lunedì 24 novembre 2014

quasi un noir...

«Chi gestiva e gestisce l’Ilva ha continuato nell’attività inquinante con coscienza e volontà per la logica del profitto, calpestando le più elementari regole di sicurezza».
«La gestione del siderurgico di Taranto è sempre stata caratterizzata da una totale noncuranza dei gravissimi danni che il suo ciclo di lavorazione e produzione provoca all’ambiente e alla salute delle persone». (Dall’ordinanza di sequestro dell’area a caldo dell’Ilva di Taranto, disposta dal giudice delle indagini preliminari Patrizia Todisco)

Solo una cosa fa più rabbia della noncuranza con cui un’industria ha devastato ambiente e vite umane a fini di profitto: l’omertà e la connivenza di chi gliel’ha permesso. In una telefonata intercettata, due membri della famiglia Riva, i proprietari dell’Ilva, usano l’espressione “vendere fumo”. Una formula involontariamente emblematica di una vicenda in cui alle emissioni nocive del grande stabilimento si aggiunge la cortina di disinformazione che le ha coperte. Quella di Taranto e rimasta a lungo una tragedia silenziosa, schiacciata sotto il peso del ricatto occupazionale e di “relazioni pericolose” intrattenute dall’Ilva con quelli che dovevano essere i suoi controllori: sindacati, forze dell’ordine, organi di giustizia, stampa e la politica fino ai suoi piu alti vertici nazionali. E a partire dal luglio 2012, quando sequestri e inchieste hanno finalmente acceso i riflettori sulla vicenda, dall’occultamento della realtà si e passati alla sua mistificazione. Il caso Ilva viene troppo spesso rappresentato come una semplice vertenza occupazionale o una questione di politica industriale. I drammatici dati di malattia e di morte, che qualcuno contro ogni evidenza mette ancora in dubbio, vengono derubricati a fattore scatenante di un problema squisitamente economico, anziché essere considerati essi stessi il problema. L’operato della magistratura viene poi da molti considerato il frutto di una smania di protagonismo cocciuta e irresponsabile invece che un atto dovuto alla luce dell’incredibile gravità dei fatti. L’Ilva è oggi il terreno su cui si misurano le vere priorità e la credibilità del nostro Paese. Una storia profondamente italiana, fatta di grandi opere e grandi omissioni, di scelte avventate e di malaffare, di cinismo e umanità, ignavia ed eroismo. Non solo Taranto, quindi, ma un caso di scuola che offre strumenti per interpretare alcune delle questioni oggi più dibattute e riflettere a fondo sui rapporti fra politica, potere economico, giustizia e informazione.

Venditori di fumo
Quello che gli italiani devono sapere sull’Ilva e su Taranto
Giuliano Pavone - (Ed. Barney)

domenica 23 novembre 2014

entità fantasma...

«È più superstizioso credere nell'occulto o pensare di vivere in un universo logico e governato dalle ferree leggi della scienza?» Con questa enigmatica frase di lancio qualche tempo fa la prima, indimenticata Meridiano Zero mise in circolazione il terzo romanzo dello scrittore inglese David Ambrose: si trattava di Superstizione, un gioiellino letterario - ancora reperibile sul nuovo sito della casa editrice - che si sviluppa attorno all'eterno scontro tra il mondo dei razionalisti scettici e quello degli spiritisti convinti.
Nelle pagine di Ambrose avevamo già scovato slittamenti in universi paralleli (L'uomo che credeva di essere sé stesso) e programmi informatici che acquistano coscienza sino a impossessarsi della mente di un serial-killer (La madre di Dio), argomenti ad alto gradiente d'implausibilità che l'autore aveva saputo trattare con misura e giudizio senza nulla sottrarre al puro gioco della fabula. In quest'ultimo, magistrale Superstizione è il tentativo di creare artificialmente un fantasma il punto cardine di tutta la vicenda: radunatisi in gruppo alcuni studiosi per dare sperimentalmente vita a una «entità psichica» (immaginandosi cioé una personalità fittizia e dotandola di una propria storia), essa comincia a manifestarsi - e in definitiva ad «esistere» - fino a scombussolare le loro vite. Per quanto incredibile, il romanzo prende spunto da un esperimento realmente orchestrato in Canada, a Toronto, nei primi anni Settanta.
Il vortice di follia in cui precipitano Joanna, Sam e gli altri personaggi é talmente coinvolgente da far dubitare alla fine il lettore sulla «realtà» stessa del mondo. Ambrose si conferma maestro nell'intraprendere strade originali, nel rovistare in mezzo a sacche meno frequentate - ma non per questo meno inquietanti - dell'occulto, finendo per regalarci una storia appassionante che trova estimatori anche tra non cultori del genere.

«Agghiacciante, genuinamente spaventoso... Un intrepido e magistrale gioco di manipolazione della realtà.» (Publishers Weekly)

Superstizione
David Ambrose - (Meridiano Zero)

venerdì 21 novembre 2014

l'Inferno a Lecce (un'altra volta!)

Da venerdì 28 a domenica 30 novembre, torna a Lecce il Gran Bazar, banco dell’editoria, degli autori e della poesia salentina promosso dal Fondo Verri.
Un’edizione, l’ottava - completamente indipendente - titolata “Racconti del territorio. Luoghi, narrazioni, musica e visioni di poesia”. La rassegna si inscrive nell'esperienza del banco letterario che lo scrittore e operatore culturale salentino Antonio Verri inaugurò con il Caffè Greco e con il Pensionante dè Saraceni negli anni Ottanta.
Il banco letterario si proponeva come luogo ideale di scambio, di vendita e di discussione sulla scrittura, sui libri e sul fare autoriale e culturale. Protagonisti della tre giorni che avrà luogo negli spazi dell'Associazione Culturale in via Santa Maria del Paradiso 8 a Lecce saranno: Domenico Mimmo Fazio per un omaggio ai “reportage” di Tommaso Fiore. Salvatore Luperto con Anna Panareo che presenteranno la collezione di opere verbo-visive del Museo di Arte Contemporanea di Matino. Claudio Prima, Giuseppe De Trizio, Fabrizio Piepoli con il recital musicale “Radicanto il mondo alla rovescia”. Omar Di Monopoli che con il suo Aspettati l’inferno, Isbn edizioni, racconta Taranto. Ernesto Mola e Antonio Passerini che racconteranno il progetto dell’Ecomuseo della Bonifica di Frigole. La poetessa Lara Savoia con i versi dedicati a L’Aquila. Gli autori di Musicaos Edizioni presentati da Luciano Pagano. Antonio Errico con il suo ultimo romanzo La pittora dei demoni edito da Manni. Marco Cavalera e Giuliana Coppola che racconteranno Lucugnano. Andrea Morgante che con le sue fotografie racconta un Salento inedito. Salvatore Calafiore con un recital che renderà omaggio all’artista sarda Maria Lai.

giovedì 20 novembre 2014

ciao Graduate...

È morto Mike Nichols. Era conosciuto per avere diretto Il laureato, ma fu il regista di molti altri successi come Cartoline dall'Inferno e Comma 22: aveva 83 anni, ed era un grande!

Ti pigliasse un colpo!

Ovvero, come fare fortuna con quattro (o cinque) amici al bar…
Ci sono libri che ti fanno ritornare ragazzo. Come quelli di Marco Malvaldi che mi riportano indietro negli anni al mio paesello toscano, più precisamente al bar “Italia” con il fumo denso e appiccicoso, l’odore aspro del vino, la radio a tutto volume, le bevute, i motteggi, le prese per il culo e le maremme maiale (eufemismo) che volavano nell’aria come le rondini a primavera. E con i suoi rappresentanti più significativi, vedi il postino dalla bocca storta, alto due piedi che per arrivare al biliardo si rizzava sulle punte rosso come un cocomero, pronto a tirarti addosso la palla se tanto tanto commentavi a suo sfavore.
Basta sfogliare la Trilogia del BarLume: La briscola in cinque - Il gioco delle tre carte - Il re dei Giochi, Sellerio 2011.
Qui è il “BarLume” di Pineta il fulcro dei racconti dove si raggruppano i soliti vecchietti che hanno fatto la fortuna dell’autore. Non ci sono le maremme maiale (mi pare) ma le prese per il culo volteggiano come le suddette rondini. D’altra parte siamo in Toscana, terra fertile di simili convenevoli. E vediamoli un po’ questi vecchietti: Ampelio il nonno, Aldo l’intellettuale, il Rimediotti pensionato di destra, Pilade unico juventino, senza contare Massimo il barista. Capaci, in gruppo, di risolvere i casi più difficili: il mistero del cadavere di una ragazzina trovata in un cassonetto dell’immondizia, l’uccisione di un professore giapponese ad un congresso e quello di una donna all’ospedale.
Ultimo nato Il telefono senza fili, Sellerio 2014. Qui abbiamo anche l’aiuto del commissario Alice Martelli, figura slanciata, laureata in fisica, drogata di cappuccini, single e un bel cervello.
Il caso: Vanessa Benedetti è sparita. Gestisce con il marito un agriturismo che tentenna. Dopo avere ordinato una montagna di carne per i suoi ospiti tedeschi, essi vanno a mangiare al “Bocacito”, nuovo ristorante tirato su da Aldo e Massimo. C’è qualcosa che non quadra (perché quella inutile spesa?). Attraverso le illazioni e il pettegolezzo che fuoriesce copioso dal bar arriva la sentenza: il Benedetti, marito della scomparsa, “ha ammazzato la moglie e l’ha buttata nel fosso”. Chiaro, lampante, lapalissiano. Buttiamolo in galera. A ciò si aggiunga la morte di Atlante il Luminoso, al secolo Marcello Barbadori, (si è sparato o gli hanno sparato?) che ha profetizzato da una televisione privata la sua verità sul caso della Benedetti. Non manca il solito giornalista curioso, Saverio Brunetti del “Tirreno”, omino di mezza età con pancetta flaccida a fiutare le notizie come un cane da tartufi.
Tra una battuta e l’altra arriva (l’indagine passa quasi in secondo piano) il corretto alla sambuca, il prosecchino, il fernet, la minerale, l’analcolico (per Aldo) e il ponce per la “Portona”, la portalettere del luogo di notevole stazza. Strizzatina d’occhio al mondo del web, frecciatine sulla società (gli impiegati pubblici non fanno una sega), e al burocratese che non ci si capisce niente. Presente pure il “nobil giuoco” con scacco di scoperta e matto imparabile di Massimo ad un certo Cesare Bertoni a farmi trillare di gioia. Figure indimenticabili i nostri vecchietti, veraci maschere di teatro popolare, come il Rimediotti fornito di dentiera, due bypass, fumo incorporato, colpito a raffica da asma, ischemia, polmonite ed è sempre lì vivo e vegeto. Piccoli sprazzi di malinconia tra i pensieri di Massimo, solo ormai da tanto tempo. 
Battute in vernacolo, dicevo, prese in giro, parolacce a babordo e tribordo, ironia pungente anche quando si stende in italiano vero. Seconda parte un po’ pallosetta e pur sempre gradevole.
E allora vai avanti così Malvaldone, ti pigliasse un colpo! Che non è un’offesa ma, qui in Toscana, come un abbraccio fraterno.
(articolo by Fabio Lotti)

mercoledì 19 novembre 2014

occhi tristi e tormentati...

mentre la bravura di Jake Gyllenhaal trova l'ennesima conferma nel film attualmente in sala Lo sciacallo (recitazione da Oscar, film assolutamente da vedere!) ci piace ricordare l'attore americano in un'altra delle sue interpretazioni più diaboliche: il serial killer dagli occhi tristi e tormentati del video dei The Shoes, 8 minuti di pura follia fotografati splendidamente dal regista Daniel Wolfe. Semplicemente fantastico!

martedì 18 novembre 2014

una scorciatoia in Oregon...

Tre famiglie di pionieri si fanno guidare da un certo Stephen Meek, trapper barbuto e chiacchierone, verso quell’eden che la smunta carovana sognava di raggiungere con scioltezza in un paio di settimane dalla partenza. Dapprincipio la figura dell'uomo è rispettata come un oracolo, ma lentamente, mentre il nulla della Frontiera si fa palese e sempre più opprimente, la fiducia dei coloni vacilla. Il paesaggio si inaridisce, le settimane si moltiplicano; un carro viene perduto assieme a un barile d’acqua e gli uomini cominciano a patire la fame e la sete. Uno scenario polveroso e decadente ingloba ogni speranza, e il tono della storia si fa presto visionario alla maniera dei western esistenzialisti di Monte Hellman - Le Colline blu, La sparatoria -, ma anche di certe pellicole di Peter Weir (Picnic a Hanging Rock tra tutte).
Spersa in un panorama di straziante secchezza, la compagnia gira a vuoto come sospesa nel tempo. Fino al momento in cui Meek cattura un indiano che nessuno capisce poiché si esprime solo nella propria lingua. Il trapper vorrebbe fargli la pelle e riprendere il viaggio, ma i coloni, ormai decisamente sul chi vive, cominciano a vedere nel pellerossa una possibile guida verso un nuovo domani.
Meek’s Cutoff è tutto qui, lento e ipnotico, con la finale rinuncia di Meek a capeggiare la carovana e l’indiano che si avvia lungo una strada deserta mentre la potenza schiacciante dell'outback americano (il film è girato in Oregon) mozza il fiato e stringe il cuore.
Il western, soprattutto quello revisionista figlio della controcultura dei Sessanta, ha sempre saputo adattarsi alla costruzione di opere del tutto personali (quando non addirittura sperimentali) da parte di cineasti dotati di polso. Kelly Reichardt, già autrice del toccante Wendy and Lucy, appartiene sicuramente a quella schiatta di artisti - sempre più rara nell'industria cinematografica odierna - disposti a perdere per strada qualche spettatore pur di approfondire la propria personalissima visione del mondo. Il suo stile crudo e "dissossato", d'impronta quasi verista, si esplicita al meglio in questo Meek’s Cutoff, presentato in concorso a Venezia nel 2010, riuscendo a trasformare il suo messaggio in una sintesi visiva di impressionante compattezza. Non ci troviamo di fronte ad un ribaltamento del Mito, né all'abbattimento dei codici del western: sono infatti proprio questi ultimi l'architrave portante dell'intero progetto. Ma la Reichardt li adopera spingendoli all’estremo per creare collisioni, momenti di eclatante e imprescindibile rottura che, unitamente alla splendida cornice estetica in cui il film è inserito, conferiscono all'opera un valore assoluto.
Il viaggio verso l’ignoto dei protagonisti si trasforma in un tragitto disperato cui si somma un percorso psicologico di ammirevole chiarezza: un risultato che l'autrice raggiunge anche per merito dell'ottimo cast, soprattutto la coppia formata dall'aggraziata e intensa Michelle Williams ed il redivivo Will Patton, già interpreti del primo film della Reichardt. Ma il lungometraggio può contare anche sulla bravura di Paul Dano, giovinotto dalle eccelse capacità espressive già apprezzate in quel capolavoro che fu Il Petroliere.
Film tutt’altro che facile, Meek’s Cutoff costringe lo spettatore ad uno sforzo preciso per metabolizzare il proprio stile e quindi saggiarne appieno lo spirito; quando il balzo riesce ci si trova di fronte ad uno spettacolo suggestivo, spiazzante, che si muove fluido verso una conclusione tutt’altro che scontata. Prezioso nell’elaborazione delle immagini, lucido nell’introspezione psicologica, Meek’s Cutoff è in tutto e per tutto un film d’autore di prim'ordine, che merita di essere apprezzato anche - anzi forse soprattutto - per l’ardua strada che ha deciso di percorrere. Sicuramente una esperienza d'autore degna di nota.

lunedì 17 novembre 2014

un Duca davvero gigantesco!

Per via del recente remake negli ultimi tempi si è assai discettato a proposito de Il Grinta e la versione dei Coen ha richiamato inesorabilmente l'interpretazione del mitico John Wayne col relativo Oscar che il ruolo di Rooster Cogburn gli fece meritare. Comunque la si pensi sul Duca - sono infatti risapute le simpatie fasciste dell'attore, che nella vita reale pare non fosse propriamente così «eroico» come nei film - non si può però non ricordare che la sua interpretazione più grande, quella che più di ogni altra andava premiata con l'agognata statuetta d'oro, è fuor di dubbio quella che il regista Don Siegel gli offrì nel 1976, quando ormai stanco e malato l'attore impersonò il ruolo di Bernard Brooks in The Shootist, pellicola tratta da un'altro romanzo western di grande successo al pari de Il Grinta. Qui The Duke è un ammazzasette di fama cui un male incurabile sta per sottrarre gli ultimi giorni di gloria. Sarebbe opportuno ritirarsi e godersi ciò che resta della vecchiaia, ma l'anziano pistolero ha ancora da vendicare l'assassinio del fratello per cui, nonostante una vedova, suo figlio e un vecchio medico cerchino di dissuaderlo, torna in città per regolare i conti con tre figuri: perché una leggenda è una leggenda!
Arrivato da noi col titolo Il pistolero, il film è un sublime, inarrivabile western autunnale o, se vogliamo, una partitura funeraria con sella e speroni: un'opera perfettamente in grado di rappresentare il tramonto di un eroe (oltre che di un genere). Ambientato a Carson City nel 1901 in mezzo alle prime automobili, la vicenda colpisce lo spettatore anzitutto per la straordinaria coincidenza tra la realtà biografica dell'interprete e la finzione scenica di cui egli è protagonista. Wayne, nei panni d'un Frontier-man oramai stagionato, viene infatti informato da un dottore - interpretato da un altro mito dei bei tempi che furono: James Stewart - di essere affetto da un cancro in fase avanzata. L'attore è anche nella realtà stremato da quel male e morirà tre anni dopo la lavorazione. La storia s'avvia con una sequela di frame relativi alla giovinezza dello shootist che sono in verità scene di vecchi successi di Wayne dove l’attore appare in tutto il suo virgulto splendore, e che diventano quindi il contraltare più efficace al naturalismo espressivo della sua recitazione, talmente vera e sentita da suscitare a tratti sincera commozione. L'intero racconto è costruito con meticolosità su un impianto classico e conduce in un crescendo calibratissimo all'atteso duello finale. Al contrario di mille film gemelli qui lo scontro ha però il sapore della cesura definitiva, perché oltre alla morte del protagonista aleggia sulla vicenda la fine di tutto un mondo: la modernità infatti sembra ripudiare le forme primitive di giustizia ad personam ed è tempo ormai, per il Paese, di lasciarsi alle spalle la violenza (ovviamente, una pia illusione!). Intanto, quasi a ufficializzarne la connotazione di rito definitivo, il circo mediatico dell'epoca - i giornali e il passaparola frenetico - fungono da cassa di risonanza dell'evento. La piccola città viene pertanto percorsa da un frisson che mescola paura, fascino e riprovazione ma sulle quali troneggia in soldoni l'invincibile forza del mito Brooks, un vecchio uomo d'armi che ha ucciso 30 uomini in duelli leali e che ora sfida tre ceffi che gli hanno azzoppato la famiglia. Quanto basta perché, secondo il canone del West, egli venga in fondo considerato nel giusto. Il sempre ammirabile Don Siegel (inutile ricordare che è il padre dei polizieschi di Callaghan/Eastwood) mette con maestria in risalto le paure sino allora sconosciute che animano il tramonto del pistolero, ma anche la sua coerenza etica (declinerà l'invito di una sua avida ex-amante a sfruttare editorialmente le sue memorie). La perversa dicotomia vita-morte scuote e acuisce gli umori della città, ma per la famiglia che ospita il pistolero (la vedova Lauren Bacall col figlio Ron Howard) tutto appare velato da una patina di poesia elegiaca: combattuti tra ammirazione e ribrezzo per ciò che l'uomo rappresenta, i due avvolgono Brooks con la loro sopita solidarietà - quasi avvertendo l’importanza dell’identificazione in gioco con l’eroe prossimo alla scomparsa. Un’importanza che riguarda l’imminente cambiamento nelle abitudini della loro vita e della comunità cui appartengono. E noi ci commuoviamo come vecchie zitelle davanti alla sparatoria finale da vedere rigorosamente in piedi, sull'attenti. Capolavoro.

«...Voglio che nessuno si occupi della mia morte; neanche chi volesse salvarmi l’anima. La morte di un uomo è la cosa più privata della sua intera vita…»
John Bernard Brooks (John Wayne ne Il pistolero)

domenica 16 novembre 2014

the girl next door (incipit)

«Pensate di sapere cosa sia il dolore?
Parlate con la mia seconda moglie. Lei lo sa, o per lo meno crede di saperlo.
Dice che una volta, quando aveva diciannove o vent'anni, si trovò in mezzo a una lotta tra due gatti - il suo e quello del vicino - e uno di loro le si scagliò contro, arrampicandosi su di lei come se fosse un albero e lasciandole graffi e sfregi indelebili su cosce, seno e pancia. Dice che si spaventò così tanto che cadde contro l'antica credenza Hoosier di sua madre, rompendo il piatto in ceramica e lacerandosi 15 centimetri di pelle all'altezza delle costole, mentre il gatto, tutto denti, artigli e furia incontrollabile, scendeva giù lungo il suo corpo. Pare le abbiano messo 36 punti, ed ebbe la febbre per giorni.
La mia seconda moglie dice che quello è il dolore.
Quella donna non sa proprio un cazzo.»

La ragazza della porta accanto - Jack Ketchum (Ed. Gargoyle)

venerdì 14 novembre 2014

la lunga coda degli '80

House of Cards fatti da parte. Se oltreoceano il web continua a sfornare prodotti di fattura impeccabile (oltreché d'inarrivabile scrittura) come la famosa serie con Kevin Spacey, qui da noi la lunga coda degli anni Ottanta continua imperterrita a lavorare alla costruzione di un inverosimile immaginario trash talmente sopra le righe da rasentare sovente il sublime (senza arrivare nemmeno a sfrisarlo, sia chiaro!). È il caso del nuovo parto di una star ufficiale di quel periodo, la mitica Gorilla Lory Del Santo, che con The Lady - dieci episodi di supergnocche, auto fuoriserie e fusti depilati che sembrano essere stati catapultati direttamente dall'ultimo festino del Lele Mora dei bei tempi andati - aggiunge un tassello fondamentale alla storia dell'orrido di questo paese. Provate a darci un'occhiata, Costantino Vitagliano nelle vesti di un Marlon Brando «maranza» è un guilty pleasure assoluto!

giovedì 13 novembre 2014

dal sud senza pietà...

«Manfredonia, come tante altre città di questo sud, non ha solo il chiarore delle centinaia di luci che avviluppano il suo golfo, quando i bagliori rossastri del tramonto spengono le distese marine, tutte intorno. No. Manfredonia ha anche il verde nitrico del muschio, le mani e i piedi nella mota. Nelle sue stanze c'è chi "odorava di canfora e piscio. E di denti cariati". Le coste qui non sono solo approdi di eroi mitologici, ma grotte fetide oltre le cui barriere rocciose buttare il corpo del proprio fratello assassinato per pagare il debito col mare.
Racconti maledetti di un altrettanto meridione brutto e brutale, uno appresso all'altro, sgranando un rosario di vergogne, come quando si implora pietà e invece si ricevono castighi: sono queste le storie che scorrono nell'ultima pubblicazione di Omar Di Monopoli, Aspettati l'inferno. L'autore ci aveva abituato al suo genere realistico e pulp coi precedenti romanzi Ferro e fuoco, Uomini e cani e La legge di Fonzi, ma questo lavoro è una raccolta di storie paradossali, progressioni di sciagure, sempre spietate e disinvolte nella malvagità sfacciata. Con contaminazioni di horror, fantascienza e avventura.
Che siano Don Gino 'Nganna-muerti, Pietra dal volto roccioso, il Pellicano o Sputazza, figlio di quello della pescheria, i personaggi richiamati dalle viscere dell'oscura oltretomba narrativa di Di Monopoli si esprimono con un code mixing che rispecchia le abitudini lessicali di chi dimora in questi posti rabbiosi: una lingua avvelenata di dialettismi. Il perpetuarsi della iattura, infatti, genera tanto di quel disappunto che i personaggi usano il linguaggio che meglio padroneggiano cercando di farsi comprendere pure dai sordi alla realtà.
L'immaginario del Salento straordinario, la finzione dei suoi numerosi virtuosismi, i decori degli angeli paffuti e le gonfie mammelle d'abbondante e mistico barocco lasciano il posto alla perversione, alla malavita, alla rassegnazione che ha fisso in croce le coscienze infernali dei suoi abitanti, come dei calvari di questa periferia disonorata».
(Rosetta Serra per QuiSalento)

senza testa...


«In fondo ad una di quelle ampie insenature che movimentano la sponda orientale dell'Hudson, in quel punto dove il fiume si allarga sensibilmente, chiamato Tappan Zee dagli antichi navigatori olandesi, e dove essi serravano sempre prudentemente le vele e imploravano la protezione di San Nicola quando lo attraversavano, là si trova una piccola città sede di un mercato e di un porto rurale, da qualcuno chiamata Greensburgh, ma più generalmente e propriamente nota con il nome di Tarry Town ("città dove ci si attarda"); un nome, si dice, coniato tempo fa dalle brave massaie del paese vicino, vista l'inveterata inclinazione dei loro mariti a soffermarsi nella taverna del villaggio nei giorni di mercato.»

La leggenda di Sleepy Hollow
Washington Irving (Ed. Newton & Compton)

mercoledì 12 novembre 2014

amori malati nel profondo mississippi...

(26 minuti di puro southern gothic diretti nel 1983 da Lyndon Chubbuck e interpretati da una grande Anjelica Houston per Una rosa per Emily, cortometraggio tratto da una delle più famose novelle - con tanto di finale macabro - dello scrittore vate William Faulkner: grazie tubo!)

le Squame della Nubile...

(si parla troppo poco di poesia da queste parti, più per una forma di rispetto che per negligenza. È uscita la raccolta di liriche di Clara Nubile, scrittrice amica di questo spazio: ne consigliamo vivamente la lettura)
Quando tornavamo dal sud
dormivamo su cuscini di squame.
Potevamo scambiarci i sedili:
le storie si sfilacciavano tutte
sui lembi.
Al risveglio, le lische dei sogni decoravano
le nostre cosce nude.
Abitavamo strafottenti le carceri
del rimpianto, indirizzi ormai
in disuso.
Quando tornavamo dal sud,
le unghie combaciavano con le forbici.
Fosforescenti i nostri passi
nelle stanze ammuffite,
e gli affitti erano sempre troppo esotici
per le nostre tasche
profonde come balene.
Il lucore assoluto delle mani,
le febbri.
E la benzina al posto del cuore,
le macellerie ingolfate dal tramonto.
Misuravamo gli addii in centimetri
e aderenza dei baci.
E le ossa buie dei nostri antenati
- o erano forse gli ulivi? -
ci facevano da ombrelli,
e su di noi non pioveva mai.
(Stazione di Bologna, 6 maggio 2013)

Squame
Clara Nubile - (Ed. Lietocolle)

martedì 11 novembre 2014

dalla Puglia con... Furore

il portale di Letteratura della Rai, spazio di eccellenza della cultura nazionale, ha intervistato il titolare del blog sulla sua attività editoriale nonché su quella di recensore proprio su queste pagine...
«Sartoris è uno dei personaggi cardine dell'universo faulkneriano e l'autore premio Nobel è da sempre, anche a sproposito, uno dei miei numi tutelari. Non sono particolarmente amante dei social network e allora qualche anno fa ho cominciato a riempire un blog di suggestioni, pareri e discussioni attorno ai film e ai libri che influenzavano il mio lavoro. Quel blog si chiama esattamente così e col tempo quel posto è diventato un piacevole punto d'incontro coi miei lettori (ma anche coi miei detrattori), con molti dei quali si è creato un rapporto di scambio vero, alla pari, qualcosa di realmente costruttivo anche per il mio percorso letterario e tutto ciò senza l'eccessivo intralcio dell'ego-riferimento che impazza in altri spazi digitali». (il resto qui)

domenica 9 novembre 2014

sulla scia di Don Winslow...

Su L’inverno di Frankie Machine e Il potere del cane non dico nulla. Hanno già detto in tanti. Cosa aggiungere se non un forte abbraccio riconoscente a Don Winslow?
Qualcosa, invece, su Le belve, Einaudi Stile Libero 2011.
Una lotta per il controllo della droga, un cartello, quello di Baja, contro due “lavoratori” in proprio: Ben e Chon. Due tipi naturalmente diversi, che Don sa come far fruttare i personaggi: Chon il violento (siamo violenti per natura), Ben il pacifista (siamo socialmente condizionati alla violenza). Nel mezzo, tra i maschietti, Ophelia, o meglio O, ovvero orgasmi da tutte le parti, padre inesistente, madre incasinata (loro rapporto in chiave umoristica) in mille attività (anche istruttrice esistenziale per finire nelle braccia di Cristo). Non sto a riscrivere quanto buttato giù a suo tempo. Paginette a malapena intinte nell’inchiostro, ironia e umorismo che si mescolano a scene forti, amore, sesso e violenza con il desiderio, vano, di uscire da un modo di vita che pare senza sbocco. Qualche frecciatina politica, il marcio nelle forze antidroga commiste con gli stessi cartelli, movimento, lotta, sparatorie, teste mozzate. Un libro che lessi volentieri senza, però, essere colpito nel profondo.
In seguito venne I re del mondo, Einaudi Stile Libero Big 2012.
Praticamente il prequel de Le belve. Sempre con il suddetto trio. Anche qui vado al sodo. Varie vicende personali si ricompongono a pezzi come in un puzzle, il sogno di una generazione che diventa incubo, l’idealismo realismo, il realismo cinismo, il cinismo apatia, l’apatia egoismo, la Storia che si impantana tra il Watergate, l’Irangate, il Contragate, scandali e corruzione dappertutto. Non a caso la vicenda è un intreccio perverso tra polizia, trafficanti di droga, mafia e cartelli messicani.
Sulla scrittura ebbi qualche remora. Capitoletti brevi, a volte stucchevolmente brevi, passaggio veloce da una vicenda all’altra e da un momento all’altro della stessa vicenda, raffiche di parole alternate a discorsi più ampi e alternarsi di cadenze temporali. Un virtuosismo, quello di Winslow, che mi parve diventare, nella sua infinita ripetitività, quasi un manierismo che sbiadisce l’evoluzione storica e quella individuale, i desideri, i sentimenti e le passioni fluttuanti nel tessuto narrativo corposamente sfilacciato. Così lo sentii, probabilmente con qualche involontaria forzatura e il solito gusto personale che ognuno di noi si porta dietro sin dalle prime biberonate di parole.
Ed eccoci a Missing New York, Einaudi Stile Libero Big 2014.
Manhattan fine agosto, trentanove gradi all’ombra. Pantaloni kaki, giubbotto antiproiettile, fondina con la .38 Smith & Wesson. Ovvero Frank Decker che deve ritrovare la bambina scomparsa di cinque anni Hailey Hansen. Madre Chery, lasciata dal marito. Organizzazione della ricerca: interrogatori porta a porta, pattuglia cinofila con il superbo cane Nikki, buttati all’aria anche i cassonetti. Occorre fare presto perché quasi la metà dei bambini sequestrati sono uccisi entro un’ora dalla loro scomparsa.
Ricordi di Frank: casa piccola, quartiere tranquillo, padre che lavora per una compagnia elettrica, madre maestra alle elementari, caccia e pesca. Arriva la bella poliziotta Willie «gambe lunghe, bellissima» a dare una mano e arriva pure Kelly Martinson, reporter «con gli occhi brillanti» e una cascata di capelli. Purtroppo arriva anche la scomparsa di un’altra bambina ritrovata morta. La ricerca è infruttuosa, il caso deve essere accantonato ma Frank è tosto, duro, ostinato. Si dimette, l’obiettivo è riportare a casa Hailey Hansen.
È la ricerca dell’eroe onesto e puro, del cavaliere senza macchia e senza paura innamorato della moglie Laura (occhi di un blu stupefacente) che non si lascia vincere nemmeno dalla forza dell’istinto sessuale (non mancano donne affascinanti che potrebbero scatenarlo). Un viaggio in luoghi diversi (Jamestown, Kingstone, Bearsville, New York che «ti aggredisce») ricreati con poche pennellate, di ricerche su internet, di colloqui, appostamenti, di cazzottoni ben piantati e di pistolettate senza creare il mattatoio sanguinoso tipico di vicende similari.
Un viaggio tra bande giovanili, prostitute bambine, papponi, commercio schifoso di innocenti, ambienti riccastri popolati da relativa fauna e relativa piscina con donna nuda incorporata, (Zoloft e Prozac a portata di mano che anche i vermi pasciuti abbiano i loro guai), mafiosi della vecchia guardia e c’è pure la festa di santa Rosalia a ricordarci il luogo di partenza.
Un viaggio punteggiato da sprazzi di soldato in Iraq senza le conseguenze nefaste, fisiche o psicologiche, di tanti personaggi prestampati, il sospetto che assale mentre la città scivola accanto con le sue speranze, le ambizioni, i sogni e le paure, la rivelazione finale aperta anche al subconscio. Un buon thriller, un ottimo thriller con una scrittura veloce e avvolgente (in corsivo la storia della bambina rapita parallela agli eventi) che non aggiunge, però, niente di nuovo al già conosciuto, partendo dal caldo boia e dall’esperto in analisi del comportamento, senza quell’atmosfera forte e quei personaggi epici e potenti che avevamo incontrato nei primi due libri citati. Dai migliori, dai Maestri bisogna pretendere, si deve pretendere di più.
(articolo by Fabio "Boss" Lotti)