani)

Arriva Gallow Walker (ma arriva davvero?)