mercoledì 28 gennaio 2015

un vagabondo letale alla fine della Storia...

il nuovo post-apocalittico non può prescindere dall'Australia.
Laggiù, alle desolate latitudini del suo sconfinato outback, sono germinati i prodromi del genere (do you remember George Miller? Se solo pensiamo al suo imminente reboot di Mad Max ci sale una scimmia di proporzioni stratosferiche) e da un trentennio a questa parte quei luoghi sono il fulcro e l'ispirazione di ogni declinazione cinematografica di un futuro a brandelli (ne avevamo parlato pochi mesi fa in questa occasione).
Quattro anni dopo il sorprendente esordio (Animal Kingdom), David Michôd torna alla regia con The Rover (passato a Cannes 67°), da un soggetto scritto insieme all’attore Joel Edgerton (tra i protagonisti del suo film precedente). Il «vagabondo» del titolo è Eric (il solito, ruvido Guy Pearce), solitario e silenzioso, totalmente incurante di quanto accade attorno a sé. Fino a che tre balordi, in fuga da un colpo finito male, non gli rubano l'automobile. Sarà l'inizio di una caccia che, come da facile previsione, finirà nel sangue.
La complessità e lo scavo del film precedente lasciano spazio ad una storia più essenziale che insuffla di un cupo e fascinoso pessimismo una visione allargata all'intero pianeta: il regista abbandona il degrado urbano di Melbourne e ci catapulta nel deserto australiano, «dieci anni dopo il collasso», come recita il cartello introduttivo. Il sipario si apre su un western dopo-catastrofe suggestivo e iperviolento, un compatto road movie debitore di tante cose (The road, tratto da McCarthy, per esempio) in cui un uomo determinato - anche se perseguitato da un senso di colpa e di profondo disincanto che emergeranno solo sul finire della vicenda - cerca di raggiungere ed eliminare fisicamente chi lo ha derubato in uno spazio che è scarnificato come l'anima di chi lo attraversa.
Il film funziona egregiamente quando si concentra sulla linearità degli eventi, un po' tedia quando si sofferma sugli astratti battibecchi tra i due protagonisti, ma alla fine convince e cattura per l'impianto visivo carico di una violenza esistenzialista che quando esplode, fa davvero rumore. Tra le molte qualità del progetto c'è un Robert Pattinson che si carica di un ruolo complesso che ricopre con la sicurezza dell'attore consumato ma non corroso dal glamour della saga di Twilight. Ottimo.

lunedì 26 gennaio 2015

infezione palustre by Baldini...

mentre in rete si segnala il suo nuovo, strano parto, ci piace su questo blog magnificare periodicamente la bravura di un autore nostrano col quale ci sentiamo in profonda sintonia e che molto (davvero molto, anche in termini di mero incoraggiamento personale) ci ha ispirato: stiamo parlando di Eraldo Baldini di cui oggi ricordiamo Mal'aria, libro che nel 1998 portò l'autore alla ribalta evidenziandolo subito come uno scrittore capace come pochi di giocare coi generi al punto di venire definito lo «Stephen King padano».
Mal'aria, che ispirò una notevole miniserie di Paolo Bianchini su RaiUno (ben al di sopra degli standard cui ci ha abituati la nostra Tv, ma sempre una spanna al di sotto di qualsiasi produzione televisiva del mondo anglosassone), è un piccolo gioiello di compattezza e ritmo che non può mancare negli scaffali di qualsiasi appassionato di gotico rurale.
Siamo nelle Valli di Comacchio ed è il 1925, in pieno regime fascista. Un ispettore del ministero della Sanità di nome Carlo Rambelli viene mandato da Roma nel paese di Spinaro, ad investigare su un’insolita moria di bambini legata forse all’acuirsi di un ceppo malarico che si supponeva sanato. Giunto a destinazione l'uomo si rende conto subito che la sua indagine non sarà per niente facile, dovendo scontrarsi col muro di omertà issato dalla popolazione locale.
I villici hanno infatti paura delle rappresaglie delle camice nere, che nella zona fanno il bello e cattivo tempo, ma sono anche succubi di ancestrali credenze legate alla Borda, sorta di personificazione - secondo la tradizione pagana - della nebbia, vista qui come una megera mostruosa che cattura le persone, in special modo i bambini, per poi strangolarli con una corda e gettarli nelle acque paludose.
Con questo romanzo cupo, che si legge tutto d’un fiato, lo scrittore ravennate mette in scena tutti i topoi della sua produzione a venire: la superstizione rurale, i riti pagani, la meraviglia del mondo agreste e la chiusura del mondo di provincia. Baldini riesce ad amalgamare con maestria questi elementi (contando, evidentemente, anche sui suoi passati studi di antropologia) mettendo a fuoco un mondo magico e spaventoso che titilla le emozioni più nascoste del lettore e dimostrandosi, di fatto, una delle personalità più interessanti del panorama italiano da più di un decennio a questa parte.
(noi lo intervistammo qui)

Mal'aria - Eraldo Baldini (Ed. Frassinelli)

domenica 25 gennaio 2015

pericolo imminente targato Koontz...

«Già prima di ciò che accadde nel supermercato, Jim Ironheart avrebbe dovuto capire che c'erano guai in arrivo. Quella notte aveva fatto un sogno: era in un campo coltivato e fuggiva, inseguito da uno stormo di grossi uccelli neri che gli volavano attorno strillando in un turbinio di ali e lo colpivano con i becchi ricurvi, affilati come bisturi da chirurgo. Quando si svegliò, senza fiato, uscì sul balcone così com'era, con addosso i calzoni del pigiama, per respirare un po' d'aria fresca. Ma alle nove e mezzo del mattino la temperatura, che aveva già superato i trenta gradi, non fece che aggravare la sensazione di soffocameno di quando si era svegliato.
Una lunga doccia e una rasatura lo rinfrescarono.
Il frigorifero non conteneva altro che un pezzo di torta Sara Lee andata a male. Sembrava la coltura di laboratorio di qualche nuovo ceppo di botulino intensamente virulento. L'alternativa era morire di fame o uscire in quel calore da fornace.»

Fuoco freddo
Dean Koontz (Ed. Sperling Paperback)

venerdì 23 gennaio 2015

a Brindisi, tra otto giorni...

Venerdì 30 gennaio 2015, alle ore 18.30, presso la centralissima libreria "Culturando", a due passi dal  Duomo di Brindisi, presentazione dell'ultima fatica letteraria di Omar DI MONOPOLI, dal titolo Aspettati l'inferno (Edizioni ISBN).
L'autore verrà intervistato da Sabrina AMORELLA, con la collaborazione di Michele BOMBACIGNO.

giovedì 22 gennaio 2015

8 southern-horror che devi assolutamente vedere...

dopo il duplice listone sul southern gothic (il primo qui e il secondo qui), oggi segnaliamo otto titoli - alcuni a loro modo dei classici - che hanno saputo declinare in chiave splatter-gore le coordinate che tipicizzano cotanto genere (famiglie disfunzionali in odore d'incesto, un elevato gradiente di fanatismo religioso che non di rado si mescola alla magia nera e al vudù, un certo disfacimento morale che ben si assomma al clima torrido e bruciato dal sole delle storie e, ovviamente, l'ambientazione delle medesime all'interno dell'area meridionale degli USA).
Del resto, sia chiaro, già il southern-gothic immaginato dai suoi più eminenti creatori conteneva in nuce una discreta dose di orrore e raccapriccio (si pensi alla stupenda novella di Faulkner, Una rosa per Emily, in cui la protagonista eponima uccide il proprio amante e lo conserva per decenni mummificato nella propria magione), ma il cinema più recente ha saputo impadronirsi di alcuni di questi tropi narrativi per estremizzarne il lato "perturbante".

Non aprite quella porta (Tobe Hooper, 1974)
Uno dei capolavori horror per antonomasia, simbolo di un’epoca e icona cult del filone slasher. Pellicola low budget girata nell’arco di un mese dall’allora trentenne Hooper, regista texano alle prese col suo secondo lungometraggio (il primo era Eggshells, del 1969), il film concretizza per i posteri l’assunto per il quale nemmeno il più alto dei budget potrà mai sostituire un pugno di ottime idee. Gli Stati Uniti si portavano in quegli anni la ferita lancinante della guerra del Vietnam, la “sporca guerra” che ferì la coscienza collettiva di un’intera nazione: Hooper manipolò questo trauma insufflandolo in un filmetto indie capace di scioccare il pubblico attraverso la tecnica del falso documento.
Contrariamente a ciò che afferma la voce over all'inizio del film, infatti, la storia macabra e rivoltante di cinque ragazzi finiti nelle grinfie di una famiglia di redneck macellai (tra i quali spicca il freak Leatherface), non ripropone affatto accadimenti reali. Come Psyco, Deranged e Il silenzio degli innocentiNon aprite quella porta è solo parzialmente ispirato alla storia del serial killer del Wisconsin Ed Gein, il quale riutilizzava la pelle delle sue vittime per confezionare con essa oggetti ed indumenti. Gli interni della casa e in particolare il grottesco salotto della famiglia furono ricreati prendendo spunto da quelli filmati dalla polizia durante un sopralluogo a casa Gein con tale verosimiglianza che tutt'oggi le biblioteche della cittadina di Burkburnett, Texas, e della vicina Wichita Falls, situate nei pressi della zona in cui la storia è stata ambientata, ricevono regolarmente richieste di copie originali di articoli di giornale legate agli eventi narrati nel film. Sud sporco, gotico e terribile. VOTO 10

• Fraylty - Nessuno è al sicuro (Bill Paxton, 2001)
Mentre da mesi l'FBI dà la caccia al killer seriale chiamato «Mano di Dio», un giovane si presenta all'ufficio del capo delle investigazioni affermando di conoscere l'identità del maniaco e raccontando una storia che ha inizio molti anni prima nella sua casa: è la storia di Fenton Meiks, di suo fratello Adam e della missione assurda e sanguinaria del loro padre.
Caratterista texano con una discreta carriera alle spalle (da Aliens a Titanic passando per il grottesco, validissimo Near dark), Bill Paxton esordisce alla regia con questo Frailty - Nessuno è al sicuro e ci regala un thriller ricco di suspense e venature horror, dosando con cautela l'uso degli effetti spettacolari e lo spreco di emoglobina che hanno inflazionato il genere. Il regista - con buona tecnica realizzativa e sapiente gioco di sceneggiatura, che s'incrina giusto un pelo sul finale - preferisce soffermarsi sulla pazzia che si annida nella quotidianità (impersonando egli stesso un innocuo padre di famiglia che si dice improvvisamente «illuminato» e pronto a uccidere spietatamente per conto nientemeno che dell'Altissimo), forse più spaventosa e disturbante di qualsiasi evento soprannaturale. Il film, una piacevole quanto inaspettata sorpresa per gli amanti del genere, oltre a meritarsi un ottimo riscontro al botteghino ha ricevuto i commenti entusiasti di James Cameron e Sam Raimi, ma soprattutto del «Re» Stephen King. Notevole l'apporto di un giovane, ma già talentuoso, Matthew McConaugheyVOTO 9

• La città che aveva paura (Charles B. Pierce, 1976)
A Texasarkana, placida cittadina di confine nel Sud, una notte una coppia di amanti, appartatisi in auto, viene ritrovata brutalmente massacrata e la polizia brancola nel buio, non avendo la più pallida idea su chi possa essere l'autore del delitto o sul movente. Tre settimane dopo, altri due giovani innamorati vengono uccisi con le stesse modalità ma questa volta l'assassino viene intravisto dal vicesceriffo Ramsey: si tratta di un uomo bianco incappucciato. Il capitano Morales, convinto di trovarsi di fronte a un serial killer, dissemina le strade di agenti sotto copertura e auto della polizia, con la speranza di catturarlo prima di un eventuale terzo delitto.
Ispirato a una storia vera, il film di Pierce è un thriller vecchio stampo di eccellente fattura che non di rado vira verso il western moderno (la presenza nel cast di Ben Johnson, già uno de Il Mucchio Selvaggio di Peckinpah, ne garantisce in qualche modo la germinazione). L'ambientazione anni '40, al pari di una fotografia ottimamente curata, danno alla pellicola un'allure di bella tensione sospesa (che qualche volta però, è bene dirlo, rasenta la catatonia). Per gli standard dell'epoca, comunque, resta un film inquietante e morbosamente spigliato. I vari omicidi sono ben rappresentati, violenti ma senza mai eccesso di sangue; tosto il look dell'assassino, che ispirerà Jason in L'assassino ti siede accanto. Remake del 2014 di cui parlammo quiVOTO 8

• Intervista col vampiro (Neil Jordan, 1994)
In una stanza d'albergo a San Francisco un giovane giornalista ascolta la storia di Louis: ricco latifondista del Sud tormentato dalla perdita di moglie e figlia che riemerge dalle acque del Mississippi dopo esser stato morso da un vampiro. Siamo nel 1791. Sulle rive del fiume, abbandonato da qualche parte fra la vita e la morte, il narratore della vicenda ammira lo splendore dell'alba per l'ultima volta. Lestat, questo il nome dell'assalitore, ben presto diviene suo mentore e compagno di caccia. I due incominciano a mietere vittime alla "Taverne du chat noir" e in seguito negli ambienti nobili di New Orleans.
Grande fascino nella ricostruzione d'epoca, nelle scenografie e nei costumi per una sontuosa regia che celebra un'estetica "in costume" di grande impatto visivo: Intervista col vampiro, tratto dal romanzo di Anna Rice (qui anche nelle efficaci vesti di sceneggiatrice), è una vera e propria fiaba oscura e sanguinolenta - non priva però di divagazioni etiche, incentrate soprattutto nella figura di un Louis perennemente afflitto dal rimorso. Il film gronda di una potente carica drammatica che flirta ostentatamente col genere per regalarci una delle rappresentazioni dei vampiri più efficace dai tempi del Nosferatu di Murnau. E se Jordan si dimostra abilissimo nel manovrare ambienti e situazioni, sfruttando con la giusta parsimonia gli ottimi effetti speciali, di rilievo sono anche le prove di un magneticamente sobrio Pitt e di un Cruise follemente sopra le righe. Torbido, esagerato, maestoso Sud. VOTO 9

• The Skeleton key (Iain Softley, 2005)
Pellicola asciutta anche se debolmente strutturata, The Skeleton Key affronta un argomento, la magia nera, in realtà scarsamente frequentato dal grande schermo (anche se Angel Heart, da noi inserito nel primo listone dedicato al southern-gothic, è una gemma davvero preziosa all'interno del sottogenere). In questo caso l'approccio del regista al mondo stregonesco passa inizialmente attraverso un punto di vista quasi antropologico sottolineando, con occhio scettico, il modo di attribuire le disgrazie individuali a malocchi e le cure ai rituali di purificazione da parte di certa credenza popolare. Così tra polvere di mattoni per impedire al Male di passare, incantesimi a base di erbe essiccate e piume di corvo e vecchi vinili con registrazioni di inquietanti rituali, la giovane infermiera a domicilio protagonista (interpretata da una convinta - ma forse poco convincente - Kate Hudson) compie un plausibile passaggio da uno stato di assoluta negazione ad una pressoché completa certezza dell'esistenza del soprannaturale.
Colpisce con efficacia l'ambientazione della Louisiana (una delle ultime opportunità di vedere New Orleans prima della tragedia "Katrina") grazie ai cui abiti umidi e swinganti il teatro dell'azione si sposta in una casa maledetta con fattaccio annesso che forse abbiamo visto già troppe volte al cinema, ma alla quale il potenziale sgualcito del deep south che incornicia gli eventi regala un fascino e una tensione non indifferente. Ad una prima parte dall'andamento piatto ed eccessivamente preparatorio, in cui le premesse si dilatano senza soddisfare necessariamente le attese, segue una resa dei conti che ribalta le carte in tavola ammantando di nero la parola fine e riscattando la gratuità di alcune scelte di regia (i brutti flashback in puro stile videoclip in primis). Insomma, troppo levigato ma non del tutto innocuo. Sicuramente una visione valida. VOTO 7

• The Devil's Reject (Rob Zombie, 2005)
Scompaginato da un frastornante montaggio ad altissimo voltaggio visivo, La casa dei 1000 corpi - il primo lungometraggio di Rob Zombie - era un film all’insegna dello shock e della contaminazione estetica, forse un po' troppo pensato a tavolino. Con La casa del diavolo (codardo quanto arbitrario titolo italiano che «ripulisce» The Devil’s Rejects, «i rifiuti del diavolo»), il regista mostra di aver imparato la lezione e costruisce un film interamente basato sulla gestione delle identificazioni.
Se in un primo momento lo spettatore simpatizza infatti con la famiglia Firefly asserragliata nella fattoria come in un fortino western e detesta i poliziotti capitanati dallo sceriffo Wydell (un invasato William Forsythe), successivamente chi guarda prende le distanze anche da Otis e Baby (Bill Moseley e Sheri Moon, entrambi inopinatamente 'in parte'), fino a riconoscere la sostanziale interscambiabilità dei ruoli di vittime e carnefici. Ma il gioco degli specchi si fa ancora più complicato: una volta raggiunta la parità morale tra inseguitori e inseguiti (gli uni e gli altri ugualmente ammirabili/detestabili), sono le istanze narrative a determinare per chi parteggerà lo spettatore. Con magnifica imprevedibilità, Rob Zombie spariglia di continuo le carte in tavola: prima ci inchioda alla brutalità della vendetta personale, poi ci soccorre con un intervento gratuitamente liberatorio e infine, in una sequenza semplicemente maestrale, ci lancia in una corsa forsennata contro la legge. E il tutto è gestito con maturità stilistica che non può non emozionare: ralenti alla Peckinpah, montaggio iperframmentato, scelte musicali azzeccatissime: ogni soluzione risulta perfettamente integrata in un’opera digrignante e disperata, al contempo attacco frontale alle istituzioni e canto del cigno di un’utopia radicalmente eversiva. The Devil’s Rejects rappresenta l’America sperduta e senza più certezze, l'America contemporanea, un posto in cui padri e figli, alleati, rifiutano la morale dell’autorità, crivellandola di colpi e scagliandocisi contro con furibonda irruenza suicida, come in un romanzo del più sanguigno Cormac McCarthy. Due sequenze dannatamente esaltanti: l’omicidio iniziale di Abbie sulle note di Midnight Rider della Allman Brothers Band e il tiratissimo finale sull’incalzante, irresistibile accelerazione ritmica di Free Bird dei Lynyrd SkynyrdVOTO 10

• We are what we are (Jim Mickle, 2014)
Appena fuori da un paesino sperso nella fitta boscaglia del Delaware vive la famiglia Parker, riservatissima e timorata di Dio. Durante un nubifragio la madre viene colta da un malore e annega in una pozzanghera mentre l'esondazione porta alla superficie resti all'apparenza umani. La tragedia calata improvvisamente sui Parker devasta l'uomo di casa isolandolo ancor di più nella sua burbera religiosità e costringe le giovani figlie Iris e Rose ad assumersi responsabilità che sino a quel momento avevano scansato. Intanto la polizia indaga sui resti rinvenuti e presto un segreto per secoli gelosamente custodito tra i confini della proprietà di famiglia verrà alla luce, dando luogo a risvolti truci e assai terrificanti…
Il buon Jim Mickle rielabora in chiave personale una pellicola di Jorge Michel Grau, Somos lo que hay, per declinarla - con successo - in puro stile southern-gothic (per quanto, ovvio, il Delawere non sia esattamente nel Sud degli USA, ma l'«attitude» impressa al lungometraggio è esattamente figlia di quella cultura che ha fatto grandi autori come la mai troppo osannata Flannery O'Connor). Rimasticando il già ottimo materiale di partenza, il cineasta statunitense si appropria con maestria della prospettiva dell'originale made in Mexico per delineare un inquietante apologo sui mostri che popolano gli interstizi della più profonda provincia americana: fustigata da una pioggia perenne che ne avvolge i contorni in una ancor più angosciosa cappa plumbea, la storia dei Parker si sdipana lenta e inarrestabile, mettendo in rilievo con la giusta gradualità tutto l'orrore che si cela dietro la pervasiva facciata di rispettabilità ostentata con orgoglio d'altri tempi (e in fondo, a ben guardare, motore dell'intera vicenda è forse proprio la conflittuale concezione del tempo tra due generazioni: quella di Mr Parker che non ha alcun interesse ad adeguarsi al presente ostinandosi a celebrare il rito per la cena in abiti ottocenteschi imponendolo anche ai propri figli, e quella delle giovani Iris e Rose, poco più che adolescenti e in quanto tali anelanti una vita normale, più o meno consapevolmente decise a svincolarsi dall'anacronismo inoculato loro dall'appartenenza al clan: un moto di sfida che finirà per conflagare al termine del film con esiti a dir poco granguignoleschi)VOTO 10

• The Gift (Sam Raimi, 2000)
La placida ritualità d'una oscura provincia della Georgia, profondo south degli Stati Uniti, viene sgretolata dalla sparizione della giovane (e assai garibaldina quando si tratta d'infilarsi in un letto) Jessica King, fidanzata del preside della scuola locale nonché figlia del più autorevole uomo d'affari di Brixton: brancolando nel buio, le autorità si decidono a ricorrere al «dono» paranormale della chiaroveggente Annie la quale - dopo un passo falso iniziale - viene macabramente pilotata sulla giusta traccia. Il principale indiziato risulta un marito rozzo e violento uso a tradire (e picchiare) la moglie, una delle clienti della maga. Ma le cose non stanno come sembrano.
Bel thriller paranormale dall'impianto narrativo solido, The Gift si segnala anzitutto per la grande attenzione per i particolari del talentuoso (ma oggettivamente un po' discontinuo) regista Sam Raimi, in particolar modo nelle scene di matrice smaccatamente visionaria: buona parte del merito della riuscita del film è sicuramente dovuta alla lineare sceneggiatura scritta a quattro mani da Tom Epperson e dall'eclettico Billy Bob Thornton (all'epoca consorte di Angelina Jolie). Il cast poi è davvero da sturbo: spiccano la sempre immensa Cate Blanchett, un finalmente convincente Keanu Reeves in versione «redneck», il premio Oscar Hilary Swank, e le eterne promesse del cinema americano Giovanni Ribisi e Katie Holmes. Nota di merito anche per il montaggio sapiente di Bob Murawski e Arthur Coburn, in grado di regalare un giusto numero di shock - ma soprattutto di sfruttare al meglio la maestosa e decadente bellezza del paesaggio rurale della terra di Harry Crews e Flannery O'Connor per dar corpo a una originale storia di perversione e omicidio. VOTO 9

mercoledì 21 gennaio 2015

come comincia un capolavoro...

«Nella regione rossa e in parte della regione grigia dell'Oklahoma le ultime piogge erano state benigne, e non avevano lasciato profonde incisioni sulla faccia della terra, già tutta solcata di cicatrici. Gli aratri avevano cancellato le superficiali impronte dei rivoletti di scolo. Le ultime piogge avevano fatto rialzare la testa al granturco e stabilito colonie d'erbacce e d'ortiche sulle prode dei fossi, così che il grigio e il rosso cupo cominciavano a scomparire sotto una coltre verdeggiante. Agli ultimi di maggio il cielo impallidì e perdette le nuvole che aveva ospitate per così lungo tempo al principio della primavera. Il sole prese a picchiare e continuò di giorno in giorno a picchiar sempre più sodo sul giovane granturco finché vide ingiallire gli orli d'ogni singola baionetta verde. Le nuvole tornarono, ma se ne andarono subito, e dopo qualche giorno non tentarono nemmeno più di ritornare. Le erbacce si vestirono d'un verde più scuro per mascherarsi alla vista, e smisero di moltiplicarsi. La terra si coprì d'una sottile crosta dura che impallidiva man mano che il cielo impallidiva, e risultava rosa nella regione rossa, bianca nella grigia.»

Furore
John Steinbeck (Bompiani)

martedì 20 gennaio 2015

tra il giallo, il rosso e l’arancione

Voglio dire tra il giallo del Giallo Mondadori e il rosso e l’arancione della Polillo. Tre colori belli, forti, accesi che stanno bene insieme. Me li porto dietro spesso in quel di Ampugnano (aeroporto di Siena) dove passeggia veloce un giovane scamiciato, anche d’inverno, che parla ad alta voce e non l’ho mai visto starnutire.
Dunque i favolosi G.M. di cui qui ho già più volte parlato. Per chi ama storie complicate, ricche di colpi di scena, travestimenti, apparizioni e sparizioni di oroscopi micidiali, di complotti, un miscuglio di giallo e spy-story, ecco a voi Scritto fra gli astri di Jonathan Stagge, praticamente lo pseudonimo di ben quattro scrittori che si nascondevano anche sotto il nome più noto di Patrick Quentin (in seguito rimasero in due). L’inizio è fulminante. Il dottor Westlake si ritrova di fronte ad un incidente con una macchina come la sua e la stessa targa, ad un morto dal viso sfigurato che indossa un abito identico al suo e ad alcune lettere nella giacca indirizzate proprio a lui. Allucinazione? Giallo e spy-story, dicevo, mescolati a formare un bell’impasto.
Se hai fede in Mauro Boncompagni beccati senza tema di sorta Tre donne del mistero di Dorothy L. Sayers, Ngaio Marsh e Mary Roberts Rinheart da lui curato con la solita competenza e perizia. Tre regine del giallo in un colpo solo.
Con Donald Westlake basta la parola come in quella pubblicità d’altri tempi che faceva schizzare al gabinetto. Nel presente caso, magari, per leggere che lì è più forte la concentrazione (io ci ho tirato fuori pure una rubrica). Qualcuno mi deve del grano è un pezzo divertente. C’è un tassista, Chester Conway, patito delle scommesse e un giorno un cliente gli dà una dritta che lo porta a vincere un sacco di bei dollaroni. La ruota incomincia a girare per il verso giusto? Manco pe’ gnente. L’allibratore è morto ammazzato, sghei col binocolo e bisogna pure salvare la pelle. Solito stile ironico e frizzante del nostro che prende in giro il mondo della malavita e ci strappa più di un sorriso (bestiale quando i capi delle gang arrivano a turno nella casa dove si trova Chester come nelle avventure di Nero Wolfe).
C’è poco da ridere, invece, con Mickey Spillane e il suo Mike Hammer che ne ha beccate di brutto e sta nascosto mentre gli altri lo credono morto ammazzato. Ma quanto potrà durare la convalescenza?
Poco, perché deve correre da un suo amico in fin di vita che ha da rivelargli un segreto. Pericoloso, naturalmente. Mafia a go-go e azione contornata da botte da orbi e pistolettate da tutte le parti in Vicolo oscuro.
Ce n’è per tutti i gusti, insomma, e per chi ama Sherlock Holmes sono già stati stampati tre apocrifi sopraffini: Sherlock Holmes al Raffles hotel di John Hall, La vendetta di Sherlock Holmes di Phil Growick e Sherlock Holmes e la casa della seta di Anthony Horowitz. Non amo particolarmente gli apocrifi (alla fin fine stanchicchiano) ma su questi faccio eccezione.
Se volete visitare il classico villaggio inglese dove ne capitano di tutti i colori (il villaggio inglese è uno degli ambienti più sfortunati della storia del giallo) dirigetevi verso Stoke Druid, tra l’altro pure “antico e sonnolento”. A risvegliarlo una serie di lettere anonime scritte a macchina, di contenuto soprattutto amoroso, che gettano nello scompiglio gli abitanti tra cui spunta, inevitabile, il morto ammazzato. Invischiato nella vicenda il gigantesco Henry Merrivale seguito dalle sue caratteristiche imprecazioni. È La vedova beffarda di Carter Dickson.
Non vi è piaciuto? Allora puntate dritti verso Great Norne. Qui una serie di sospetti suicidi e di omicidi (non sospetti) a gettare nel panico gli abitanti del suddetto villaggio (sempre inglese, si capisce). Una sola spiegazione: trattasi di un pazzo assassino “uno troppo furbo per farsi prendere o anche solo per essere sospettato”. Brivido ingigantito dalla pioggia insistente e da un “vento terribile” che soffia a folate violente. Buon divertimento! Siamo in Terrore al villaggio di Henry Wade e già il titolo è tutto un programma.
Per gli autori nostrani è arrivato Tutto quel blu di Cristiana Astori che già avevamo incontrato in Tutto quel nero e Tutto quel rosso con Susanna Marino (soffre di narcolessia) che riesce a venir fuori da una situazione drammatica scaturita dalla sua passione per il cinema horror. Piccola oasi di pace le visite alla videoteca. Ma occorre lavorare e l’unica possibilità che si presenta è quella del recupero di un film introvabile (per essere più precisi una copia pirata in videocassetta), mai distribuito e assai ricercato dai collezionisti. Aggiungo solo un fissato che uccide tutti quelli che si chiamano in un certo modo. Il tratto distintivo dei libri della Astori è la velocità e la freschezza giovanile della scrittura tra musica, film, libri e quel pizzico di mistero che gira fra i personaggi. Immersi, questa volta, in un blu che non promette niente di buono.
Segnalo pure Le immagini rubate di Manuela Costantini con l’avvocato Filippo Dolci, il cui cognome svela la sua passione per la cioccolata, i bomboloni alla crema, i gelati e di fronte ad una pasticceria si sente “come Hansel e Gretel davanti alla casetta di marzapane”. Un buon inizio per Manuela.
Anche sul rosso della Polillo (i famosi bassotti), una casa editrice pronta a rieditare o a editare per la prima volta pezzi classici, possiamo puntare sicuri. Per dare un’idea su come scrivevano i nostri “antenati” sfogliate Veleni, pugnali e altre amenità di AA.VV. Non c’è bisogno di sangue e sperma per tenerci svegli. Bastano l’eleganza della scrittura, il sottile umorismo, la ricchezza delle trovate, vari modi e mezzi di mandare l’altro al creatore, l’apparire diversi da quello che si è, il capovolgimento delle aspettative, quel creare un’atmosfera ambigua e particolare che avvolge il lettore tenendolo in ansiosa fibrillazione, l’omaggio a Sherlock Holmes e tante altre cose ancora. Quando c’è di mezzo una eredità qualcuno, di sicuro, ci rimette le penne. Non si scappa. Come in Troppi cugini di Douglas Gordon Browne, il cui titolo dà l’idea della trama. Sei cugini attendono fiduciosi la morte di un parente, per rimpinguare le proprie finanze con una bella eredità. Solo che, uno dopo l’altro, sono tre di loro a tirare forzosamente il calzino. E allora i restanti incominciano a preoccuparsi. Mi preoccuperei anch’io…
Ricordo ancora La rocca maledetta di R.C. Ashby (una donna, per la precisione, di notevole cultura). Siamo in “una sperduta e nebbiosa landa inglese” come da copione. Il giovane William Mertoun riceve l’incarico di catalogare le opere della biblioteca del colonnello Barr. Lavoro certo piuttosto facile se non ci fossero alcune stranezze come, per esempio, la morte misteriosa del fratello di Barr e poi, perché il suddetto colonnello non si fa mai vedere? Occhio anche al fantasma romano di Vitellio Gracco che abita, secondo la leggenda, in una rocca poco distante e può venire a farvi visita (brrrr!!!).
Due “mostri” della letteratura poliziesca: La finestra sulla notte di Mary Roberts Rinehart con l’avvocato scapolo Jack Knox che deve ritrovare un potente uomo politico invischiato in affari loschi tra mille pericoli e Charlie Chan e la crociera tragica di Earl Derr Biggers con l’indimenticabile poliziotto dagli occhi a mandorla snocciolatore di esilaranti proverbi che abbiamo conosciuto in un altro pezzo.
E arriviamo al colore arancione, cioè ai mastini della Polillo che riportano in auge un genere meno “posato” e più di movimento. Basti citare per tutti Ross Macdonad (pseudonimo di Kenneth Millar) che qui la fa da padrone con ben tre libri: La bella addormentata, Il brivido blu e Il ragazzo senza storia come a dire un pezzo di vita della letteratura poliziesca rinforzata, nella filmografia, da uno splendido Paul Newman. Me gusta il suo stile anche se criticato da Chandler (ma rivalutato da Manchette, per esempio). Aggiungerei Il sangue dell’orchidea di James Hadley Chase, praticamente il seguito di Niente orchidee per Miss Blandish con il quale Chase esordì nel 1939. Tutto ruota, è proprio il caso di dirlo, intorno alla figura di Carol rinchiusa in manicomio ed erede del ricco nonno. Ora, se riesce ad uscire per quindici giorni, diventerebbe la sola amministratrice del patrimonio controllato al momento da un avido curatore. Carol esce, naturalmente, ed esplode un “casino” formidabile dentro una storia nera che più nera non si può.
Se ho citato Kenneth Millar non posso non citare la mogliera Margaret Millar e il suo Quando chiama una sconosciuta. Anche qui c’è di mezzo un ingente patrimonio, una telefonata di una sconosciuta che mette in crisi la proprietaria del suddetto e l’equilibrio psichico va a farsi fottere. Una scrittrice, la Millar, un po’ sottovalutata ma senza esagerare (dico io).
Allora, miei tenaci compagni di letture, saltellate sicuri su questi tre colori. E se ve lo dice uno con un piede e tre quarti nella tomba dovete credergli. Non può mentirvi.
Alla prossima. Forse.                                                [ by Fabio «Boss» Lotti ]

lunedì 19 gennaio 2015

un'offerta che non si può rifiutare...


(in questi giorni stiamo ri-sciroppandoci sulle reti del Biscione la trilogia del Padrino. Ve ne offriamo il trailer in High Definition un po' perché le immagini sono rimasterizzate ed è davvero una goduria, un po' perché Coppola ci piace sempre e c'abbiamo proprio voglia di omaggiarne il genio, c'abbiamo, per l'ennesima volta. Chapeau!)

domenica 18 gennaio 2015

racconto per Subway Sport...

Attorno al diamante si stava raggrumando un silenzio feroce. Ripassandosi mollemente la palla sul guantone, il lanciatore gli rifilò dalla sua cunetta un paio di sguardi di sfida appena accennati, ma precisi e ficcanti come sciabolate. Era un bestione dalla faccia scura e grinzosa simile a un agrume; vent’anni, forse qualcosa in più, originario del Minnesota, una stagione fallimentare nei Boston Red Sox prima di arruolarsi nell’esercito e venire spedito coi SETAF qui al Belpaese.
«Ci stanno stracciando», aveva smadonnato Peruzzi giù nel dugout solo pochi minuti prima, «ci stanno facendo un mazzo così e se non vinciamo almeno un inning finisce che facciamo davvero la figura dei dilettanti, Cristo d’un Dio!».
«Mò gli faccio un fuoricampo, Peru’», aveva ribattuto piano lui, in faccia un’espressione spavalda abbastanza inconsueta per i suoi standard.
Peruzzi si era girato a scrutarlo diffidente. Sapeva che il pugliese era uno con le palle, lo aveva messo nella squadra lui personalmente quasi un decennio prima vendendolo centrare al primo colpo una lucertola con un sasso, giù al deposito dei veicoli. Gli stava simpatico, tra l’altro, e non si trattava solo di solidarietà tra meridionali. Perché Peppino ci sapeva fare: un atleta vero, fisico prestante e niente grilli per la testa, e se c’era qualcuno in grado di battere un home-run non poteva che trattarsi di lui. Però ‘sti americani del SETAF erano una gatta davvero rognosa da pelare, e ai piani alti della polizia nessuno si aspettava dalla squadra delle Fiamme Oro nient’altro che una sconfitta, purché dignitosa. Dopotutto, era col calcio che ci sapevano fare gli italiani, mica con ‘ste robe da yankee.
«Peppi’», fiatò secco Peruzzi, «se mi guadagni la casa-base io ti giuro che te lo faccio firmare domani, quel cazzo di trasferimento!» Lui aveva allargato lo sguardo in tribuna, cercando nella marea di teste mobili la capigliatura corvina di sua moglie e poi si era sbriciolato in un sorrisetto involontario una volta identificata la massa spettinata di capelli del piccolo affianco a lei.
«Peru’», gli aveva detto senza voltarsi, «sai che io non me ne vorrei andare, Peru’, manco per niente: è lei che mi ci costringe…»
Il coach lo aveva interrotto levando la mano. «Devi volerle bene, Peppi’», aveva sentenziato placido sistemandosi l’asciugamano sudato attorno al collo. «Le donne vanno volute bene!»
Allora lui si era messo ad annuire ed era uscito dal dugout tra le acclamazioni della folla per posizionarsi davanti al catcher, strofinandosi il talco sui palmi mentre gli strilli si attenuavano.
Ora il bestione del Minnesota circumnavigava con sguardo assorto il diamante. Lo smicciò mentre lanciava segnali sfrontati ai suoi compagni di squadra, toccandosi la visiera del berrettino prima di scaraventargli addosso l’ennesima occhiataccia.
Voleva innervosirlo.
Fargli capire che per quanto si dimenasse, lui restava solo un mangiaspaghetti che si cimentava con uno sport non suo.
Ma Peppino non ci cascava.
Restava concentrato, espirando calmo l’aria, la mazza sospesa a mezz’aria pronta a sferrare. Siamo io e te, pensò fessurando gli occhi e facendo ruotare appena la mazza, solo io, la palla e te, ragazzo del Minnesota. Fece in tempo a registrare solamente la mano del lanciatore che rinculava, poi la palla si librò dal guantone ad una velocità folle e in un battibaleno se la vide sfrecciare davanti al naso come una minuscola meteora rotante.
Strike! strillò monocorde l’arbitro dietro di lui.
Peppino digrignò i denti.
Immaginò Peruzzi dare fondo alla sua riserva di bestemmie, giù nel dugout, ma non osò voltarsi a controllare. C’erano solo lui, la palla e il ragazzo del Minnesota, là. Il resto era pura distrazione. Minnesota recuperò la palla e tornò a indirizzare lo sguardo altrove, disinteressato a tutto, come se non stesse per lanciare ancora una volta, come se quel suo braccio poderoso non stesse per irrigidirsi e poi flettersi di nuovo scagliando un altro micidiale colpo verso di lui.
Solo io, te e la palla, figlio di puttana, si ripeté Peppino come un mantra.
Suo figlio lo stava guardando.
Era un portento, quel ragazzino là.
Sapere che avrebbe dovuto mollare la scuola, i compagni e tutto il resto per andare ad abitare laggiù in terronia non gli piaceva affatto. Farlo nascere e crescere qui a Bologna era stata la sua partita migliore. Ma lei ormai aveva deciso. Bologna costava troppo, e le cose quaggiù al nord sono troppo complicate. Meglio tornare a casa, Peppi’, meglio riprovare a vivere là dove siamo cresciuti. Avremo meno ma spenderemo di meno.
See.
Come se lui non la ricordasse a memoria, la miseria di quel posto.
Come se laggiù, a parte i parenti e qualche amico, la vita fosse un regalo.
Un sibilo crescente lo riportò alla realtà. Avvertì lo spostamento d’aria soffiargli sul mento, poi la voce dell’arbitro tornò a ribadire definitiva: strike!
Cristo, e siamo a due!
E stavolta non l’aveva proprio vista.
Minnesota se la rideva sotto i baffi.
Lo scorse con la coda dell’occhio mentre dinoccolava le spalle in un pallido gesto canzonatorio.
Peppino divaricò un po’ le gambe, piantandosi per bene sui piedi.
Ora la prendo, vedrai. Solo io, la palla e te, figlio di puttana.
Guardò in alto un ultima volta, lassù verso gli spalti. Sua moglie era una figuretta altera e longilinea, bella da impazzire. Pensò che avrebbe fatto tutto per lei. E che ogni cosa sarebbe andata al posto giusto. Non poteva che andare così.
Poi il lanciatore accolse la palla dal bordo campo, ciondolò piano con la testa e si affrettò a caricare il tiro.
Solo io, la palla e te…
(racconto pubblicato sul tabloid milanese SUBWAY nel 2010, scaricabile qui).

venerdì 16 gennaio 2015

Hammett: le origini del noir contemporaneo!

«Pronunciata e ossuta, la mascella di Sam Spade presentava un mento appuntito che sporgeva da sotto l'arco più dolce delle labbra. Quella stessa forma appuntita riviveva poi, risotta, nelle narici arcuate. Gli occhi erano regolari e d'un grigio giallognolo. Nell'arco delle sopracciglia folte, che partivano da due solchi gemelli dritto sopra al naso aquilino, ritornava ancora la forma appuntita, mentre i capelli, castano chiaro, si spingevano a punta, anch'essi, sulla fronte, con un'accentuata stempiatura ai lati. Sembrava un satana biondo. Quasi attraente.
Si rivolse a Effie Perine: - Sì, dolcezza?»

Il falco maltese
Dashiell Hammett - (Ed. Longanesi)

giovedì 15 gennaio 2015

altri 10 southern-movies che non puoi perderti...

poiché con tutta evidenza dieci-dicasi-dieci titoli di opere cinematografiche sono effettivamente pochini per approfondire un argomento così sfaccettato e quintessenziale come il southern-gothic, abbiamo pensato di proporne altrettanti in questo nuovo, rutilante «Listone» che è da considerare, a tutti gli effetti, una propaggine aggiuntiva a quella prima sequela di classici del genere. (sia chiaro, presto o tardi vi toccherà anche un elenco esclusivamente letterario, e pure lì ci sarà da divertirsi, poiché a fronte dei due o tre maestri conclamati esiste una ragnatela assai composita e articolata di ottimi e talentuosi epigoni che hanno dato tanto alla causa del gotico sudista :-) si vada ora a incominciar...

Baby Doll - La bambola viva (Elia Kazan, 1956)
Film che all'epoca perturbò parecchio gli animi, si deve all'atto unico del solito, immenso Tennessee Williams, 27 vagoni di cotone, dal quale il regista preleva di peso i dialoghi e le ambientazioni ma ne ritocca in parte i personaggi principali operando manipolazioni evidenti soprattutto sulla figura femminile. La pellicola narra la storia di un matrimonio fra un quarantenne (il nasuto Karl Malden) e una sedicenne (Carol Bakerr bella e platinata) in una cittadina del profondo Mississippi. Il marito della giovane dirige un cotonificio sull'orlo del fallimento ma soprattutto entra in conflitto con il proprietario di una azienda limitrofa che gli insidia la moglie (un già carismatico Eli Wallach). Tenterà di vendicarsi, ma ne pagherà dolorosamente il fio.
Film intelligente e inconsueto, seppe far parlare di sé per le situazioni piccanti (erano anni in cui la sola idea di un rapporto adulterino, per di più con una moglie-bambina, faceva decisamente scandalo!) e rappresenta una raffinata incursione nel territorio del grottesco da parte del regista di Fronte del Porto. Probabilmente il film eroticamente più spinto mai distribuito negli USA fino a quell'anno, fece guadagnare una delle quattro nomination agli Oscar alla fresca protagonista (un'altra andò invece alla splendida fotografia in bianconero del grande Boris Kaufman). Atmosfere decadenti da vecchio sud, putridume morale sornionamente diffuso: c'è la villa squallida e pencolante dalla nobile facciata dove una volta regnava un'aristocrazia ormai sepolta, e c'è il clima torrido, allentato e carico di fortori di quella parte di America; i negri accoccolati, la serva epicamente svanita. Bellissimo. VOTO 9

La via del tabacco (John Ford, 1941)
Tratta dal sublime, sporchissimo e tagliente romanzo di Erskine Caldwell, tra i padri del genere, è uno dei meno noti lungometraggi del maestro del western - anche perché in Italia il film uscì con otto anni di ritardo (e con tagli per 14 minuti da parte dalla "censura democristiana" del 1949) a causa del profumo di lascivia di cui sono intrise numerose scene.
Ford, nel raccontare la storia dei discendenti di una famiglia disagiata che ha sperperato tutti i propri averi e quindi vive ora nell'apatia senza alcuno scrupolo morale, punta su una linea di idillio figurativo che sovente attinge alla commedia, passando con abilità dalla malinconia all'umorismo aguzzo, dalla satira alla tenerezza. Splendido bianco e nero di Arthur C. Miller. Consueta sinfonia per il grande schermo opera di un inarrivabile genio del cinema. VOTO 10

Piano... piano, dolce Carlotta (Robert Aldrich, 1964)
Concepito inizialmente come seguito del riuscitissimo Che fine ha fatto Baby Jane? (Whatever Happened to Baby Jane, 1962), con le due stesse protagoniste, Bette Davis e Joan Crawford. Ma quando quest'ultima s'ammalò gravemente di polmonite venne scritturata Olivia de Havilland e la sceneggiatura divenne qualcos'altro, persino migliore del capostipite: una vecchia casa della Louisiana piena di ombre, un'anziana e rancorosa zitella preda degli incubi (si sospetta abbia barbaramente ucciso un suo antico amante: se questo non puzza di Faulkner lontano un miglio!), due ospiti che tentano di farla impazzire inscenando trucchi spaventevoli e una vecchia e infida governante sono gli ingredienti di una vicenda che incatena alla sedia lo spettatore e offre alla divina Davis l'ennesima, sfolgorante prova d'attrice. Anche qui quattro nomination dall'Academy, una delle quali per la fotografia di Joe Biroc. Il soggetto è di Henry Farrell, autore del romanzo che è all'origine del citato Baby Jane; storia gotica e intinta in una strana misoginia che molto deve a Les DiaboliquesVOTO 9

La lunga estate calda (Martin Ritt, 1958)
Nella corposa sequela di ribelli dalla faccia da schiaffi impersonati dal grande Paul Newman (la terra gli sia lieve!) si merita sicuramente un posto di rilievo il personaggio di Ben, vagabondo piantagrane de La lunga estate calda. La fama di piromane segue questo personaggio anche quando - messa da parte temporaneamente la sua esistenza raminga - decide di mettersi a lavorare per conto di Willy Varner, dispotico padrone di ogni cosa: delle terre, degli uomini, delle bestie e anche della sua famiglia (i figli Clara e Jody, quest'ultimo un ragazzo ingenuo ed emotivamente instabile) che tiene a comando con rigore spartano. Tra Ben e Willy si stabilisce una sorta di simbiosi che è al tempo stesso composta di reciproca ammirazione, sudditanza malsopportata e sfida aperta: come due capibranco si annusano e si rispettano ma la tensione tra i due è palpabile. Un giorno Jody, invidioso, perde la testa, chiude in una stalla papà Willy e appicca il fuoco.
Tratto da La carne di William Faulkner il regista Martin Ritt (che con l'attore aveva già fatto Hud il selvaggio) realizza un film torbido e passionale affidandosi, oltre che alla maschia presenza di Newman, a grandi interpreti come Joanne Woodward (che su questo set s'innamorò degli occhi più belli di Hollywood dando luogo a uno dei rapporti più longevi del cinema) e un monumentale Orson Welles in una delle sue migliori performance d'attore. La sceneggiatura di Irving Ravetch e Harriett Frank Jr coglie in pieno lo spirito “torrido e assolato” del vecchio Sud di matrice faulkneriana (pur ammorbidendone di parecchio la visione morbosa: era pur sempre il 1958!). Amore, gelosia, passione, ambizione, avidità, frustrazione: questi gli ingredienti dell’affresco che culminerà nelle concitate sequenze finali. VOTO 10

La gatta sul tetto che scotta (Richard Brooks, 1958)
Sempre Tennessee Williams come fonte letteraria e di nuovo un grande Newman sullo schermo, coadiuvato stavolta da un altro paio di occhi irresistibili, quelli della meravigliosa Liz Taylor. La storia s'impernia sulle vicende di una famiglia del Mississippi, dove un autoritario barone terriero malato di cancro festeggia il suo 65° compleanno insoddisfatto dei due figli, uno dei quali è un avido bruto e l'altro un ex atleta nevrotico che rifiuta di dormire con la bella moglie (nel testo scritto era impotente e forse omosessuale). L'adattamento - purgato e ripulito per il pubblico cinematografico di quegli anni - della commedia di Williams, ebbe grande successo di critica e pubblico poiché il regista Brooks era davvero un gigante nel dirigere gli attori. La pellicola si guadagnò ben sei nomination ai premi Oscar ma non ne vinse nessuno. Non sappiamo dire quanto lo spirito del tempo sapesse cogliere il profondo dramma (la disfunzionalità sessuale ed affettiva, la rivalsa verso i padri, la sconfitta delle ambizioni) celato in quella che sembra a primo acchito una storia di amori negati e inseguimenti famigliari, ma almeno Newman meritava sicuramente una statuetta per la sua incredibile prova d'attore. VOTO 10

Riflessi in un occhio d'oro (John Huston, 1967)
Tratto da un caposaldo della letteratura sudista (ne parlammo qui) firmato da Carson McCullers, il film mette a cuocere a fuoco lento un discreto groviglio di personaggi infelici e inquieti. Le coordinate narrative: in una base militare della Georgia, il maggiore Penderton (impersonato da chi? Dal grande Marlon Brando, chi altri?) è sposato con l’affascinante Leonora (eccola, ancora lei, una Liz Taylor sempre bellissima e anzi qui deliziosamente curvy), la quale tradisce il marito dopo averne scoperto le tendenze omosessuali. Convinto che l’amante della moglie sia un giovane soldato, il maggiore Penderton, armato di pistola, commetterà un errore che gli costerà carriera e sanità mentale.
Girato in parte a Roma presso gli studi Dino De Laurentis e in parte negli Stati Uniti in una base aerea militare a Long Island, Riflessi in un occhio d’oro è un film intricato dal punto di vista psicologico e narrativo e che, sostanzialmente, gira intorno a due “incidenti”: il giovane soldato che vede Leonora nuda e il maggiore che scopre l’esistenza del giovane soldato. La logica interna del film è costruita su questi due episodi apicali, che diventano i poli sui quali l'intera vicenda si srotola, una vicenda in cui tutti guardano tutti. Huston fa come i suoi personaggi: guarda, ma non giudica. Lasciando agli spettatori la responsabilità di parteggiare e, se ne sono in grado, comprendere quanto l'animo umano possa essere labirintico. VOTO 9

I guerrieri della palude silenziosa (Walter Hill, 1981)
Agli inizi della sua carriera il bravo cineasta americano Walter Hill era con tutta evidenza ossessionato dallo schema dell’Anabasi di Senofonte. L'idea di un manipolo di uomini sperduti e braccati che lottano per trovare la salvezza è infatti alla base del suo successo più clamoroso, il mitico I Guerrieri della Notte (1979), nonché - fatti i dovuti distinguo - dell'altrettanto famoso I cavalieri dalle lunghe ombre (1982). Ma è soprattutto nella pellicola cronologicamente posta al centro di questi due capisaldi dell'action-drama che il saccheggio dal prestigioso modello si fa smaccato: in I guerrieri della palude silenziosa (volgare richiamo italiano al primo film di cassetta del regista, in realtà in originale il lungometraggio in questione si chiama Southern Comfort, come il noto liquore degli Stati Confederati) un gruppo di soldati dilettanti appartenente alla Guardia Nazionale (tra cui spiccano gli ottimi Keith Carradine, Powers Boothe e Fred Ward) è impegnato in una blanda esercitazione negli acquitrini della Louisiana, territorio della minoranza francofona cajun, una popolazione estremamente gelosa della propria privacy. Esaltati quanto inesperti e goffi, i soldati sparano (a salve) su un gruppo di cacciatori cajun, dando luogo ad una serie di equivoci che sfocerà da parte degli abitanti del luogo in una vera e propria caccia all'uomo all'ultimo sangue. La tranquilla scampagnata si trasforma così in un incubo alla Deliverance (da noi Un tranquillo weekend di paura, altro esempio di traduzione opinabile del titolo) e se in quel seminale film il tranquillo borghese americano medio scopriva la propria ferocia sopita, qui è un certo «rambismo» d'accatto ad essere messo in discussione. I soldati, messi alle strette dai cacciatori bifolchi (inquietanti i ritrovamenti degli scalpi, gli animali scuoiati, le capanne cadenti e fetide) cadono uno dopo l'altro nelle loro trappole, escogitate con un sadismo disarmante. Gli inseguitori non si vedono mai, sono ombre ingombranti, moleste, inarrestabili, presenze che finiscono per far riaffiorare nel gruppo di prede la pazzia e l'odio reciproco. Magistrali le inquadrature naturalistiche in cui gli scorci palustri, sommersi da un velo di acqua torbida da cui emergono radici e tronchi scamozzati, sono soffocati dai grovigli di vegetazione. Le inquadrature finali sono tesissime e ritmate, accompagnate da ossessive ballate folk che accompagnano scene di combattimento molto cruente. Chiude una incisiva sequenza che mostra un maiale squartato che sembra alludere al probabile destino dei superstiti. Brion James, già replicante in Blade Runner, è uno dei cajun cattivi. In sottofondo, la chitarra struggente di Ry CooderVOTO 10

Riflessi sulla pelle (Philip Ridley, 1990)
Anni quaranta: il piccolo Seth vive in mezzo al nulla canadese circondato da adulti squallidi e un po' pazzi. Replica la loro crudeltà sugli animali (ad esempio gonfia le rane e le fa esplodere a sassate) e finisce per dare addosso a una vicina inglese, convinto trattarsi di una vampira. Il ritorno a casa del fratello maggiore (un imberbe Viggo Mortensen) segnerà l'avvio di un susseguirsi di eventi tragici.
L’esordio registico dello scrittore Philip Ridley, pur imperfetto e non sempre scorrevole, si specchia perfettamente nei suoi racconti gotici per l’infanzia (e nella sceneggiatura de I Corvi di Peter Medak): un linguaggio lynchano e iperrealista viene asservito a una cupa visione del mondo rappresentando un pessimismo che, attraverso la malvagità dell’uomo, si fa apologo sulla morte dell’innocenza. Riflessi sulla pelle è una pellicola sulla fine dell'infanzia segnata da quel momento in cui ci si rende conto che il boogeyman non esiste, ma che il Male permea tutto quello con cui abbiamo a che fare e non è, semplicemente, ascrivibile a una determinata cosa o persona. L’urlo finale del novenne, al termine di un viaggio mefitico oltre la linea d'ombra dell'adolescenza, è uno dei momenti più agghiaccianti della storia del Cinema, proprio perché contamina il luogo della purezza (l’infanzia) e, allo stesso tempo, lo carica di un dolore esistenziale che nel nostro immaginario non dovrebbe appartenergli. Altre figure simboliche sono felicemente indecifrabili (le due gemelle che emettono strani versi, il feto mummificato), tutto feconda l’amara riflessione sull’esistenza, sulla sua atrocità riflessa nell’invecchiamento, i cui riflessi “argentei” possiamo vedere, anche, sulla pelle di un altro Seth, figlio della bomba di Hiroshima. Pervasa da un inquietante commento sonoro e da una fotografia pittorica (si pensi alle opere straordinarie di Andrew Wyeth), con echi fra infanzia e fantasy horror, l’oscurità risuona più potente. VOTO 8

Mezzanotte nel giardino del bene e del male (C. Eastwood, 1997)
Nel 1997 lasciò di stucco in parecchi la decisione di Eastwood, l'ultimo dei grandi registi classici nonché estremo baluardo della virilità cinematografica (dallo straniero senza nome per Leone sino all'ispettore Callaghan dei film di Siegel quelli da lui interpretati sono sempre eroi iper-tosti, ai limiti del fascismo), di dirigere una pellicola come Mezzanotte nel giardino del bene e del male, la cui affollata ridda di protagonisti per lo più contraddice le convenzioni di ogni machismo riconosciuto e codificato.
La storia vede il giornalista newyorchese John Kelso (un efficace John Cusack, dotato al solito di una sola espressione qui però funzionalissima al ruolo di eroe-per-forza) inviato nel profondo sud dalla rivista Town and Country per un servizio sul più sontuoso evento mondano dell'anno: giunto nella cittadina di Savannah, Kelso si ritrova però in una situazione che non si attarda a definire un «Via col Vento sotto mescalina». Elegante città della Georgia, Savannah, infatti, conserva ancora intatta - con le sue villette aristocratiche, i viali alberati - quell'atmosfera indolente tipica dei bei tempi che furono, un epoca in cui l'essere o meno invitati ai ricevimenti nelle magioni dei gentiluomini più influenti faceva la differenza. Ora il cittadino più in vista è Jim Williams, un parvenu dai modi azzimati, i cui party natalizi sono rinomatissimi. Ma il figuro è anche un pederasta, e quando il suo irascibile amante Billy Hanson (un ancora poco noto Jude Law in versione redneck), viene trovato stecchito la storia assume i connotati di un thriller (anomalo però, giacché la supposta colpevolezza del dandy impersonato da Kevin Spacey viene di fatto consegnata alla responsabilità dello spettatore). Legittima difesa o omicidio volontario, quindi? Mentre il dramma si srotola, esplodendo in ironiche rappresentazioni da cartolina in puro stile southern gothic, John Kelso decide di trattenersi in città per scrivere un libro sulla vicenda. Inizia così a indagare incrociando nella sua ricerca personaggi d'ogni tipo: dalla bella e moderna Mandy (Alison Eastwood, figlia del regista) a Lady Chablis, iconoclasta trans «abbronzato» che si esibisce in esilaranti spettacoli di cabaret, sino a Minerva, sacerdotessa voodoo che elabora le sue pratiche magiche nel cimitero cittadino - il giardino del bene e del male del titolo - la mezzora antecedente la mezzanotte a favore del bene, quella successiva a favore del male. Il vecchio zio Clint, alla sua regia numero venti, dirige con pacata maestria un gruppo di attori bravi ed affiatati in uno dei film sicuramente più interessanti del suo carnet (invero denso di capolavori). Dramma giudiziario e commedia al contempo, Mezzanotte nel giardino del bene e del male è tratto dall'omonimo best-seller di John BerendtVOTO 9

Blake snake moan (Craig Brewer, 2006)
Una pellicola in puro stile southern-gothic, questo eccellente Blake snake moan, il «lamento del serpente nero» che in gergo blues (il titolo è prelevato di forza da un pezzo degli anni Venti di Blind Lemon Jefferson) simboleggia la rabbia di chi è divorato dal tradimento.
La storia vede la giovanissima Rae (una Christina Ricci davvero esuberante, capace di mettersi a nudo - in tutti i sensi - davanti alla cinepresa) vittima di un serio disturbo del comportamento sessuale che prevede la soddisfazione compulsiva del desiderio e per il quale diventa un vero e proprio bersaglio per ogni maschio del piccolo sobborgo agrario in cui vive, nel profondo sud del Tennessee. A salvarla dal vortice di vizio e depravazione s'incaricherà l'anziano Lazarus (Samuel L. Jackson), un rude contadino di colore - nonché bluesman - abbandonato dalla moglie (è lui il cantore del blake snake moan del titolo), che rapisce e relega nella propria casa la focosa Rae. Il suo intento non è solo di sottrarla ad abusi più o meno consensuali, ma di renderla conscia delle proprie libertà e dignità di persona, cercando così di darle una possibilità di riscatto.
In questa vibrante pellicola diretta da Craig Brewer nel 2006 (da noi naturalmente uscita direttamente in dvd, perché non sia mai che la popolazione afflitta la letargia catatonica possa venire scossa da un prodotto troppo discostante dal piattume paratelevisivo imperante) la Ricci fa un lavoro magnifico nel ruolo della ninfomane ribelle dal passato zeppo di abusi, facendone un personaggio torbido ma che nel profondo dell'animo vorrebbe solo riuscire a provare un sentimento vero (ci riuscirà alla fine con Justin Timberlake, qui nella parte di un vulnerabile terrone preda di attacchi d'ansia). In slip bianchi e poco altro indosso, l'attrice passa buona parte del film attaccata a una grossa catena, riuscendo a renderla una cosa credibile (siamo nel deep south, d'altronde, e queste cose succedono anche da noi!). Solita prova maiuscola per Samul Jackson, che per interpretare il contadino chitarrista ha imparato davvero a suonare lo strumento, e colonna sonora da sturbo: una succulenta compilation di pezzi che rendono il film una sorta di vero e proprio disco d'ascolto. VOTO 9