giovedì 23 luglio 2015

si fa presto a dire mare...

(questa in foto quassù è la Salina dei Monaci, un piccolo spettacolo della natura che qualche anno fa è diventato area protetta. Si trova nei pressi di Torre Colimena e fa parte del comprensorio in cui vive il titolare del blog - qui, tra l'altro, oltre a consumare da sempre frugali ma commoventi vacanze estive, vi abbiamo ambientato buona parte di Uomini e cani, il nostro primo romanzo. Mentre, come ogni anno, un numero sempre maggiore di visitatori accorreva l'altro ieri a visitare questo splendore di spiaggia retrodunale, zona di sosta di numerose specie di uccelli tra cui i magnifici fenicotteri rosa e incantevole pezzo di paradiso sopravvissuto ad anni di abusivismo selvaggio, qualche pazzo piromane ha pensato bene di dare sfogo alle proprie insane passioni. Le terribili immagini che seguono, pescate dai vari siti che si occupano di protezione dell'ambiente, raccontano lo sfacelo di un sud che continuerà, imperterrito, a darsi la zappa sui piedi. Senza parole!)

sabato 18 luglio 2015

un'ultima intervista prima del mare...

D: Farò attenzione alle parole, cercando di trovare quelle più giuste. Ospitarla qui su Inkblot, è un grandissimo onore per me, lei è uno dei miei idoli. Questo potrà essere un problema, l’intervista perderà “oggettività”, ma poco importa. Per rompere il ghiaccio, userò parole non mie: «In ogni caso, alla fine dell’opera, lo scrittore deve aver provato gli stessi sentimenti di colpa e di terrore dei personaggi. Al libro non gliene frega niente di quello che fa l’autore per scriverlo, ma ai suoi personaggi sì. E sono loro i veri giudici. Questa è la sfida. E la sua riuscita determina il successo finale.» A parlare è uno degli autori che ho scoperto per merito suo e del suo blog, Derek Raymond. Cosa ne pensa? Anche lei ha dovuto indossare i panni di Don Titta Scarciglia (Uomini e Cani), solo per citarne uno.
R: Credo si possa affermare senza tema di smentita che dietro ogni personaggio di un romanzo si annidi sicuramente una parte del suo autore. Personalmente come scrittore ritengo di essere giunto a completa maturazione nel momento in cui sono riuscito ad abbandonare l’autobiografismo per occuparmi, più semplicemente, delle «storie»: da Uomini e cani in poi - tutti gli scalcagnati lavori precedenti a quello sono, fortunatamente, inediti - i miei romanzi si sono fatti corali, e in ogni libro intreccio le fila di destini di un numero corposo di vite inventate, vite che però in parte mi appartengono, senza dubbio, per cui sì, sicuramente ho provato sentimenti comuni ai miei personaggi, anche se la letteratura, soprattutto quando si attiene ai canoni del genere, ti permette di esagerare, moltiplicare, esasperare la realtà… mi piace pensare che è attraverso questa estremizzazione iperbolica che il vero fulcro delle mie storie venga fuori.
D: Sarà che nel mio immaginario, lei è un eroe alla Dave Robicheaux, mi chiedo: quanto è noir la sua vita quotidiana?
R: Devo purtroppo deluderti e la cosa mi spiace molto: la vita di uno scrittore, di uno bravo intendo (e io faccio una fatica enorme perché anelo ad essere bravo!) è fatta essenzialmente di rituali di affrancamento, di sottrazione; perché sono convinto che la materia stessa dello scrivere maturi nel silenzio e soprattutto nell’ascolto: per cui - in linea di massima - cerco di essere il più invisibile possibile, proprio perché preferisco stare sempre con le orecchie tese, cercando di captare (rubandone il segreto) sensazioni, conversazioni, stati d’animo da chi mi circonda. Chi anela a scrivere da professionista deve trovare il modo di riversare in termini compiuti sulla pagina il grumo di emozioni che lo attorniano quotidianamente. In soldoni, se fossi davvero un Robicheaux a fine giornata avrei voglia solo di stordirmi di alcool per smettere di pensare dopo aver vissuto a cento all’ora ogni oncia di esistenza, invece a me nella vita reale capita l’esatto contrario: la sera non riesco ad andare a letto per colpa dell’addensamento di parole che non ho detto e che mi offusca il cervello, ed è solo con gli strumenti artistici in mio possesso che posso sperare di fare ordine. Intendiamoci, anche l’idea di ordinare il caos del mondo con una penna o una tastiera è una pia illusione, ma quantomeno è un’illusione che ti migliora (perlomeno, tende a migliorarti ecco, poi non è detto che lo faccia!). [continua qui sul blog inkblot.it]

giovedì 16 luglio 2015

la bella estate (letture al sole)

mandiamo il blog per un po' in vacanza (poca cosa, eh? C'abbiamo il mare a due passi e ogni tanto, con nonchalance, noi si andrà in tutta tranquillità a fare un tuffo) ma come facciamo ogni anno vi lasciamo con qualche titolo di libro: un compendio parziale - e del tutto arbitrario - di robe recenti da consultare in queste insopportabili giornate di afa e insalate di riso.
• Anzitutto il nostro amico Orazio Labbate, che col suo visionario e affilato romanzo d'esordio Lo Scuru ha saputo guardare con grande efficacia alla letteratura del nord-america utilizzando però lo sfondo di una Sicilia fortemente debitrice degli occhiali di Bufalino. Un vecchio vedovo aspetta la morte nella sua casa negli Stati Uniti, e nell’attesa della fine il vecchio ricorda la sua infanzia e la sua giovinezza, legate soprattutto alla tragica morte in mare del padre. Questa è, ridotta all’osso, la trama di un libro che ha saputo innestare atmosfere gotiche e ancestrali su un côtè folkloristico assai intrigante e originale. Uscito pochi mesi fa con ottimo riscontro di critica e pubblico per i tipi di Tunué, Lo Scuru merita sicuramente di essere letto.
• Con le avventure di Holden Caulfield è andato dritto al cuore di almeno quattro generazioni. Ma al capolavoro che lo ha consacrato autore di riferimento per milioni di giovani smarriti e velleitari come il protagonista de Il giovane Holden, J. D. Salinger è arrivato per approssimazioni successive: quelle che possiamo riconoscere nella raccolta dei suoi primi racconti, I giovani, recentemente pubblicati da Il Saggiatore. Tre brevi storie, scritte fra la fine degli anni Trenta e i primi Quaranta, nelle quali ci sono, in nuce, classiche tematiche salingeriane come la solitudine e l’incomunicabilità. Ma c’è soprattutto, come osserva Delfina Vezzoli, traduttrice dei racconti finora inediti in Italia, il linguaggio: modernissimo per l’epoca, discorsivo e ricco di quelle espressioni idiomatiche, tipiche dell’adolescenza, che ritroveremo più tardi nel Giovane Holden. Da mettere sicuramente nel paniere delle letture per l'estate.
• Laddove l’editore NN (nuovo marchio milanese che promette di creare spazi editoriali interessanti) avrebbe potuto permettersi una bandella strappalacrime, trattandosi della storia di un uomo cui viene diagnosticata una terribile malattia che lo porterà alla morte, il libro in questione offre invece ai pochi lettori veri rimasti in questa nostra sfortunata terra un'opera che corrisponde esattamente a ciò che il titolo promette: una Benedizione. Si chiama così infatti il romanzo di Kent Haruf, scrittore americano scomparso pochi mesi fa, da noi finora totalmente sconosciuto. Un romanzo sublime fatto apposta per chi vorrebbe perdersi negli sconfinati spazi della pianura americana (o nelle fotografie di Robert Adams). Lo stile evocativo e piano della prosa di Haruf richiama il tormento dei personaggi dostoevskijani ma anche il dolore irrisolto del sommo Faulkner, e la quotidianità disfunzionale delle famiglie di Erskine Caldwell o di Pearl S. Buck. Riluce la sperduta e operosa provincia a stelle e  strisce, patriottica e moralista, crepuscolare e razzista, un luogo dal quale i personaggi del libro sembrano voler fuggire ma nella cui malia invece restano costantemente imprigionati avvelenando i propri giorni, finendo col fare lavori inutili e annichilendo i propri sogni. In una parola: grandioso!
• Ritrovare Jack Reacher è un po’ come ritrovare un vecchio amico, che invecchia ma in fondo resta sempre uguale: soprattutto è il tipo che si vorrebbe sicuramente incontrare quando si è nei guai. Perché Jack Reacher, ex poliziotto militare che vaga ramingo per le strade d’America come un hobo votato al viaggio e all’avventura, non è di quelli che si voltano dall’altra parte quando c’è qualcuno bisognoso d’aiuto. Ne il Ricercato ci sono quattro persone in una macchina, in viaggio verso Chicago, che sperano di raggiungere entro la mattina. Un uomo alla guida, un altro che racconta storie poco convincenti. Sul sedile posteriore una donna silenziosa e preoccupata e un autostoppista con il naso rotto. A un'ora di macchina da loro, l'FBI si ferma in una vecchia stazione di rifornimento, dove un uomo è stato accoltellato a morte: un lavoro da professionisti, ma degli assassini nessuna traccia. Jack Reacher voleva solo raggiungere la Virginia. E tutto quello che ha fatto è stato alzare il pollice per chiedere un passaggio. Ma scoprirà ben presto che quello che ha ottenuto non è solo un semplice passaggio, ma un coinvolgimento in una situazione oscura, in cui nulla è come sembra e nessuno pare dire la verità... Romanzo che fila liscia come l'olio per l'ennesima, appassionante avventura "maschia" senza se e senza ma firmata dalla consueta penna robusta di Lee Child. Un must per le letture sotto l'ombrellone.

martedì 14 luglio 2015

Robicheaux di nuovo in Italia!

(scopriamo con grande piacere che James Lee Burke, scrittore da queste parti venerato, è tornato nelle librerie italiane grazie al coraggio di una casa editrice piacentina: pubblichiamo a seguire la segnalazione inviataci dall'ufficio stampa di Unorosso. Presto la recensione del romanzo)
il 27 giugno nel nostro paese è riapparso Burke. Il pluripremiato autore statunitense, ideatore della saga che ha come protagonista il detective Dave Robicheaux, torna nel panorama letterario italiano grazie al marchio editoriale Unorosso che ha deciso di pubblicare Creole Belle.
Il libro è stato presentato ufficialmente sabato 27 giugno, alle 10.30 in piazza Cavalli a Piacenza, all’interno del Festival culturale “Dal Mississippi al Po”. Diciannovesimo episodio della saga, Creole Belle ne rappresenta forse il capitolo più intimo ed intenso. Al centro della vicenda, infatti, c’è ancora una volta il detective Robicheaux, stavolta prostrato nel fisico e nella mente dalle ferite riportate durante una sparatoria e dai demoni del passato che tornano a tormentare i suoi pensieri. Chiuso in una struttura di recupero a New Orleans, in St. Charles Avenue, ed esposto alla soporifera aria estiva che filtra nella sua stanza d'ospedale, Dave Robicheaux riceve la visita di una giovane donna misteriosa dal passato travagliato, Tee Jolie Melton. Nella penombra della stanza la donna, ferma al suo capezzale, lascia un iPod che riproduce una vecchia canzone country blues, "My Creole Belle".
Dave non sa che Tee Jolie è scomparsa nel nulla alcune settimane prima e nessuno crede che sia riapparsa improvvisamente; quando scopre che la sorella della donna è stata trovata morta all'interno di un blocco di ghiaccio galleggiante sulle acque del Golfo, ritiene che mettere da parte gli incubi del passato sia più urgente che mai. Inizia tuttavia a cercare da solo collegamenti tra le sorelle Melton, perché nessun altro sembra appoggiare i suoi sospetti. L'ex-partner di Dave, Clete Purcel, decide di aiutarlo ma deve gestire contemporaneamente anche altri problemi: ha scoperto di recente di avere una figlia illegittima, che lavora come killer a contratto. Creole Belle è un’intensa storia di rinascita, con Burke ai picchi della sua abilità narrativa: Dave Robicheaux si trova ad affrontare la sua battaglia più intensa, intima e personale, contro forze conosciute e sconosciute che mirano a corrompere e distruggere anche il migliore animo umano.
James Lee Burke è uno scrittore statunitense nato a Houston nel 1936 e cresciuto sulla costa del Golfo del Texas-Louisiana. Dopo la laurea in inglese ed un master presso l’Università del Missouri, ha lavorato come geometra, giornalista, assistente sociale e professore d’inglese, prima di intraprendere con successo la carriera di scrittore. Due dei suoi libri hanno ottenuto il prestigioso premio Edgar come Miglior Romanzo Criminale dell’Anno. Il suo personaggio Dave Robicheaux è stato portato due volte sul grande schermo: da Alec Baldwin (in Omicidio a New Orleans, 1996, diretto da Phil Joanou) e da Tommy Lee Jones (L'occhio del ciclone - In the Electric Mist, 2009, con la regia di Bertrand Tavernier). Sposato con quattro figli, tra cui la scrittrice Alafair Burke, oggi vive con la moglie tra il Montana e la Louisiana.

lunedì 13 luglio 2015

DeLillo (incipit)

«Ora il sonno lo abbandonava più spesso, non una o due bensì quattro, cinque volte la settimana. Che cosa faceva in quei momenti? Non passeggiava a lungo dentro gli arabeschi dell’alba. Non aveva un amico tanto intimo da sopportare il tormento di una telefonata. Cosa dirgli? Era una questione di silenzi, non di parole.
Cercava di leggere fino ad addormentarsi, ma riusciva solo a sentirsi più sveglio. Leggeva scienza e poesia. Gli piacevano le poesie scarne collocate minuziosamente nello spaziò bianco, file di tratti alfabetici impressi a fuoco nella carta. Le poesie lo rendevano cosciente del proprio respiro. L’essenzialità della poesia gli rivelava in un attimo cose che normalmente non notava. Questa era la sfumatura di ogni poesia, almeno per lui, di notte, in quelle lunghe settimane, un respiro dopo l’altro, nella stanza ruotante in cima all’appartamento a tre piani.»

Cosmopolis - Don DeLillo (Einaudi)

venerdì 10 luglio 2015

ciao ciao dottore...

se n'è andato per un attacco di cuore il grande attore egiziano Omar Sharif; al suo sguardo irresistibile il titolare deve il proprio nome (mamma se ne innamorò durante una proiezione bolognese del Dottor Zivago!)
Addio caro vecchio baffuto: ti abbiamo odiato per anni, nessuno ci passava la palla nei campetti dell'oratorio per colpa tua, però oggi siamo felici di non esserci chiamati Gelvasio;-)

lunedì 6 luglio 2015

bollori d'estate...

(ci mettiamo in modalità pre-feriale, ovvero diradiamo un po' - ma solo un po' - il numero dei nostri post settimanali. Ché in realtà di mare manco a parlarne, visto il gran daffare degli ultimi tempi, però almeno l'idea di...)

domenica 5 luglio 2015

ma ‘ndo vai se la banana non ce l’hai! (II)

Secondo viaggetto leggeretto tra i viali del gialletto…
Il titolo non c’entra nulla ma l’ho già spiegato nel primo pezzo di qualche tempo fa (qui). Crisi. C’è la crisi. Non si legge, non si legge e non si legge è il grido di dolore che serpeggia dappertutto con scenari da futuro catastrofico. In compenso si scrive, si scrive e si scrive. Male. O si sta attaccati ai moderni mezzi di comunicazione (cellulari e robe varie) come il neonato alla poccia della mamma. Vero. Però non so cosa dire e ripeto quello che ho già scritto. Sono sempre stato in affanno con le interpretazioni. È un momento di trapasso da un modo di vivere ad un altro. Inutile strapparsi i capelli (per chi ce l’ha). E io ho già la prostata che mi fa girare le palle.
Dicevo della crisi che sta strozzando le case editrici. Anche i miei favolosi G.M. ne hanno risentito. Meno pubblicazioni, aumento del prezzo (puercas vaccas!). Comunque beccatevi Le indagini di Scotland Yard a cura di Mauro Boncompagni con due romanzi ed un racconto: Scandalo a High Chimney di John Dickson Carr; Il mese di Gideon di J.J. Marric e Il poliziotto innamorato di Edgar Wallace. Al di là delle trame appetitose troverete tre personaggi interessanti: Jonathan Whicher, uno dei primi investigatori della Londra ottocentesca che influì su scrittori come Dickens e Wilkie Collins; l’ispettore Gideon di Scotland Yard, “sagace e rapido nelle decisioni, ma anche umano, generoso e comprensivo” e John Gray Reeder, ex impiegato di banca che lavora come consulente investigativo per Scotland Yard. Un omettino timidino con bombetta e vecchio ombrello che porta sempre con sé (mi ricorda padre Brown di Chesterton) ma dotato di un cervello vispo come un fringuello.
Su I banchetti dei vedovi neri di Isaac Asimov non c’è nulla da dire. Nel senso che il nome dell’autore dice tutto da sé. Eleganza di scrittura, erudizione e fine umorismo a braccetto nel club più esclusivo di New York.
Il delta delle tenebre di Thomas H. Cook.
Cook è un furbo matricolato di tre cotte. Guardate un po’ come riesce a farci abboccare all’amo della curiosità e dell’interesse. Luminosa mattina di aprile del 1954. Il giovane Jack Branch accetta il posto di insegnante alla Lakeland High School, proprio dove aveva insegnato suo padre per quasi vent’anni prima dell’«incidente». Ecco la prima esca gettata. Ci parla di un “incidente” ma non ci spiega in che cosa consista (lo sapremo molto più avanti). E così di seguito. Il lettore è tenuto in continua tensione attraverso un miscuglio di tempi e di tecnica narrativa sopraffina: uso di un martellante flashback, di notizie tratte da più fonti intercalate fra loro, una attenzione particolare, per esempio, agli occhi, agli sguardi dei personaggi ora pensosi, imbronciati, belli, privi di luce, immobili, malinconici, neutrali. Thomas H. Cook è un furbo matricolato di tre cotte. Da togliersi il cappello quando pesca.
La crociera della violenza di Frances e Richard Lockridge.
Un viaggio su un piroscafo verso Cuba e le Bahamas dove avviene un omicidio e diversi momenti di pericolo. La scena, poi, si sposta all’Avana. Qui inseguimenti, balli, puntate alla roulette e finale con grido acuto che serpeggia nell’aria. Ipotesi, dubbi, momenti di tensione e perfino una punta di ironia sulla notizia dell’assassinio che si trasforma inevitabilmente di bocca in bocca.
La crociata dei bambini di Ruth Rendell è un romanzo ampio, lento, minuzioso (a volte anche troppo), in stretta relazione con problemi che si trascinano da tempo fino alla realtà di oggi. Accanto alla violenza sulle donne che campeggia in tutta la sua tragica drammaticità, altri spunti su l’adozione, il cancro, la pazzia, la pedofilia, l’inquinamento. Una società inglese ben diversa dall’immaginario che allora (ma anche oggi, direi) prevaleva.
Altri due classici su cui fare affidamento senza remore sono Troppe donne di Rex Stout (sulla copertina sono d’accordo con il nostro Crepa) e Se morisse mio marito di Agatha Christie. Al lavoro il poltronista per eccellenza e l’omino coi baffi. Se poi volete incontrare l’Investigatore per antonomasia fuori dall’Inghilterra ecco pronto Sherlock Holmes in America a cura di Martin H. Greenberg, Jon L. Lellenberg, Daniel Stashower e ne vedrete delle belle a New York e a San Francisco.
Bando alle ciance. Qualche spunto veloce per non occupare troppo spazio. Ce l’ho fatta a finire Perfidia di James Ellroy. In due mandate, ma ce l’ho fatta. Los Angeles all’inizio della seconda guerra mondiale. Casini a non finire, ritmo ultraveloce, bombardamenti, mitragliate, schizzi di parole da ogni parte (qualche volta anche dove non batte il sole), ripetizione ossessiva del soggetto, poliziotti marci, tradimenti, falsificazioni, scopate a go-go con Bette Davis (c’è pure Clark Gable a mostrare in giro una foto di Cary Grant “con un cazzo in bocca), rastrellamenti di giapponesi mentre i cinesi esultano, botte, omicidi, ruberie. Perfidia, ovvero in spagnolo “tradimento” della società americana. E, mi pare, di tutta l’umanità. Ma l’amore, il sentimento d’amore, quello vero, quello del cuore? Si può trovare in questo orrido miscuglio di merda? Si può trovare. In fondo. Proprio in fondo all’ultima pagina. Come a dire che c’è sempre speranza. Speriamo.
Il giallo (inteso in senso lato) psicologico non mi ha mai attratto in maniera assassina e l’ho letto sempre con un pizzico di tremore che qualche problemetto ancestrale me lo devo essere portato dietro sin dalla nascita. La ragazza del treno di Paula Hawkins, esaltato dalla critica internazionale, è davvero un bel prodotto anche se gonfiatello come in molti altri casi. Le false apparenze e lo spiazzamento in un casino di detto e non detto, di tormento e logoramento della vita di coppia con tre donne a propinarci la loro. E, naturalmente, ci scappa il morto ammazzato. Due punti a suo favore: una scrittura “semplice” e niente scene di sesso assatanato che va per la maggiore.
Con Più sporco della neve di Enrico Pandiani (il vecchio Panda) siamo nel thriller che tratta di omicidi ma anche di problemi attuali: il razzismo e il falso sorriso di accoglienza, il traffico dei permessi di soggiorno, la crisi, il nero, la violenza del maschio sulla donna, ma anche comprensione e aiuto che l’uomo non è solo male. Il “difetto”, se così posso definirlo, è che la realtà del libro viene continuamente superata dalla realtà della vita stessa. Lo stesso dicasi per Titoli di coda di Petros Markaris con il noto commissario Kostas Charitos. Le indagini servono ad illustrare impietosamente la situazione economica e spirituale della Grecia: povertà, miseria, negozi che chiudono, tasse, mazzette, i maneggioni che ingrassano, sfruttamento dei braccianti, odio verso gli immigrati, burocrazia infernale, “non è questa la procedura” il ritornello stucchevole per non far iniziare i lavori e il lavoro stesso “una maledizione” per i greci. E vedi un po’ la situazione nel momento in cui scrivo (che sarà superata al momento della pubblicazione).
Maurizio De Giovanni, dopo la pausa I bastardi di Pizzofalcone, attraverso Anime di vetro è ritornato alla sua prima creatura, il dolente commissario Ricciardi (siamo al tempo del fascismo), capace di percepire l'ultima frase e gli ultimi istanti di vita delle vittime di incidenti ed omicidi. D’altra parte il detective magico va di moda. Simile a Ricciardi il commissario Roberto Serra di Giuliano Pasini. Dopo la morte violenta dei genitori, avvenuta quando aveva sedici anni, è colpito da un “dono”, ovvero la capacità di “sentire” ciò che provano le vittime e i loro carnefici attraverso una “danza” particolare. Sintomo e preavviso l’odore di fiori marci. Don Attilio Verzi di Andrea Franco ha un olfatto straordinario capace di “individuare e di riconoscere i profumi e gli odori più insoliti anche se sono lievi e appena presenti”. Così come l’ispettore Marzio Santoni, detto Lupo Bianco, di Franco Matteucci, fisico splendido e splendido naso capace di avvertire i minimi odori (chi ha copiato?). C’è pure il Grifo di Massimo Pietroselli, evirato dai turchi che gli hanno ucciso anche la moglie e due figli. Ha il dono di disegnare in ogni minimo dettaglio qualunque cosa abbia visto. Tra questi preferisco Maurizione De Giovannone che ha una scrittura profonda e delicata a volte in bilico, devo dire, tra sentimento e sentimentalismo (soprattutto quando martella su alcune parole chiave), ma lui è bravo a non cascarci. Anche la Vargas, dopo alcuni anni, si è ributtata su Adamsberg e l’ha infilato in Tempi glaciali dove lo “spalatore di nuvole” e la sua squadra dovranno vedersela con la Rivoluzione francese e con le terre d’Islanda che qualche fantasma o demone ce lo devono avere (giuro). Quando un personaggio “tira” è bene non lasciarselo scappare.
Chi vuole sorridere legga Mortdecai e il complotto del secolo di Kyril Bonfiglioli, con il personaggio del titolo “mercante d’arte dissoluto e immorale” che intriga. Se si vuole qualcosa di nostrano allora ecco Bella era bella, morta era morta di Rosa Mogliasco che mi ha pure colpito per il titolo. “Bella era bella, e morta era morta”. Pure elegante, magari con le scarpe rosse “un tantino esagerate”. La prima a trovarla sulla riva di un fiume una signorina bene (munita pure di colf casalinga) con bassotto Oscar che tira dritto. Prosa leggera, ricca di fine humour, che entra nella psicologia dei personaggi con i loro dubbi sulla vita che stanno vivendo, che vorrebbero avere e che non hanno, inevitabili scontri con l’altro e gli altri che girano intorno, problemi di coppia, problemi familiari, gelosie di ragazzotte sveglie e tutti gli incasinamenti dell’esistenza di eterosessuali e gay, il cui catalizzatore è quello della succitata signora. Bisogna ritornare lì, via, per togliersi l’assillo. Sorpresona finalona e un unico vincitore: il sorriso.
Continua imperterrito il binomio giallo-scacchi. Vedi, per esempio, Pessima mossa, Maestro Petrosi di Paolo Fiorelli. Urbavia, finale torneo di scacchi. In prima scacchiera il G.M. Achille Petrosi “grossa testa quadrata”, capelli crespi, foltissime sopracciglia, un angioma in mezzo agli occhi. Ha fatto la prima mossa ma il suo avversario Vitti, il Conte, non si è ancora presentato. E non si presenterà. E’ steso all’ingresso della sua villa. Morto. Morto ammazzato da quattro coltellate. E vedi pure L’uomo degli scacchi di Peter May dove gli scacchi giganti di Whistler (servono per una partita sulla spiaggia), che rappresentano fieri vichinghi, diventeranno, addirittura, un mezzo per scoprire l’assassino. Ed allora il suddetto binomio fila via che è un piacere.
Alla prossima, ragazzi, e dai che ce la fò (anche se un’ombra inquietante si aggira alle mie spalle).
(Fabio Lotti per Sartoris)

venerdì 3 luglio 2015

Stregati dalla Ferocia...

(in occasione della vittoria dello Strega del conterraneo Lagioia col suo notevolissimo La Ferocia, riprendiamo l'interessante intervista fattagli poco tempo fa da Mario Desiati)
A vent'anni dalla vittoria di Maria Teresa Di Lascia, un pugliese può vincere il più importante premio letterario italiano. Nicola Lagioia con quasi 200 voti ha sbancato la prima votazione per la cinquina dello Strega. Un romanzo che ha conquistato la giuria. Lo incontro dopo un convegno sulla narrativa italiana tenuto in occasione dell'uscita della nuova edizione di Scrittori e Popolo (Einaudi) di Alberto Asor Rosa.
Del tuo lavoro di scrittore ho sempre ammirato la pazienza e la lungimiranza, tra un romanzo e un altro fai passare tanto tempo, è cambiato qualcosa in questi anni?
«Scrivo e riscrivo pagine. Cancello interi capitoli o li smonto, poi li rimonto. E non mollo mai il libro perché ho paura che la magia, il magnetismo che mi lega alla storia che sto raccontando, possa svanire. Confesso che nei momenti più bizzarri mi capita di calcolare quanto potrebbe mancare statisticamente alla mia morte, e rapportare il risultato ai libri che potrei scrivere. A un certo punto ero talmente ossessionato dal rapporto morte/libri da scrivere, che ne ho parlato con un'analista».
E di questo sembra portarne tracce La Ferocia, un romanzo complesso. Gli scrittori a volte rinunciano a una scrittura più ricercata per la paura di perdere lettori, hai mai fatto un ragionamento su pubblico e stile?
«Mi sento spesso come uno che al casinò ha perso tutto, gli rimane l'ultima fiche e a questo punto tanto vale puntarla sul meno probabile dei numeri, così se non esce pace, ma se esce sei salvo. E allora, mi sono detto, se ti fidi davvero della letteratura, prova a scrivere il miglior libro di cui sei capace, non rinunciare alla complessità, alle sfumature, alla ricerca sulla lingua, non scegliere una situazione di compromesso ma sii anche molto rigoroso: complessità non significa briglia sciolta, anarchia, scarso controllo di lingua e struttura. Significa gettare il cuore oltre l'ostacolo. Mi sono molto allenato, e concentrato, e ho poi visto la pallina scagliata sulla roulette in corsa, e solo allora ho chiuso gli occhi».
E come una pallina della roulette giri l'Italia, alcune settimane fa hai scritto un saggio sulle librerie indipendenti italiane raccontando la parabola sull'importanza dello sbagliare in un'era dove si rischia di chiudersi in torri d'acciaio. È lì la speranza?
«Sì, credo che la speranza stia nel mettersi in gioco. I rigori li sbaglia solo chi ha il coraggio di tirarli. Vedo invece l'assenza di speranza nella pretesa di purezza assoluta, che - a meno di non essere dei veri santi - quasi sempre è una forma di fanatismo o di vigliaccheria o di megalomania fallimentare. Quelli che si tengono fuori da ogni gioco, e così possono trascorrere la vita alla finestra a sparare sentenze contro tutto e tutti. Una condizione tristissima, e anche molto diffusa oggi. Invece bisogna cercare di gettarsi nel mondo e farlo nel migliore dei modi che ci è concesso: con un po' più del coraggio che ci è dato, e anche di perseveranza e anche di stile, se possibile. Insomma, bisogna spendersi, e anche educarsi a essere generosi».
La Puglia vive un periodo particolare, la penultima regione d'Italia come lettori, alcune biblioteche rischiano di chiudere, tu hai scritto mesi fa un articolo che evidenziava l'equivoco di quella che un tempo è stata definita la primavera pugliese. Oggi sei più ottimista o pessimista?
«Sono più pessimista di qualche anno fa. La Primavera pugliese non è finita grazie al cielo come quella di Bassolino. Siamo stati molto meno avventati, ma siamo riusciti a recuperare la nostra migliore identità: quella che passa da Tommaso Fiore, da Rocco Scotellaro, da Vittorio Bodini, da Carmelo Bene, da Pino Pascali, da Gaetano Salvemini e così via. È altrettanto innegabile, però, che questa Primavera siamo riusciti magari ad accenderla ma non a farla decollare. Altrimenti le statistiche non sarebbero quelle. La Puglia è ancora una regione povera. Insieme con Calabria, Campania e Sicilia, siamo la regione col più basso pil pro capite d'Italia. Le vecchie signore che, in uno stato di indigenza, tengono puliti i lastricati dei nostri paesini (non limitandosi dunque a casa propria) trasformano la povertà in lindore, e dovrebbero essere una lezione per tanti nostri amministratori».
A proposito di premi, tu eri giurato al Premio Bari.
«L'esperienza al premio Bari per me fu molto bella. Fu l'occasione di confrontarmi con dei fratelli maggiori. Lo considerai un privilegio e cercai di imparare il più possibile. Ricordo a esempio l'impegno (su questo fronte in particolare Raffaele Nigro spese molte energie) per far venire a Bari scrittori di fama internazionale. Ricordo le chiacchierate con Vito Amoruso sulla letteratura nordamericana. Fu ottimo, in quel contesto, il lavoro dell'allora assessore alla cultura Nicola Laforgia. Anche questo va ricordato, visto che l'esperienza fu interrotta sul più bello».
(l'originale qui su Repubblica.it)

giovedì 2 luglio 2015

cavalli selvaggi (ma senza McCarthy)

a ottanta anni suonati, l'attore premio Oscar Robert Duvall non è decisamente stanco del ruolo del cowboy burbero e poco disposto al compromesso: dopo averlo interpretato un numero abbastanza esagerato di volte (la migliore, forse, in quell'Open Range che riportò Costner nei nostri cuori) ne ha rivestito di recente i panni per il dramma multigenerazionale Wild Horses (2015), un western contemporaneo che il roccioso attore ha anche scritto e diretto per il grande schermo.
Duvall interpreta qui con la solita struggente convinzione il personaggio di Scott Briggs, un macho, bigotto proprietario di un grande ranch in Texas in cerca di riscatto con i suoi tre figli adulti (tra cui un ottimo Josh Hartnett, sempre - ci secca ammetterlo! - figaccione nonostante l'avanzare dell'età), uno dei quali (James Franco, ormai - vivvaddio! - abbonato ai ruoli un po' borderline) ha cacciato di casa a fucilate 15 anni prima dopo averlo sorpreso nella stalla nel cuore della notte assieme a un giovane rancher omosessuale di nome Jamie, in seguito scomparso. Ma mentre l'anziano vaccaro deve fare i conti con il crepuscolo avanzante della propria esistenza, una nuova inchiesta sulla scomparsa del ragazzo, allestita con impegno e caparbietà dalla Ranger locale (Luciana Duvall, nella vita moglie della star, purtroppo dotata di capacità interpretative equivalenti a quelle di uno stoccafisso), capovolge i suoi accurati piani di affossamento della verità, disvelando lentamente tutti i segreti del passato.
Si scorge prepotente l'impronta dei melodrammi regionali di John Sayles nel mix di tragedia domestica, umorismo machista e mistero sotterraneo che sorregge la storia. Ma se nulla si può eccepire al Robert Duvall attore, abilissimo a indossare i vestiti dell'ennesimo uomo posto di fronte una inevitabile resa dei conti (tonalità che già caratterizzava il suo magistrale L'Apostolo, uno dei capisaldi della cinematografia southern-gothic), come narratore e regista questa volta perde il filo - e la nostra attenzione - una volta di troppo diluendo le vicende in un mare di conversazioni poco brillanti e lacerti di trama un po' banali.
I momenti migliori sono sicuramente i confronti tra Duvall e il figlio gay Franco, interpreti formidabili che rappresentano diverse epoche culturali e che sono perfettamente in grado, con pochi guizzi, di rimestare nelle acque torbide di un rapporto padre-figlio contuso da sviste d'amore e di peccato. C'è un genuino dolore e una sincera speranza nei loro scambi, ma tutto il loro potere è diluito dalla stranamente inconcludente forza motrice della pellicola. Peccato, comunque interessante.

mercoledì 1 luglio 2015

sulle note di un terrore eighties...

It Follows è l'inaspettata gemma dell'horror regalataci quest'anno dal giovane cineasta David Robert Mitchell. Lo è non solo perché è una pellicola che, finalmente, fa paura (e lo fa in maniera subdola e sub-corticale come si richiede alle eccellenze del genere) ma anche per il portato di sincero amore per il cinema anni Ottanta tradotto e metabolizzato una volta tanto nella maniera più corretta (ovvero, niet mero citazionismo ma capacità di riprodurre una prospettiva che è puramente eighties). A tale, ammirevole riuscita contribuisce, e non poco, una colonna sonora assolutamente fantastica, in grado di riunire le sonorità dei mitici Tangerine Dream alle sperimentazioni synth di John Carpenter. L'autore, Rick Vreeland, si fa chiamare Disasterpiece ed è davvero una bomba. Qui il suo soundcloud, a seguire uno dei pezzi del film ("Title"). Goduria e perturbamento!

martedì 30 giugno 2015

ciao vecchio Piffero...

aveva 90 anni il buon Piffarerio. Le sue matite erano passate per le migliori testate fumettistiche italiane. In molti lo ricordano per Alan Ford o per i Caroselli in tv. Noi lo avevamo adorato - con quel tratto antico, pieno di tratteggi e nasi adunchi - nello spietato spaghetti-western El Gringo. Buon Viaggio vecchio cowboy...

satira cupa e feroce made in USA...

«Ogni volta che un potenziale grosso investitore arriva per il tour, lo porto innanzitutto alla Chiusa trapiantata dal canale Erie. Abbiamo buoni duecento metri di canale lag­giù e un plastico assai fedele di un accampamento di musi gialli. Mamma mia come siamo diventati rossi quando si è scoperto che il canale invece lo avevano costruito gli irlan­desi. Non abbiamo soldi per correggere la svista, per cui più o meno ogni quarto d’ora un marchingegno nelle ba­racche rilascia una specie di aroma di cibo orientale.
Oggi il mio possibile Socio per la Ricostruzione Storica è il signor Haberstrom, fondatore di Cultura&Abbron­zatura. È un’azienda di livello nazionale. Si sono inventati una biblioteca fornitissima all’interno dei locali per cui mentre fai la lampada urli il titolo del libro che ti pare a certe liceali sui pattini. Risaliamo il sentiero, lui è in tuta felpata e fuma il sigaro e io gli dico che ammiro il suo acu­me. Gli dico che certi uomini sono sognatori e altri esecu­tori. Mi domanda chi sono io dei due e gli rispondo am­mettiamolo, sono il classico tipo che accompagna i sogna­tori sul sentiero a visitare il Segmento del canale. Lui ap­prova. Dice che ho la testa sulle spalle. Mi tocca il braccio e dice che non vede l’ora di passare qualche istante di rac­coglimento al canale perché tanto tempo fa suo bisnonno portava le chiatte e fu ucciso da un asino. Quando arrivia­mo alla radura si emoziona tutto e sfonda la sagoma di cartone del giocatore d’azzardo cinese. Non per essere vol­gare ma sento che è in arrivo un assegno bello corposo.
Quando però lo raggiungo vedo che le gang hanno col­pito ancora con le bombolette spray, per tutta la mia Chiu­sa. Haberstrom rimira la scena. Poi mi picchietta addosso la punta sputazzata del sigaro e dice eh no, coi miei soldi te lo sogni, e ridiscende il sentiero come una furia.
Resto lì solo qualche minuto. L’ultima cosa che mi serve è lo sputo di un ciccione sulla cravatta. Penso di mollare tutto. Poi penso alla mia ultima avvilente infornata di cur­riculum. Duecento invii, zero risposte. Credo che a scorag­ giare i miei potenziali datori di lavoro sia il fatto che sono un umile Ispettore alla Verosimiglianza da nove anni senza uno straccio di promozione. Penso alla rata della macchi­na. Penso a quanto Marcus e Howie adorano la casetta­ giocattolo che non ho ancora finito di pagare. Decido an­che stavolta di ingoiare il rospo e tenere duro.»

Bengodi e altri racconti
George Saunders (Minimum Fax)

lunedì 29 giugno 2015

rotolando lenti nel buio minerale...

non ci sono, in realtà, «piccoli incidenti» in Little Accidents (2014), un oscuro drama minerario diretto dalla giovane regista e scrittrice statunitense Sara Colangelo e tratto da un suo precedente cortometraggio premiato al Sundance.
Il film, che vede tra i protagonisti Elizabeth Banks e Josh Lucas, è ambientato sugli Appalachi, in una sperduta città della West-Virginia colpita da un gravissimo incidente: dieci uomini sono deceduti sottoterra  mentre cercavano carbone per conto di una multinazionale. Il disastro ha lasciato un solo superstite, Amos Jenkins (Boyd Holbrook in una performance toccante, mai sopra le righe). Ma la pellicola, intensa e molto ben realizzata anche se naturalmente soggetta alla letargica scansione ritmica tipica degli indie americani, racconta altre vicende, in primis - ed è il secondo «incidente» tutt'altro che minuto - la storia della sparizione del figlio di uno dei dirigenti dell'azienda di estrazione.
Mesi dopo l'incidente il minatore sopravvissuto viene dimesso, ancora in parte paralizzato ma in grado di camminare. Le famiglie delle vittime vorrebbero che testimoniasse circa le cattive condizioni di lavoro di modo da ottenere un congruo risarcimento, mentre il resto della città teme la chiusura dell'unica fonte di sostentamento del paese e lo vorrebbe silente. Al suo devastante travaglio, molto ben reso, si aggiunge - viaggiando in parallelo - quello dell'adolescente Owen (Jacob Lofland uno dei due dotatissimi ragazzi del film Mud), il cui padre è stato ucciso nell'incidente e che introietta con il classico mal di vivere dei ragazzini un dolore che si porta appresso in famiglia già da prima della scomparsa del genitore, dovendo infatti occuparsi di un fratello, Jimmy (Beau Wright), che ha la sindrome di Down. I destini dell'uomo e dell'adolescente finiranno per incrociarsi con quello della madre del ragazzo scomparso (la bella Banks, smessi finalmente i panni di allegrona cheerleader di tante commediole, dimostra di saper recitare con piglio ammirevole) e tutti finiranno, quasi faulknerianamente, per pagare il proprio pegno di dolore alla vita.
La Colangelo è assai brava a evocare l'atmosfera di questo minuscolo mondo montano, con tutti i comfort di quei pochi che hanno svoltato e l'amarezza e la disperazione che ricoprono invece gli operai alla stregua della polvere che quotidianamente questi immettono nei propri polmoni (la lunga striscia degli Appalachi, come ci ricordano i bellissimi racconti di Pancake, è tra le zone più depresse dell'intera nazione). La regista lascia che le cose si aggroviglino per accumulo tra paesaggi fronzuti e brume industriali, salvo srotolare il bandolo della matassa con lineare naturalezza. I segreti e le sofferenze di ognuno dei personaggi, grazie e soprattutto in virtù della bravura di un ottimo cast, vengono a galla con plausibilità, anche se la mano forse tecnicamente ancora poco sciolta dietro la macchina da presa qualche volta fa sentire il suo peso, togliendo qualche dose di empatia alla tragedia. Ma restano impresse l'angoscia e l'incomunicabile lotta interiore delle parti in gioco. Il direttore della fotografia Rachel Morrison e il resto della squadra di produzione, tra cui lo scenografo Chris Trujillo e costumista Meghan Kasperlik, hanno saputo catturare un senso di rassegnazione e stanchezza che alla fine, anche se non tutto quadra, resta attaccato alla pelle di chi guarda. Nel complesso un sì: molte cose valide e decisamente un augurio di eccellenza per il futuro dell'autrice.

domenica 28 giugno 2015

ancora e sempre Robicheaux!

da queste parti si è sempre guardato con una certa venerazione a James Lee Burke, scrittore dalla robusta poetica southern ormai decisamente assurto a status di classico (e non solo all'interno dei confini del genere noir) di cui la vecchia Meridiano Zero ha pubblicato l'intera opera in Italia (ma anche sul sito della nuova casa editrice il catalogo originario è interamente disponibile, per cui affrettatevi a metter mano al mouse).
La ballata di Jolie Blon, nell'edizione rivista e aggiornata dall’ottima traduzione di Matteo Curtoni e Maura Parolini, è da considerarsi sicuramente la testa di ponte della cospicua e comunque sempre qualitativamente valida produzione dell'autore statunitense. Questo romanzo, come la quasi totalità dei libri di Burke, si svolge nella Louisiana selvaggia e rurale dei rednecks e dei bayou e mette in scena una realtà sociale e culturale distante anni luce dalla cartolina high-tech delle grandi metropoli costiere. Con la sua abituale destrezza narrativa, Burke ci trascina infatti nell'ennesima indagine del poliziotto ex-alcolista Dave Robicheaux, andando ad aggiungere un altro tassello al proprio personalissimo Grande Mosaico Noir.
Ma mai come questa volta il razzismo e le contraddizioni del Sud vecchia maniera fungono da detonatore per una vicenda che si fonda su una capacità di analisi sociale davvero sopraffina, attenta alle più sottili sfumature dell'animo umano e basata su una lucida, amara contemplazione del Male in tutte le sue svariate (e per questo inseparabili dalla vita stessa) modulazioni. Le descrizioni della natura sono come sempre superbe, perfettamente amalgamate al ritmo della storia al punto da diventarne un efficace contrappunto (e come non intravedervi tanto Faulkner, in questo?). Su tutto risplende d'una luce plumbea e sulfurea la strepitosa, agghiacciante figura di Legion Guindry, granitico ancorché anziano razzista che dal passato arriva a inoculare alla vicenda il suo contributo di sangue e soprusi con leggendaria, epica prepotenza. Davvero il miglior Burke di tutti i tempi.

La ballata di Jolie Blon - James Lee Burke (Ed. Meridiano Zero)