martedì 21 aprile 2015

l'inferno a Veglie...

(anche il titolare sarà impegnato giovedì 23 per la campagna #ioleggoperché con la presentazione di Aspettati l'inferno a Veglie, nel leccese, presso la biblioteca comunale cittadina).
L’appuntamento rientra nell’ambito delle proposte del progetto nazionale #ioleggoperché, l’iniziativa promossa per sensibilizzare alla lettura quanti non leggono o leggono poco, in occasione della Giornata mondiale del Libro e del diritto d’autore che cade proprio il 23 aprile. Il progetto è un invito all’azione per tutti coloro che credono nel valore del libro e della lettura.
Università, scuole, piazze, librerie, biblioteche, supermercati saranno gli snodi di un evento diffuso, idealmente unito dai treni - grazie a una collaborazione speciale con il Gruppo Ferrovie dello Stato Italiane - su cui il 23 aprile saranno presenti i cosiddetti Messaggeri, dei volontari che nel corso della giornata distribuiranno gratuitamente i 24 libri, riediti per l’occasione, messi a disposizione proprio per instillare il desiderio di leggere in quanti non lo fanno. Si darà vita, quindi, a una rete fisica ma anche a una piazza virtuale e social, grazie alla piattaforma www.ioleggoperché.it, create con un unico obiettivo: contagiare alla lettura chi non conosce il piacere dei libri.
- PIAZZA UN LIBRO: dalle 10:00 alle 13:00 Piazza Umberto I, la piazza principale del paese, diventerà una biblioteca a cielo aperto, nella quale a tutta la cittadinanza verranno offerte una serie di proposte legate ai libri e alla lettura. Alle 10:00, quanti lo vorranno, potranno recarsi in piazza con un libro, e qualcosa di rosso addosso, e dar vita al grande flashmob di reading collettivo ad alta voce: rappresenterà l’avvio ufficiale della manifestazione. Al centro della piazza sarà presente uno stand dove verranno distribuite gratuitamente le opere riedite dall’Associazione Italiana degli Editori e un angolo dedicato al bookcrossing per scambiare testi e consigli di lettura.
- LEGGO IN TRENO: nel pomeriggio i volontari saranno impegnati nella distribuzione dei libri del kit di #ioleggoperché sui treni delle Ferrovie del Sud-Est, sulla tratta che dalla stazione di Salice-Veglie (LE) arriva a quella di Martina Franca (TA). I Messaggeri accompagneranno i viaggiatori con delle letture di romanzi o poesie che descrivono e raccontano il territorio che la vettura attraverserà. Quanti lo vorranno, potranno vivere questa esperienza con i volontari, recandosi alle 16:30 alla stazione di partenza.
- UNA SERA IN BIBLIOTECA: a partire dalle 20:30 infine, la Biblioteca sarà straordinariamente aperta per ospitare lo scrittore Omar Di Monopoli (autore per ISBN Edizioni) che si intratterrà con il pubblico e racconterà dei suoi libri e della sua esperienza con la lettura. Nel contempo sarà possibile usufruire del prestito interbibliotecario oppure assistere, in diretta da Milano, al grande evento #ioleggoperché trasmesso da Rai3.

lunedì 20 aprile 2015

mah, magari...

tre gialletti sul comò

Sono i miei, via…
La passione per il giallo l’ho avuta sin da piccolo quando, frugando per caso in una cantina di un mio cugino, mi ritrovai fra le mani una avventura di Perry Mason pubblicata dalla Mondadori sulla cui copertina campeggiava il volto del noto attore americano Raymond Burr (molti lo ricorderanno come uno dei protagonisti de La finestra sul cortile di Hitchcock, quello che ha fatto la felicità di tanti depressi mariti tagliando a pezzi la moglie) che è stato uno degli interpreti principali, se non l’unico, di questo popolare avvocato (l’ho scritto decine di volte).
La passione per gli scacchi è avvenuta, invece, molto più tardi e precisamente nel 1972 al tempo dell’ormai mitico incontro Spassky-Fischer nella gelida Islanda. Fu un mio scolaro del liceo scientifico “Galileo Galilei” di Siena, più precisamente l’attuale Presidente del circolo di scacchi del CRAL del Monte dei Paschi Alessandro Patelli, a condurmi lungo le strade tormentate della scacchiera. Non so se abbia fatto bene o male. Ai posteri…
Se si mettono insieme queste due passioni qualcosa deve nascere per forza. D’altra parte le due “attività mentali” hanno molto in comune. «Il giallo è come una partita a scacchi: assassino, vittima e complice si muovono sempre secondo una logica ferrea come pedine su una scacchiera; poi arriva il detective che conosce le regole del gioco e riesce immancabilmente ad acciuffare il colpevole» scriveva la giornalista Paola Sorge diverso tempo fa su Repubblica presentando La promessa di Friedrich Durrenmatt che in realtà si svolge in maniera del tutto diversa dal giallo tradizionale. E così, dopo avere per lungo tempo scritto e pubblicato libri di pura teoria scacchistica, mi è venuto in mente di trovare un punto di incontro tra queste due passioni: un giallo che avesse uno stretto rapporto con gli scacchi. Un personaggio del bel romanzo La tavola fiamminga di Perez-Revert afferma ”Io dico che, più che con l’arte della guerra gli scacchi sono strutturalmente correlati con l’arte dell’assassinio”. Non è una novità assoluta. Alcuni giallisti di chiara fama si sono già cimentati in questa affascinante impresa. Ricordo, per esempio, la già citata regina del giallo Agata Christie che in Poirot e i quattro fa usare all’omicida un pezzo degli scacchi per uccidere il suo avversario. L’Alfiere di Re del bianco è attraversato da un elettrodo e il circuito elettrico si chiude nella casa b5, così quando il suo avversario muove il suo Alfiere da f1 in b5 viene fulminato e muore di paralisi cardiaca. Questa idea è stata poi ripresa (si copia dappertutto!) da Roberto Gravina in Eterodelitto. Con un vermicida liquido e trasparente ricopre l’Alfiere nero che serve per uccidere, vedi un po’, la moglie. A proposito di Alfiere esso è lo pseudonimo usato dall’assassino per una serie di delitti in L’enigma dell’Alfiere di S.S. Van Dine il creatore del celebre aristocratico investigatore Philo Vance interpretato magistralmente, ai suoi tempi, alla televisione da Giorgio Albertazzi. Questo elemento del rapporto scacchi-crimine si ritrova anche in Scacco a Nero Wolfe di Rex Stout interpretato questa volta, sempre magistralmente, sempre ai suoi tempi, e sempre alla televisione dall’indimenticabile Tino Buazzelli, e ne La mossa del cavallo del noto Camilleri l’ispettore capo Giovanni Bovara (e non Montalbano come qualcuno potrebbe credere dalla associazione dei due nomi che viene spontanea) pensa alla mossa di questo pezzo degli scacchi per saltare ed evitare le trappole tesegli dagli avversari. Tale rapporto lo si ritrova perfino nell’antica Roma. La scrittrice Danila Comastri Montanari (ha un suo bel sito in internet) che ha creato il “detective” Publio Aurelio Stazio nel libro Cui prodest? fa uccidere da un serial killer dell’epoca giovani schiavi lasciando come firma un pezzo dei latruncoli, l’antico gioco degli scacchi romano. E qui mi fermo lasciando la possibilità di saperne di più (molto di più) dalla lettura Giallo-Scacchi- Racconti di sangue e di mistero a cura di Mario Leoncini e del sottoscritto, Ediscere 2008, dove si possono trovare racconti di autori già affermati come Massimo Pietroselli, Enrico Solito, Riccardo Parigi e Massimo Sozzi, Sabina Marchesi, Elena Vesnaver ecc…
Insomma mi sono detto che anche io potevo aggiungere qualcosa di più o meno buono lungo questa strada cercando, in tal modo, di attirare l’attenzione di un pubblico più vasto verso gli scacchi. È così nato Partita a scacchi con il morto, Prisma 2008, nel quale, tra le altre cose, vi è inserito anche il breve racconto giallo che ha dato il titolo al libro. Siamo proprio al CRAL del Monte dei Paschi quando il cavaliere Pelosi (la scelta del cognome non è casuale ma tende a rendere la vittima poco simpatica) viene trovato morto avvelenato alla chiusura del locale nella stanza adibita agli scacchi. E’ la prima avventura del commissario Marco Tanzini di Siena che riuscirà a risolvere il caso aiutato dalla conoscenza di un famosissimo giallo di Agata Christie Assassinio sull’Oriente Express.
In seguito ho buttato giù Chi ha ucciso il campione del mondo? Scacchi e crimine, (la seconda parte sempre di Mario Leoncini) ancora pubblicato dalla Prisma di Roma, un giallo più corposo che tenesse conto e sviluppasse alcuni spunti interessanti presenti nel primo:
1) La passione del commissario Marco Tanzini per i gialli, la letteratura e la bellezza artistica della propria città.
2) La sua incapacità a stabilire un rapporto duraturo con le donne.
3) Il solito scontro burrascoso per telefono con il suo superiore Silvestri.
4) Gli scontri più o meno divertenti con il sottoposto Manganelli.
Detto questo il presente lavoro è ben più complesso del precedente. Basti pensare che i personaggi che lo popolano sono almeno una ventina, tra i quali spiccano gli otto Grandi Maestri, che si contendono un super torneo di scacchi a Siena.
Il campione del mondo ne è la punta di diamante, ma già alla presentazione nella sala del CRAL del Monte dei Paschi appare, all’occhio esperto del commissario in pensione Marco Tanzini, agitato e nervoso. Al primo turno del giorno successivo vince in maniera un po’ sospetta (sarà un certo insegnante Bafio Tolti a ricostruire la partita con il computer insieme al commissario) e la mattina seguente viene trovato barbaramente ucciso con i pezzi della sua scacchiera nella suite dell’albergo dove alloggia con gli altri partecipanti. Chi ha compiuto un delitto così efferato? Tutti gli avversari hanno qualche motivo per esserne considerati i possibili esecutori ed il commissario, richiamato in servizio dal suo ex superiore, si ritrova con una brutta gatta da pelare anche perché spinto dalle autorità locali a risolvere il caso il più presto possibile per non compromettere il buon nome della città.
Questa semplice trama, caratteristica di ogni giallo che si rispetti, mi ha offerto l’occasione (ecco qui il mio vero intento) di dipingere in maniera sostanzialmente umoristica tutta una galleria di personaggi che gravitano attorno al mondo delle sessantaquattro caselle, compreso il sottoscritto, o che vivono istintivamente la loro semplice quotidianità e mi ha permesso ancora una volta di lumeggiare alcuni aspetti culturali e artistici di Siena (le due Maestà di Duccio di Buoninsegna e di Simone Martini, gli affreschi del Palazzo Pubblico di Siena, un grandioso ritrovamento di un affresco nella cripta del Duomo di Siena della cui attribuzione non siamo ancora certi, il pavimento restaurato dello stesso Duomo, la libreria Piccolomini) e di dare qualche “pizzicotto” ai politici.
Ultimo nato La diabolica setta di Caissa - Scacchi e sesso Prisma 2006 (seconda parte ancora di Mario Leoncini) dove il morto ammazzato è il preside di una scuola media trovato con il cranio fracassato da una statuetta di marmo raffigurante un cavallo e, in una parte intima del corpo impressa a mo’ di stigmate, una piccola scacchiera con un diavolo nero al centro. Qui mi fermo che ho già occupato parecchio spazio.
Per chi vuole vedere un po’ come se la cava il vecchio Lotti, pericolante sulla tomba aperta, qui cerco di creare una certa atmosfera di mistero durante il super torneo di scacchi a Siena. Un saluto a tutti. (Fabio Lotti)

domenica 19 aprile 2015

Roy Bean e il west che muore...

Scritto da un giovane - ma evidentemente già dotatissimo - John Milius, L'uomo dei sette capestri (1972) racconta la vita dello stralunato giudice (e barista) texano Roy Bean, figura storica tra le più discusse dell'epopea western, che amministrava la giustizia con metodi decisamente poco ortodossi facendo larghissimo - quanto arbitrario - uso del patibolo nei suoi sommari processi. Il sempre monumentale regista John Huston si serve di questo straordinario personaggio borderline per allestire una bella parabola crepuscolare intrisa di surrealtà, ironia, gusto per il grottesco e una buona, indiscutibile dose di epica americana. Enorme contributo alla riuscita del progetto è fornito però dalla solida interpretazione di Paul Newman nel ruolo del bandito che a un certo punto della sua carriera decide di passare dalla parte della legge autoproclamandosi giudice e nominando suoi aiutanti una eterogenea banda di tagliagole. Si troverà a dover difendere la frontiera dall'avanzata di una nuova, avidissima America. Huston tratteggia con pochi abili guizzi il ritratto di un personaggio pittoresco che passa dalla sua professione di killer a quella di giustiziere senza modificare granché i suoi metodi. Ma è l'America che sta cambiando attorno a lui: la satira insita nella pellicola è sferzante. Ava Gardner bellissima e matronale nei panni della cantante Lily Langtry - una vera ossessione per il giudice, pare anche per il Roy Bean storico - fa una memorabile, godotiana apparizione alla fine.

venerdì 17 aprile 2015

l'inferno su Stato Quotidiano...

«[...] Fratelli contro fratelli, madri contro figli, figli contro padri, fidanzati contro suoceri, sessualità becera, animale, amori vietati più che impossibili, donne delle paludi, biscioni di spazzatura, pescherecci e contrabbandieri, pistole fumanti, giostre abbandonate, givani drogati, vagabondi e sballati, sangue sulle pietre. C’è tutto questo nei racconti di Omar Di Monopoli. La fantasia che si fonde alla realtà. La leggenda che si mischia al quotidiano. La letteratura che attinge a piene mani nel vero. Qualcuno l’ha paragonato a Quentin Tarantino. Ma, a dispetto del cognome, a Tarantino manca tutta la rovente antropologia del Sud, quella Puglia che invece alberga negli occhi di Omar. Per questo, a noi piace pensarlo originale. Che è già tanta, tantissima roba.»
(Piero Ferrante per Stato Quotidiano, continua qui)

io sono tuo padre...


(ok, ne parlano tutti in rete, è uscito il secondo teaser e noi siamo emozionati, entusiasti, trepidanti - ma ancora un po' guardinghi!)

giovedì 16 aprile 2015

un grande scrittore, un nuovo editore...

Nella cittadina di Holt, in Colorado, Dad Lewis affronta la sua ultima estate: la moglie Mary e la figlia Lorraine gli sono amorevolmente accanto, mentre gli amici si alternano nel dare omaggio a una figura rispettata della comunità. Ma nel passato di Dad si nascondono fantasmi: il figlio Frank, che è fuggito di casa per mai più tornare, e il commesso del negozio di ferramenta, che aveva tradito la sua fiducia. Nella casa accanto, una ragazzina orfana viene a vivere dalla nonna, e in paese arriva il reverendo Lyle, che predica con passione la verità e la non violenza e porta con sé un segreto.
Nella piccola e solida comunità abituata a espellere da sé tutto ciò che non è conforme, Dad non sarà l’unico a dover fare i conti con la vera natura del rimpianto, della vergogna, della dignità e dell’amore.
Kent Haruf affronta i temi delle relazioni umane e delle scelte morali estreme con delicatezza, senza mai alzare la voce, intrattenendo una conversazione intima con il lettore che ha il tocco della poesia. Questo libro è per chi ama rileggere i classici e vorrebbe perdersi negli sconfinati spazi della pianura americana (o nelle fotografie di Robert Adams), per chi desidera un cappello da cowboy anche se forse non lo indosserà mai, per chi nutre una sorta di fiducia razionale nel genere umano e crede che le verità gridate siano sempre meno vere di quelle suggerite con pudore.

«Benedizione conferma che non c’è fine alle storie che Haruf può raccontarci né c’é fine al suo regalarci ogni volta uno linguaggio duraturo e bellissimo.» - Paul Elie, The New York Times Book Review

Kent Haruf 
Benedizione - (NN Editore)

mercoledì 15 aprile 2015

...bentornato scavezzacollo!

(anche oggi, come spesso nell'ultimo periodo, abbastanza di frettissima - nuovi esami medici e cazzi vari incombono, perché purtroppamente siamo costretti a tornare sotto i ferri molto presto, per cui non ci si stupisca di spudorati ricicci di post ormai anziani - però due parole sul nuovo, fiammante Daredevil della Netflix vogliamo dirle: abbiamo visto i primi cinque episodi, e ci sembra che finalmente il cornetto della Marvel abbia avuto la trasposizione filologicamente corretta ed estremamente noir che si meritava: rappresentazione cruda e realistica di Hell's Kitchen, poteri ed abilità dell'eroe plausibili e azione ritmata il giusto, con qualche picco di sana iperviolenza. Una nota di sicuro merito anche agli interpreti: splendido e garbatamente muscolare il protagonista Charlie Cox e bella e deliziosa Deborah Ann Woll nei panni di Karen Page, ma come spesso in questi casi la figura del gigante la fa il cattivo, qui un monumentale Vincent D'Onofrio nel ruolo di un inquietante oltreché spietatissimo Kingpin. Che dire? Una stradannata, entusiasmante serie da non perdere!)

martedì 14 aprile 2015

southern melodrama...

Ahhh, ma che belli questi melodrammoni d'inizio anni sessanta, col loro granitico e serioso inanellare eventi carichi di tensione emotiva, le ridicole pose plastiche adottate dei vecchi insuperabili divi di Hollywood quando vogliono mostrare prostrazione o sofferenza, gli armoniosi uppercut che si rifilano i protagonisti durante le brevi scazzottate e le donnine rigorosamente piangenti in trepidante attesa dell'eroe da portare sull'altare. Tratto da un romanzo di William HumpreyA casa dopo l'uragano (Home from the hill, 1960) è un film diretto con la consueta mano solida da una delle pietre miliari dell'industria cinematografica dei bei tempi che furono: Vincente Minnelli.
La pellicola - presentata al 13° Festival di cannes - ha l'andamento e il ritmo del più scontato romanzo d'appendice ma l'intensità drammatica (pur a tratti resa inverosimile dal doppiaggio nostrano, fatto, come si usava all'epoca, dalle voci calde e impostatissime dei vari Pino Locchi) è assicurata dalla splendida prestazione degli interpreti (in specie Robert Mitchum, qui bello e dannato come e più di sempre). La storia possiede in ogni caso una sua consistenza narrativa che s'impernia efficacemente su una rappresentazione sanguigna di un sud degli Stati Uniti dall'impianto faulkneriano (a dirla tutta, trattandosi di dramma d'amore e paternità il nome che per primo viene in mente è forse quello di Tennessee Williams), peraltro magnificamente supportata da una fotografia e da un colore assolutamente magnetici, che ben si sposano con l'accuratezza della messa in scena (bhé, stiamo parlano di Minnelli, signori, mica pizza e fichi!)
Il fulcro della trama è identificabile nella figura del ricchissimo latifondista Wade Hunnicut (Mitchum) sposato con Hannah (Eleanor Parker), ma il loro matrimonio è stato, fin dall'inizio, un fallimento. Il figlio Theron si innamora di Libby, ma il padre di costei si oppone al matrimonio. Rimasta incinta, Libby non dice nulla a Theron il quale allora abbandona il tetto paterno per andare a vivere col fratellastro Rafe; più tardi ritorna nella casa paterna, ma continua a fare vita ritirata, evitando d'incontrare la ragazza. Quest'ultima aspetta un bambino; ma la sua fierezza le impedisce di dirlo a Theron. Accade così che Rafe si offra di sposarla e di dare il suo nome al nascituro. Il padre di Libby, essendo convinto che Wade sia stato il seduttore della sua figliola, lo uccide e viene a sua volta ucciso da Theron, che successivamente s'allontana dalla città. Finale tragico e fatalista in assoluto rispetto degli stilemi southern gotici che imperversavano in quel periodo. Applausi nostalgici...

lunedì 13 aprile 2015

‎auf wiedersehen, Gunter...

Bonnie e Clyde per sempre...

Per una serie di ragioni più o meno note, gli USA pescano da sempre nella figura del fuorilegge parte delle radici del proprio Mito. La Depressione degli anni '30 favorì lo sviluppo di una nuova tipologia di bandito, diversa da quella che scorazzava nei film western ma alla stregua di quella proveniente da un milieu selvaggio e privo di regole, estraneo alle organizzazioni criminali delle metropoli quanto figlio piuttosto della povertà delle terre meridionali. Sorsero gang di cinque o sei fuorilegge al massimo, a bordo di rombanti auto (di fatto il moderno succedaneo dei cavalli dell'outlaw per antonomasia: Jesse James) che favorivano azioni fulminee, toccate-e-fuga letali cui spesso seguiva la più implacabile delle cacce all'uomo. In Gangster Story (1967) Clyde Barrow, un damerino impotente impersonato da Warren Beatty, e Bonnie Parker (una strepitosamente bella Faye Dunaway), velleitaria ragazza di provincia, scappano assieme per spirito d'avventura, dando luogo a una serie di rapine che, condotte dapprima come passatempo, diventano ben presto autentiche azioni criminali. Ai due si uniscono ben presto il fratello di Clyde (un esordiente Gene Hackman) con la moglie e un ragazzotto fresco di riformatorio. Compiuto il primo delitto, la banda diventa molto popolare e alza la posta in gioco (moltiplicando gli assassinii).
Sostenuto dalle composizioni a suon di banjo di Charles Strouse che evocano il country delle coltivazioni di grano a ridosso delle città, il quinto lungometraggio di Arthur Penn si guadagnò nove nominations e due premi Oscar, e venne inserito dall'American Film Istitute tra i migliori cento film di tutti i tempi. Riguardato oggi la pellicola presenta alcune vistose ingenuità (soprattutto nella caratterizzazione dei due protagonisti) figlie forse dello spirito sessantottino in cui essa venne partorita, epperò resta un documento davvero formidabile della capacità degli americani di assorbire il meglio degli stilemi in auge (qui si parla della nouvelle vague francese, Godard e Truffaut pare siano addirittura stati interpellati per una potenziale regia), nonché uno straordinario esempio di cinema d'assalto, capace di allargare lo sguardo (Penn era regista teatrale che seppe rivolgersi al Grande Schermo senza piegare il suo stile solido e dissacrante) e testimoniare con rigore cronachistico le vite condizionate dalla liquidità delle banche, la polvere e il furore che appartennero già alla prosa di Steinbeck. Ma in Gangster Story s'intravedono anche la nostalgica revisione dell'epopea del west e l'avvento della seconda motorizzazione del paese: riferimenti tematici che oltreoceano nutrono abbondantemente la tradizione  e che contribuiscono a tracciarne il Mito (si pensi anche allo speculare Dillinger, firmato nel 1973 da Michael Cimino, in cui alla fine il bandito è ucciso all'uscita del cinema).
Ma è la «wasteland», lo spazio infinito e selvaggio immortalato dalla poesia di Walt Whitman, il vero fulcro di Gangster Story, una dimensione in cui storia e geografia si fondono trasformando le città in infernali illusioni da cui fuggire per rifugiarsi nei margini, nella frontiera.
Ottimamente fotograto da Burnett Guffey (grandiose le foto in bianco e nero dei titoli di testa, che prelevano dalla Storia Reale i veri banditi), il film resta una visione unica e formativa, un tassello importante nel complesso mosaico iconografico di quella contradditoria, famelica e stuporosa nazione che è l'America.

domenica 12 aprile 2015

l'attacco della Santacroce...

«A volte penso sia stata la luna a partorirmi tra spasmi di cosce pallide sapientemente allargate tra le stelle proprio in alto. Così appesa sopra un concerto di David Bowie lei si apriva lasciandomi cadere.
Io sono Demon e la luna è mia madre.
Ci sono pareti bianche e angeli dalle piccole ali in volo attorno a noi abbracciate nello stesso letto con poca luce e il suo respiro sopra che ascolto stringendola in una delle tante notti-luminal con Davi-dolce accanto che ora avvicina le sue labbra alle mie sussurrandomi saremo amiche per l'eternità.
Questa è la storia di Demon e Davi.»

Luminal - Isabella Santacroce (Ed. Feltrinelli)

venerdì 10 aprile 2015

louisiana torrido blues

È come un tradizionale piatto cajun (un gumbo molto piccante quindi), questo ennesimo parto della penna di James Lee Burke, affascinante cantore della «old» Louisiana e pluripremiato scrittore di gialli torridi e sanguigni (mai come per questo autore la definizione è più che riduttiva, ma la si usa per convenzione). Prima che l'uragano arrivi è un libro zeppo di mafia, stupri e droga, e naturalmente tanta, tanta Louisiana (coccodrilli, bayou, procioni, macchine scassate, paludi, tramonti mozzafiato e afa). Il vecchio Dave Robicheaux - detective duro, disincantato, ex alcolista e fondamentalmente romantico, nella migliore tradizione del genere - dichiara a più riprese di non sapere come risolvere l'intricatissima indagine e, se non si arrende, è solo per riconoscenza verso il proprio mondo, un luogo in cui nolente o volente gli è toccato di vivere.
Avvolto dalla consueta patina di florida decadenza (morale oltre che fisica) il mondo letterario di Burke ti incatena alle pagine portandoti a spasso nei luoghi oscuri dell'animo umano, seducendoti coi sapori speziati di un ambiente esotico e in fondo simile a tanti Sud del mondo (succede grossomodo così anche per il Texas di Joe R. Lansdale). Stavolta però il senso di pericolo è accresciuto anche dalla tempesta che incombe senza essere quasi mai nominata: evitando qualunque facile retorica e schivando con maestria ogni pietismo d'accatto, Burke arriva ad identificare solo nelle ultimissime pagine il disastro dell'Uragano Katrina che si abbatte - come un terribile monito? - violentemente sulla regione. Ancora una volta questo scrittore dimostra la sua abilità nel costruire un puzzle che tessera dopo tessera si fa sempre più complicato, accumulando tra la folta vegetazione e le vedute spettacolari minimali segni di sfacelo totale. I romanzi di James Lee Burke sono un modo piacevolmente carico di tensione per compiere un viaggio nerissimo che non sembra ancora arrivato alla fine.
Prima che l'uragano arrivi
James Lee Burke - (Meridiano Zero)

giovedì 9 aprile 2015

Pincio sul pezzo...

(oggi proprio di frettissima, ché ci aspetta il medico per esami del sangue, elettrocardiogramma e altri cazzi sanitari. Segnaliamo la sempre invidiabile penna di Tommaso Pincio al servizio di una bella analisi del lavoro di Salinger)
Qual­cuno ha detto che gli scrit­tori non si disco­stano mai dal libro d’esordio. Jerome D. Salin­ger sem­bre­rebbe esserne la dimo­stra­zione: siamo nel gen­naio 1940, l’uomo che avrebbe domi­nato la scena let­te­ra­ria ame­ri­cana dell’immediato dopo­guerra sta per com­piere il ven­tu­ne­simo anno di età quando dalla rivi­sta «Story» gli comu­ni­cano che un suo rac­conto è stato accet­tato e verrà pub­bli­cato a breve. Mal­grado gli piac­cia osten­tare un atteg­gia­mento distac­cato, il gio­vane Salin­ger è ovvia­mente esal­tato: dice che, fino al momento di quella pub­bli­ca­zione, ogni giorno sarà per lui una vigi­lia di Natale. Nella pri­ma­vera dell’anno pre­ce­dente l’ambizione di diven­tare uno scrit­tore pro­fes­sio­ni­sta lo aveva spinto a repri­mere l’insofferenza per il mondo acca­de­mico e le scuole in genere. Si era iscritto a un corso serale di scrit­tura crea­tiva presso la Colum­bia Uni­ver­sity, tenuto da Whit Bur­nett, guarda caso diret­tore di «Story».
L’aggettivo pro­fes­sio­ni­sta, acco­stato alle ambi­zioni di un gio­vane scrit­tore, potrà forse sor­pren­dere, ma è per­fet­ta­mente in linea con la tem­pe­rie di allora, ben sin­te­tiz­zata dalle parole di Bren­dam Gill, per anni col­la­bo­ra­tore del «New Yor­ker»: «È dif­fi­cile per gli scrit­tori di oggi ren­dersi conto di quanti fos­sero i gior­nali che si con­ten­de­vano rac­conti negli anni trenta e qua­ranta: ed è dif­fi­cile ren­dersi conto di quanto li pagas­sero». Quanto è pre­sto detto. Rivi­ste come «Collier’s», «The Satur­day Eve­ning Post» e «Harper’s» rap­pre­sen­ta­vano la desti­na­zione migliore per chi volesse cam­pare di scrit­tura, erano chia­mate «the slicks», le pati­nate, e arri­va­vano a pagare anche due­mila dol­lari per un rac­conto. La vetta della sofi­sti­ca­zione era tut­ta­via costi­tuita dal «New Yor­ker» e da «Esquire», rivi­sta, quest’ultima, che si era costruita una repu­ta­zione pub­bli­cando Heming­way e Fitzgerald. «Story» rien­trava in un rango più basso, ma godeva comun­que di una repu­ta­zione suf­fi­ciente per­ché un gio­vane di belle spe­ranze potesse con­si­derla un tram­po­lino otti­male, tanto che in seguito Nor­man Mai­ler l’avrebbe ricor­data come una leg­genda: «Nei tardi anni trenta e in quelli della seconda guerra mon­diale, i gio­vani scrit­tori sogna­vano di com­pa­rire sulle sue pagine all’incirca come il mirag­gio di un ser­vi­zio su “Rol­ling Stone” può oggi met­tere un gio­vane gruppo rock in uno stato trascendentale». (continua qui sul sito di Pincio)

mercoledì 8 aprile 2015

so long, Geoffrey...

Ci ha lasciati Geoffrey Lewis, padre di Juliette ma soprattutto caratterista dalla faccia inconfondibile e la carriera piena zeppa di partecipazioni prestigiose. Ha recitato in moltissimi film con Clint Eastwood da Lo straniero senza nome in poi, e noi ci volevamo un gran bene...

le cose misteriose della Byatt...

Scrittrice nonché rinomata critica letteraria britannica, Antonia Susan Byatt è universalmente nota per il romanzo Possessione, trasposto anche in una pellicola di buon successo del 2002 con Gwyneth Paltrow come protagonista.
Con la raccolta di racconti intitolata in Italia La cosa nella foresta, l'autrice ci propone una serie di short-stories dalla impostazione leggermente discostante rispetto alla consueta allure di stampo marcatamente inglese degli altri suoi lavori. Con questo volume infatti la Byatt preferisce pigiare sul pedale del perturbante (guardando, se possibile, ancor di più al suo nume Henry James) per dar vita ad un sapiente intreccio di fobie ancestrali e spaventi domestici. Nel racconto che da il titolo al libro, sullo sfondo di una Londra devastata dalla guerra mondiale, due bambine sfollate in una enorme dimora di campagna si addentrano in un bosco dove - paralizzate dal terrore - scorgono una cosa mostruosa (forse immaginaria, sicuramente innominata) che segna inesorabilmente la loro esistenza. Da adulte, le ragazzine torneranno a visitare il bosco confrontandosi con la terrificante esperienza. In Body Art, negli scantinati di un ospedale si annida un'inquietante collezione di mirabilia anatomiche, nel bel mezzo della quale si aggira la tormentata protagonista cercando di mettere a fuoco una opera d'arte (e, al contempo, di portare a termine una scomoda gravidanza). Nel racconto a seguire, Una donna di pietra, si narra d'un corpo femminile che perde la sensazione del tatto, tramutandosi via via in una creatura di roccia intarsiata di pietre preziose, una gabbia di spigoli grezzi da cui si libererà solo perdendosi nei paesaggi brulli del cuore dell'Islanda. Materiale grezzo è invece un racconto sull'arte di scrivere, che inizia rivelando che la migliore allieva di un frustrato insegnante di scrittura creativa è in realtà - con grande sorpresa di tutti - un'anziana signora dalle impressionanti capacità evocative. Il nastro rosa chiude la raccolta con una ripresa dei temi della vecchiaia e della memoria (non è difficile ravvisare nel personaggio malato di Alzheimer la scrittrice Iris Murdoch, alla cui turbinosa esistenza intellettuale la Byatt rende qui un esplicito omaggio), sui quali s'innesta lo spettro sempre affascinante del revenant.
Questi cinque affondi nel macabro esprimono integralmente la volontà di una narratrice mai doma, che non si adagia sugli allori del successo raggiunto ma che invece scava ancora, sempre alla ricerca di nuovi percorsi del narrare. Appesi tra tran-tran quotidiano e speculazione onirica, i racconti costituiscono una raccolta vivace, pregna di suggestioni disturbanti ma anche di acuminati sguardi sulla condizione umana. Una lettura insomma necessaria.

La cosa nella foresta - A. S. Byatt (Ed. Einaudi)