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domenica 18 gennaio 2015

racconto per Subway Sport...

Attorno al diamante si stava raggrumando un silenzio feroce. Ripassandosi mollemente la palla sul guantone, il lanciatore gli rifilò dalla sua cunetta un paio di sguardi di sfida appena accennati, ma precisi e ficcanti come sciabolate. Era un bestione dalla faccia scura e grinzosa simile a un agrume; vent’anni, forse qualcosa in più, originario del Minnesota, una stagione fallimentare nei Boston Red Sox prima di arruolarsi nell’esercito e venire spedito coi SETAF qui al Belpaese.
«Ci stanno stracciando», aveva smadonnato Peruzzi giù nel dugout solo pochi minuti prima, «ci stanno facendo un mazzo così e se non vinciamo almeno un inning finisce che facciamo davvero la figura dei dilettanti, Cristo d’un Dio!».
«Mò gli faccio un fuoricampo, Peru’», aveva ribattuto piano lui, in faccia un’espressione spavalda abbastanza inconsueta per i suoi standard.
Peruzzi si era girato a scrutarlo diffidente. Sapeva che il pugliese era uno con le palle, lo aveva messo nella squadra lui personalmente quasi un decennio prima vendendolo centrare al primo colpo una lucertola con un sasso, giù al deposito dei veicoli. Gli stava simpatico, tra l’altro, e non si trattava solo di solidarietà tra meridionali. Perché Peppino ci sapeva fare: un atleta vero, fisico prestante e niente grilli per la testa, e se c’era qualcuno in grado di battere un home-run non poteva che trattarsi di lui. Però ‘sti americani del SETAF erano una gatta davvero rognosa da pelare, e ai piani alti della polizia nessuno si aspettava dalla squadra delle Fiamme Oro nient’altro che una sconfitta, purché dignitosa. Dopotutto, era col calcio che ci sapevano fare gli italiani, mica con ‘ste robe da yankee.
«Peppi’», fiatò secco Peruzzi, «se mi guadagni la casa-base io ti giuro che te lo faccio firmare domani, quel cazzo di trasferimento!» Lui aveva allargato lo sguardo in tribuna, cercando nella marea di teste mobili la capigliatura corvina di sua moglie e poi si era sbriciolato in un sorrisetto involontario una volta identificata la massa spettinata di capelli del piccolo affianco a lei.
«Peru’», gli aveva detto senza voltarsi, «sai che io non me ne vorrei andare, Peru’, manco per niente: è lei che mi ci costringe…»
Il coach lo aveva interrotto levando la mano. «Devi volerle bene, Peppi’», aveva sentenziato placido sistemandosi l’asciugamano sudato attorno al collo. «Le donne vanno volute bene!»
Allora lui si era messo ad annuire ed era uscito dal dugout tra le acclamazioni della folla per posizionarsi davanti al catcher, strofinandosi il talco sui palmi mentre gli strilli si attenuavano.
Ora il bestione del Minnesota circumnavigava con sguardo assorto il diamante. Lo smicciò mentre lanciava segnali sfrontati ai suoi compagni di squadra, toccandosi la visiera del berrettino prima di scaraventargli addosso l’ennesima occhiataccia.
Voleva innervosirlo.
Fargli capire che per quanto si dimenasse, lui restava solo un mangiaspaghetti che si cimentava con uno sport non suo.
Ma Peppino non ci cascava.
Restava concentrato, espirando calmo l’aria, la mazza sospesa a mezz’aria pronta a sferrare. Siamo io e te, pensò fessurando gli occhi e facendo ruotare appena la mazza, solo io, la palla e te, ragazzo del Minnesota. Fece in tempo a registrare solamente la mano del lanciatore che rinculava, poi la palla si librò dal guantone ad una velocità folle e in un battibaleno se la vide sfrecciare davanti al naso come una minuscola meteora rotante.
Strike! strillò monocorde l’arbitro dietro di lui.
Peppino digrignò i denti.
Immaginò Peruzzi dare fondo alla sua riserva di bestemmie, giù nel dugout, ma non osò voltarsi a controllare. C’erano solo lui, la palla e il ragazzo del Minnesota, là. Il resto era pura distrazione. Minnesota recuperò la palla e tornò a indirizzare lo sguardo altrove, disinteressato a tutto, come se non stesse per lanciare ancora una volta, come se quel suo braccio poderoso non stesse per irrigidirsi e poi flettersi di nuovo scagliando un altro micidiale colpo verso di lui.
Solo io, te e la palla, figlio di puttana, si ripeté Peppino come un mantra.
Suo figlio lo stava guardando.
Era un portento, quel ragazzino là.
Sapere che avrebbe dovuto mollare la scuola, i compagni e tutto il resto per andare ad abitare laggiù in terronia non gli piaceva affatto. Farlo nascere e crescere qui a Bologna era stata la sua partita migliore. Ma lei ormai aveva deciso. Bologna costava troppo, e le cose quaggiù al nord sono troppo complicate. Meglio tornare a casa, Peppi’, meglio riprovare a vivere là dove siamo cresciuti. Avremo meno ma spenderemo di meno.
See.
Come se lui non la ricordasse a memoria, la miseria di quel posto.
Come se laggiù, a parte i parenti e qualche amico, la vita fosse un regalo.
Un sibilo crescente lo riportò alla realtà. Avvertì lo spostamento d’aria soffiargli sul mento, poi la voce dell’arbitro tornò a ribadire definitiva: strike!
Cristo, e siamo a due!
E stavolta non l’aveva proprio vista.
Minnesota se la rideva sotto i baffi.
Lo scorse con la coda dell’occhio mentre dinoccolava le spalle in un pallido gesto canzonatorio.
Peppino divaricò un po’ le gambe, piantandosi per bene sui piedi.
Ora la prendo, vedrai. Solo io, la palla e te, figlio di puttana.
Guardò in alto un ultima volta, lassù verso gli spalti. Sua moglie era una figuretta altera e longilinea, bella da impazzire. Pensò che avrebbe fatto tutto per lei. E che ogni cosa sarebbe andata al posto giusto. Non poteva che andare così.
Poi il lanciatore accolse la palla dal bordo campo, ciondolò piano con la testa e si affrettò a caricare il tiro.
Solo io, la palla e te…
(racconto pubblicato sul tabloid milanese SUBWAY nel 2010, scaricabile qui).

domenica 13 aprile 2014

un racconto dall'antologia maremmana...

Suo padre se l’era portato via la malaria.
E non era stata una cosa rapida. Né indolore.
Adesso c’era zio Renzo, a pensare a lui. La vegetazione palustre della Diaccia che abbracciava il limitare della boscaglia mentre il latrato dei cani da caccia convergeva verso il loro appostamento. E lui, stringendo il suo primo schioppo tra le dita sottili, l’uniforme lastra grigia di un’alba radiosa sulla testa, aspettava ginocchioni senza fiatare.
Quando il latrato si fece vicino, zio Renzo, alle sue spalle, lo toccò piano sussurrandogli nell’orecchio la parola «ora!». E il suo cuore fibrillò per un secondo.
Poi, in un frenetico scalpitare, la sterpaglia sembrò fendersi e animarsi, e, tutt’a un tratto, il cinghiale arrivò. Non prima, non dopo, semplicemente fu lì. Sfilò fulmineo tra le commessure degli alberi, grufolando impazzito come la creatura emersa da un sogno all’incontrario, la scomposta muta dei cani che gli zavorrava le calcagna.
La bestia si arrestò per un secondo, maestosa, voltandosi a ruggire il suo disappunto agli inseguitori, il respiro che gli si condensava tra le fauci indomite prima di rimettersi in fuga. Di nuovo suo zio Renzo lo incitò: «ora!», proferì aspro, e lui, sollevandosi dall’erba rugiadosa, puntò svelto lo schioppo e premette il grilletto sforzandosi di non chiudere gli occhi. Il fragore dello sparo interruppe la tensione, costringendo un fiume di calandre a librarsi dalla distesa di grano in fondo al pianoro.
Guardò sé stesso balzare incontro alla muta a grandi falcate precipitose. Il respiro calmo dello zio ancorato sulla schiena. «Dai! Appresso», diceva. E infine furono laggiù. Il corpo della fiera riversa sul terreno umidiccio, Il manto arruffato del pelo appena imbrattato da un rivolo di sangue scuro come il bitume. L’eco di un ultimo rantolo convulso che si confondeva anonimo nel gran putiferio dei cani e poi, secca, atroce e definitiva: la morte.
«Devi bagnarti il viso», disse zio Renzo porgendogli un serramanico. E questo fu quello che fece il ragazzo. Si chinò sul corpo esanime della bestia e vi passò sotto il collo la lama. Poi si strofinò di sangue la faccia.
Non avrebbe conservato alcuna memoria dello sparo, o del peso del fucile, né del rinculo del calcio. Eppure quel momento sarebbe stato un punto fermo nella sua vita. Di tutta la sua intera, lunghissima esistenza.
Giunti al casale il cugino Ludovico, calzoni spessi di fustagno e stivali pesanti ai piedi, gli venne incontro facendogli le feste. Aveva pochi anni in meno di lui, Ludovico, e presto avrebbe fronteggiato anche lui il cinghiale.
Poi la zia, fiancheggiata da Luisa, apparve sul ballatoio del casale e lo salutò con un gesto fluido e benaugurante, mentre l’avanguardia del giorno si levava sullo sfondo irrorando l’orizzonte di una luce diamantina.
Luisa gli piaceva. Di notte la sua grazia veniva a rovinargli il sonno. La vide indicargli con un sorriso di benevolo scherno il viso impiastricciato del sangue della preda. Lui rispose al saluto, emozionato.
In quel mentre, zoccolando sul sentiero, la squadra dei butteri varcò l’ingresso della tenuta. Erano circa una diecina, la doppietta a tracolla e le mazzarelle dondolanti lungo le cintole di cuoio.
Mastice, dai folti baffacci alla mongola, capeggiava altero la piccola processione di cavalieri. Il baio scuro sotto di lui, un esemplare che nessun’altro si sarebbe mai azzardato a montare, procedeva regale verso di loro sollevando minuscole coltri di polvere e sabbia che incipriavano la brezza mattutina.
Quando la fila di butteri fu a un passo da zio Renzo, Mastice diede un secco strattone alle redini. Il cavallo emise un grugnito sordo e scartò leggero di un quarto, poi si fermò. Gli altri butteri lo imitarono all’unisono, e subito una salva di grida d’esultanza sommerse il ragazzo di una piacevole vergogna.
Ma lui non fece niente. Ritto al fianco di suo zio, con lo schioppo poggiato sul collo come un giogo, cercò soltanto di tenere a freno il tremito, sentendo le gote imporporarsi. Zio Renzo cavò una vecchia pipa d’osso dalle tasche e se la infilò in bocca, sorridendo al suo indirizzo.
Mastice, saldo sulla sella, sembrava un’immensa statua equestre, tutt’uno col suo splendido baio.
Gli altri cominciavano a smontare dalle loro cavalcature, alcuni portando cesti pieni di ammazzafegati, altri coperte ripiegate.
Poi, finalmente, Mastice si decise a scantonare dal destriero.
Qualcuno degli uomini di zio Renzo aveva trascinato il cinghiale ucciso al centro dello spiazzo antistante al casale. E la bestia stava là inerte, in bella mostra, mentre lo sfolgorio del sole si faceva gradualmente più intenso.
«Vieni», vociò Mastice incamminandosi senza guardare il ragazzo. Lui azzardò un passo in avanti, incerto, consegnando la sua arma allo zio. Che l’accolse facendogli cenno col mento di seguire il capo dei butteri. Si approssimarono assieme verso le stalle. Mastice era un gigante dai tratti rudi, lui un sedicenne esile ma ben piantato.
«Entra», disse Mastice indicando col pollice l’ingresso della stalla.
Il ragazzo mise piede nella grande sala avvolta dalla penombra. I cavalli erano quasi tutti fuori, a parte un vecchio ronzino malato, e le fette di pulviscolo che rasoiavano le mangiatoie falsavano le dimensioni dello stabile. Un silenzio assoluto - rotto solo dal perenne sciamare delle mosche - accompagnava quell’ora facendo assomigliare la stalla quieta ad una cattedrale di campagna, un santuario agreste pregno degli odori più ancestrali.
«È tuo, adesso!» esclamò il capo dei butteri indicando insistentemente il recinto più estremo, e il ragazzo, tentoni, s’inoltrò nella paglia seguendo la traccia di un nitrito stentato che andava perdendosi nella semioscurità.
C’era un puledro pezzato, ad attenderlo, e, appena si accorse di lui, l’animale scalciò delicatamente smuovendo la scabra criniera dalla sua parte. Uno spettacolo.
Sarebbero successe tante cose, dopo.
Avrebbe messo l’anello al dito di Luisa. Zio Renzo ucciso dal primo trattore dell’azienda. E Ludovico dato dai delatori in pasto alla polizia fascista. Ma, in quel complicato travaglio di gioia e di dolore, quel momento sarebbe rimasto indelebilmente impresso nella sua memoria. Solo quel momento. Per l’intero, lungo arco della sua esistenza.

Primo giorno di caccia
(in Tutti dicono Maremma Maremma)

mercoledì 12 marzo 2014

santone e magia ai tempi della crisi...

(pubblichiamo un estratto di Santona, racconto a tinte fosche firmato dal titolare del blog per la raccolta Il paese è reale, pubblicata dai tipi della nuova casa editrice Barney e attualmente in libreria.)
Una volta intrufolato all’interno del misterioso andito, Matteo ne restò assai impressionato: poco più grande di uno stanzino degli attrezzi, aveva le pareti soffocate sino al soffitto da file di vasetti scuri dal tappo smerigliato, rigorosamente etichettati, alcuni belli grossi contenenti tenie essiccate, altri appena più piccoli con dentro viscere di bestie messe a mollo nelle spezie. Lamine di luce densa di pulviscolo traversavano danzando le connessure tra le tapparelle dell’unico finestrino, lassù in alto a sinistra.
La santona, minuta e un po’ cionca, se ne stava immobile di là di uno scrittoio smangiato dai tarli, ricolmo di cartacce e talismani. Un remoto scurore le adombrava il viso ossuto, simile a quello di un totem scolpito nell’arenaria.
«Vùi ci siti?», chiese rivolgendoglisi severa, facendo cenno con il mento di accomodarsi sulla sedia coi braccioli che li separava.
Lui non proferì parola, continuando a guardarsi attorno incuriosito.
Insaccò le mani nelle tasche e senza troppo entusiasmo le si appostò dirimpetto. Un grosso crocefisso troneggiava alle spalle della donna, proprio al di sopra della testa irta di capelli dello stesso colore del cotone sporco, strettamente raccolti, tipo un casco di filo zincato.
«Qual’eti lu problema?» insisté la maciàra.
Matteo inarcò leggermente un sopracciglio: un segmento d’inatteso scetticismo giunse a spaccargli a metà i tratti del volto.
«Davvero avete voglia di ascoltare la mia storia?», sbottò, sornione. «Davvero volete che pure io, a quest’ora, e dopo tutte le stronzate che vi siete dovuta sorbire fino a mò, mi metto a fare la recita del poverocristo pronto a pagarvi oro pur di ricevere il vostro preziosissimo fluido?»
La donna ristette muta ad ascoltarlo, imperturbabile. Smosse solo di poco le mani, stese sullo scrittoio. Mani lunghe, conciate di rughe come certe grife di pollaio.
«Ah già, voi non chiedete denaro», proseguì Matteo sempre più irriverente. «Però accettate offerte. A nero. Fior di quattrini, a metterli in fila. Soldi che decine di morti di fame vengono a portarvi di persona ogni giorno privandosi del pane di bocca colla speranza ci facìti lu miracolo. Perché voi una grande santa guaritrice siete, la più potente maciàra della zona…»

Il paese è reale
a cura di Davide Bregola (Ed. Barney/Barbera)

lunedì 16 dicembre 2013

lupi mannari nel profondo Salento...

(per festeggiare il post numero 2000 - ehilà! - pubblichiamo uno stralcio del racconto La mannara di San Cassiano, firmato dal titolare del blog per il volume collettaneo Storie Lampanti, appena dato alle stampe dalle edizioni Lupo)
«...Una volta disotto ci siamo ritrovati centinaia di minuscoli occhi rosso-fuoco puntati addosso: sobillati dalla nostra presenza, nugoli di sorci sbucavano dalle commessure dell’ammattonato per venire a camminarci sugli stivali.
  Il Maggiore è stato rapito da un inaspettato moto di disgusto e con uno sciò quasi isterico ha calciato alcuni di quei viscidi abitatori delle tenebre per poi ricomporsi in tutta fretta e proseguire nell’antro mentre i ratti, in un disarmonico agitarsi di code, si disperdevano squittendo nell’oscurità alle nostre spalle.

Poi, posate le fiaccole in una rastrelliera, il parroco si è affrettato ad avviare le lucerne impiccate alle pareti.
  Lo spettacolo che d’un tratto si è illuminato davanti ai nostri sguardi è stato come un impiastro di gelo sul cuore, anche per quelli della truppa più avvezzi agli orrori della guerra. Solo la decennale pratica nel gabinetto anatomico dell’università mi ha consentito di tenermi saldo e lucido dinanzi alla pianura di cadaveri che ingombrava la sala delle sepolture. Alla stregua di larve d’un inimmaginabile essere ctonio, una moltitudine di corpi enfiati, calvi, pallidi, le bocche serrate oppure stravolte in un’espressione di eterna sorpresa, le mani rigide e contratte, talvolta mutile, fissavano senza occhi il cielo del cimitero ipogeo in una macabra, straziante composizione mortuaria.
  Riavutomi dalla sorpresa, ho chiesto al Priore dove si trovassero i corpi che ci interessavano, cosicché quello ci ha condotto nell’angolo più remoto della sala, laddove ci siamo radunati a semicerchio attorno a un cofano muffito.
  Una volta scoperchiato, dal loculo si è sprigionata una nube sottile di un gas alabastrino che per un istante, nonostante ci fossimo premuniti di proteggere il volto con dei fazzoletti, ha offeso il nostro olfatto provocando più di qualche mugugno. Avvolto entro un sudicio bendaggio ormai completamente sfibrato, il cadavere della mammana giaceva semimummificato sotto un informe strato di calce. A parte, come una talea in dotazione colla salma, un involucro di pezza conservava ciò che rimaneva della sua testa...»
[il resto? restate sintonizzati]

venerdì 22 marzo 2013

perversioni personali

[un racconto del titolare, incentrato sul jogging e il cinema, è ospitato questo mese dalla rivista D'Autore, progetto dell'Apulia Film Commission]
L’intero armamentario è sistemato sul letto: un paio di sneakers nuove di zecca, una tuta strisciata sui fianchi, una giacca a vento col cappuccio aerodinamico in tinta, l’Ipod carico di playlist confezionate per l’abbisogna. E ancora i guanti di lana tagliati sulle dita. Persino una coppia di polsini spugnosi modello Bjorn Borg.
Archiviato il funesto 2012 tra mille scongiuri, apro al futuro attrezzando la mia prima, decisiva sessione di jogging.
Colpa del mio medico. Stufo marcio di vedermi trascinare periodicamente nel suo studio col volto paonazzo e gli occhi pallati: «inutile sottoporsi ancora a quintalate d’esami. Lei è sano come un pesce», mi fa. «Il suo problema è lo stress: si trovi uno sfiatatoio per il surplus di adrenalina o saremo costretti a ricorrere agli psicofarmaci».
Dopo anni di volontaria dedizione all’atrofia, al giro di boa dei quaranta inverni mi ritrovo così costretto a diventare uno sportivo. Sei chilometri di corsa. Un giorno sì e uno no. Al crepuscolo, per godersi il tramonto calettante del Sud. Sgambando felice sull’unica corsia ciclabile del posto in cui vivo. Sperando di ritrovare se stessi. E di gabbare lo stress e l’industria farmaceutica.
Mi accingo quindi al rito della vestizione con marziale raccoglimento, inspirando ritmico l’aria prima di liberarmi dell’accappatoio. Tensione e phatos sono alle stelle. Sono un Dio greco pronto a morire in battaglia. Sono il veterano John Rambo che si barda per il suo personale Ragnarök.
Ho appena infilato i calzoni della tuta quando l’Inesplicabile si manifesta: i pixel di un televisorino perennemente acceso in un angolo della stanza mettono a fuoco come per incanto la figura morbida di una biondona alloggiata dietro la cassa d’un bar. È una giovanissima Mara Venier. E nei suoi occhi sembra rilucere tutta l’ingenua illusione d’immortalità con cui gli anni ’80 stordirono la mia generazione condannandola al nichilismo perpetuo.
La rete è un’ignota emittente di provincia. Il film lo conosco a memoria, è Al bar dello sport, di Francesco Massaro. Lino Banfi - il miglior Banfi, quello ribaldo e ipercinetico, capace di “spezzare la noce del capocollo” in un tripudio di rutti e bestemmie in barese - v’impersona uno squattrinato emigrante pugliese in una Torino cupa e lunare, ospite sgradito del cognato sabaudo. Frequenta assiduamente il bar eponimo assieme a una serqua di buzzurri sudisti facendo il filo alla cassiera (appunto, la Venier) e sognando di diventare un giorno ricco come Agnelli (l’avvochèto).
Mollo tutto per approssimarmi allo schermo, come in trance. Catturato dalla linearità estrema di un plot destinato a un pubblico di deficienti, ma scritto da Dio.

martedì 6 novembre 2012

Sara senza acca...

C’è questa ragazzina, quindici anni, un giunco minuto e fragile dai modi aggraziati, in bocca il sorriso un po’ perplesso tipico della sua età. Si chiama Sara. Sara senza l’«H» finale, perché questa Sara non c’entra nulla con quell’altra più nota, quella sul cui assassinio i media hanno banchettato. Questa Sara non esiste. Ce la stiamo solo immaginando.
Lei è una ragazzina sveglia e tranquilla. Vive in un paesino sparpagliato in mezzo alle brulle campagne dell’entroterra jonico, un piccolo centro non dissimile da un sacco di altri posti della periferia italiana: gente semplice, vita scandita dal ritmo delle messi. Quattro case messe in croce nel giogo delle quali le campane della chiesa risuonano stantie giorno dopo giorno: un posto da cui Sara prova spesso l’impulso di scappare, fuggire via per lasciarselo alle spalle una volta per tutte. Però ci ripensa sempre: è il luogo in cui è cresciuta, e a queste quattro strade asfaltate che l’estate torrida di quest’angolo di Puglia rende roventi e il gelo d’inverno tramuta in un manto rorido e fangoso Sara vuole bene, ci è affezionata, sono la sua casa.
È tranquilla, Sara, anche se da qualche tempo si porta appresso dei pensieri brutti. Dubbi che rannuvolano la sua spensieratezza, mettono in crisi le sue pallide certezze di adolescente.
Sara però è tranquilla, perché, anche se papà vive lontano col fratello per lavoro, ha un sacco di gente che le vuole bene attorno. La mamma, anzitutto, e il nonno, le amiche, qualche vicino; e poi c’è Sabrina, sua cugina adulta. Ventidue anni: anche lei volitiva, ironica e un po’ sovrappeso come l’altra, quella dei giornali, però questa Sabrina con quella là non ha niente a che spartire, perché pure lei non esiste. Ce la stiamo inventando noi per raccontare questa storia.
Sara e Sabrina stanno sempre insieme nonostante la differenza di età, e a Sara piace consumare il vuoto pneumatico delle serate di provincia assieme agli amici di Sabrina, tutti più grandi di lei, tutti con un sacco di cose da dire.
È tranquilla, Sara, ma c’è qualcosa che la turba. Da qualche tempo ha l’impressione che sua cugina le riservi sguardi un po’ troppo affilati, parole sferzanti che pungono, talvolta feriscono, e lei mica lo capisce bene, il perché di tanto veleno. Forse si tratta di Ivano, un ragazzo con la barba che somiglia tanto a quell’altro, quello vero, l’«Alain Delon di Avetrana», ma non importa, non ci interessa, perché questo Ivano noi ce lo stiamo solo immaginando. [continua qui]

lunedì 18 giugno 2012

un racconto per i non-vedenti...

SoundMakers è un festival multidisciplinare in cui le arti si confrontano e dialogano ogni anno su un differente tema di ambito sociale-letterario. Al titolare del blog, assieme ad altri scrittori pugliesi, hanno chiesto un racconto fruibile anche per soggetti con disabilità (i lavori vengono proiettati su pannelli o letti da attori e diffusi via altoparlante durante l'evento). Il tema del 2012 è «la Fraternità», non propriamente nelle corde di chi scrive, ma ci si è provato lo stesso. Il risultato è questa piccola variazione attorno all'argomento.
[potete scaricare il racconto in pdf qui]
Il rombo degli aerei irruppe rabbioso squarciando il silenzio della notte.
L'oscurità s'illuminò di tempesta senza preavviso e le stelle, al cadere delle prime bombe, cominciarono a spegnersi una a una. La furia del fuoco crepitò divorando dapprima le stive, poi i dormitori, infine le fiamme risalirono voraci verso il ponte in uno sciamare senza sosta di soldati impauriti e urla belluine.
I primi scesero in mare sacramentando, gli altri li seguirono con le lacrime agli occhi.
Morirono in tanti. Il profilo della portaerei nemica si stagliava immenso e puntuto sul margine dell'orizzonte.
Infine venne il vento, e il gelo. L'oceano disperse le scialuppe come piccoli continenti alla deriva.
In tanti morirono di fame e di stenti, gli squali ne fecero banchetto.
Una settimana più tardi eravamo rimasti solo in tre. Le onde sciaguattavano contro la nostra imbarcazione lasciandoci stremati, logori, impotenti. Il più giovane non seppe resistere: stravolto dalla sete s'avventò sull'acqua salata e le febbri se lo portarono via in una notte. L'altro, un mio vecchio compagno di brigata, s'addormentò al mio fianco col sorriso per non risvegliarsi mai più.
Restai da solo. Attorno nient'altro che l'infinita distesa verdazzurra dell'oceano.
Passai dal sogno alla veglia non so quante volte.
Rividi le facce dei miei cari deformate dall'incubo, affetti che appartenevano a un'altra vita, a un altro mondo, un'altro me. L'oblio mi prese in ostaggio avvolgendomi del suo funereo manto per un tempo senza coordinate, senza fine, né inizio.
Poi, d'un tratto, spalancai gli occhi e scorsi un gabbiano intonacato d'aria rotearmi lento sulla testa. Mi scrollai sorpreso: la mia barca si era arenata sulla terraferma ed io ero salvo!
Dapprima piansi, urlai di gioia, parlai lingue sconosciute.
Poi, facendo appello agli ultimi barlumi di una forza che non sapevo di possedere ancora, scattai a correre come un ossesso, senza destinazione. M'immersi nella vegetazione fronzuta e lì vi scovai frutti d'ogni genere. Affondai la testa nei meloni, ruppi a furor di manate strane zucche dalla buccia screziata e divorai miriadi di gustose bacche porporine.
Satollo e finalmente domo, mi accasciai sotto il fresco di una gigantesca palma ricurva, i piedi affossati nella sabbia ricca di ciottoli e conchiglie, ebbro della medesima estenuante soddisfazione in cui crollano i bambini che hanno troppo giocato.
Un riflesso metallico, sperso nell'immensità del verde che abbracciava il panorama circostante, catturò all'improvviso il mio sguardo, risvegliando la mia attenzione.
Mi sollevai d'impeto e mi avviai senza pensarci due volte verso quello sfavillante richiamo.
Scarpinai deciso nella giungla sempre più fitta: nel petto il cuore martellava gonfio di speranza ma una strana sensazione, quasi un presagio di sventura, cominciò a farsi largo nei miei pensieri mentre proseguivo verso l'origine di quel riflesso. Con mia grande sorpresa, scoprii trattarsi del rottame di un aereo imbrigliato tra le frasche, lo stemma del nemico bene in vista sulla carlinga dilaniata, l'imbracatura floscia di un paracadute spenzolante dai rami.
Non ero l'unico disperso in quel remoto angolo di paradiso, ora lo sapevo.
Nei giorni a seguire m'impossessai dei confini di quella terra scoprendo trattarsi di un'isola. La perlustrai con cautela in lungo e in largo. Imparai a memoria la dislocazione delle migliori piante da frutta, costruii un arco rudimentale e con quello catturai del pesce, poi accumulai delle foglie nell'incavo di una piccola insenatura rocciosa e ne feci il mio giaciglio. Ero tranquillo, rilassato, ma dormivo con un occhio solo. Lui, il mio nemico, poteva ancora trovarsi nei dintorni.
Lo vidi per la prima volta dopo molte lune.
Era lì, in mezzo ai boschi. Frugava tra le conche di un'umida parete rocciosa alla ricerca di mitili, lo stemma della sua pattuglia ancora bene in vista sulla pettorina ridotta in brandelli. Mi feci coraggio, caricai il mio arco e aspettai il momento opportuno per sorprenderlo. Quando fu abbastanza vicino, sbucai dal cespuglio e urlando a squarciagola mi misi a corrergli incontro spianando il mio arco e puntandolo dritto al suo cuore. Lui levò in alto le mani, sorpreso. Mi guardò venirgli appresso senza fiatare. Era lacero, smagrito, negli occhi lo stupore trascolorava nella supplichevole sottomissione dei cani bastonati. Quando la punta della mia freccia, pronta a scoccare, fu a un palmo dal suo naso chiuse gli occhi e nella sua lingua cominciò a recitare una specie di litania. Una preghiera lenta e monocorde che non compresi ma che in un lampo mi riportò a casa. Tra le braccia di mia moglie. A giocare coi miei figli. A sgrassare l'auto assieme a mia sorella e ancora prima, a quando mia madre mi portava in chiesa col vestito della domenica e io non vedevo l'ora che la funzione finisse per correre fuori a giocare cogli amici. Mi fermai, impietrito. L'altro aprì di nuovo gli occhi interrompendo la sua orazione. Ci guardammo fissi, a lungo, in silenzio. E io capii che la luce che gatteggiava timida in fondo alle sue pupille era quella di un fratello.

domenica 20 maggio 2012

un Sud come questo...

Ora, mentre lo choc trascolora dolorosamente in un'indignazione slabbrata e i frammenti ancora fumanti di ciò che resta di una spensierata mattina di scuola impallinano le saracinesche e decorano i marciapiedi di un tranquillo quartiere periferico di Brindisi, sud-est di una Puglia che in troppi s’illudono ormai bonificata dalle propaggini verminose della criminalità organizzata, il vero pericolo è che anche quest'ennesima, insensata ferita inflitta a quest’angolo di Meridione venga ingurgitata dai soliti media affetti da smania d’approfondimento compulsivo per essere macinata e risputata sotto mille altre forme: un bolo di cogitazioni, analisi e prospettive socio-antropologiche che ci porterebbe altrove, troppo distanti, forse, da ciò che sin d'ora si può scorgere dietro la pleiade di sguardi attoniti e sconcertati che in queste ore ingombrano gli schermi televisivi di tutta la Penisola: siamo sotto assedio, lo siamo sempre stati, e non è più il momento di dilungarsi in vuote cosmogonie.
Che si trattasse delle efferatezze domestiche di Avetrana o delle faide tra clan malavitosi nel Gargano, delle ciminiere alla diossina del polo industriale di Taranto o del ritrovamento dei poveri corpi dei fratellini di Gravina di Puglia, il lungo braccio dell'informazione si è in questi anni adoperato - con malcelata morbosità - nell’allestimento di una narrazione che sovente non ha saputo (voluto) cogliere la complessità di questo Sud: un Sud che, nonostante la splendente patina à la page di cui rilucono alcune zone baciate dal successo turistico, sconta ancora un divario d’arretratezza incommensurabile con altre aree del Paese e che non a caso, mentre la buriana dei mercati economici di mezzo mondo rende vaga ogni certezza e manomette i cardini di tutto ciò che sino a oggi credevamo inattaccabile, si ritrova come in passato a prestare corpo e sangue alle contraddizioni di questa nostra malandata contemporaneità, mostrandoci senza filtri la gravità della situazione in cui l’intera Nazione sta precipitando, e quanto occorra fermarsi, tutti, per guardarci negli occhi e capire cosa fare.
Sono morti dei ragazzi, oggi.
Che la matrice del vile attentato sia d’origine mafiosa (anche se l’ipotesi sembra perdere di forza ora dopo ora), terroristica o semplicemente opera di un folle non è in fondo questione prioritaria.

Il fatto è che colpendo dei giovani si è voluto tranciare le gambe al futuro. Ma il futuro in una città come Brindisi - dilaniata dai fumi di un’industria petrolchimica arrembante e afflitta da un tasso di disoccupazione che mozza il fiato - è già da molto, troppo tempo una chimera ben lungi dalla portata di chi si affaccia all’età adulta, figli di un Nuovo Mezzogiorno giocoforza relegato ai margini di una periferia lontana mille miglia dai centri decisionali. Una distanza che l’ossessivo ripiegarsi sui vari facebook e twitter (come documentano le immagini prelevate dagli account delle vittime in queste ore) non rende meno abissale. Da queste parti, ancora oggi, la vita scorre lenta e priva di orizzonti, e se lo Stato ha saputo ostacolare con fermezza il traffico di armi, droga e sigarette che nel decennio scorso, mercé l’attracco portuale, ha fatto la fortuna della Sacra Corona Unita, non si può non registrare il fallimento delle istituzioni nel colmare l’immenso gap tra chi manovra i fili del gioco e chi resta ad aspettare, braccato dalla malapolitica e dal malaffare ma anche da un’atavica solitudine che forse è, in primo luogo, culturale: una brutta bestia che porta i ragazzi di quaggiù, ragazzi in gamba, volenterosi e pieni di vitalità, a indossare ogni giorno - loro malgrado - la medesima espressione attonita che oggi invade il televisore, costringendoci a pensare che dobbiamo vincere noi, dobbiamo diventare grandi noi per primi, per permettere a loro di farlo senza che qualcuno giunga a dispensare favori in cambio d’illegalità.             Omar Di Monopoli
[articolo uscito in versione ridotta oggi sul Corriere Nazionale]
(foto: dalla rete)

martedì 31 gennaio 2012

noir meridiano...

«A fare del noir («nero», secondo la definizione che un critico francese diede nel 1946 a quel particolare tipo di opere letterarie caratterizzate da situazioni criminali e da un certo pessimismo di fondo) il genere più rappresentativo di questi nostri tempi cupi e malandati concorrono, con tutta evidenza, numerose istanze: analizzarle tutte, vista la complessità dell’argomento e la forte contrapposizione tra le diverse scuole di pensiero, risulterebbe compito assai arduo e periglioso; per valutarne almeno a naso l’importanza basterà allora in questa sede provare a riflettere sulla facilità con cui, attraverso una griglia stilistica rodata e tutto sommato ferrea, spesso il noir (in tutte le sue molteplici e sfaccettate declinazioni) sia riuscito a cavallo tra gli ultimi due secoli - meglio di qualsiasi reportage giornalistico approfondito o blasonato studio sociologico - a fotografare senza pregiudizi porzioni consistenti e sconosciute di degrado contemporaneo, frammenti vividi e spietati di quella realtà asfissiante in cui l’occidente consuma quotidianamente la propria esistenza, una dimensione che un buon romanzo di genere non di rado ci ha aiutato a riconoscere chiamando semplicemente le cose col loro nome, senza fronzoli, senza infingimenti, al di là di qualsiasi retorica politica: uno scarto, questo, che alla Letteratura tout court, quella con la elle maiuscola che affolla le biblioteche serie, riesce sempre più di rado e solo in presenza di talenti davvero eccezionali.
Una consuetudine ormai tacitamente codificata tra appassionati di narrativa «da consumo» vuole invece che a un buon romanzo noir non si chieda altro che picchi duro, che vada a fondo senza paura imbastendo trame credibili, ritmate e il più possibile oneste: ed è in questo semplice, lineare frangente che s’insinua proditoriamente la capacità del narratore di sporcarsi o meno le mani. Quando un Joe R. Lansdale, un Jean-Patrick Manchette o un Raymond Chandler intingono la loro penna nel lato oscuro dell’animo umano per raccontarci storie dense di pistolettate, donne fatali e loosers disposti a vender cara la pelle, state certi che ci ritroveremo a fare i conti con le zone d’ombra che regolano anche i costrutti sociali che sorreggono le nostre vite, quelle di chi ci circonda, dei nostri affetti più cari, e forse, in definitiva, col lato più oscuro e truce di noi stessi.
Certo, non è detto che il gioco riesca sempre: gli scaffali delle librerie dell’intero globo terracqueo pullulano di giallacci dozzinali in cui l’unico perno della vicenda è costituito dalla mera scoperta del colpevole di turno, pura narrativa d’asporto (pulp, si chiamava una volta, dalla carta d’infima qualità su cui veniva stampata) da consumare in macchina mentre si aspetta la fidanzata, oppure in ascensore, a scuola, addirittura nel bagno. Ma quando un noirista davvero dotato infila il corridoio giusto, per chi legge le sue pagine è come finire sull’ottovolante: provate a immergervi in piccoli gioielli inestimabili del filone come L’assassino che è in me del grande Jim Thompson, oppure Il postino suona sempre due volte di sua maestà James Cain. Sono letture dalle quali non si esce immuni. Ti cambiano i connotati (spirituali) al pari di un montante piantato in mezzo alla faccia. Eppure, in fondo, trattasi “solo” di noir [continua]
(estratto dalla prefazione alla raccolta Nero di Puglia, antologia dei migliori racconti del concorso omonimo in cui il titolare del blog era presidente di giuria)

venerdì 9 settembre 2011

NerodiPuglia: incipit del racconto vincitore...

«Io me la vidi, una volta. Dopo aver fatto le olive, mentre stavo seduto in cima a un masso e passavo il dito su una vescica rossa, bagnata, che non mi faceva poggiare il piede. Me la vidi così e non era verde o celeste, come diceva Filomena. Non aveva manco le macchie blu. Stava lì, raccolta, sotto di me, le zampe appena fuori dal masso. Il vento portava l’odore secco della terra spaccata e fischiava su e giù dagli alberi, come canzoni cantate dai morti, roba che se la senti perdi il sonno. Io stringevo il piede e le labbra. Ché ho avuto paura, quella volta. Anche se lei non saltava, restava immobile nel suo covo dipietra, si lasciava a malapena vedere. Lo sapevo che forse, lì sotto, c’era il maschio. E non avevo il coraggio di muovermi. Perché ci vuol poco a farla saltare, a darle disturbo. Dopo, dicono che te la ricordi tutta la vita.

Le mie mattine avevano tutte lo stesso sapore. Latte e caglio, pane duro, se andava bene l’acciuga. "Svegliati!” la voce di mia nonna, spigolosa, mi arrivava in faccia attraverso la coperta sgualcita. Se non bastava, poi, mi buscavo quella frustata. Le sue cinque dita, come il ramo dei ceci, un groviglio di ossa dure. Me le batteva sulla gamba finché la coperta non scivolava a terra, allora il finestrino del basso sembrava sputare su di me un freddo che c’è solo all’alba o dopo che hai dormito...»

Il dito mignolo del diavolo
- Maria Silvia Avanzato

lunedì 20 giugno 2011

Nuclear Boys, un estratto...


[dopo attenta discussione con i boss della casa editrice, il titolare ha deciso di rinviare a data da destinarsi l'uscita del romanzo ambientato negli anni dei moti antinuclearisti in Puglia, preferendo focalizzare gli sforzi su un lavoro nuovo, completamente diverso da quanto scritto sinora. Presto aggiornamenti su questo blog. Intanto ecco un assaggio di ciò che, per il momento, è stato accantonato: si chiama(va) Nuclear Boys, una storia sul genere Stand By Me - Ricordo di una estate, narrato interamente in soggettiva e con protagonista un ragazzino della Terronia più profonda...]

«Nel pomeriggio stiamo tutti dai Filotico.
Mirco, per l’occasione, ha fatto un po’ di posto nel laboratorio suo e là dentro, sudando come turchi, ci prepariamo per la caccia al cagnaccio. Io e Marcello c’infiliamo dei cartoni coi buchi per la testa e per le mani, come antiche armature, solo un tantino meno pratiche. Marcello sfoggia pure due ginocchiere unte di quando faceva pallavolo. Pinuccio invece, visto che è un po’ più burzòne e della taglia sua scatole non ne abbiamo trovate, s’imbottisce la maglietta di fogli di giornali: - Almeno se mi zompa addosso dovrà buttare veleno, quel dannato, prima di riuscire ad azzannare un po’ di ciccia!
Sapientone ha trovato tra le cianfrusaglie sue un vecchio casco da moto del padre e ha preparato per tutti delle lunghe mazze chiodate, capaci, secondo lui, di stendere a terra pure a Polifemo. Io, che lo dico a fare, c’ho indosso pure il mio elmetto di scalatore.
- Ultimo avvistamento della bestia? - , chiede Marcello fiero come un cavaliere di Re Artù, e Pinuccio: - Due giorni fa quando ha sciuntàto mia mamma, no?
- Appost’ -, ribatto io, - Diamoci da fare che il territorio da perlustrare è assai… E mi raccomando: state uniti!
Dopo di che, goffi e sudaticci, ci dirigiamo in fila indiana verso l’incrocio di Lido Aquitrino, oltre il curvone, dove cominciamo a battere colle mazze in terra rovistando tra i cespugli e gridando di tanto in tanto all’aria MOSEEEEEEÈ mentre il sole da caldissimo si abbassa piano piano diventando un po’ più tiepido. A un certo punto, dopo che ormai abbiamo quasi battuto tutta la zona davanti al boschetto, Sapientone si blocca e fa: - Mi sa che ci tocca andare a scovarlo tra gli alberi! -, e tutti noialtri ci fermiamo a guardarci un po’ impauriti perché pure che l’avevamo immaginato speravamo di trovare quel dannato cane in poco tempo, senza per forza doverci spingere là in mezzo alla giungla, dove forse Pietro Lu Pacciu viveva come uno Yeti.
- E ddo’ sta scritto? Magari Mosè se l’è filata giù al paese, a farsi fare un servizietto da qualche altra bestia della malora, o magari addirittura l’hanno investito sotto a un camion, gli venisse una cosa, gli venisse… -, protesta Marcello poco convinto, e noi restiamo a fissarlo senza dire una cacchio di parola.
- Paura, vagnu’? -, chiedo infine io, e gli altri scrollano la capoccia mica tanto convinti. - E allora forza, meh! -, aggiungo incamminandomi, però le gambe, per un attimo soltanto, mancare le sento.
Quando siamo sotto agli alberi il sole è ormai un ricordo e di gridare nessuno se la sconfinfera più. Battiamo il terreno colle nostre lance accompagnati solamente dai nostri passi nell’erba alta.
Scrich-scrich-scrich.
- Enri’ -, fa Marcello a voce bassa, - Ma che veramente ‘nsigna alla baracca degli ufi dobbiamo arrivare?.
- Marce’, che ti devo dire? Noi a Mosé andiamo trovando… Quando lo becchiamo lo becchiamo! -, rispondo io tutto sgorbutico. Ché Marcello certe volte domande proprio cretine fa. Eppure quasi avrei voluto rispondergli di no, che non era proprio il caso, soprattutto visto che ormai le sette le avevamo superate e stava diventando sera.»

mercoledì 16 febbraio 2011

Sangu (blood)

Tra pochi giorni esce SANGU, raccolta di racconti noir meridionali pubblicata dall'editore Manni. Tra le opere ospitate anche quello che il titolare del blog considera uno dei suoi migliori racconti di sempre dal titolo Maledetta maciàra: puro southern gothic! Comincia così:
«Per come mi ricordo io, al paese raccontavano tutti che era un gran pezzo di carùsa, ai tempi suoi, la vecchia Zà ’Ghitecchia.
Due sorta di gambe accussì, i capelli lo stesso colore dell’oro. Gli occhi nìuri d’un diavolo che t’arrùina. Una vera bellezza, dice, per quei tempi. E infatti spasimanti a camionate teneva; gente che la cercava, c’impazzivano dietro, se la volevano sposare. ’Dda santa donna di mia madre, pace all’anima sua, mi diceva che la fila c’era, fuori casa di quella là.
Prima uno del nord, uno che teneva un ristorante grosso, roba di lusso che quaggiù ce la sogniamo; ma quella gli spezzò il cuore e poi ci disse di scomparire dalla vita sua, ché non era aria.
Poi venne il turno di Bino De Santis, quello dei frantoi famosi sulla via per Lecce, uno che già allora la saccoccia spundàta di quattrini teneva: e a questo la ’Ghitecchia ci fece solo sentire l’odore per poi sbattergli la porta in faccia.
Financo uno negro dice c’avuto, giuro, e di altri si racconta, un sacco di altri, tutta gente di fuori, e parecchi manco si conoscevano, non si sapeva proprio di dove caspita venivano. Gran macchinoni americani, cristiani coi soldi, insomma. Ma lei niente, si divertiva un po’ con loro, si faceva riempire la casa di regali rifilandogli quattro moine, poi ci diceva ciao-ciao e chi si è visto si è visto.
Forse solo Uccio Sgangato, il guardiacaccia della Salina, quello sì che le piaceva veramente; perché stessa razza di marpioni, erano quei due: belli, giovani e con una pietra al posto del cuore. Ma Uccio in paese dice teneva altre femmine, e così pure co’ iddu la storia finì a schifìo. Anzi, a dirla tutta, dopo che quei due si lasciarono, Uccio prese la strada e se ne scappò in Germania, e nessuno, dice, c’ha mai saputo più niente.
Poi gli anni sono passati.
In fretta, mannàggia lu demònju!
E la bella faccia da cinema della ’Ghitecchia una maschera di rughe e cartapesta è addiventàta. Più i giorni si mettevano uno appresso all’altro e più la coda fuori casa sua si sfinàva. Mentre il suo famoso didietro, quel culo perfetto che mezza città teneva stampato nei sogni, s’allargava pari a quello d’una vacca. E accussì un bel giorno, senza manco che te la credi, la ’Ghitecchia s’è affacciata dalla porta e non ci stava più nessuno. Manco un’anima. Deserto. Solo il vialetto a serpentone, vuoto, con le siepi a forma di ombrello e la statuina della Vergine senza una mano nel mezzo. D’intorno la macchia di mirto piena di mosche e il mare lontano uno sputo. Dopo anni di scialo e puttanìzio, alla fine s’era ritrovata sola, la purkàzza.
Senza più una lira per campare, la ’Ghitecchia per non piangere miseria si mise allora a fare quello che aveva sempre fatto sua madre: leggere le carte.» [continua]

Maledetta maciàra
in Sangu - Autori vari (Ed. Manni)

sabato 8 gennaio 2011

racconto in 24ore...

Non c’era verso di smuoverlo.
Se ne stava là, spaparanzato dietro il tavolo del soggiorno, a spolverarsi un piatto d’orecchiette e cime di rape con sistematica, irreprensibile voracità.
Papà, provai a dirgli andandogli incontro, non dovresti essere qui.
Ragazzo, sbruffò lui con la bocca piena, perché non la pianti di rompermi i coglioni e dici a tua madre di scaraffare un’altro po’ di vino, ché c’ho ancora da andare al mercato, oggi?
Papà, insistetti, in apprensione.
Cosa?
Mamma è morta…
Lui mise fine a tutto quel lavorio di mascelle per fissarmi attonito.
Da dieci anni, aggiunsi.
Dieci anni?
Già. E anche tu, bhé, ecco… continuai, l’altra sera è toccato anche a te!
‘Nnaggia li santi, smozzicò lui trattenendo con uno sforzo immane il suo proverbiale caratteraccio. È toccato anche a me cosa?
Io gli stavo innanzi, a pochi metri, imbarazzato e, come sempre al suo cospetto, in forte soggezione. Sapevo che non l’avrebbe presa bene. Sapevo che, testardo com’era, ci avrebbe messo un po’ prima di farsene una ragione.
Hai avuto un colpo, lo misi al corrente parlando piano. Due giorni fa, di ritorno dai campi…
I suoi occhi color ardesia si accesero di colpo incenerendomi, ma che cazzo stai dicendo? sbraitò, puntandomi con la forchetta tesa come se volesse infilzarmi con la stessa spietatezza con cui aveva dato fondo alle orecchiette.
È così papà. Non andava granché bene, ultimamente: soffrivi di vertigini, e salire per le scale ti procurava il fiatone; possibile che non te ne ricordi?
Fece una smorfia contratta e dannatamente sgradevole, l’incredulità frammista allo sdegno incistati nelle mille pieghe che gli decoravano la fronte. Poi rivoltò lo sguardo al cielo, annaspando come se avesse recuperato un frammento di memoria per farselo subito sfuggire di mano.
Tu, proruppe seccato, tu sei fuori di cervello, ragazzo. Io l’ho sempre detto pure a mamma tua: bada a quello lì, signora mia, tienilo d’occhio perché tuo figlio sta venendo su parecchio strano…
Papà, ti prego, è già così difficile, per me…
Mise da parte con una manata il piatto vuoto e afferrò il fiasco davanti a sé ingurgitando a garganella ciò che restava del vino. Poi si prodigò in un generoso rutto e finalmente, ispirando maestoso, si decise a riprendere parlare: perché non ti trovi una femmina, perdio, disse, alla tua età io saltavo la cavallina ch’era un piacere… tu invece te ne stai sempre chiuso qua dentro, davanti a quel cazzo di computer! Ma che? Mica sarai recchione, nevvero?
Riuscii a infilarmi nelle sue parole. Il dottore, lo incalzai cercando di riportarlo alla realtà, quello almeno te lo ricordi? È venuto qua dritto dritto da Taranto, all’ora di cena. Tu stavi nel letto, su in camera tua, deliravi, e io ti tenevo la mano assieme a zia Rosa.
La zia Rosa? esplose lui sarcastico lisciandosi piano il ventre svasato. Bella pelle, quella vecchia isterica: da quando suo marito se l’è battuta con la segretaria ha mandato in culo tutte le sue pose da cittadina per tornarsene quaggiù in campagna, a rompere a noialtri i comesichiamano…
Lo guardavo fissarmi in tralice nella penombra, il suo corpaccione ingombrante che assediava la porzione di parete alle sue spalle come una piccola montagna che un sommesso rantolio faceva vibrare appena percettibilmente.
Hai penato tutta la notte, pa’, ripresi io, poi all’alba hai smesso di respirare.
Nella sala si addensò un silenzio infarcito dei suoni provenienti dall’esterno: il pigolare indomito delle galline, il placido scampanare della mucca. Un cagnaccio che si sgolava abbaiando in qualche posto chissà quanti chilometri lontano.
Figliolo, fece il mio vecchio levandosi con un sospiro. In giovinezza era stato un vero marcantonio, uno capace di tribolare sulla trebbiatrice per tutto il giorno e poi fare le ore piccole nelle osterie tra puttane, risse e sbevazzoni.
Dimmi, lo incoraggiai. Non osavo avvicinarmi un passo di più.
Lui adesso aveva scaraventato lo sguardo oltre il vetro della finestra, assaporando con espressione assente l’uniformità del paesaggio agreste che circondava la fattoria.
Non ci riesco, ammise grave dopo una pausa che parve interminabile, non posso crederci! Uno passa un sacco di tempo a cercare di capire. Piange, ride, scopa, caca. Una vita intera a cercare di dare un senso a questa bolgia, e poi, all’improvviso, è tutto finito!
Mi spiace, pa’, balbettai, incapace di aggiungere altro.
Tu come farai, adesso? domandò senza voltarsi.
Ce la farò, pa’, risposi, vedrai che non ti deluderò.
Sicuro?
Dondolai la testa piano, in un cenno affermativo.
Non avevamo mai parlato così. Mai prima d’ora.
Bhe’, allora addio, sentenziò infine regalandomi un sorrisetto, quindi circumnavigò il soggiorno con due occhietti spenti e rassegnati e lentamente, con la pesantezza di un grosso animale, si congedò infilando la porta. La luce ramata del crepuscolo affollò la stanza ridefinendone i contorni e, prima ancora che potessi aggiungere altro, mio padre era scomparso, inghiottito assieme alla mia giovinezza dal fluire irreversibile del tempo.

(racconto realizzato in 24 ore per l'antologia Castello in Movimento 2010 - copyright dell'autore - qui alcune foto dell'evento)

lunedì 15 novembre 2010

un racconto di Gabriele Reggi...


A Emiliano fugge il tempo. Vorrebbe frenarlo, asciugargli la fronte. Giovedì compie 21 anni e il padre gli regala una macchina veloce.
Emiliano adesso raggiunge la sua ragazza in quindici minuti. Ce ne volevano trenta, prima, e pensa di scendere ancora. Il semaforo di fronte al cavalcavia, basta non prenderlo, arrivarci col verde.
Domenica mattina. Tredici minuti e cinquanta secondi. La ragazza sorride.
Sbobina il nastro della strada, Emiliano. Cerca di accorciarlo ancora, tagliare via le curve. La radiosveglia suona alle dieci in punto, sabato mattina.
Passa dalla collina, la strada è più lunga ma non c’è il cavalcavia che rallenta, il rischio del semaforo.
Dodici minuti. Le labbra della ragazza piene di gratitudine.
Domenica. Sei della mattina. Guarda fuori dalla finestra. E se provasse ora a scendere sotto i dodici minuti?
Ci prova.
Dieci minuti. La sua ragazza sarebbe orgogliosa, se l’avesse saputo, la sua ragazza l’avrebbe abbracciato forte, se l’avesse visto.
È insostenibile bere un bicchiere d’acqua in sei secondi. Si può fare in due, pensa. Scrive un Sms alla ragazza.
Domenica mattina parto alle cinque, ti raggiungo in nove minuti. Aspettami!
Gira la chiave.
Due quattro sette...non ce la faccio tempo bastardo tanto vale fermarsi non farsi vedere...
Emiliano scende dalla macchina. Indietreggia un metro e la guarda nella luce dei lampioni. “Duecentonovanta cavalli” riflette. “A che servono?” si chiede.
Emiliano beve l’acqua in due secondi, si lava i denti in quattro, non dorme più la notte. Emiliano non se la sente di raggiungere la ragazza sopra i nove minuti, a costo di perderla.
Sabato mattina va in centro nel traffico, piove. Lascia la macchina in seconda fila. “La portassero via”, dice a un tizio che non capisce. Entra in un grande magazzino, sale al quinto piano con la scala mobile. È preso da un dubbio, con l’ascensore sarebbe arrivato prima? E di corsa per le scale? E di corsa sulla scala mobile? Guarda la luce riflessa sui pavimenti, i manichini, la finestra. Si avvicina al vetro di quest’ultima, rimane a guardare, e capisce tutto. Sfila il telefonino da una tasca e invia un messaggio alla ragazza.
La via più breve:)
Apre la finestra, sale sul cornicione e pensa, e pensa che poteva pensarla prima. Si lascia andare, senza nessuna tentazione ad aggrapparsi allo spazio. Lo stomaco sul palato, poi una montagna addosso. L’odore della pioggia sull’asfalto che non aveva previsto. Poi davvero più nulla. Gabriele Reggi (scaricato da Nabu)

venerdì 25 giugno 2010

ancora pezzi di Fonzi...

«La vecchia roulotte in cui viveva Skùppetta, accovacciata su quattro grossi blocchi di calcestruzzo, dominava una landa sul versante nordovest del paese, appena fuori dell’abitato. Il gigantesco cumulo di rottami che ne ostruiva la visione sembrava assediarla minacciosamente, distribuendosi attorno ad essa in grottesche configurazioni di ferraglia che la furia delle intemperie aveva trasformato in un’unica, malaugurante creatura rugginosa.
Quando i due ragazzi giunsero col motorino nei pressi della rete per materassi posta a mo’ di cancello della tenuta, l’uomo se ne stava acquartierato in canottiera sotto un ombrellone lercio, una pentola straripante di fagioli bolliti al centro del tavolino circolare che gli stava davanti. Sollevò lo sguardo impigrito verso di loro e gli fece cenno di avvicinarsi. Un paio di galline misero il becco fuori dalla cabina di una carcassa d’auto alla sua destra e poi lo ritrassero, infastidite dal caldo.»

La legge di Fonzi - Omar Di Monopoli (Ed. ISBN)
disponibile in libreria!

venerdì 5 marzo 2010

Minni Minonne...

«Sono nato attorno alla seconda metà del secolo scorso, quand’ancora i plutocrati di Marte erano ben lungi dall’allungare le loro mani romboidi sulle azioni della Microsoft.

Sfibrata dalle complicanze del parto, mia madre faticò parecchio per rimettersi in forma. Ciò non ostante, solo un anno dopo la mia nascita era tornata talmente tonica da permettersi di sfidare Sugar Ray Robinson per il titolo dei Pesi Massimi. Perse ai punti, ma di poco. I giornali parlarono di ‘uno spettacolo sportivo d’inqualificabile bruttezza!’

Scampato miracolosamente al tentativo di linciaggio da parte della folla durante una parata londinese, dove aveva cercato di gambizzare John Lennon con una scacciacani appartenuta a mio nonno, mio padre si diede uccel di bosco facendo perdere completamente le sue tracce. Nessuno lo vide mai più. Un segretissimo dossier della CIA, fattoci pervenire da un investigatore privato dilettante, dava per certa la sua militanza nelle file delle Black Panthers.

Avevo da poco compiuto sedici anni quando, morso per errore da un ragno radioattivo, acquisii il superpotere di sentirmi perennemente a disagio.

La scoperta del sesso giunse in età relativamente tarda, perlomeno rispetto ai parametri di Maastricht. Terrorizzato dalla mia prima volta, iniziai direttamente dalla seconda.
Lei si chiamava Hand.

A venticinque anni fui folgorato dal Buddismo. A ventisei anni dall’Induismo. Successivamente mi lasciai ammaliare dai condizionatori d’aria.

Oggi non guardo in faccia a nessuno. Se c’è da fare una cosa, state certi che la rimanderò…»

da La lunga vita di Minni Minonne, affarista
Racconto inedito

mercoledì 21 ottobre 2009

mercoledì 20 agosto 2008

Ultimo aggiornamento feriale: Scritto Misto!


È in distribuzione nelle edicole di tutto il Salento la raccolta Scritto Misto, versione estiva del magazine CoolClub. All'interno vi trovate un mio vecchio racconto intitolato Mazinga all'ospizio (già apparso sulla rivista Tabula Rasa). Qui la versione PDF scaricabile della rivista.