giovedì 30 ottobre 2014

il nuovo romanzo di Eva Clesis...

«DANTE Iniziai a pensarci un giorno di quattro anni e un mese prima. Il sedici settembre capitò di giovedì. Quel pomeriggio ero al funerale di mio padre in una cappella del cimitero di Bari. Da bambino c’eravamo trasferiti in paese, ma mia madre aveva insistito per seppellire papà nella città in cui era nato e dove un giorno l’avrebbe raggiunto anche lei, così ci diceva. Ora comunque eravamo là. Indossavo un abito nero comprato per l’occasione e abbinato a una cravatta di seta vinaccia che mi stringeva la gola. La cravatta era appartenuta a mio padre: mamma mi aveva fatto promettere di metterla. Faceva un caldo d’inferno che avrei voluto starmene sotto la doccia, dormirci persino. I telegiornali l’avevano definita l’estate più torbida degli ultimi mille anni e anche io credevo che lo fosse...»

È venerdì notte: un ragazzo consuma la sua vendetta ai danni di un medico, una ragazza scompare e un’altra viene aggredita a una festa. La trama si fa vorticosa intorno alle storie dei tre personaggi principali, ognuna delle quali inizia in tempi diversi ma ha un punto di snodo con le altre due. Tra stazioni di polizia, pedinamenti e dialoghi serrati, in una Bari cupa e piovosa, i tre personaggi di questo noir sui generis vivranno la stessa drammatica notte, ribaltandosi da vittime a carnefici a sfumati antieroi.

Finché notte non ci separi
Eva Clesis (Ed. Lite)

The Lure of an Abandoned Building...

(qui altre fantastiche immagini di sfacelo)

mercoledì 29 ottobre 2014

vai col Giallo!

Danze aperte tutto l’anno…
Se non sai con chi ballare, amico scrittore o pseudoscrittore, balla con Giallo che è sempre pronto a farti fare una bella piroetta. Anche se hai i piedi di marmo, sei brutto e goffo, non importa. Hanno ballato con lui una serie infinita di imbranati fradici e pure il sottoscritto che la sua porca figura l’ha fatta in una serata alticcia di festa paesana con altri frenetici zompatori (Giallo può trasformarsi in una ammaliante conduttrice). Tutti si cimentano con lui-lei, magari dopo avere seguito corsi di altra specie, che per natura è irresistibilmente generoso/a. Capitato a tanti. Lista lunga un chilometro. Anche a J.K. Rowiling, autrice della serie di Harry Porter, lanciatasi in un tango sfrenato sotto lo pseudonimo di Robert Galbraith, a volte avesse inciampato e fatto figura cacina (non si sa mai).
Il primo ballo, dunque, Il richiamo del cuculo, Salani 2013, è stato discreto, sì, ma senza esaltare più di tanto. Figure standard, movimenti precisi privi di quel quid in più che lascia il segno. Fuor di metafora si vedeva che Galbraith-Rowiling era alle prime armi. Nel genere voglio dire. Niente di nuovo sotto il sole, niente di originale se non una bella tecnica di scrittura maturata col tempo. L’investigatore inglese Cormoran Strike è uno dei tanti reduci scatafascio di guerra che hanno trovato asilo sicuro sulle pagine di Giallo (dorme in ufficio dentro ad sacco a pelo, si lava all’università, gira dappertutto insieme alla gamba mortuaria dolorante e ai ricordi dell’infanzia tribolata). Alla fine il colpevole è proprio quello inverosimile già sfruttato millanta volte nella tradizione del romanzo poliziesco, e dunque verosimilissimo, beccato subito (o quasi, via) dal lettore vispino.
Il secondo ballo Il baco da seta, Salani 2014, è stato più coinvolgente. Più completo. Cormoran Strike è cambiato, ha avuto successo, vive in una casa in affitto ed ha un suo standard di vita. Niente di eclatante ma certo di un livello superiore al precedente. Ed ecco che arriva la moglie dell’eccentrico scrittore Owen Quine a chiedere l’aiuto del nostro investigatore. Suo marito è sparito e sono successe strane cose: escrementi nella sua buca da lettere ed una donna che si presenta alla sua porta e fa “Gli dica che Angela è morta”.
Inizia la ricerca di Cormoran insieme al pedinamento di una segretaria ben pagata di cui il capo e amante non si fida mica tanto (sono bei soldi anche questi e intanto si inserisce una nota lieve nel contesto più pesante). Aiutato dall’insostituibile Robin Ellacot (sta per sposarsi con il fidanzato gelosetto Matthew ma la cosa non è per niente scontata), alta dai capelli biondo rame che qualche fremito stuzzicarello, subito rimosso, glielo provoca.
Il fatto è che Owen ha scritto un romanzo Bombyx Mori (nome latino del baco da seta), ancora da pubblicare, dove taglia e cuce su diversi personaggi, sotto nomi diversi ma facilmente identificabili, che girano nel suo ambiente: scrittori, editori, procacciatori di talenti. Chiaro che si ritrova barbarizzato (praticamente “una carcassa legata, maleodorante, marcia e sbudellata”) sul pavimento in una casetta dei Quine seguendo, idea non originale (dico io), il copione del suo manoscritto.
Ad indagare pure l’ispettore Richard Anstis distaccato con Strike in Afghanistan che gli aveva salvato la vita. La sospettata ideale sembra la moglie del morto e su di essa puntano gli sguardi della polizia. Ma i sospettati per Cormoran sono altri, soprattutto quelli presi di mira da Owen nel suo lavoro. Ergo un giro fra tutti i personaggi ben delineati e caratterizzati, anche i minori, in una Londra nebbiosa imbiancata dalla neve e intirizzita dal freddo (tipici i suoi ristoranti, pub e club) con la mezza gamba rimasta a farlo soffrire (ed il lettore con lui).
Aggiungo sesso al punto giusto senza strafare, ricordi, sogni, rimuginamenti continui intorno all’ex fidanzata Charlotte, qualche filosofia spicciola sull’amore e sulle coppie (si vedono davvero per quello che sono?), momento di tensione e pericolo, ma, soprattutto, un ritratto al veleno del mondo editoriale. Insomma la Rowiling-Galbraith ha sfornato tutto il bagaglio tecnico di uno scrittore preparato: riflessione e movimento alternati con pause e riprese veloci, dialoghi incalzanti e rivelatori (alcuni lungagnetti, via) sostenuto da una scrittura che si adegua alle necessità espressive. Finale estroso anche se poco credibile. Traduzione sontuosa di Andrea Carlo Cappi.
Rientrando in metafora un ballo di qualità che ha strappato pure diversi applausi.
(articolo by Fabio Lotti)

martedì 28 ottobre 2014

tra Lynch e Leone...

l'attacco di Crumley!

«Bravo chi sa spiegarle, le leggi. O come siano state cambiate dal tempo e dagli uomini. Per quasi ottant’anni, dalle nostre parti, l’unico modo per ottenere un divorzio era che uno dei coniugi finisse in galera per qualche reato o si facesse beccare in flagrante adulterio. La violenza fisica o la malattia mentale non contavano niente. E, nei dieci anni successivi alle mie dimissioni da vicesceriffo di contea, quelle antiquate leggi sul divorzio erano servite a riempirmi le tasche. Poi l’assemblea legislativa dello Stato, in un vortice di attivismo al termine di una seduta straordinaria, le aveva modificate lasciandomi in brache di tela. Adesso, da noi, i matrimoni possono terminare per divergenze inconciliabili. Entrambi gli schieramenti, favorevoli e contrari, erano rimasti più che spiazzati dall’imprevista iniziativa del legislatore, ma non tanto quanto il sottoscritto, che aveva passato i due giorni seguenti in ufficio, con un consistente malumore, a bere e godersi il panorama, soppesando un futuro che si presentava inaspettatamente buio. E il panorama aveva un’aria di gran lunga più piacevole delle mie prospettive.»

Il caso sbagliato - James Crumley (Ed. Einaudi)

lunedì 27 ottobre 2014

tra sceriffi corrotti e anime in pena...

Siamo nella Contea di Rio, in quella fetta di mondo a cavallo fra Messico e Texas, la stessa di Breaking Bad, The Bridge, Le tre sepolture e mille altri bei prodotti per il piccolo e grande schermo. Quaggiù riaffiora tra i sassi del terreno uno scheletro. Poco più in là, tra i sedimenti seccati da un sole implacabile e completamente indifferente alle umane debolezze, una stella da sceriffo. Il disincantato sceriffo Sam Deeds (un giovane Chris Cooper) inizia, parallelamente all’inchiesta ufficiale, un’indagine privata che lo porterà a ritroso nel suo passato, quando la contea era dominata dal crudele e corrotto sceriffo Wade. La ricerca della verità lo porterà a scoprire chi era veramente suo padre, lo sceriffo Buddy (interpretato da un già incisivo Matthew Mcconaughey), ormai una leggenda locale per come aveva sfidato e allontanato Wade.
John Sayles, paladino del cinema indipendente a stelle e strisce, con Stella solitaria (1996) cala una storia dai forti connotati noir in un’atmosfera western contemporanea che rievoca gli scenari e la cattiveria contratta tipici dell'opera di Cormac McCarthy. L’indagine dello sceriffo Sam Deeds - quieta, dolorosa eppure necessaria - è un pretesto per raccontare le storie di un pugno di personaggi molto realistici e assai ben disegnati: padri e figli, vittime e farabutti, uomini e donne ritratti nel loro perenne dibattersi tra i loro drammi quotidiani, gente spicciola che cerca di far quadrare i conti della propria vita senza farsi troppo male. L’impressione è quella di una delicata opera corale al cui interno si cerchi di far collimare un numero considerevole di visioni dell'esistenza, e che, quindi, si racconti una storia per raccontarle tutte. Così un film in cui convergono agevolmente più registri (del western e del giallo si è già detto, ma anche alcune venature romantiche sino all'aggiunta dell'epilogo "scandaloso" sono la dimostrazione di una ammirevole abilità da parte del regista nel destreggiare uno spettro assai variegato di prospettive narrative) diventa un prodotto saturo di sfumature interessanti, capace di indurre lo spettatore (a parte qualche sparuto momento di stanca) a farsi un paio di domande anche sulla propria vita.
Drammone corposo in grado di parlare del rapporto padre-figlio, di un omicidio e perfino dei problemi di convivenza tra diversi in una terra problematica senza avere chissà quale pretesa sociologica, il film qualche volta s'incaglia ma ha dalla sua numerosi punti di forza, tra i quali sicuramente la bella prova di un Chris Cooper già rodato nei ruoli di sconfitto fascinoso, ma anche il resto del cast sa come farsi valere (da sturbo un inedito Kris Kristofferson in veste di viscido figlio di puttana, ma è da non perdere la ancora fresca Francis McDormand nei panni della nevrotica e bipolare ex moglie di Sam). Stupendi i flashback realizzati da Sayles in singolo take, davvero convincenti e solidamente realizzati.
Un bel film di "frontiera", quindi, per una storia in grado di saltabeccare con maestria tra presente e passato. La sceneggiatura cura molto la caratterizzazione dei personaggi e la storia procede secondo un ritmo cadenzato che culmina in un finale a tradimento, che lascia di stucco lo spettatore. Consigliato.

Carrie forever...

(la più bella candid-camera del mondo!)

domenica 26 ottobre 2014

il 30 ottobre in libreria...

«Parliamo d'amore e di Cèlin Dion, ovvero: perchè pensiamo di avere gusti migliori degli altri
Nel 2007, Carl Wilson decise di capire cosa si nascondeva dietro la popolarità (e, all'estremo opposto, il sarcasmo) di cui era oggetto una delle maggiori popstar del mondo, Cèlin Dion. La cantante canadese rappresentava la candidata ideale, seppur inconsapevole, per indagare un fenomeno che riguarda tutti noi, in quanto consumatori di prodotti culturali: come scegliamo di definire noi stessi, nel momento in cui stabiliamo cosa è "di qualità", e cosa non lo è. Il risultato è un testo che nel corso degli anni è diventato un classico della critica musicale: divertente e colto, trasversale e geniale. Un libro mai apparso prima in Italia, che in questa versione aggiornata è reso ancora più completo da tredici nuovi interventi di alcuni tra gli autori più giovani e interessanti della scena letteraria e giornalistica americana».

Carl Wilson è critico musicale di Slate e collabora abitualmente con New York Times, Atlantic, Globe and Mail e altre testate. Vive a Toronto, in Canada. Con saggi di: Daphne Brooks, Drew Daniel, James Franco, Mary Gaitskill, Sheila Heti, Nick Hornby, Jason King, Krist Novoselic, Owen Pallett, Ann Powers, Marco Roth, Sukhdev Sandhu, Jonathan Sterne.

«Come chiunque altro, anche io sono un grande fan del libro di Carl Wilson» JONATHAN LETHEM

Musica di merda - Carl wilson (Ed. ISBN)

venerdì 24 ottobre 2014

il ritorno del Monnezza...

scritto a quattro mani con quel Manlio Gomarasca mente (e braccia) della mitica rivista Nocturno Cinema, Monnezza amore mio è il libro che noi cultori del genere stavamo aspettando da più di un decennio e che finalmente, complice il premio alla carriera assegnato all'ultima Festa del Cinema di Roma, è arrivato nelle librerie di tutta Italia.
Tomas Milian non ha certo bisogno di presentazioni: oltre cinquant’anni di carriera cinematografica, un’impressionante abilità nel reinventarsi in ruoli sempre diversi, una lunga serie di successi al botteghino e una vasta schiera di appassionati che intorno a lui ha creato un vero e proprio fenomeno di culto.
Ma se del «Monnezza», il suo personaggio più conosciuto, si sa tutto (o quasi), dell’uomo dietro alla maschera si sapeva ben poco (almeno, per chi non si era abbeverato delle poche ma corpose interviste rilasciate da Milian sui magazine specializzati in questi ultimi anni). Nelle pagine del nuovo, lussuoso volume il grande attore cubano racconta - per la prima volta ad un pubblico mainstream - la propria infanzia, il trauma di un bambino che assiste al suicidio del padre, la giovinezza da playboy nella Cuba bene, la scoperta del cinema, la fuga negli Usa, l'Actor Studio e la difficile vita da «uomo da marciapiede» a New York, l’arrivo in Italia e tutto quell’incontrollabile flusso di eventi che ha portato un giovane attore senza radici a lasciar naufragare il suo sogno hollywoodiano per trovare l'America nel Belpaese.
Messa da parte la goduria estrema per il prodotto, dopo la rapida lettura delle quasi trecento pagine s'intuisce facilmente quale possa essere stato il problema nella stesura definitiva di questa biografia, a lungo annunciata e rimandata di continuo: ebbene lo straordinario attore redige il proprio autoritratto ostinandosi a dialogare con la sua più famosa creatura (che essendo un borgataro, parla quindi in romanesco stretto) e se lo scambio all'inizio risulta simpatico alla lunga mette il lettore in una condizione di sgradevole forzatura che non giova alla caratura del racconto.
Inoltre, il narcisismo dichiarato di Milian (è un problema comune nelle autobiografie di attori) sovente inceppa la linearità degli episodi narrati, impedendo a chi vorrebbe saperne di più sul suo cinema ("quel" cinema, che era il nostro migliore, quello che all'estero ci copiavano) di inquadrare il periodo, i set, le contaminazioni filmiche e la speciale allure che impregnava Cinecittà e la capitale tutta in quel periodo. Ma resta una testimonianza unica, forse il classico topolino partorito dalla montagna, ma un topolino tremendamente simpatico con barba e boccoli alla Serpico che cerca di continuo rime con la parola "Galeazzo".

Monnezza amore mio - Tomas Milian (Ed. Rizzoli)

mercoledì 22 ottobre 2014

la leggenda del Kid...

All'inizio può risultare addirittura fastidioso questo surreale, monologante stream of conscious che lo scrittore afro-canadese Michael Ondaatje (quello, per intenderci, de Il paziente inglese) dedicò nei tardi settanta alla mitica figura di Billy the Kid, ovvero a quel William Harrigan Bonney nato nel 1859 che ammazzò il primo uomo a dodici anni - a colpi di coltello - segnando così in maniera irrimediabile il proprio destino. Il bandito morì per mano dello sceriffo Pat Garrett nel 1881: nel frattempo aveva ucciso altre venti volte. Ventun anni di vita, ventuno omicidi. E anche se leggenda vuole che avesse imparato a scrivere bene, Billy the Kid non ebbe naturalmente mai il tempo di comporre la propria autobiografia. Ed è in seguito a questa ovvia constatazione che Ondaatje, in Opere complete di Billy the Kid, arriva a immedesimarsi nell'IO del famoso pistolero stilandone una sorta di originale diario epico, un'opera in cui si mescolano benissimo poesia, cronaca documentaria e cut-up avanguardista. Se dapprincipio l'operazione appare distonica, magari un po' pretestuosa, progredendo nella lettura di questo esile volumetto si viene presto avvinghiati dalla straordinaria capacità dell'autore di immaginarsi un credibilissimo the Kid, dalla sua volontà di prestare la propria voce (e quindi l'anima) al giovane pistolero, già visitato in più occasioni da cinema e letteratura (talvolta, come nel caso di Sam Peckinpah, con esiti straordinari). Quella architettata da Ondaatje è una storia-contenitore: in essa si condensano infatti duelli, crani bruciati al sole del deserto, amici dilaniati dai proiettili, fughe, rincorse, mentre su tutto regna la furia letale e malinconica del protagonista. Uno spettacolo sorretto in primis dalla strana e profonda amicizia tra Billy e Pat Garrett, colui che lo ucciderà, un uomo di legge (ma il confine tra i ruoli era nell'America del 19° secolo assai labile) che fino dall'adolescenza si addestra a diventare un «assassino sano».

Opere complete di Billy the Kid
Michael Ondaatje (Ed. Garzanti)

martedì 21 ottobre 2014

avere vent'anni...

...immenso Verga

«Turiddu Macca, il figlio della gnà Nunzia, come tornò da fare il soldato, ogni domenica si pavoneggiava in piazza coll'uniforme da bersagliere e il berretto rosso, che sembrava quella della buona ventura, quando mette su banco colla gabbia dei canarini. Le ragazze se lo rubavano cogli occhi, mentre andavano a messa col naso dentro la mantellina, e i monelli gli ronzavano attorno come le mosche. Egli aveva portato anche una pipa col re a cavallo che pareva vivo, e accendeva gli zolfanelli sul dietro dei calzoni, levando la gamba, come se desse una pedata.
Ma con tutto ciò Lola di massaro Angelo non si era fatta vedere né alla messa, né sul ballatoio, ché si era fatta sposa con uno di Licodia, il quale faceva il carrettiere e aveva quattro muli di Sortino in stalla. Dapprima Turiddu come lo seppe, santo diavolone! voleva trargli fuori le budella della pancia, voleva trargli, a quel di Licodia! Però non ne fece nulla, e si sfogò coll'andare a cantare tutte le canzoni di sdegno che sapeva sotto la finestra della bella.
- Che non ha nulla da fare Turiddu della gnà Nunzia, - dicevano i vicini, - che passa la notte a cantare come una passera solitaria?
Finalmente s'imbatté in Lola che tornava dal viaggio alla Madonna del Pericolo, e al vederlo, non si fece né bianca né rossa quasi non fosse stato fatto suo.
- Beato chi vi vede! - le disse. - Oh, compare Turiddu, me l'avevano detto che siete tornato al primo del mese. - A me mi hanno detto delle altre cose ancora! - rispose lui. - Che è vero che vi maritate con compare Alfio, il carrettiere? - Se c'è la volontà di Dio! - rispose Lola tirandosi sul mento
le due cocche del fazzoletto. - La volontà di Dio la fate col tira e molla come vi torna conto! E la volontà di Dio fu che dovevo tornare da tanto lontano per trovare ste belle notizie, gnà Lola! - Il poveraccio tentava di fare ancora il bravo, ma la voce gli si era fatta roca; ed egli andava dietro alla ragazza dondolandosi colla nappa del berretto che gli ballava di qua e di là sulle spalle. A lei, in coscienza, rincresceva di vederlo così col viso lungo, però non aveva cuore di lusingarlo con belle parole.
- Sentite, compare Turiddu, - gli disse alfine, - lasciatemi raggiungere le mie compagne. Che direbbero in paese se mi vedessero con voi?...
- È giusto, - rispose Turiddu; - ora che sposate compare Alfio, che ci ha quattro muli in stalla, non bisogna farla chiacchierare la gente. Mia madre invece, poveretta, la dovette vendere la nostra mula baia, e quel pezzetto di vigna sullo stradone, nel tempo ch'ero soldato. Passò quel tempo che Berta filava, e voi non ci pensate più al tempo in cui ci parlavamo dalla finestra sul cortile, e mi regalaste quel fazzoletto, prima d'andarmene, che Dio sa quante lacrime ci ho pianto dentro nell'andar via lontano tanto che si perdeva persino il nome del nostro paese. Ora addio, gnà Lola, facemu cuntu ca chioppi e scampau, e la nostra amicizia finiu».

Cavalleria Rusticana
in Vita dei Campi - Giovanni Verga (Ed. varie)

lunedì 20 ottobre 2014

pallottole danesi tra i canyons...

cominciamo dalle cose buone. Tante, senza ombra di dubbio. Prima fra tutte (è una cosa un po' maschilista, d'accordo, ma d'altronde stiamo parlando di un western, genere macho per antonomasia) la stupefacente bellezza di Eva Green, che pellicola dopo pellicola ha ormai mostrato tutto ciò che c'era da mostrare eppure non si può non rimanere basiti dinanzi alla totale, scandalosa mancanza di democrazia da parte dell'Altissimo nella distribuzione della beltà tra gli esseri umani: la Green, qui mutola e anche un po' pesta, continua a essere una silfide contrita e letale, capace di utilizzare con abilità tutto il vocabolario in uso ai suoi splendidi occhi verdi per stendere a terra lo spettatore.
Poi passiamo al resto, ché già comprendere che stiamo parlando di un cinema sì intelligente e imprevedibile come quello danese, ma da cui tutto ci aspetteremmo tranne che una storia di speroni, cactus e cavalli, bhé, che dire, è una sorpresa mica da poco. Invece The Salvation è una bella scommessa, quasi interamente riuscita. Se il canovaccio ricalca in maniera corretta i canoni tradizionali evocando modelli facilmente riconoscibili (questo, semmai, diventa a lungo andare un limite, ma ci ritorniamo), il film si guarda bene dal gigioneggiare e anzi, fa decisamente sul serio: semina, e, per sommi capi, raccoglie i suoi bei frutti.

Dietro la macchina da presa c'è Kristian Levring, un ex della (famigerata?) banda di Dogma 95, quella setta anarco-cinematografica capeggiata da Lars Von Trier. Di lui abbiamo visto in Italia Il re è vivo e Quando verrà la pioggia, fantasiosi drammoni non disprezzabili dove il talento, anche a dispetto di personali idiosincrasie di che scrive verso quella tipologia di opere, s'intuiva con una certa evidenza.
Qui la storia, americanissima e al contempo europea, s'impernia sulle tragiche vicissitudini di Jon, pacato danese immigrato nell’America dei canyons e degli sceriffi. Ma anche terra dei tagliagole senza legge e dei fuorilegge senza Dio. Uno di questi bellicosi esemplari, Delarue, vessa il villaggio presso cui Jon vive col fratello Peter, imponendo un tributo sempre più esoso. Le vicende del buon protagonista e del perfido Delarue si congiungono a seguito di una sconvolgente tragedia, che li porterà a ritrovarsi l’un contro l’altro armati, con esiti fatali per i cattivoni e qualche lutto insanabile per chi parteggia per il bene.
A incarnare l’uomo qualsiasi trascinato nel gorgo della violenza non di sua sponte, c’è un Mads Mikkelsen in forma smagliante che dipinge con tratti minuziosi un (ennesimo) ritratto umano di grande impatto emotivo. Senza mai indulgere a facili esasperazioni drammatiche - e la trama non è certo priva di spunti in tal senso -, l'attore scandinavo costruisce il suo Jon grazie a un meticoloso lavoro di sottrazione espressiva che ne conferma la bravura. Ma è nella personificazione del villain che l'appassionato del genere trova le maggiori soddisfazioni, per merito di un baffuto ed efficacissimo Jeffrey Dean Morgan, incarnazione pressoché perfetta di una nazione avida e spietata, gli USA, che dai migranti che ne costruirono le fondamenta pretese tutto di prepotenza, senza mai nulla concedere in cambio.
Fermo restante la goduria per un lungometraggio assai ben congegnato, si arriva però alla conclusione del film faticando a non ammettere che ci si sarebbe aspettati qualcosina in più. Ad esempio, per dire, che The Salvation giocasse a scardinare a proprio piacimento il genere, magari con note provocatorie e qualche ribaltamento di prospettiva non previsto; e invece Levring dà vita al più classico dei racconti di vendetta, confezionando quello che è in tutto e per tutto un bell'omaggio (Leone, Peckinpah) che rischia però di perdersi nel mare magnum di prodotti consimili (oltreoceano i western sono ancora pane quotidiano, magari per le tante cable tv).
L'unica caratteristica innovativa di The Salvation, semmai, la si può identificare nella riflessione (molto ben mimetizzata nella trama, però) che ingenera la consapevolezza di quanto sangue sia servito a edificare la nazione più potente del mondo. E non è certo un caso che Jon, al contrario di tanti eroi di frontiera di wayniana memoria, non si ritenga affatto un salvatore ributtando qualsiasi anelito ad appropriarsi di battaglie non sue: egli lavora e combatte per sé stesso e per la propria famiglia (vale la pena ricordare l’eccellente prova di Mikael Persbrandt nel ruolo del leale fratello Peter). L’eroismo di Jon è quindi una circostanza (s)fortuita e individuale, e pertanto profondamente moderno. In definitiva, un film da non perdere, ma siamo ben lontani da quel restyling pop che seppe fare nei Sessanta il genio nostrano con la medesima materia.

domenica 19 ottobre 2014

2 titoli interessanti...

Il mistero di Oliver Ryan di Liz Nugent, Neri Pozza 2014
Oliver Ryan, irlandese, è un uomo bello e sicuro di sé. Uno scrittore famoso sotto lo pseudonimo di Vincent Dax. Sua moglie Alice, dolce e carina, è l’illustratrice dei suoi libri per bambini. Una sera di novembre 2011 la “picchia così selvaggiamente da ridurla in coma”. La notizia si sparge subito attraverso i mezzi di comunicazione e tutti ne rimangono sbigottiti. Ma allora chi è veramente Oliver Ryan? La risposta l’avremo leggendo i racconti e le confessioni dei suoi amici e conoscenti. E, soprattutto, di lui stesso.
Dunque vediamoli questi amici e conoscenti. C’è Barney a cui ha “fregato” Alice proprio quando le aveva comprato l’anello di fidanzamento; c’è l’amico Michael ossessionato di essere gay; c’è Moya, l’attrice vicina di casa con la quale ha un lungo rapporto; c’è Madame Veronique che gestisce un castello con tenuta (vigneto) a Bordeaux; c’è Stanley che lega con Oliver al ST. Finian’s; c’è suo fratello più piccolo Philip ed Eugene, fratello di Alice, con quoziente intellettivo inferiore alla norma.
Tutto gira intorno al Personaggio. Bello e fascinoso, dicevo. Ragazze ai suoi piedi, sempre al centro della scena ma un tarlo lo rode, la mancanza della madre, la mancanza di amore del padre che lo “elimina” praticamente dalla sua esistenza. Ed il Male lo abbraccia.
Dai racconti e dalle confessioni degli altri ecco tanti piccoli tasselli che contribuiscono a comporre la sua inquietante figura con prospettive diverse e ad offrirci il destro per la conoscenza di altre storie. C’è tutta la vita, c’è tutto l’uomo in questa vicenda: la nascita e lo sviluppo dei sentimenti, il sesso, l’amore cercato e l’amore mancato, il figlio non desiderato e quello voluto, la vergogna del peccato, la lotta e la sofferenza di esprimere la propria sessualità, gli sfruttati, le sorprese, il dolore, la voglia di farla finita, il suicidio, la morte. E poi i ricordi, i sogni, qualcosa di buono che all’improvviso si accende nell’animo di Oliver.
A fine lettura un senso di rabbia misto ad un sentimento di tristezza infinita per la debolezza del nostro essere, di noi tutti, di fronte agli agguati del male.

La strada dei delitti di Massimo Lugli, Newton Compton 2014.
Romania. Paglia, Svelto, Topo, Schizzo, Sveglio. Ecco la storia di Sveglio (poi Gigi quando viene portato in Italia), 13 anni, costretto come gli altri a “rubare, frugare nei bidoni, rapinare i ragazzi più deboli o spezzarsi la schiena scaricando cassette di frutta nel gelo dell’alba”. Madre con tre fratelli, il nuovo uomo “sempre sbronzo marcio”, insulti continui e “troia” se va bene. Altri randagi di strada con i soprannomi ad indicarci le loro caratteristiche: Bastone, Torsolo, Tronco, Felicia, Petalo, Macarena e la sua terribile banda di Farfalle. Venduto dalla famiglia a bande criminali, vita d’inferno, stupri, botte, tentativo di fuga fallito. Poi in Italia, dicevo, con il nome di Gigi.
Dunque da una parte Sveglio-Gigi, dall’altra Marco Corvino, cronista-investigatore, divorziato con France, figlio Paolo cintura verde di karate e lui stesso appassionato di arti marziali. Trentotto anni di nera, vicino alla pensione ma non demorde, “scettico su tutto, cinico per mestiere e disilluso per vocazione”. Fissato con i “folletti” che lo ostacolano. Relazione passionale con Sara costellata di alti e bassi e notevoli salti sul letto.
Da seguire per il suo giornale la vicenda di un ragazzino morto (faccia devastata da una bruciatura), visto al campo dei nomadi e non richiesto da nessuno. Uno dei tanti bambini “invisibili” nel giro della criminalità organizzata che diventano sesso per pedofili, braccia per il lavoro nero, oggetto di traffico di organi. Nel frattempo altro morto ammazzato, Bedriscu Joi, detto “Forchettone” collegato ad un precedente delitto a sua volta collegato al clan Villaprete. La faccenda si complica e si fa pericolosa.
Con l’arrivo del capitano dei carabinieri Manuela della Rocca, “viso duro ma splendido”, arriva pure il sentimento d’amore, quello vero per il nostro cronista (capelli fiammeggianti della suddetta sempre nei suoi pensieri). Le due linee di sviluppo lungo le quali Gigi e Marco camminano ad un certo punto si incontrano con qualche punta di sentimentalismo trattenuto a fatica.
Storia di Svelto-Gigi, storia di Marco e vari spunti sulla odierna società: scontri al cantiere dell’alta velocità, critica ai talk show e ai reality che abbioccano, tramontati i tempi della denuncia sociale. E poi vita di redazione con il capo Aldo su cui si sbizzarrisce la vena ironica dell’autore (quando è buono lo fa grugnire come un facocero), vari colleghi particolari come la battagliera Alba Afragola ecologista di sinistra contro ogni discriminazione, Paolo Bianchi che del suo lavoro fa una ragione di vita, cori ossequiosi a chi siede sullo scranno più alto.
Scrittura energica di forte impatto emotivo con momenti di vera commozione, qualche luccichio di umanità in un mondo di bestiale violenza e sozzeria. Vince la parte di Sveglio (che fine avrà fatto?) su quella canonica e più prevedibile di Marco.
[articolo by Fabio «boss» Lotti]

venerdì 17 ottobre 2014

cento di questi libri...

esattamente dieci autunni fa in quel di Milano, nel 2004, da una costola della prestigiosa Il Saggiatore le menti di Giacomo Papi, Massimo Coppola e Luca Formenton partorivano l'idea di una casa editrice giovane e alternativa. Libri dalla grafica nuova e accattivante, mai vista prima, la copertina bianca e la costina colorata (di rosso, giallo o blu a seconda della collana) con la presenza, in bella vista, del codice a barre di volta in volta modificato - o adattato - a seconda delle tematiche dei volumi.
Isbn Edizioni, questo il nome del nuovo progetto, arrivò nel satollo panorama editoriale nostrano di quel momento sfoggiando sin da subito un catalogo pronto alla sperimentazione: i racconti di un immenso Breece D'J Pancake, alcuni romanzi di Richard Brautigan - tra cui il capolavoro Pesca alla Trota in America - due antimeridiani su Luciano Bianciardi, il primo antimeridiano su Oreste del Buono. E poi alcune pubblicazioni libro+dvd (The Filth and the fury, di Julien Temple, Heavy Metal in Baghdad, pubblicato in collaborazione con la rivista Vice, tre raccolte di interventi, racconti e interviste del The Believer (la rivista fondata da Dave Eggers), i libri illustrati di Oscar Brenifier e Jacques Després (Il libro dei grandi contrari filosofici, Il libro dell'amore e dell'amicizia, Il Senso della vita, Il bene e il male, Il concetto di Dio), le riflessioni tragiche e divertite di una ancora sconosciuta Michela Murgia e tanta altra roba interessante e unica.
Chi vi scrive giunse in redazione in un afoso giugno del lontano 2007 preceduto dal dattiloscritto di Uomini e cani, che all'epoca si chiamava ancora Acque sporche e che presto, mandato alle stampe in una bolla compressa di grandi aspettative, seppe guadagnarsi (a morsi e spintoni) la propria innegabile fetta di estimatori (e il titolo, sia lode a Krishna, continua silenziosamente a tirare anche in versione pocket). Il resto è un irrefrenabile inanellarsi di eventi: fughe, ritorni, contrasti, defezioni, momenti di luce e di buio. Come in ogni famiglia che si rispetti.
Affrancatasi nel 2009 dal marchio-padre dei Formenton, la casa editrice ha saputo quindi rendersi indipendente, si è messa a ristampare i propri bestesellers nella collana Reprints e ha lanciato una nuova collana di narrativa straniera - gli Special Books - con il testo a rilievo sulla copertina, un ulteriore rinnovamento grafico che nel 2011 si è meritato il primo premio agli European Design Awards.
Oggi l'intero mercato culturale è alla canna del gas, nessuno ha più voglia di osare e un'oscura cappa di depressione sembra ottenebrare ogni afflato propositivo. Però Isbn c'è ancora, combatte, resiste, senza aver perso un'oncia del suo entusiasmo. E noi con lui. Auguri ragazzi!