lunedì 1 settembre 2014

«Crepuscolo» attacca così...

«I morti esibiti sul letto di paglia del cassone. Un uomo, o i suoi resti sanguinosi. Una donna ossuta di mezza età con un piede nudo e sporco che sporgeva dal sudario improvvisato. Una ragazza coi capelli del colore e della lucentezza di un’ala di corvo. Intorno al collo una punta di freccia legata a un cordoncino di cuoio, affondato nella pelle bluastra. Un ragazzo di quattordici o quindici anni e un altro ancora più giovane, e ogni cosa impiastricciata di sangue rappreso. Così allineati, gli occhi aperti al cielo indifferente, i corpi sono ormai al di là di ogni commiserazione; è difficile immaginare quale peccato sia stato tanto enorme da averli condotti a una fine tanto penosa.»

Crepuscolo
William Gay (Ed. Gea Schirò)

la faccia nel vento di Sam...

Sam ragazzo del west: trattasi di un originale anime d'impianto country-western ideato nel 1973 dal duo Soji Yamakawa e Noboru Kawasaki, dotato - nella versione nostrana - di una delle più incisive sigle eseguite da Nico Fidenco.
L'assoluto protagonista della serie è il mezzosangue Sam (Isamu nell'originale: 荒野の少年イサム, Koya no shōnen Isamu è infatti il titolo nativo dell'opera, che si srotola lungo due stagioni invero abbastanza slegate tra loro) un giovane alle prese con il manifesto razzismo che impregna la rozza società occidentale di fine '800. Figlio di una giovane pellerossa e di un maestro giapponese, il ragazzo girovaga senza meta per il deserto cercando di ritrovare il padre scomparso. Salvato e accolto da una troika di sanguinosi tagliagole (da cui apprende l'utilissima arte di maneggiare il revolver), Sam comprende però presto l'abominio in cui la sua giovinezza sta consumandosi e abbandona pertanto i malviventi al loro peregrinare in cerca di banche da svaligiare per continuare la sua ricerca disperata. Il suo viaggio sarà duro e doloroso, ma il cammino gli permetterà d'incontrare gente d'ogni risma (escamotage abbastanza classico che permette agli autori di passare in rassegna tutti i topoi del genere: dalla puttana dal cuore d'oro al vecchio cercatore di pepite). 
C'è poco altro da dire su questo indimenticabile cartone animato, approdato in Italia alle idi degli anni 80 e capace di trattare temi forti come il razzismo e la perdita dell'infanzia (senza lesinare in tensione e crudeltà) guardando ora all'estetica dei film di Sergio Leone e ora al patetismo melodrammatico di Senza Famiglia. Il doppiaggio italiano dell'epoca risulta come al solito impeccabile e nel complesso la cura della casa nipponica circa i vari personaggi che compongono il nocciolo della narrazione si mantiene su livelli qualitativi più che apprezzabili, quantunque siano evidenti - visti con gli occhi smaliziati di un consumatore odierno di audiovisivi - i limiti della costruzione della storia, sovente schematica quando non abborracciata; ma sono oggi palesi anche le carenze della pura costruzione dinamica del prodotto, al pari della pressoché totalità dei cartoni animati provenienti dal Sol Levante in quegli anni vittima di numerose tare produttive dovute in massima parte alla velocità di realizzazione (staticità delle figure, imperizia nelle anatomie, fondali ripetuti all'infinito). Ma colpisce ancora oggi il grado di violenza subita dal protagonista, nonché l'ingenua ma sincera poesia toccata in alcuni episodi.

domenica 31 agosto 2014

Uomini e cani su The Trip magazine...

Una settimana nell’inferno del Sud Italia che ti lascia madido di sudore e pieno di polvere, con l’idea fissa che niente cambia, o se cambia peggiora.

«Non ci sta niente da fare, questa una terra di frontiera è!»

Torre Languorina è terra di nessuno. Gli uomini girano con la pistola e la legge è dalla parte del più forte. Le donne scappano, o perdono i loro connotati di femminilità e non si distinguono più. I cani attaccano, combattono, sbranano, si rivoltano ai propri padroni. Il caldo avvolge, la natura nasconde.
Il primo capitolo della trilogia western di Omar Di Monopoli sembra svolgersi lontano nel tempo e nello spazio, invece siamo in Puglia, oggi, in un paese dove lo stato non arriva, dove il braccio della legge ci resta secco. Il pretesto da cui scaturisce la storia è un grande classico della cronaca italiana. Un appalto poco pulito, una microcriminalità collusa con il potere, una situazione imputridita che sembra impossibile da modificare ma che, come le sabbie mobili, una volta dentro più ti muovi e più peggiora. E così passa il tempo e le persone muoiono, le alleanze si rafforzano o si rompono con il sangue, chi torna è costretto a fuggire di nuovo mentre chi ha deciso di restare continua a combattere ogni giorno con un nemico diverso.
«Stattene tu, coi tuoi sogni, bellu mia, gli blaterò la donna da dietro, continuando a parlare con tono severo sino a quando il figlio non scomparve tra le mura. Prima ti rassegni a capire ca non ci stanno altri posti che questo, per te, meglio sarà per tutti…»
Le forti inflessioni dialettali ci restituiscono il qui e ora, ci catapultano con violenza nella narrazione anche quando viene interrotta dallo stile alto e ricercato che caratterizza tutto il libro, che per la forma e gli argomenti si ricollega al verismo di Verga di inizio secolo scorso, dove la provvidenza non esiste. E non esiste neanche Dio.
Altri due libri ha scritto Omar Di Monopoli a completare questa trilogia pugliese, e le tonalità dei colori sono le stesse: il giallo carnoso della terra bruciata, il marrone appiccicoso della polvere, l’azzurro rinfrescante del mare che sembra sempre troppo lontano e il rosso del sangue che scorre dalle ferite degli uomini come da quelle della terra. C’è un solo colpevole: il nostro Paese. Che non vede, non sente, non parla ma con grande rumore colpisce, assoggetta, rende impotenti, schiavi, e alla fine uccide.
[Claudia Bena - qui l'originale]

sabato 30 agosto 2014

sul blog di Bicco...

e poi ci sono gli spazi come prima o poi..., spazi spudoratamente embedded, perché crediamo di poter considerare Luigi Bicco ormai un amico, eppure il suo plauso alla nostra più recente creatura letteraria non lo davamo per scontato. Grazie della considerazione, old boy...
«...A guardare gli stralci dei vari articoli che Omar stesso ha riportato sul suo blog, sembra che questa sua ultima fatica abbia goduto di una buona promozione e in tanti ne hanno parlato parecchio bene. Molti hanno accostato la sua scrittura a Faulkner e a Tarantino. Per quel poco che ho letto di Faulkner, sono d'accordo (anche perché so che è una delle muse dello scrittore salentino), ma del secondo ho trovato poco o nulla e, anzi, credo che in un certo qual modo il paragone svilisca il lavoro del Di Monopoli (perché uno fa il regista e lo sceneggiatore e l'altro lo scrittore).
Ma te la faccio breve e ti dico subito che Aspettati l'Inferno è una bellissima raccolta di racconti che va premiata prima di tutto per la coerenza (laddòve non senti troppo distacco tra un racconto e l'altro, nonostante siano magari ambientati in epoche e luoghi diversi) e poi per uno stile prezioso e mutevole. Il solito, insomma, quello di Di Monopoli, capace come pochi di lasciarti a bocca aperta. Un misto tra un meraviglioso dialetto salentino, che ammetto in parte di conoscere ed apprezzare, e un italiano ricco e forbito, ma in nessun caso stucchevole. Mai. E sta proprio qui, il bello della sua scrittura.
10 racconti intimi e diversi ma accomunati dalla disperazione e da una terra piena di bellezza, ma anche di idiosincrasie per le regole, per le leggi, per i mostri e anche per la normalità (e parlo delle terre protagoniste di questi racconti, non di quelle vere alle quali sono ispirate). 10 racconti colmi di rancore, violenza e devastazione, come di amore e speranza. Tutti ricchi di citazioni che si rifanno ad una certa letteratura di genere, alle credenze popolari (come nel caso del bellissimo Nostro Signore L'Uomo Purpu), alle paure primigenie (Sputazza From Outer Space) e anche a quella cultura cinematografica pop (come nel divertente Rave Party, omaggio spassionato e sincero al film Tremors) che ha segnato la generazione dell'autore come anche quella di chi scrive, tanto per capirci». [qui la versione integrale]

venerdì 29 agosto 2014

b/n atroce e cristallino...

Diretto da Richard Brooks nel 1967, In Cold Blood è la prima, splendida trasposizione del celebre romanzo omonimo firmato da quel geniaccio di Truman Capote, a sua volta basato su un turpe fatto di cronaca che sconvolse la società perbene americana del secondo dopoguerra.
Brooks, che si era imposto nel cinema degli anni Quaranta come sceneggiatore di pellicole low budget tipo Selvaggia Bianca, arriva all'opera di Capote dopo collaborazioni di grande livello (aveva ad esempio lavorato con Don Siegel allo script di Gangsters), nonché a seguito dello straordinario successo del suo debutto dietro la macchina da presa, avvenuto con quel piccolo gioiello che è il seme della violenza (1955). Per raccontare la tragica vicenda di cronaca al centro del libro (il massacro di una famiglia di campagna da parte di due sbandati senza arte né parte), il regista di origine russa sceglie un ruvido e toccante bianco e nero che imprime alla pellicola quel giusto distacco necessario a mostrare gli eventi con oggettività quasi brutale.
La coppia omicida, interpretata con efficacia da Robert Blake e Scott Wilson (quest'ultimo uno dei più grandi caratteristi del dopoguerra nonché il vecchio veterinario della serie The Walking Dead) verrà giustiziata in un finale livido e privo di compiacimento, che non reca sollievo né soddisfazione allo spettatore ma, anzi, lo lascia attonito e quasi alienato, sorta di muto testimone di una comune vicenda di atrocità gratuita in cui paradossalmente sia vittime che carnefici finiscono per riflettersi in un'unica immagine: pedine senza alcuna guida in un paesaggio brullo e dimenticato da Dio come era (ed è) la provincia rurale americana del sud degli Stati Uniti. Spettacolo.

giovedì 28 agosto 2014

le Grandi Sorelle di D'Attis...

Teresa ed Ester Malina sono nate e cresciute a Passignaro salentino, paesino inventato ma molto verosimile. La minore, cubista nei locali notturni quando non bada a un anziano professore, e la più grande Ester - bodybuilder e personaggio chiacchierato degli ambienti romani, emblema di una notorietà fatta di copertine e scandali dove l’apparire risucchia l’essere senza scampo - sono sorelle eppure (fin dall’infanzia) estranee e distanti. Così, ognuna a suo modo, vive una solitudine esasperata: eredità di una famiglia slacciata, in parte complice e nello stesso tempo vittima della luce fluorescente della celebrità di Ester, e per questo destinata a disintegrarsi. In questo contesto di dispersione, tipico di un mondo fatto di social network, gossip e frivoli microuniversi com’è quello attuale, il senso della vita risulta dissipato, gli spiriti giovanili si snaturano mentre la crisi intergenerazionale imbambola gli adulti e rende aggressivi gli anziani. Del resto, i vecchi fanno cose strane proprio come i giovani, ma è (forse) la loro indebolita lucidità a fornirli di una corazza che, assieme ai ricordi, li preserva dal totale disorientamento. Grandi sorelle è un romanzo nuovo, costruito sui disincantati frammenti di coscienza e di vita di Teresa, una ragazza che, mentre parla a se stessa, sembra guardarsi allo specchio e interrogarsi sulle proprie possibilità di emancipazione, nella faticosa ricerca di un “altrove” che appare simbolico quanto il sud da cui proviene.

Nino G. D’Attis è nato nel 1966 e vive attualmente tra Roma e il Salento. Ha pubblicato i romanzi Montezuma airbag your pardon (Marsilio, 2006) e Mostri per le Masse (Marsilio, 2008), oltre a numerosi articoli e racconti apparsi su riviste e antologie di narrativa contemporanea. Grandi Sorelle (Ed. Lupo) è il suo terzo romanzo.

mercoledì 27 agosto 2014

sangue sullo spartiacque...

La bella faccia crepacciata di Ed Harris torna a solcare le lande torride della frontiera americana, ed è difficile immaginare una silhouette meno maestosa e western della sua mentre avanza a cavallo di uno splendido roano nero in Frontera, solida pellicola diretta da Michael Berry con Eva Longoria, Michael Peña, Amy Madigan, Mia Stallard, Kristen Rakes, Seth Adkins, Julio Cedillo, Lora Martinez-Cunningham, Matthew Page, Rebekah Wiggins e Dylan Kenin
Il film, ambientato ai giorni nostri, torna in quella zona calda e problematica assurta ormai nell'ultimo decennio a vero e proprio topos cinematografico: il confine tra gli Stati Uniti a stelle e strisce e il Messico (ricettacolo di grandi e piccole storie non solo per il grande schermo: The Bridge e Breaking Bad, due serie televisive di enorme successo, vertono in fondo sulle medesime coordinate geografiche).
Quaggiù il povero Miguel, padre laborioso e devoto marito, attraversa illegalmente la frontiera e - per una serie di circostanze indipendenti da lui - viene ingiustamente accusato di aver ucciso la moglie di un ex sceriffo (Harris appunto). La moglie incinta del messicano (la disperate housewife più burrosa del gruppo, qui molto ispirata e assai convincente) finisce nelle mani di coyotes corrotti durante un vano tentativo di andare incontro al marito. Ne passerà davvero di brutte, ma per fortuna intanto l'ex-sceriffo s'incaponisce ad indagare sulla morte della moglie sino a dissotterrare inquietanti prove che portano a galla le turpitudini di quel mondo a metà tra i due stati. Sarà il redde rationem.
Lungometraggio dal retrogusto classico, ben fotografato e raccontato senza virtuosismi (ma con uno scenario simile a disposizione basta poco: la steppa di canyon e rovi rotolanti fa da sola quanto basta per mozzare il fiato allo spettatore) il film si fa guardare con piacere, affrontando alcuni temi specifici del genere (l'immigrazione, l'animo diviso di chi popola quelle terre, la criminalità a ridosso del limitone) senza troppi rovelli né originalità (cosa avrebbero fatto i Coen con uno script simile?). In certi punti rievoca la dolorosa elegia di Le tre sepolture, altro fantastico film ambientato nelle medesime zone, ma stiamo parlando di diversi gradienti di poesia e sensibilità.
Asciutto, appassionante, sicuramente da vedere. In Italia arriva in settembre.

lunedì 25 agosto 2014

un lamento blues...

una pellicola in puro stile southern-gothic, questo eccellente Blake snake moan, il «lamento del serpente nero» che in gergo blues (il titolo è prelevato di forza da un pezzo degli anni Venti di Blind Lemon Jefferson) simboleggia la rabbia di chi è divorato dal tradimento.
La storia vede la giovanissima Rae (una Christina Ricci davvero esuberante, capace di mettersi a nudo - in tutti i sensi - davanti alla cinepresa) vittima di un serio disturbo del comportamento sessuale che prevede la soddisfazione compulsiva del desiderio e per il quale diventa un vero e proprio bersaglio per ogni maschio del piccolo sobborgo agrario in cui vive, nel profondo sud del Tennessee. A salvarla dal vortice di vizio e depravazione s'incaricherà l'anziano Lazarus (Samuel L. Jackson), un rude contadino di colore - nonché bluesman - abbandonato dalla moglie (è lui il cantore del blake snake moan del titolo), che rapisce e relega nella propria casa la focosa Rae. Il suo intento non è solo di sottrarla ad abusi più o meno consensuali, ma di renderla conscia delle proprie libertà e dignità di persona, cercando così di darle una possibilità di riscatto.
In questa vibrante pellicola diretta da Craig Brewer nel 2006 (da noi naturalmente uscita direttamente in dvd, perché non sia mai che la popolazione afflitta la letargia catatonica possa venire scossa da un prodotto troppo discostante dal piattume paratelevisivo imperante) la Ricci fa un lavoro magnifico nel ruolo della ninfomane ribelle dal passato zeppo di abusi, facendone un personaggio torbido ma che nel profondo dell'animo vorrebbe solo riuscire a provare un sentimento vero (ci riuscirà alla fine con Justin Timberlake, qui nella parte di un vulnerabile terrone preda di attacchi d'ansia). In slip bianchi e poco altro indosso, l'attrice passa buona parte del film attaccata a una grossa catena, riuscendo a renderla una cosa credibile (siamo nel deep south, d'altronde, e queste cose succedono anche da noi!). 
Solita prova maiuscola per Samul Jackson, che per interpretare il contadino chitarrista ha imparato davvero a suonare lo strumento, e colonna sonora da sturbo: una succulenta compilation di pezzi che rendono il film una sorta di vero e proprio disco d'ascolto.

sabato 23 agosto 2014

Il mitico G.M. (3°parte)

Gli Speciali
Questa volta mi dedico un po’ agli Speciali, a quei libri, insomma, curati spesso da Mauro Boncompagni e da Stefano Di Marino che mettono insieme romanzi o racconti su determinati argomenti. Me li sono beccati tutti ma qui ne citerò solo alcuni.
A dir la verità all’inizio era Supergiallo e ci aveva messo lo zampino pure Alan Altieri con Anime Nere sul quale mi divertii un po’ sfacciatamente anche a dare dei voti in maniera ironica (perdonatemi). Dunque non perdetevi gli Speciali. Sotto la guida di Boncompagni, dicevo, sono diventati davvero speciali (qui).
Ci si trova di tutto. Pure una serie di signorine zitelline che non sono da meno dei maschietti (anzi!) nello scovare intrepidi assassini. Prendete Le signorine omicidi colpiscono ancora e Le signorine omicidi per rendervene conto. Qui abbiamo Miss Silver, Norma Boyd, Hildegarde Withers, Sarah Keate, Mammina (non scherzo) e Miss Marple a offrirvi qualche esempio della loro abilità investigativa basata, o su una specie di infallibile istinto (femminile, s’intende), o su una straordinaria, stringente logica deduttiva (e non manca neppure il sorriso).
Se le detective in gonnella non vi danno soddisfazione buttatevi pure sui gatti. Non vi prendo in giro. Sfogliate Il gatto che conosceva gli astri di Lilian Jackson Braun e vi troverete in compagnia con gatti particolari come Koko e Yum Yum, il primo che riesce a intuire il chi, il come, il perché, e il luogo dove era avvenuto il crimine, e cercava di comunicare i propri sospetti, il secondo, pardon la seconda, intelligente, ricca di inventiva, furba, che nasconde le prove sotto il divano e sotto il tappeto.
In uno Speciale che si rispetti non mancano, non devono mancare, i veleni come in Veleni letali di John Dickson Carr, Hillary Waugh, Anthony Berkeley. Lunedì 7 giugno Roger Chapman, vice sovrintendente della scuola di Stockford nel Connectict, siede a tavola con la moglie Betty, insegnante di scuola alla media superiore. Tra le altre cose da mettere sotto i denti cipolle alla panna di un sapore terribile. Così come terribile è la sua morte da stricnina e anche la moglie se la vede brutta. Vi propongo l’inizio di uno dei tre racconti tanto per stuzzicarvi l’appetito.
E non deve mancare nemmeno il sesso intrecciato con la morte come in Eros & Thanatos. Questo, mi ricordo, era a cura di Stefano Di Marino con una lunga trenata di autori, soprattutto al femminile.
Morte, dunque, e sesso. Anzi, prima sesso e poi morte. Naturalmente. Spiattellato in tutte le salse, sviscerato nei suoi più intimi segreti con tecnica sopraffina. Come solo le donne sanno fare. Su questo alzo le mani e mi arrendo. Sesso ed erotismo sottile, seducente, coinvolgente, sporco, cattivo, perverso e violento.
E poi gelosia tremenda e tremenda vendetta, ma anche amore, via, la voglia d’amore, il desiderio d’amore, di un sorriso, di una carezza che non c’è e allora il coltello che fende e che squarcia, il sangue che sprizza. Sangue, sangue e sangue in tante, forse troppe pagine come simbolo di vendetta (già detto) e di riscatto. Racconti forti, duri, al limite della sopportazione e finali talora imprevisti e spiazzanti. Ai giorni nostri o nel Medioevo il risultato non cambia. La morte violenta d’amore si fa largo fra le maglie del tempo, per insediarsi dappertutto, perfino nei luoghi di pace e di preghiera dove il Male dovrebbe tenersi lontano.
Una prosa ricca di molte sfaccettature, ora nervosa, scattante, in un certo senso ripetitiva e martellante a punzecchiare, a mordere, ora più lenta e pacata, sottile, sinuosa nei meandri dell’animo e nelle viscere del corpo, ora di più ampio respiro. Insomma una notevole padronanza del mezzo espressivo con qualche inevitabile ingenuità e ridondanza.
E non mancano, sempre nei nostri magnifici Speciali, nemmeno le “canzoncine” tremende che preannunciano momenti di sangue. Vedi Melodie di morte di Jonathan Stagge, Robert Goldsborough, Cornell Woolrich. Nella introduzione Mauro Boncompagni ce lo dice apertamente. Certe ballate o filastrocche nel romanzo poliziesco sono di una sfiga pazzesca. Portano morti ammazzati a go-go. E ne fa una lista impressionante. Fra cui quelle inserite in queste tre chicche che presento interamente.
Partiamo dalla prima Dolce, vecchia canzone di morte di Jonathan Stagge.
Un gruppo di amici a un picnic, qualcuno canta un’antica ballata. Cala la sera, scoppia un temporale, e al rientro mancano all’appello due gemellini. Giacciono in uno stagno, uccisi seguendo le parole della canzone. E finché il dottor Westlake non fermerà il loro assassino, la sinistra filastrocca continuerà a scandire omicidi. In breve c’è il dongiovanni rubacuori, la classica persona mancante occupata da altra parte, questioni sentimentali, una collana pregiata, una segheria con mistero incorporato. Ma c’è, soprattutto, la sfilza dei morti ammazzati che si rimpolpa sempre più. E il dottor Westlake, insieme all’ispettore Cobb, che cerca di svelare il vero volto dell’assassino. Un pazzo pericoloso (e un po’ di pazzia serpeggia in qualche famiglia) o un terribile programmatore di morte?...Brividoso.
Nero Wolfe: delitto in mi minore di Robert Goldsborough.
Lettere di minaccia perseguitano il direttore della New York Symphony Orchestra. Interpellato dalla nipote del musicista, Nero Wolfe accetta il caso in nome di un antico debito di gratitudine. Chiaro che lo zio si ritrova morto ammazzato con un tagliacarte infilato dietro la schiena. Solito quadretto umoristico nella vecchia casa arenaria nella Trentacinquesima strada Ovest, vicino allo Hudson, con Archie Goodwin a raccontare la storia e flirtare con Lily Rowan, Nero Wolfe stravaccato in poltrona a bere birra, Theodore Horstman a vigilare sulle diecimila orchidee e Fritz Brenner a preparare succulenti menu. Questa volta il caso è complicato e il “poltronista” (mio conio) per eccellenza è costretto a chiedere l’aiuto dei suoi abituali collaboratori e a un investigatore privato di Londra. Poi, quando incomincia a muovere ritmicamente le labbra, il caso è risolto. Leggero e frizzante.
Passi che si avvicinano di Cornell Woolrich. Ceil è una ragazza che adora il jazz. Almeno una volta alla settimana, suo padre la vede tornare a casa con un nuovo disco. Lei lo suona e lo suona ancora, ad oltranza, prima di staccarsene e passare al successivo. Ma nell’ultimo c’è qualcosa che non va. Matt Molley, il cantante, geme in modo più “realistico” del solito. Ohhh, sto male: Ohhh, muoio al posto del conosciuto verso. Impossibile, via. O possibile? Una perla. Intanto beccatevi questi. Per il resto vedremo in seguito. [by Fabio «boss» Lotti]

giovedì 21 agosto 2014

«Stark» comincia così...

«Ernie Stark non era la persona più perbene sulla terra. Chiedetelo agli amici. Sempre che li avesse. Era un imbroglione di mezza tacca che sognava costantemente di fare il colpo grosso. Quello che lo avrebbe fatto vivere da gran signore. Ma il più delle volte restava fregato. Se non dal pollo di turno, dalla polizia. Prendete la situazione in cui si trovava adesso. Per colpa di uno stupido arresto mentre era ancora in libertà condizionata, si ritrovava cuore a cuore con gli sbirri. Stark aveva intrallazzato parecchio, ma quello dello spione, del confidente della polizia, non era un ruolo che gli andava a genio. O abbozzava o tornava dentro. Meglio fare il confidente, fuori. Gli sbirri sapevano che Momo, il suo amico hawaiano, spacciava stupefacenti. Robetta: non volevano lui. Volevano il suo fornitore. Se arrestavano Momo, l'anello successivo nella catena dello spaccio si sarebbe dileguato. Avrebbero arrestato anche l'hawaiano se fossero venuti a sapere dove teneva nascosta la mercanzia. E così prendevi uno come Stark, per entrarci in confidenza e scucirgli il nome del fornitore. - È una parola, - disse fra sé Stark, seduto con Momo al bar del loro night-club preferito. Era il 1962 il Panama era il locale più in voga di Oceanview.»

da Stark
Edward Bunker (Einaudi Stile Libero)

martedì 19 agosto 2014

so long, Menahem...

(ricordiamo anche noi la morte di un grande regista e produttore, rimandandovi all'appassionato saluto che oggi gli fa il sito de i400calci).

venerdì 15 agosto 2014

Wolfe e il suo A Man in Full!

«In sella al suo cavallo preferito, Charlie Croker tirò indietro le spalle per essere sicuro di stare dritto e trasse un profondo respiro... Ahhh, ecco la posizione giusta... Amava il modo in cui il possente torace gli si gonfiava sotto la tenuta cachi, e immaginava che tutti i partecipanti alla battuta di caccia avrebbero notato la sua prestanza fisica. Tutti. Non solo i sette ospiti, ma anche i sei dipendenti e la giovane moglie, a cavallo dietro di lui vicino ai muli che tiravano il buckboard e il carro dei cani. Per sicurezza, allargò e gonfiò i muscoli più potenti della schiena, i latissimi dorsi, in una personale interpretazione di un pavone. Sua moglie, Serena, aveva solo ventotto anni, mentre lui ne aveva da poco compiuti sessanta ed era mezzo calvo, con una striscia di capelli ricci e grigi ai lati della testa e sulla nuca. Non perdeva quasi mai l'occasione di rammentarle che corda spessa - anzi, che cavo d'acciaio - lo legasse ancora alla vitalità primitiva e animalesca della sua giovinezza.»

Un uomo vero - Tom Wolfe (Ed. Mondadori)

lunedì 11 agosto 2014

Angelini su La Voce di Ravenna...

«Dunque volevo scrivere di questo scrittore che ho scoperto grazie a un incontro sulla spiaggia per presentare il suo ultimo libro. È Omar Di Monopoli che era al Molo TreZero in una delle mille freddissime sere di questa estate e che lì ha toccato con mano il suo libro fresco di stampa...
Una raccolta di racconti nel suo stile che, ho scoperto, viene definito vagamente “western”, lui ha questo mito della letteratura del sud statunitense che mescola all’elemento noir e grottesco con l’effetto di scrivere storie pazzesche, con personaggi che definire disadattati sarebbe un eufemismo, in famiglie violente, comunità intrise di odio e rancori, giovinezze spezzate, corpi derisi. In tutto questo, riesce a fare (anche) molto ridere. Ma tutti questi ingredienti che potrebbero (ed è sicuramente il rischio che maggiormente corre) portare a un stile un po’ di maniera, sono raccontati con una lingua che incanta, densissima, a tratti faticosa. Un mix di dialetto salentino e di italiano forbito a tratti aulico che non disdegna la poesia. Una meraviglia. Una sovrabbondanza a cui non siamo abituati, una, oserei dire, spavalderia (linguistica) davvero mirabile. Questa raccolta di racconti arriva dopo tre romanzi, ma in un certo senso è un romanzo in sé  anche se le storie cambiano di epoca, ambientazione, genere, il loro perimetro poetico è chiarissimo e il medesimo (oltre che quello geometrico). Storie per chi è in cerca di emozioni forti e non certo del libro in cui ritrovare la propria quotidianità (se quella dei protagonisti è la vostra quotidianità siete probabilmente semi-analfabeti)». [qui l'originale]

giovedì 7 agosto 2014

...oltre l'inferno

(qualche scatto moderatamente "arty" della serata di presentazione di Aspettati l'inferno a Manduria del 27 luglio. Le foto sono opera di Paola Pasanisi e potete ammirarle nella loro interezza quaggiù)