martedì 19 settembre 2017

Labellarte su OfcsReport...

“Sono più che consapevole del fatto che nell’intero Mezzogiorno vi siano amministratori e operatori della giustizia che da anni stanno lavorando con impegno e solerzia per affrontare e correggere vecchie problematiche legate al crimine, all’abusivismo e al malaffare”. Non c’è alcuna perfidia nelle parole di Omar Di Monopoli che con un’intervista a Ofcs Report racconta il suo ultimo successo letterario dal titolo Nella perfida terra di Dio, che ufficializza il suo passaggio alla casa editrice Adelphi. Un racconto con cui valuta l’attuale mezzogiorno italiano, nello specifico quello della ‘terra di Puglia’, dove egli stesso risiede. Per l’autore la critica coniò per la particolare tipologia del suo primo romanzo, Uomini e cani, la definizione di ‘western-pugliese’. Nei romanzi dell’autore pugliese, il tema del sociale attraverso la letteratura diventa così anche un prodotto di riflessione sulle perenni problematiche di un mezzogiorno che in realtà non si è ancora liberato della questione meridionale.
“Mi illudo di ordinare il caos del mondo con una penna” con questa affermazione ha voluto sintetizzare la sua missione letteraria. La letteratura, secondo la sua opinione, potrebbe essere un valido supporto al contrasto della criminalità?
“Certo, come ogni espressione artistica lo è nella misura in cui accende i riflettori su argomenti e questioni che si vorrebbero tacere. La letteratura, inoltre, ha nello specifico quel particolare ‘addendum’ di spingere e condurre il lettore alla riflessione su temi magari scottanti. Almeno, un certo tipo di letteratura riesce a farlo, poi, ovviamente, non sempre i libri, o gli autori, sono all’altezza di un compito siffatto. Va però specificato che nessuno scrittore scrive con la consapevolezza di dover necessariamente sollevare questioni importanti. Questo perchè è un’aspirazione che deve sicuramente accompagnare la stesura di un ‘opera, di qualsiasi genere essa sia, ma guai a calcolare tale progetto a tavolino, si rischia la didascalia e la presunzione mentre per un autore la priorità assoluta deve sempre essere null’altro che la storia da narrare. Che poi essa coincida talvolta con la Storia con la S maiuscola è un altro paio di maniche.
Secondo una sua recente opinione la Puglia “nasconderebbe un coacervo di problemi che sono ancora retaggio della mai risolta questione meridionale” non crede però che negli ultimi anni le amministrazioni locali si stiano impegnando a creare una Regione migliore e più appetitosa dal punto di vista turistico, commerciale e della qualità della vita e della sicurezza?
“Non si può naturalmente fare di tutta l’erba un fascio e sono più che consapevole del fatto che nell’intero Mezzogiorno vi siano amministratori e operatori della giustizia che da anni stanno lavorando con impegno e solerzia per affrontare e correggere vecchie problematiche legate al crimine, all’abusivismo e al malaffare. Ciò non toglie che, a dispetto della patina di oleografia che ha saputo fare del sud (e della Puglia in cui vivo in particolare) una meta di grande appeal dal punto di vista turistico, il meridione resti una zona altamente problematica e contraddittoria. Parlo di un luogo che d’estate si accende di rutilanti luci magiche e ipnotiche vibrazioni sonore ma che poi però, quando la bella stagione finisce, la realtà torni a chiedere il suo obolo e all’improvviso ci si rende conto che i veleni dell’Ilva e i fumi della centrale di Cerano continuano a rendere mefitica l’aria, che la Sacra Corona Unita è una mafia sconfitta solo sulla carta, basti guardare a quello che continua a succedere nel Gargano, dove le Società si affrontano a colpi di kalashnikov come nei film americani, e che la mancanza di lavoro e una politica ancora feudale non cessano di osteggiare qualsiasi progresso verso il futuro per questa terra disperata”.
Lei scrive: “Aveva interessato quelle latitudini sullo scorcio degli anni Ottanta, quando il calo produttivo dovuto alla crisi dell’ acciaio aveva imposto al polo siderurgico di Taranto, uno fra i più grossi e inquinanti d’ Europa, di smantellare parte dei cantieri e licenziare senza misericordia”. Le do una buona notizia: di recente l’ attuale amministrazione ha rassicurato i sindacati, confermando l’obiettivo di portare il gruppo Ilva al successo industriale che merita, nel rispetto della sostenibilità ambientale e di un miglior rapporto con la comunità tarantina. Che romanzo ci scriverebbe?
“Guardi, il romanziere non fa il sociologo, l’antropologo né tantomeno il politico. Chi scrive storie si sforza di fotografare la realtà che lo circonda attraverso un proprio personalissimo punto di vista e non cerca risposte, anzi sovente il suo lavoro si giudica dalla capacità di sollevare domande. Io personalmente scrivo romanzi noir, libri dai toni volutamente cupi e a tratti espressionistici, quasi gotici. È una mia cifra che rivendico perché calcando sui toni riesco a mettere in rilievo le differenze. Evidenzio le criticità tramite l’eccesso di bianchi e di neri. Non posso quindi che plaudire a un eventuale miglioramento delle condizioni relazionali tra il più grande stabilimento siderurgico d’Europa e la comunità che vive e muore attorno a esso, ma sono portato per esperienza - e forse anche per un Dna tutto meridionale, una sorta di sesto senso non necessariamente costruttivo - a diffidare delle promesse accalappia voti. Staremo a vedere. Vigilando con attenzione ed eventualmente continuando a scrivere per documentare l’ennesimo tradimento perpetrato ai danni di questa perfida terra di Dio”.

lunedì 18 settembre 2017

Chiara Lecito su CrapulaClub...

Nella perfida terra di Dio di Omar Di Monopoli è un romanzo viscerale, scorticato e fragile, la cui materia narrativa è ridotta all’osso e impregnata di sangue.
La storia di Tore della Cucchiara, che ritorna nella sua terra per rimettere le cose a posto, si svolge in un microcosmo, il paese di Rocca Bardata, rappresentato come un universo nel quale ogni elemento tende all’assoluto e sprofonda nell’abisso, talmente chiuso in se stesso che ogni intromissione esterna (la trasmissione “Occhio alla notizia”, l’intervento della polizia) appare superficiale e sminuente.
Combatti, figlio mio, vinci la subdola pervicacia della sua tirannide, lo spronò ebbra di furore mentre l’idiota tornava a nerbarsi la schiena: si frustava lacerando brandelli di pelle che ricadevano ai suoi piedi simili a trucioli appena usciti da una pialla. Così, piccolo mio, così. Devi punirti per mettere a tacere il Malvagio una volta per tutte.
Sentimenti e azioni assumono caratteri tanto estremi da abbattere i limiti della ragione; ne consegue una vicenda che da sola alimenta il suo fuoco e si brucia, sprigionando un aroma di fatalità che i personaggi non riconoscono ma sentono vibrare nelle viscere, attraverso dinamiche di azione e reazione dal sapore di tragedia greca, laddove l’odio si mescola all’amore e si trasmette di generazione in generazione, senza filtri, cambiando solo l’oggetto a cui si rivolge.
Nella perfida terra di Dio è scritto in una lingua animalesca e aulica, epica ed esplosiva, in perfetta coerenza con i fatti; ci troviamo al cospetto di uno stile che, a prescindere dal genere, si situa al di fuori delle classificazioni di basso e alto, proprio in virtù della sua distruttiva vitalità e della purezza delle sue commistioni: ogni elemento concorre a restituire quell’idea di potenza, di durezza, di impermeabilità alle sfumature che trasfigura la brutalità in vigore, riuscendo a farci riconoscere come intimo un sentire (e un vivere) che siamo abituati a classificare come mostruoso, o inferiore, o selvaggio.
L’altro balbettava il suo diniego come un disco rotto. Come faccio? disse. Come cazzo posso fare? Lei gli rispose con un sorriso amorevole. Lo hai già fatto, disse in un singhiozzo. Fin dal primo giorno. Ma non è solo tua la colpa. Cìmu rrivati assieme fino a quài. Però una cosa buona io e te l’abbiamo fatta, Tò. È a loro c’àmu a rendere conto.
L’autore fertilizza quella perfida terra mitica composta da figure immense e spietate e di valenza archetipica, che ci affascinano e ci scuotono proprio perché radicalizzano le più cupe e disturbanti verità: il riconoscimento della nostra atavica ferocia e delle nostre pulsioni più basse (e al contempo più pure) si conferma come l’unico punto di partenza di cui disponiamo per poter non solo vivere pienamente, ma anche per riuscire a cambiare direzione, aprendoci al diverso e al suo valore che potrebbe salvarci. Alla luce di ciò, la timida e riluttante fiducia di Tore verso la legalità, attraverso il contatto con un tutore della legge distante ma comprensivo nei riguardi delle selvagge dinamiche di Rocca Bardata, diventa significativa, perché permette al mito di oltrepassare i confini del libro, senza privarlo della sua dilaniata potenza ma donando a esso, e al lettore, nuovi margini di immaginazione.
Il romanzo di Di Monopoli non è soltanto una storia ricca e vivificante, ma anche un viaggio attraverso un qualcosa di essenziale e immenso, di così personale e sconosciuto da aver bisogno di essere sempre ribadito; e la tensione etica che anima ogni frase de La perfida terra di Dio entra nel cuore e nella testa e vi rimane, al contempo fresca e antica. (qui l'originale)

venerdì 15 settembre 2017

Abiusi su fatamorgana...

È da molti anni, forse dalla scomparsa di Gesualdo Bufalino, che la narrativa italiana sembra aver disperso quella che era stata ‒ anche in autori “realistici” come Pasolini, per non dire, sul versante opposto, delle neoavanguardie, impegnate, si sa, nel gioco a-linguistico ‒ una sorta di etica del lemma, del sintagma: il precipitato fonico del racconto e l’organizzazione, anche acustica, che restituiscono la concreta sostanza delle cose. È l’isolamento della parola e dell’oggetto, pur nell’orchestrazione del discorso, la concentrazione sul nome, a far emergere tutta una fisica della letteratura (e di qui ciò che la trascende, la stilizza ed estranea proprio in via materica), un brulicare di sostanza e suono, di sostanza nel suono, che manca a gran parte della narrativa italiana contemporanea, compressa dall’ansia di comunicare (e consumare) la vicenda, le peculiarità della storia. Un’ansia che si traduce il più delle volte in una scrittura anodina (una paratassi spinta fino all’“americanismo”) e nella specificità letteraria (ma una letteratura “di servizio” appunto), priva di stile cioè di un disegno altro, riguardante la consistenza del linguaggio e della sintassi, il surplus di mondi semantici che così si delineano.
A quest’ansia peraltro sfuggono autori come Michele Mari, Emanuele Tonon, il Giorgio Vasta del Tempo materiale e pochi altri, impegnati, ognuno a suo modo, a restituire peso, suono, spazio alla parola. Tra questi, in maniera singolare, guardando in qualche modo al racconto di genere (con tutto quello che comporta in termini di immediata fruibilità) c’è Omar Di Monopoli, di cui recentemente Adelphi ha pubblicato Nella perfida terra di Dio. Di Monopoli è intento a una scrittura, a un lavoro sulla lingua italiana, su una “nominalità” che si concreta in virtù dello scarto, del transito, proprio fuggendo, in virtù della lingua, da quella specificità tutta letteraria di si cui diceva prima.
Con questo romanzo Di Monopoli si addentra verso l’interregno spurio, limaccioso, posto tra le modalità di espressione e tra i generi. Un luogo (di sedimentazione semantica) che prende le forme di un luogo: Rocca Bardata, paese scalcinato della Puglia tarantina, tra cagnacci ottusi, bavosi, radure tignose, melme e scorie di falde acquifere, fino a cieli tramontanti e rudemente stellati, che dicono della natura contaminata di questa scrittura (tra dettato brado e picchi lirici) e in cui convergono la storia d’amore, il referto sociale (sia pure camuffato), la storia di gangster, il racconto neo-western, e poi neo-gotico.
Mescolanza dei generi appunto, ma anche riferimento costante ad altri linguaggi, soprattutto il cinema e il fumetto, del quale Di Monopoli recupera certo automatismo di gesti, di dialoghi: una estroversione priva di retroterra psicologico. Qui si mescolano la consequenzialità da tavola fumettistica dei personaggi invischiati nella loro sommaria, stereotipa vitalità; la composizione calcata e icastica delle scene, come la sparatoria tra i Della Cucchiara e i banditi al seguito di “Ngannamuerti”, sulla scalinata di una sala da biliardo, che nella sua minuziosa, claustrofobica spazialità, ricorda la sequenza di Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino, ambientata nel sottoscala di una cantina a Parigi, in cui Archie Hicox, con gesto sospetto, ordina “tre bicchieri” scatenando la carneficina.
Bastardi senza gloria (Tarantino, 2009).
Il cinema allora: a parte gli assedi a colpi di pistola e fucile dei mucchi selvaggi contro il vendicatore asserragliato, spiccano nel romanzo le sequenze gotiche, demoniache (ma come abbassate, nella terragna atmosfera di un realismo rurale) ambientate in un monastero in perenne penombra, in cui si consumano folli uccisioni, penitenze sanguinarie, violenze carnali sottaciute. Vige inoltre tutto un erotismo che non esplode mai, non viene mai esplicitato, inquadrato in primi piani sessuali, ma pare implicito alle forme, fermentante nei fuoricampo e nella composizione degli scorci, attagliato alla carnalità di uomini imbolsiti, tarchiati, e delle donne soprattutto, che sia Antonia, turgida, statuaria nella sua “incubazione” in una baracca, un campo infesto, o la novizia “dalle guance a mela” (sferzata dal cilicio e gocciolante di sangue), o la vecchiezza flaccida, feconda di Narcissa, la madre superiora stuprata da una ganga di contadini ubriachi: quasi che il genere non sia che una stortura e un’inferenza della realtà più terrigena, cenciosa, violenta.
È una zona di commistione Rocca Bardata, un cafarnao di generi, registri e linguaggi, che prende sostanza, colore, plasticità nell’uso della lingua, nei sintagmi organizzati frequentemente sul periodo protratto, ponendosi “in fuga” dal dominio paratattico, dal linguaggio anodino e standardizzato.
Il lavoro sulla lingua italiana di Di Monopoli fa uso soprattutto di aggettivi e participi che sottolineano, puntualizzano una nominalità discontinua, bastarda: dal letterario, al regionale, al popolare, senza temere la corriva nomenclatura fatta di Cagiva “tappezzata di decalcomanie rifrangenti”, di Audi, Ray Ban, Apecar, Muratti esistenti solo in virtù del loro crepitio in alta stereofonia. Tutta una nomenclatura, cioè, che fissa l’azione entro i suoi tempi (il “prima” e “dopo” secondo cui è montato il racconto) e i suoi spazi: quelli di una ruralità ruvida, sporca, scalcagnata, e la riconduce ai meccanismi codificati dai generi (i personaggi fanno esattamente le stesse cose, gli stessi gesti visti nei film di Leone, Dario Argento, Tarantino, o discendenti piuttosto dai romanzi gotici o da quelli d’appendice): solo in questo automatismo (per giunta icastico), in questo riprodursi di feticci, risulta la coalescenza tra lingua e genere.
La lingua concatena gerundi, avverbi, specificazioni, dettagliando al massimo (appunto feticisticamente) i sintagmi che si riversano nei luoghi, nelle cose. Lingua che si articola nel periodo, in una scrittura sinuosa, vigente sulla superficie corposa degli oggetti, salvo poi frantumarsi e serrarsi nella concisione del gergo e del dialetto. Sembra ci sia in ciò una strana consapevolezza, quasi un piacere fanciullesco, di Di Monopoli  nell’uso del periodare giocato sulla durata, come se un che di Gadda si fondesse con il fumetto, con l’accumulo di parole e di oggetti (e situazioni) seriali.
Le cose comunicano, anzi si orchestrano, interagiscono tra loro, in superficie, collocandosi nello spazio, nel dettaglio dei luoghi, con effetti fosforici, plastici, tale che ad esempio “al margine della piazzola, rischiarata da uno spicchio di luna che morendo versava fuoco freddo nella sua scia, c’era una Lancia Thema ferma” o “il latrato di un cane, sperduto chissà dove, rintoccava in echi digradanti lungo la campagna oltre il guardrail e poi si azzittiva stemperandosi nello zirlare dei sasselli”. Tale corrispondenza, effusione tra le parti del tutto, grazie a frequenti zone ipotattiche in cui la stessa lingua sembra fiorire tra gli sterrati e i casolari coperti d’amianto, si estende a processi metonimici e metaforici, ricorre alla similitudine, per cui “il viso del vecchio Nuzzo è crepacciato e scuro come tabacco” e “una luce bianca come porcellana s’infilava tra decine di balconi che gemevano sotto il peso dei gerani in vaso”, e poi “l’aria ancora calda come un braciere, si smembrava e precipitava svagando ovunque sentori di ozono e argilla bagnata”.
Di Monopoli è intento a ricucire in modo eclatante lo strappo con la tradizione letteraria attraverso il riuso delle figure retoriche più antiche (e forse più usurate: appunto la similitudine), e di qui arrivando a figurazioni e trasfigurazioni che sono strumentali, essenziali a questo genere di narrativa. Di Monopoli cerca di recuperare cioè il letterario (passando per la figura retorica e guardando ad ambiti figurativi, pop) nella misura dell’edificazione di una forma: l’articolazione delle lettere, delle parole, che si correlano e si realizzano nel periodo, per immaginare, inventare le cose. (qui l'originale)

sabato 12 agosto 2017

su Quisalento...

Nella pianura inclemente dove la speranza non muore
(di Cinzia Dilauro)
Bisogna nascerci a queste latitudini, per avvertire il senso di smarrimento che può suscitare una pianura così inclemente, dove la natura è stata divelta e violata a tal punto che l'unica cosa che attecchisce è l'abbrutimento di chi la abita. È Nella perfida terra di Dio che Omar Di Monopoli conduce il lettore con il suo ultimo romanzo, confermando, ancora una volta, le sue doti di scrittore, la sua capacità di narrazione e la sua potenza espressiva. Di Monopoli tira tutti dentro con il suo linguaggio ibrido, quasi una idioma, una mescolanza di parole "inzaccherate" e rozze che s'intrecciano a termini colti, aulici e persino fonosimbolici. Il risultato è una sorta di intensa modulazione atavica e nobile allo stesso tempo.
Una galleria di personaggi foschi, di più, "brutti, sporchi e cattivi", popola un presente compromesso fin dall'inizio. Fin dalla divina apparizione al capostipite della famiglia, a mbà Nuzzo. Sullo sfondo il Mar Piccolo di Taranto e lo sviluppo malato dell'Italsider degli anni Ottanta, da dove la sua crisi mistica innesca una serie di eventi sempre più funesti, in cui ognuno trova l'occasione per esprimere tutte le sfumature della corruttibilità dell'uomo.
Criminali impegnati nella scalata al potere, creduli devoti in fila alla fiera dei miracoli e persino un nugolo di suore con il piglio affarista della madre superiora, probabilmente la più spietata tra tutti, tessono la trama di una storia che appiccica addosso polvere e sporco, toglie il fiato e spazza via ogni speranza.
A guardare, schivare e tentare di sopravvivere a tutto, Gimmo e il suo fratellino Michele, figli di Tore Della Cucchiara che, dopo la morte del suocero mbà Nuzzo, torna all'improvviso a rocca Bardata a sparigliare carte e destini che sembravano segnati. E tutto cambia. Gli equilibri si rompono, il passato è rigurgitato fuori dalla terra infetta e piena di scorie. Non c'è scampo e non c'è salvezza, sangue chiama. sangue e la vendetta non può più aspettare. "Dio non c'è. Siamo soli. Viviamo come capita e poi tutto finisce. Non c'è altro".
Eppure. Eppure, ci si scopre a nutrire un pensiero fin dalla prima pagina, accudendolo come un fiore nato tra le crepe dell'asfalto. È l'unico lumicino di speranza che l'autore decide di non smorzare, lasciando però al lettore la decisione di alimentarlo. È il futuro dei due fratelli e la possibilità di scegliere la propria strada piuttosto che quella di chi li ha preceduti.

mercoledì 2 agosto 2017

libro del giorno sull'ANSA

Un Meridione difficile, violento e prigioniero della sua storia che lo ha lasciato in mano alla malavita, all'arrangiarsi secondo la legge del più forte, senza più alcuna possibilità di pietà se non che la giustizia e lo stato, cosa molto difficile, tornino a avere un ruolo, è quello che ci racconta Di Monopoli in questo suo romanzo forte e coinvolgente, dal verismo noir nel contrasto tra innocenza vilipesa e naturalezza della ferocia umana, quella, se si vuol fare un riferimento, cui ci hanno abituato le cronache che hanno insanguinato la Puglia in un tempo non lontano nella lotta per il controllo della droga tra Nuova camorra organizzata e Sacra corona unita.
Solo che qui la vicenda vera è quella di un rapporto padre e figli perso e da ricostruire, quello tra Tore della Cucchiara, latitante che dopo anni ricompare all'improvviso a Rocca Bardata, esemplare paese di fantasia della Puglia centrale e più profonda , per tornare a occuparsi di Gimmo, il più grande e rabbiosamente ferito che lo accusa di aver ammazzato la madre, e Michele, più piccolo e bisognoso di ritrovare un punto di riferimento dopo la scomparsa del vecchio nonno materno Nuzzu, una sorta di santone taumaturgo poi smascherato e caduto in disgrazia, con cui avevano convissuto per tutto quel tempo da orfani abbandonati a se stessi, dopo la scomparsa della madre Antonia e poi la fuga del padre.
Un rapporto tra presenza, memoria e ritorno, che deve misurarsi e cercar di riparare, per amore e una dignità mai sopita, a l'assenza di sentimenti, di ragione, di legalità e vita normale, il che può diventare qualcosa di esplosivo e comunque una resa dei conti, che ha fatto parlare qualcuno di western pugliese.
Paesi come Rocca Bardata, pur con una storia di cui si trovano le tracce nelle costruzioni del suo centro storico, ''si erano nell'ultimo trentennio spenti e come prosciugati: depredati dalla criminalità e vessati dalla cronica mancanza di lavoro'' per colpa di ''una classe politica sciagurata'' erano tornati ''a quell'isolamento arcano e selvaggio che caratterizzava quelle lande sin dai tempi dei Borboni''. Lì tutto è regolato e controllato dalla malavita organizzata e quando alcuni giovani cercano di far fuori il vecchio rappresentante locale di un grande boss, pian piano i rapporti di potere cambiano e emergono due figure, due amici sin da ragazzi che prendono tutto in mano, Tore e Capumalata, per buttarsi nell'affare dei rifiuti tossici dell'Italsider, finché qualcosa inciderà profondamente sul loro rapporto e resterà, forte della sua ferocia, uno solo a comandare. La chiave di tutto è una donna, Antonia, che spera, divenuta madre, nella possibilità di una vita diversa, rendendosi infine conto che ''Dio non c'è. Siamo soli. Viviamo come capita e poi tutto finisce. Non c'è altro''.
Una Puglia, un meridione esemplare, una povertà e disperazione che, con sapienza di costruzione dal bel ritmo e un alternarsi di presente e passato, nonostante l'eccesso di invenzioni e situazioni estreme (compresa una suora assassina) sono riflesso delle scelte linguistiche del narratore che, tra lingua alta e bassa, tra aulicità bibliche e gergo televisivo, con una scelta di immagini e aggettivi costruisce quella nera cappa morale che sembra soffocare tutti e tutto. (Paolo Petroni, qui)

mercoledì 19 luglio 2017

Caneschi su CriticaLetteraria...

Torniamo a parlare di scrittura, finalmente. Non di storie. O di un libro. Di scrittura. E nel panorama nazionale non è semplice né scontato. Mi era capitata la stessa sensazione con i cinghiali di Giordano Meacci. Saranno fissazioni le mie ma oramai prediligo lo sforzo dell’autore in vista di un linguaggio che sia di sana e robusta costituzione, aspetto rilevante dell’opera e voce dell’autore stesso.
Nel folgorante romanzo di Omar Di Monopoli, una scoperta dagli esiti straordinari, le costruzioni sintattiche vernacolari, di matrice messapico-campana, si fondono con un italiano elevato per giungere a un dialetto unico che non è il salentino puro anche se siamo nel cuore del triangolo Lecce-Brindisi-Taranto. Gli somiglia. Ciò che importa, tuttavia, è che diventi un suono costante e inconfondibile, fin dalla prima riga.
Questo lessico, da insolito, in un battibaleno diventa familiare, ha il pregio di non stancare, anzi permette di addentrarci nell’ipnotico sviluppo della trama fino a convincerci che è la sola lingua possibile per creare la giusta atmosfera. Stavolta non posso esimermi dal riportare un esempio concreto. Proprio l’incipit:
«L’impronta rancida della malattia non voleva saperne di abbandonare la stanza in cui il vecchio mbà Nuzzo aveva tirato le cuoia tre giorni prima, allignando ostinata anche nel soggiorno ronzante di mosche incattivite dal caldo, quando il pick-up color caffellatte, un Volkswagen sbiadito e smarmittato che sembrava pronto per il ferravecchio, spuntò oltre il limite del cancello e si fece strada lentamente sul vialetto soffiando neri sbuffi di gas di scarico e smuovendo piastre di fango raggrumato».
Le mosche incattivite dal caldo potrebbero benissimo essere quelle delle scene iniziali di C’era una volta il west, con Charles Bronson-Armonica che prova a catturarle in una fetida stazione. Il mezzo, seppur moderno, che si fa strada lentamente sul vialetto fa balenare alla mente le carovane o i gruppi di gangster che arrancano o cavalcano nelle strade polverose dinanzi ai saloon e agli uffici dello sceriffo. Sì, siamo di fronte a un western ma non ho intenzione di indulgere su questo aspetto perché l’ho già letto da più parti. Soltanto su un passaggio voglio soffermarmi per dare conferma di un libro alla Sergio Leone. (continua qui)