martedì 19 agosto 2014

so long, Menahem...

(ricordiamo anche noi la morte di un grande regista e produttore, rimandandovi all'appassionato saluto che oggi gli fa il sito de i400calci).

venerdì 15 agosto 2014

Wolfe e il suo A Man in Full!

«In sella al suo cavallo preferito, Charlie Croker tirò indietro le spalle per essere sicuro di stare dritto e trasse un profondo respiro... Ahhh, ecco la posizione giusta... Amava il modo in cui il possente torace gli si gonfiava sotto la tenuta cachi, e immaginava che tutti i partecipanti alla battuta di caccia avrebbero notato la sua prestanza fisica. Tutti. Non solo i sette ospiti, ma anche i sei dipendenti e la giovane moglie, a cavallo dietro di lui vicino ai muli che tiravano il buckboard e il carro dei cani. Per sicurezza, allargò e gonfiò i muscoli più potenti della schiena, i latissimi dorsi, in una personale interpretazione di un pavone. Sua moglie, Serena, aveva solo ventotto anni, mentre lui ne aveva da poco compiuti sessanta ed era mezzo calvo, con una striscia di capelli ricci e grigi ai lati della testa e sulla nuca. Non perdeva quasi mai l'occasione di rammentarle che corda spessa - anzi, che cavo d'acciaio - lo legasse ancora alla vitalità primitiva e animalesca della sua giovinezza.»

Un uomo vero - Tom Wolfe (Ed. Mondadori)

lunedì 11 agosto 2014

Angelini su Aspettati l'inferno...

«Dunque volevo scrivere di questo scrittore che ho scoperto grazie a un incontro sulla spiaggia per presentare il suo ultimo libro. È Omar Di Monopoli che era al Molo TreZero in una delle mille freddissime sere di questa estate e che lì ha toccato con mano il suo libro fresco di stampa...
Una raccolta di racconti nel suo stile che, ho scoperto, viene definito vagamente “western”, lui ha questo mito della letteratura del sud statunitense che mescola all’elemento noir e grottesco con l’effetto di scrivere storie pazzesche, con personaggi che definire disadattati sarebbe un eufemismo, in famiglie violente, comunità intrise di odio e rancori, giovinezze spezzate, corpi derisi. In tutto questo, riesce a fare (anche) molto ridere. Ma tutti questi ingredienti che potrebbero (ed è sicuramente il rischio che maggiormente corre) portare a un stile un po’ di maniera, sono raccontati con una lingua che incanta, densissima, a tratti faticosa. Un mix di dialetto salentino e di italiano forbito a tratti aulico che non disdegna la poesia. Una meraviglia. Una sovrabbondanza a cui non siamo abituati, una, oserei dire, spavalderia (linguistica) davvero mirabile. Questa raccolta di racconti arriva dopo tre romanzi, ma in un certo senso è un romanzo in sé  anche se le storie cambiano di epoca, ambientazione, genere, il loro perimetro poetico è chiarissimo e il medesimo (oltre che quello geometrico). Storie per chi è in cerca di emozioni forti e non certo del libro in cui ritrovare la propria quotidianità (se quella dei protagonisti è la vostra quotidianità siete probabilmente semi-analfabeti)». [qui l'originale]

giovedì 7 agosto 2014

...oltre l'inferno

(qualche scatto moderatamente "arty" della serata di presentazione di Aspettati l'inferno a Manduria del 27 luglio. Le foto sono opera di Paola Pasanisi e potete ammirarle nella loro interezza quaggiù)

venerdì 1 agosto 2014

...tutti a Lecce (quasi tutti, 'via!)

Venerdì 8 agosto, nella centralissima Feltrinelli di via Templari a Lecce, presentiamo ai lettori salentini il nostro ultimo Aspettati l'Inferno, antologia di racconti pubblicata dalla casa editrice milanese ISBN. Modererà la serata Dario Goffredo, giornalista ed operatore culturale, mentre all'interpretazione di Danilo De Summa (Il Giovane Montalbano, l'Ispettore Coliandro) sarà affidata la lettura di alcuni estratti del libro. Non mancate...
Dieci piccole storie che, nella loro brevità, racchiudono tutta la potenza evocativa delle immagini e la tagliente ferocia di una società meridionale votata allo sfascio. Il Sud Italia diventa la location perfetta per questi spaccati di western fuori dal mondo, in cui si mescolano punte di surrealtà ad infiltrazioni fantascientifiche. «E se da un lato le invenzioni create da Di Monopoli sono concreti riferimenti alla realtà delle cronache, dall'altro danno corpo ad anomali e grotteschi mostri di ogni forma e specie» (Il Manifesto)

venerdì 25 luglio 2014

consigli contro l'afa...

(come promesso facciamo un breve break delle nostre ferie per suggerirvi un po' di begli audiovisivi per le vostre serate estive; presto, appena possibile, ci riaffacceremo con il listone di letture sotto l'ombrellone)
• Zulu. A leggerne in giro i pareri sono pressoché unanimi. Presentata lo scorso anno a Cannes e mai tradotta quaggiù in terra italica, questa pellicola diretta dal regista francese Jérôme Salle pare essersi meritata inesorabilmente l'archiviazione sotto la voce «poliziesco di pessima fattura». E in effetti, a volerne dare una esclusiva lettura dall'interno del canone, dal punto di vista della pura detection il film non offre spunti granché interessanti e anzi, nel raccontare di una nuova droga che sbanca tra i viziati ragazzi bianchi di Città del Capo facendoli impazzire sino a diventare assassini, è forse proprio il ricorso eccessivo agli stereotipi del thriller di matrice anglosassone che finisce per frenarne lo slancio, impedendo all'intero progetto di decollare verso quelle strade personali che pure s'intravedono nella buona mano del regista. Eppure vi sono altresì validi motivi per non gettare subito a mare quest'opera tratta dall'omonimo romanzo di Caryl Férey (pubblicato in Italia da Mondadori). Anzitutto la presenza di un cast solido e capace in cui primeggiano Forrest Whitaker e Orlando Bloom (quest'ultimo, bicipiti pompati e tatuaggi ovunque, per la prima volta si esibisce in un ruolo sfatto e problematico riuscendo, incredibile dictu, a convincere). E poi l'ambientazione: il Sudafrica post-Aparthied che fa da sfondo alle vicende regala alla storia una strana allure esotica che sovente presta il fianco a riflessioni non banali su razzismo e segregazione (con tutto che, sia chiaro, stiamo parlando di un "semplice" poliziesco e quindi non ci si aspetta dalla trama necessariamente abissi di profondità). Amalgama la ricetta una dose spettacolare di iperviolenza che, quando non scade nello splatter, regala allo spettatore momenti di pura tensione. Insomma, da rivalutare.
• The Bridge. Il «ponte» eponimo è quello al confine fra Messico e Stati Uniti ed è proprio su quel ponte che prende il via la splendida serie ideata da Meredith Stihem (Homeland). Un ponte sul quale viene ritrovato un cadavere sul cui assassinio vengono chiamati a investigare sia un detective messicano, Marco Ruiz (Demiàn Bichir, già visto in Weeds) che uno americano, Sonya Nord (Diane Kruger, uno spettacolo dai tempi di Troy). I due dovranno lavorare fianco a fianco per risolvere l’intricato caso che li porterà sulle tracce di uno spietato serial killer. Ad ogni nuovo delitto, la coppia si trova di fronte ad un nuovo “messaggio” inviato loro dall’assassino, e in una lotta contro il tempo (e senza esclusione di colpi) si ritroveranno a ricostruire tutti i tasselli del puzzle per catturarlo e impedirgli di uccidere ancora. Trasmessa esattamente un anno fa anche da noi in contemporanea con gli Stati Uniti, The Bridge, proprio come la fortunata The Killing (trasmessa in Italia sempre da FoxCrime), si basa su una serie nordica. È infatti il remake americano di Bron, serie tv del 2011 ambientata e realizzata al confine fra Danimarca e Svezia (su un altro “ponte” che separa due Stati). La seconda stagione sta macinando in questi giorni sfracelli in termini di ascolto.
• Penny Dreadful è un'altra bella serie, stavolta all'insegna dell'horror condito con zaffate di erotismo tutt'altro che velato. Per le strade di una Londra in piena fase vittoriana si aggirano contemporaneamente i più strani casi umani che la letteratura abbia mai partorito; può capitare di incontrare Dorian Gray o Frankestein et similia. Le vite di questi bizzarri individui finiscono per intrecciarsi con quelle, apparentemente più normali, di Ethan, un americano affascinante quanto indisponente, Malcom, un nobiluomo che non ha da tempo notizie della figlia scomparsa, Brona, un'avventuriera e Sembene, un tipo alquanto strano. A cercare di ripristinare l'ordine nel mondo ci pensa Vanessa, bellissima e misteriosa cacciatrice di creature non umane. Ma è giusto dare la caccia a quelli che, magari un po' sbrigativamente, la società ha bollato come dei mostri? La sofferente creatura del (qui molto giovane) dottor Frankenstein sembrerebbe riflettere, e far riflettere lo spettatore, sulla sua effettiva condizione di emarginato, di alienato, di essere a cui viene negato l'amore ed il rispetto. E la stessa Vanessa, di tanto in tanto, non si dimostra come una paladina della giustizia, ma piuttosto come un essere destinato a vivere perennemente in bilico tra bene e male, oscurità e luce. La serie trae ispirazione da un'omonima collana di novelle di genere horror che nella vecchia Londra potevano facilmente essere reperiti all'irrisorio prezzo di un penny. Penny Dreadful ha debuttato sul piccolo schermo nel maggio del 2014 riscuotendo da subito grande attenzione di pubblico e critica sia per il rimando immediato alla Lega degli straordinari gentlemen sia per l'effetto nostalgia generato dal richiamo dichiarato ai Mostri classici della Universal.
Infine • Blue Ruin, terso e atipico revenge-movie indipendente a firma Jeremy Saulnier che l'anno scorso stregò i festival di mezzo mondo (anche il Torino Film Festival) e che merita sicuramente, senza appello, un ripescaggio tra i guilty-pleasure estivi.
Permeata di un nerissimo e desolante umorismo, questa lucida odissea nel grottesco americano è un vero e proprio viaggio nelle case piene di armi e nelle leggi senza senso che negli Stati Uniti fanno da quadro a storie come quelle di Dwight Evans, protagonista senzatetto che vive di espedienti nel Maryland. Costui dorme nella sua vecchia Pontiac blu, si lava nei bagni delle case vuote, rovista nei cassonetti della spazzatura in cerca di cibo. Nel momento in cui scopre che l’assassino dei suoi genitori sta per tornare in libertà, decide di mettere in atto un’irrazionale vendetta.
Il regista è bravo e scrupoloso nel prendere la distanza giusta dal suo anti-eroe mentre ce lo mostra perseverare nei suoi istinti peggiori, noncurante dei rischi a cui tutto ciò lo espone. Frecce, fucili, carabine, e verso il finale persino quella che sembra una mitragliatrice. Blue Ruin mette in scena un bagno di sangue in cui affoga un'America rurale dove persone senza alcun peso sociale, pura white-trash che la crisi contribuisce solo a moltiplicare, lottano l'un contro l'altro armati senza alcuna regola, anche quando non ne hanno (come nel caso del protagonista) alcuna attitudine o destrezza. Dwight è disposto a tutto pur di portare la sua vendetta a compimento, e utilizzerà ogni arma e ogni metodo per pareggiare i conti. Finché non si fa prendere la mano, e lo spettacolo si farà folle e definitivo.
à tout à l'heure

martedì 22 luglio 2014

la bella estate...

...allora, eccoci qui. Approfittiamo d'un accesso piuttosto ballerino alla rete internet - colpa di un disguido tecnico imputabile al nostro server che ci ha di recente impedito di aggiornare quotidianamente il blog e che, pare, sia ben lungi dall'essere risolto in via definitiva - per mettervi al corrente della prossima presentazione pugliese del nuovo libro (ma altre ne seguiranno in giro per la regione: Lecce, Ostuni, Brindisi e molte altre ancora) nonché per segnalarvi (anche a causa del predetto problema con il web) l'entrata ufficiale di questo spazio nella ormai consueta modalità vancanziera.
Il che non significa ovviamente che scompariremo, tutt'altro, a maggior ragione con Aspettati l'inferno in piena promozione :-) semplicemente diraderemo un po' gli aggiornamenti, qualche volta dormiremo un po' di più la mattina e di quando in quando passeremo una serata con amici e fidanzate senza stare a cogitare troppo su quale film/libro/fumetto o altro passatempo ameno segnalarvi quaggiù...
(felice estate, insomma, ma ci rivediamo qui tra qualche giorno)
per chi si trovasse nei paraggi, i dettagli sull'evento su facebook.

venerdì 18 luglio 2014

Leone e la critica italiana...

Cinquant'anni fa, era il 1964, con Per un pugno di dollari il grande Sergio Leone accendeva la miccia del più clamoroso fenomeno commerciale del cinema italiano di tutti i tempi: la pellicola a basso budget, con una lavorazione a tratti disperata per mancanza di fondi (in Spagna ci fu addirittura un ammutinamento della troupe perché non percepiva la paga da un mese) ebbe un successo travolgente che in breve tempo varcò i confini nazionali e finì per costringere producers e investitori d’Oltreatlantico a fare marcia indietro e ricredersi sulle innovazioni del cineasta facendo a gara per finanziargli i progetti successivi.
Ma anche la critica di casa nostra, perlopiù unanimemente arroccata nelle cinture di uno squallido provincialismo, non mancò di foderarsi gli occhi davanti alla rivoluzione in atto in quel momento sugli schermi italici: il vate dei critici Tullio Kezich, ad esempio, non fu certo tenero con il regista romano, scrivendo sulle colonne di Panorama: «Adesso, tra tante belle pensate, si è scoperto anche il western. Il sottogenere del western autarchico ha in questi giorni il suo primo successo. Lo ha diretto tale Bob Robertson, che risulta essere l'italiano Sergio Leone. I ragazzi vanno tenuti lontani da questa scuola di violenza, ma gli adulti che cosa possono trovarvi al di là di uno sfogo dell'istinto di sopraffazione?».
Mezzo secolo più tardi, in occasione del ritorno in sala della trilogia del dollaro restaurata dalla Cineteca Nazionale di Bologna, quando l'arte di Leone ha intanto influenzato generazioni di cineasti, fumettisti, sceneggiatori e musicisti in tutto il mondo, alcune penne altolocate della critica del Belpaese continuano a liquidare il talento del regista con spocchiosa sufficienza. Ieri, la stimabilissima Alessandra Levantesi (moglie di Kezich, tra l'altro; una giornalista che il titolare del blog, da sempre lettore del quotidiano La Stampa, praticamente venera), recensendo la nuova copia de Il buono, il brutto, il cattivo concede al capolavoro due misere stellette (tradotto: film modesto!) aggiungendo:
«...il film rivisto oggi dà per molti versi ragione a chi all’epoca lo considerò di un manierismo eccessivo e compiaciuto; e tuttavia conferma l’abilità di Leone a manipolare gli elementi spettacolari del western, sradicandoli dalla loro originaria matrice storico/mitica. Che poi il tutto possa risultare indigesto a chi conosce e ama i classici di John Ford, è fuor di discussione».
Leone da lassù se la starà ridendo...

giovedì 17 luglio 2014

vacanza col buzzurro...

The Backwoods - Prigionieri nel bosco è l''interessante opera con cui ha esordito il giovane film-maker di origine spagnola Koldo Serra. Datata 2006, la pellicola è una co-produzione internazionale con un cast che comprende l'inglese Gary Oldman, l'inglese Paddy Considine, la francese Virginie Ledoyen e la spagnola Aitana Sánchez-Gijón. La storia s'impernia su una giovane coppia di inglesi (rigorosamente in crisi) che in compagnia di due amici partono alla volta della penisola iberica per godersi la natura selvaggia e il clima mite. Giunti nella Spagna rurale più profonda la vacanza subisce una svolta drammatica quando i due maschietti del gruppo, durante un'escursione nel bosco, incappano in una ragazzina dotata di mani deformi, tenuta segregata in una capanna nascosta nella vegetazione. La decisione di liberare la sventurata per portarla con sé si rivelerà assai improvvida, scatenando la furia degli (ormai consueti) rednecks locali.
Nonostante la tematica trita e risaputa, il film possiede una struttura assai ben congegnata che - frullando con abilità echi di Un tranquillo week-end di paura con quelli di Cane di paglia - dimostra come si possa ancora costruire una buona architettura cinematografica senza l'abuso sconsiderato di effetti speciali. Serra calibra infatti con meticolosità e mestiere la suspense distribuendola in dosi mai eccessive lungo l'intero svolgersi degli eventi; al resto contribuisce una sapiente ambientazione retrò (i fatti narrati accadono sul chiudersi degli anni '70) che si rivela funzionale alla sospensione d'incredulità richiesta allo spettatore (sarebbe bastato infatti ricorrere al più scasciato telefonino odierno per mandare a puttane tutto l'intreccio).
Attraverso l'accumulo di situazioni problematiche, la vicenda tiene desto il coinvolgimento del pubblico osando mettere da parte le tonnellate di emoglobina sfoderate in prodotti americani confratelli (si pensi ai vari, inutili Wrong Turn) per costruire una tensione che è quasi interamente psicologica. Tanto di cappello quindi a questo cineasta classe 1975, un giovinotto che, dopo essersi fatto le ossa nella salutare palestra dei cortometraggi, mette a segno un bel colpo con questa pellicola che in originale s'intitola Bosque de sombras e che va sicuramente ad aggiungere un ulteriore, valido tassello a quel grande mosaico dell'horror-rurale che la Settima Arte sta costruendo da John Boorman in poi (senza dimenticare, of course, i sublimi bifolchi cajun di Hill). Azzeccata anche la scelta di un Gary Oldman sempre più maturo e camaleontico, un attore la cui interpretazione ridimensiona le pur sparute falle di una sceneggiatura che forse avrebbe meritato maggiore attenzione nella costruzione dei caratteri dei villain (possibile che lontano dai centri urbani siano tutti buzzurri-bifolchi-cafoni-inospitali-sciroccati e pazzerelli?) ma il finale è assolutamente all’altezza e sfuma giustamente nel vago lasciando aperta la strada a più interpretazioni. Notevole, teso, e molto europeo.

mercoledì 16 luglio 2014

le macchine della Carter...

«Non riesco a ricordare esattamente in che modo cominciò. Nessuno, nemmeno il ministro, riusciva a ricordarlo, ma so che cominciò quando la mia spaventosa infanzia era misericordiosamente finita da tempo. Le suore che avevano seppellito mia madre mi avevano sistemato con una sinecura: avevo un piccolo impiego in un ufficio governativo. Abitavo in una stanza d'affitto con un letto e un tavolo, una sedia e un fornello a gas, una credenza e una caffettiera. La padrona di casa era relativamente giovane e molto accomodante. Ero sempre un po' annoiato, ma del tutto soddisfatto. Pure, penso di essere stato uno dei primi in città a notare che le ombre cominciavano a mostrare una sottile distorsione, e una curiosa stranezza pervadeva ogni cosa. Avevo tempo per vedere, tutto qui.»

Le infernali macchine del desiderio del dott. Hoffman
Angela Carter (Ed. Fanucci)

martedì 15 luglio 2014

...mamma, sono a casa!

La prestigiosa casa editrice milanese Il Saggiatore sta riscoprendo le fonti letterarie dei capolavori di Alfred Hitchcock e, con gran fortuna per noi appassionati, in questo percorso non fa ovviamente mancare uno straordinario romanzo che non si vedeva negli scaffali italiani da molto, troppo tempo. Stiamo parlando di Psycho, firmato da quel genio - a lungo incompreso, anche per colpa dell'indubbia grandezza del regista inglese che si servì della sua opera - di Robert Bloch.

La storia è stranota: Norman Bates gestisce un motel tanto sinistro quanto poco frequentato («Tutti ormai prendono la nuova strada»): è un solitario che vive con l’anziana madre («La mamma era… strana… a proposito di certe cose») in una tetra stamberga appollaiata su un’altura al di sopra dello spiazzo del motel. Una sera Mary Crane, una giovane che ha appena commesso un furto spinta dal desiderio di aiutare il fidanzato Sam Loomis a pagare i debiti, capita nel motel. Norman fa il galante, la invita a cena a casa sua e le confessa qualche piccolo segreto: «Mi diletto semplicemente di tassidermia. George Blount mi ha dato quell’allodola da imbalsamare. È stato lui ad abbatterla. La mamma non vuole che maneggi armi da fuoco». La reazione della possessiva mamma è feroce: aggredisce a coltellate la malcapitata Mary nella doccia - dando luogo a quella che diverrà una delle scene più celebri della storia cinematografica. Norman è figlio fedele e subordinato: «Ora l’essenziale era far sparire le prove. Il corpus delicti.» E la palude è il luogo ideale per fagocitare ogni prova. Intanto la sorella Lila contatta Sam per denunciare la sparizione di Mary. Alle ricerche partecipa anche l’investigatore Milton Arbogast. Lentamente una spirale di follia fagocita i protagonisti, e ben presto la terribile verità verrà a galla, rivelando sviluppi indicibili.
Ciò che colpisce, nella lettura di questo straordinario lavoro del 1959 (Garzanti lo pubblicò col titolo Il passato che urla perché non sapeva come tradurre la definizione originale) è che molte di quelle trovate ritenute figlie della creatività spumeggiante e inarrivabile di Hitch sono invece farina del sacco di Bloch:  non solo la succitata scena della doccia è già descritta pressoché intatta nel libro, ma anche l'apparizione improvvisa e raggelante della vecchietta mummificata nonché l'arrivo in cantina di Norman travestito da Norma che agita la lama fendendo l'aria sono lì, tra le pagine dello scrittore statunitense, pronte per servire da sceneggiatura ad uno dei più memorabili film di sempre. Il romanzo è de facto uno script perfetto e originale, da gustare con la memoria del film e da leggere attraverso la lente delle immagini in bianco e nero del film di Hitchcock.

Psycho
Robert Bloch (Ed. Il Saggiatore)