giovedì 3 settembre 2015

baffo torvo Kevin...

pellicola del 2015, è stata probabilmente la sorpresa migliore della sezione Midnight dello scorso Sundance. Cop Car è il nuovo film di Jon Watts, il regista di quella mezza boiata che è stata Clown (un horror con non poche frecce nel suo arco, ma con troppi difetti di natura strutturale per passare l'esame con la sufficienza) e pertanto, date le premesse, poco c’era da sperare. Invece… invece Cop Car è quel film che non ti aspetti. 
Sorta di Stand by me in chiave ridotta, il film racconta la storia di due giovani ragazzi che trovano una macchina della polizia abbandonata e decidono di prenderla in prestito per farci un giro. Tuttavia, quando lo sceriffo della contea (un luciferino, sempre inquietante Kevin Bacon con baffacci e canotta d'ordinanza: un must) li scopre, alla gioia si sostituiranno conseguenza brutali. L'operina è davvero ben confezionata, con qualche pennellata amara da black-comedy che ricorda alcune cose dei Coen e una bella serie di performance da parte degli attori in gioco. «È un film scritto molto bene, tanto che già leggendo il copione immaginavo come sarebbe andata. Siamo molto soddisfatti del risultato ottenuto», ha dichiarato Bacon, uno che oggettivamente non smette di sperimentare ruoli anche sgradevoli, sfidando (con successo) il gusto del cospicuo seguito di appassionati della sua recitazione minacciosa e sempre profonda.
Ottima prova anche dei bambini/ragazzetti che fanno da fulcro alla vicenda. Sovente nei lungometraggi di questa fatta personaggi così hanno ruoli scritti coi piedi, assoggettati a dinamiche prevedibili, necessarie solamente alla progressione narrativa della storia. Di fatto non capita tanto di rado che i ragazzetti finiscano per compromettere la veridicità dell'intero lungometraggio, ma per fortuna stavolta non è proprio il caso. Shea Whigham (Man) e Camryn Manheim (Bev) sono giovani attori davvero dotati, capaci di indossare i panni dei loro personaggi senza strafare: assistiamo con convinzione alla loro crescita all'interno dell'arco degli eventi e come loro noi siamo spettatori di un mondo adulto incomprensibile e violento, Piccola perla, da vedere subito!

mercoledì 2 settembre 2015

sartoris on instagram...

(da ieri abbiamo un profilo instagram. In verità ce l'avevamo parcheggiato lì da un pezzo, dormiente e innocuo, ma complice la stagione calda ci è venuta voglia di dirottare un po' di ego anche verso quei lidi digitali. lo trovate qui)

arrivano i nostri!

un breve viaggio tra i racconti. Ultimamente ho ripreso in mano quelli di Maupassant che sono fra i migliori in assoluto. Ma questa è un’altra storia. Mi riferisco, invece, ai racconti dove il morto ammazzato è di casa e di bottega. Cito tre libri di autori italiani che fino a qualche tempo fa venivano snobbati rispetto a certi mandrilloni stranieri: Delitti in giallo, Delitti in vacanza e Delitti di ferragosto (per quelli invernali aspettiamo Natale).
Ritrovo in gran parte autori e personaggi già conosciuti. Vedi, per esempio, Sebastiano “Bas” Salieri di Stefano Di Marino alle prese con omicidi truculenti in una regione cosparsa di superstizione e streghe. (Apro una parente alla maniera di Totò. Chi desidera leggere scene angoscianti ecco dieci racconti di Joe. R. Lansdale in Altamente esplosivo, Fanucci 2010, dove impera il grottesco e l’assurdo, l’horror con l’atmosfera di attesa e terrore, i fantasmi, i lupi e i vampiri che ti saltano addosso). Ribecco pure monsignor Attilio Verzi di Andrea Franco, dotato di un odorato miracoloso, alla caccia di un giovane miliziano (siamo nel 1846) sparito nel nulla e che incarna un problema di grande attualità. E il vespista Enrico Radeski di Paolo Roversi che è come ritrovare un amico. Al tempo della vespa e della lambretta, tra l’altro, ero decisamente dalla parte della prima. E vedere questo free-lance sfrecciare sopra la mitica mi ha fatto ritornare quasi ragazzo. Qui, sempre a Milano, è alle prese con un “barbone stecchito alla mensa dei poveri”. Dita e lingua bluastre. Tipico avvelenamento da arsenico. Che poi tanto barbone non sembra, essendo curato, troppo curato. In tandem con il vicequestore Sebastiani, integerrimo puttaniere. Di mezzo ragazza bionda da capogiro. Bucatini, tonnarelli, abbacchio, focaccia, caffè e Montenegro con ghiaccio prima di risolvere il mistero. Peccato che il barbone che non è barbone sia ormai un personaggio da trama logora e consunta. Ma Radeski resta sempre simpatico.
Tra i vari scrittori mi piace citare Dianona Lamona (Diana Lama) che ha tirato fuori un casino buffo. Sogno e realtà che serpeggiano e intrecciano insieme. Kalya, passerona nera abbarbicata sul pezzo di un cinquantenne sposato. Chiara, moglie del suddetto cinquantenne, luminare della medicina, remissiva e sottomessa. La golosona possessona e la pecorona struggentona. Due figure indimenticabili. E poi che fa? Ti si butta sul classico. Sala ristorante di Villa Pertusa sopra Positano. Leopoldo, critico enogastronomico, osserva chi gli gira intorno. Soprattutto la bella al tavolo, Clara Mandòrla, scrittrice di thriller e potente attrattiva. Una sera non scende a cena. L’hanno ritrovata in piscina con un colpo in testa e poi annegata. Indaga il maresciallo Borriello, massiccio e imponente, aiutato dal nostro Leopoldo, piuttosto altezzoso (lo dice lui stesso). Tutti sospettati compresi i camerieri, ciascuno dei quali dice qualcosa di utile. Colpone finalone a sorpresona con Dianona Lamona che, novella Agathona, se la spassa che è una meraviglia.
C’è di tutto e di più in questa lunga catena di racconti: varietà di trame e personaggi, di stili (troviamo pure il dialetto), di atmosfere, di ambienti e del tempo stesso. Temi di scottante attualità e cito il pezzo di Divier Nelli. Un padre ce l’ha con i froci e i finocchi, si ubriaca, urla e picchia la moglie. Il figlio, che ha scoperto di essere proprio lui gay, ha due amici del cuore e un suo amante. Vita dura, impossibile, soprattutto quando viene lasciato dal compagno. Ora può rivelarsi a suo padre, gridargli in faccia con orgoglio il suo essere. E vediamo come finisce.
Vicende brividose e stranianti come quella di Gianluca Morozzi. Lo scrittore di “altalenanti successi” Giulio Maspero tradisce la fidanzata Francesca, a sua volta tradito dal cellulare. Via di casa. Aiutato da Mauro Britos, disegnatore incontrato al pub Old Bridge. Può vivere nel suo appartamento con l’unico obbligo di innaffiare le piante che non ci sono (strano…). E gli inquilini sembra che sappiano tutto di lui. L’immagine di un puzzle: due bambini davanti ad un campo di grano ripresi di spalle. C’è in giro qualcosa di irreale…
Pure “strano” quello di Mario Mazzanti. Racconta l’uccisore del giudice Sertile. E’ uscito dalla galera e può sfruttare la casa della sorella per il mese d’agosto (lei è in Spagna). Milano. Incontro e sorriso di una donna, Patrizia, per tutti Patty. Amore furioso ma la mattina dopo scompare. Arriva la polizia. Due omicidi, fra cui quello di un suo ex socio in affari. Sono guai e lui un perfetto capro espiatorio, il classico utile idiota. Ma per chi?...
Qualche inevitabile ripetizione di schemi come nel racconto di Francesca Bertuzzi. Da una parte gli animali, da una parte l’uomo che li violenta, li tormenta, li uccide. Da una parte l’aguzzino o il vendicatore, scegliete voi, dall’altra il tormentato, il peccatore (chiamiamolo così). Pensieri dei due che si alternano alle torture con il peccatore che cerca di ricordare i suoi misfatti e di capire chi è lì davanti a lui. In crescendo sulla falsariga di un altro tormento del citato Gianluca Morozzi.
E poi misteri su misteri, teste mozzate, corpi che volano nel vuoto, colpi di pistola e di forbici, tradimenti, vendette, sparizioni (come quella della figlia di Cardosa a Marsiglia di Carlo Parri), polizia marcia, citazioni di libri e canzoni, riecheggiamento di film famosi e, occhio a chi porta le pizze! (mi ricorda pure un bel film). Commissari maschili e femminili conosciuti e meno conosciuti (anche gay, vedi il commissario Sangallo di Piergiorgio Di Cara), detective privati con le loro manie e con tutto il contorno necessario di personaggi standard a creare contrappunti seri e ironici.
Accanto all’ansia, alla paura al tremore, il dubbio, l’assillo, il lavorio delle cellule grigie, il movimento anche crudo al bisogno, il colpo a sorpresa, la luce che si accende improvvisa, gli amori, il sesso che si infila dove meno te lo aspetti, le passioni, gli odi, l’attimo di raccoglimento sulla vita. Una alternanza di soluzioni che rendono le antologie appetibili per qualsiasi lettore.
Però… però ho qui davanti a me Tracce d’America a cura di Scott Turow con Deaver, Leonard, McBain, Lippman, Lee Burke e compagnia bella. Racconti letti una decina di anni fa. E (a denti stretti) il mandrillone straniero se la ride sotto i baffi. Mortacci sua! 
(post by Fabio Lotti)

lunedì 31 agosto 2015

il vate del polar...

pseudonimo del regista francese J. P. Grumbach (1917-1973), Jean-Pierre Melville esordì nel 1946 con il corto 24 heures de la vie d'un clown, un delicato omaggio al circo e al cinema muto, cui seguì l'anno dipoi il lungometraggio Il silenzio del mare (Le silence de la mer) dal testo omonimo di Vercors. La ristrettezza del budget a disposizione e le riprese a dir poco rocambolesche di questo esordio non invalideranno l'esito della piccola pellicola che gli regalò quasi subito la fama di fine intellettuale - per quanto la sua volontaria presa di distanza da ogni genere di accademia lo abbia a lungo relegato ai margini dell'industria filmica.
Grande estimatore della cultura statunitense (il suo cognome è un dichiarato omaggio allo scrittore di Moby Dick), nei suoi lavori successivi metterà a segno una propria personalissima poetica intrisa di atmosfere cupe e disperate (sono quelle del polar, il tipico noir  transalpino di cui Melville è considerato il vate) raccontando vicende crude e dense di personaggi votati al fallimento: quasi nessuno nei suoi film riesce a salvarsi, e ogni pedina del gioco finisce sistematicamente preda del proprio mortale inganno.
Il secondo e il terzo lungometraggio, Les Enfants terribles (1950) e Quand tu liras cette lettre (1953), costituiscono due esercizi di stile in parte anomali per il percorso del regista e, insieme a Léon Morin, prêtre (1961), definiscono un passaggio fondamentale per la sua carriera. Se il primo è un'incursione ben riuscita ma non estremamente caratterizzante nell'onirismo di Jean Cocteau, gli altri due film rappresentano il tentativo di raccontare attraverso il filtro della religione gli antagonismi tipici di quello che sarà suo cinema a venire.
Ma prima di approdare definitivamente al noir e consacrarsi come la quintessenza di questo genere, Melville si concede la realizzazione di un ennesimo sogno: da appassionato degli USA gira Deux Hommes dans Manhattan (1958) e L'ainé des Ferchaux (1962): pellicole in cui si abbandona ad un viaggio alla scoperta dei luoghi più cari al cinema a stelle strisce: New York, i meandri torridi e stagnanti del sud più profondo, le grandi highway americane e gli infiniti locali notturni male illuminati. Due opere quasi documentaristiche zeppe di omaggi al western e all'immaginario d'oltreoceano, che porteranno la sua visione ad una prospettiva sempre più matura.
Il successivo Lo spione (Le doulos, 1962) è quasi un compendio di tutti gli aspetti del cinema melvilliano; la storia si concentra su due uomini: Maurice e Silien (Serge Reggiani e Jean-Paul Belmondo) che assieme architettano un furto in una villa; le cose non vanno per il verso giusto poiché qualcuno parla. Uscito di galera, Maurice assolda un killer per far uccidere Silien, ritenuto il responsabile, ma venuto a sapere che in realtà egli è innocente farà di tutto per impedire l’omicidio: tutti e due verranno colpiti a morte dal killer. Ottimamente diretto e sceneggiato, è il film più funereo e spietato di Melville, il lavoro in cui la morte ha quasi una rappresentazione teatrale (prima di morire Silien ha addirittura la forza di telefonare alla sua amica per annullare un appuntamento). Accolto bene da pubblico e critica, qualcosa va però storto. L'immenso Godard, al tempo grande amico di Jean-Pierre Melville, lo accusa di aver rubato il finale di Á bout de souffle. I rapporti con i registi, nonché critici, della Nouvelle Vague diventano così sempre più tesi e irrimediabilmente compromessi. I Cahiers du Cinéma cominciano a diventare sempre meno indulgenti verso quel pioniere che sta abbandonando la strada della produzione a basso costo per rifugiarsi nei grandi budget e creare un duraturo sodalizio con tre grandi star: Lino Ventura, Jean Paul Belmondo Alain Delon.
Lo sciacallo (1963) da Simenon con Belmondo negli abituali panni della simpatica canaglia è un noir on the road interamente girato in Francia con un'America sognata - e abilmente ricostruita - che è per il regista una sorta di terra promessa. Costretto a rinunciare a una carriera di pugile, il giovane Michel Maudet (Belmondo) è stato assunto come segretario di un vecchio banchiere, Dieudonné Ferchaux che lascia la Francia per sfuggire alla giustizia per questioni fiscali. A New York e poi a New Orleans, i due uomini imparano a conoscersi meglio durante il gioco sottilmente perverso del gatto col topo. Forse un rapporto filiale dell'anziano banchiere col suo segretario, o forse un'omosessualità latente mai palesemente espressa. Sapiente uso del colore in chiave fortemente simbolica.
Tutte le ore feriscono, l'ultima uccide (1966) titolo italiano di  Le dexième souffle è scritto assieme a Josè Giovanni (autore anche del fortunato Il buco) e tratto da un suo romanzo. Qui si narra la vicenda di Gu Minda (un ottimo Ventura) che dopo essere evaso entra a far parte di una organizzazione criminale; in seguito ad una rapina è costretto a nascondersi, ma verrà ucciso da un poliziotto. Questo film rappresenta l’unica collaborazione di Melville con lo scrittore, sceneggiatore e (successivamente) regista Giovanni, il quale conobbe personalmente il mondo della malavita ed il carcere; d’altro canto si possono riscontrare talune parentele tra Il buco e gran parte dell’opera melvilliana.
La successiva opera del grande cineasta parigino è un caposaldo: Frank Costello, faccia d’angelo (Le samourai,1967) interpretata da un magnifico Alain Delon nei panni di un killer solitario che esegue omicidi su commissione. Tradito dagli uomini per cui lavora e braccato dalla polizia verrà assassinato nello stesso night dove aveva ucciso un uomo. Molto si è discusso sul carattere quasi schizofrenico del protagonista, che agisce in maniera meccanica, ripetitiva; non per nulla il titolo originale dell’opera richiama la pazienza e la meticolosità con la quale egli, al pari di un samurai, esegue ogni lavoro. Ma tutto il film è realizzato con grande precisione ed attenzione per ogni dettaglio. Anche qui la morte ha un sapore teatrale; addirittura il regista girò la scena finale in due versioni in una delle quali (assente dall’edizione italiana) Frank muore sorridendo. In realtà il suo è un suicidio (Nogueira parla di «uno dei più bei karakiri del cinema») poiché sa che inevitabilmente verrà ucciso (quando lascia il cappello al guardaroba non ritira la ricevuta).
Dopo la parentesi bellica di L'armata degli eroi (L'armée des ombres) del 1969, accolto in maniera discordante con accuse di filo-gollismo, è la volta di  I senza nome (Le cercle rouge - 1970), l’opera di maggior successo di Melville, summa e testamento della sua filosofia cinematografica basata sul determinismo e sull'amore per gli oscuri paesaggi metropolitani nonché sul fascino virile di «quelli della mala». Trama semplice semplice: due professionisti della rapina (Alain Delon e Gian Maria Volonté) insieme a un ex-poliziotto disincantato e dedito all'alcolismo (Yves Montand), preparano meticolosamente un colpo, ma vengono braccati da un pugnace commissario di polizia (André Bourvil). Su questo lineare canovaccio il padre del poliziesco europeo impronta la levigata, plumbea bellezza della sua penultima pellicola (che è anche il canto del cigno di un genere che proprio grazie al regista smise di essere considerato «minore» per affacciarsi con successo nelle fumose sale d'essay frequentate dagli intellettuali).
L’ultima pellicola, considerata dalla critica solo parzialmente riuscita ma in realtà un altro fulgido esempio di freddo e inesorabile noir francese, è Notte sulla città (Un flic) del 1972, amaro apologo sulla vendetta e sulla giustizia, interpretato da Alain Delon nelle vesti del commissario Coleman, qui affiancato da Richard Crenna, Riccardo Cucciolla, Michael Conrad e Catherine Deneuve. Il tiepido riscontro al botteghino e il poco entusiasmo della critica rappresentarono una cocente delusione per Melville. Mentre stava lavorando alla sceneggiatura del suo nuovo film, morì improvvisamente il 2 agosto 1973 in seguito ad una crisi cardiaca sopraggiunta durante una cena in un hotel di Parigi. Il suo corpo venne tumulato nel cimitero parigino di Pantin.

...e niente più Nightmare

ci ha lasciato pure Wes Craven, autore della saga di culto Nightmare, che portò su quel set un giovanissimo Johnny Deep alla sua prima prova da professionista. Il Maestro aveva 76 anni e da tempo era malato di cancro. Pioniere del cinema dell'orrore, esordì nel 1972 con lo stupefacente L’ultima casa a sinistra inanellando in seguito una serie di grandi successi tra cui, negli anni Novanta, la saga di Scream. Alle nuove generazioni di horrorofili (incluso il titolare del blog, che però ormai non è più di primo pelo) mancherà tantissimo.

lunedì 24 agosto 2015

8 film che hanno reso agosto meno infernale (o forse no)

(No, non siamo ancora tornati operativi al cento per cento, però volevamo cominciare a scaldare i motori per settembre provando a srotolare una manciata di pellicole che abbiamo visto - o rivisto - durante questa torrida e crudele estate).
1) Giovani si diventa è un intrigante film sull’età adulta e sulla diversa percezione del tempo che ogni generazione si porta appresso. Una pellicola dai molti momenti spassosi capace di intavolare una riflessione sull'abuso dei social e sull'odierno concetto di esperienza che regola le nostre vite ma anche sull’orizzontalità e sulla verticalità con cui impastiamo il nostro quotidiano. Ben Stiller e Naomi Watts sono una tipica coppia newyorkese che, alla soglia dei 40 inverni, fatica a trovare gli stessi stimoli che alimentavano la loro giovinezza. L'incontro con una coppia di neo-sposini ventenni (Amanda Seyfried e Adam Driver) darà lorò la scarica di adrenalina che stanno cercando, ma sarà anche l'occasione per capire che essere giovani non è soltanto una questione anagrafica. Il regista candidato all'Oscar Noah Baumbach mette a segno una commedia forse imperfetta ma notevole, che - almeno nella prima parte - evoca le atmosfere dei migliori film di Woody Allen regalandoci numerosi spunti interessanti sull'età che avanza. Peccato solo per un secondo tempo oggettivamente fiacco, con la caduta delle maschere molto poco convincente e uno Stiller costretto a reiterare all'infinito il proprio personaggio di nevrotico standard. Esaltante quando si ironizza sulle differenze tra le epoche (i quarantenni iper-tecnologici e sempre connessi per sembrare giovani e i ventenni innamorati dei vinili e dei taccuini moleskine perché fanno figo) il film sembra un po' sfiatato quando aggredisce il nodo centrale della storia, ovvero la focalizzazione del discorso sul valore intrinseco delle cose: siamo proprio sicuri che ogni canzone equivalga a un’altra, che i Goonies valga Quarto potere, che tutto ciò che è già stato scritto, composto, filmato etc., sia a nostra disposizione, senza prezzi da pagare o apprendistati da superare? La commedia non riesce nemmeno a formularla correttamente, questa domanda, ma balena taciuta nello spettatore e questo è in fondo già un buon risultato.
2) Fantastic Four nella nuova, ennesima versione rivisitata lo aspettavamo con quel misto di curiosità perversa e certezza dello svacco. A dirla tutta non ci voleva granché per aspettarsi il flop che infatti in America è arrivato puntuale, anche perché oggettivamente, al netto di una prima parte dotata di qualche frisson scientifico (anche se infarcito di troppe tecno-bubole), la pellicola sbaglia decisamente l'approccio: quei quattro supertizi sullo schermo non sembrano proprio quelli creati da Kirby e Lee e tutte le dinamiche che hanno fatto grandi quei personaggi (gli scazzi tra Johnny e Ben, l'amore tra Reed e Sue) restano appena abbozzate, compresse in un mare di dialoghi che non c'entrano il bersaglio. Ogni potenziale - che pure si avverte, perché il regista Josh Trank non è un fesso - deraglia in un mare di semplificazioni e locations claustrofobiche (il film è quasi interamente ambientato nel laboratorio del Baxter Building). Dispiace, anche per il bel cast ordito, ma sembrava scritto già nell'annuncio di lavorazione, che questo film avrebbe preso questa terribile piega.
3) Night Moves ce lo eravamo perso tempo fa perché, semplicemente, non si può stare dietro a tutto. E mal ce ne incolse, poiché trattasi di un solido noir dell'anima che immortala con cognizione e abilità le paludi della mente che si celano dietro ogni idealismo estremo. I "movimenti notturni" del titolo sono riferiti al nome di una barchetta con cui un trio di scalcagnati ambientalisti radicali mettono a segno un attentato, ma è evidente che la regista Kelly Reichardt (avevamo già parlato di lei e del suo strano e toccante western) ammicchi ai moti che alimentano lo spirito dei tre personaggi che nel film si incontrano per mettere in atto la più grande protesta della loro vita: far esplodere una diga idroelettrica. Harmon è un ex marine, radicalizzato dal servizio prestato oltreoceano. Dena ha abbandonato il mondo dell’alta società, disgustata da quel consumismo in cui è nata. Infine Josh, figlio del ceto medio che lavora in una fattoria biologica, è un militante formatosi da solo e impegnato nella difesa della Terra con qualsiasi mezzo necessario. Lo spettatore assiste al momento in cui i tre eco-terroristi si incontrano, comprano 200 kg di fertilizzante con ammonio, organizzano le tappe dell'attentato e così via. Poi, quando calano le tenebre e la barca dev'essere condotta alla diga, si scivola man mano verso una tensione che è sottilissima eppure palpabile (interessanti le performance degli attori, con consueta prova superlativa per un Jesse Eisenberg controllato ma ormai a rischio tic).
4) di Wild avevamo letto tanto e perlopiù bene, a maggior ragione visto che stiamo parlando del più recente lavoro di Jean-Marc Vallée, cineasta che ci aveva favorevolmente colpito con Dallas Buyers Club; dobbiamo purtroppo constatare che invece trattasi di grande bluff e questo nonostante l'ottima prova di una Reese Witherspoon sempre più convincente e la sceneggiatura (addirittura!) di quel furbone di Nick Hornby. La storia, vera e con rimandi immediati a quella di Alex Supertramp (ma senza l'alone mitico di quest'ultimo) narra di una ragazza rimasta sola con il proprio fratello dopo la morte improvvisa della madre (dal padre i due si erano allontanati anni prima per eccesso di violenza) e la fine del proprio matrimonio. Persa nella dipendenza dall'eroina e ossessionata dal sesso, la protagonista decide di affrontare il Pacific Crest Trail a piedi, più di 1.600 Km in totale solitudine macinati in più di due mesi nel tentativo di rivedere il proprio approccio alla vita e determinata a superare con un'impresa che pare superiore alle sue forze il gap esistenziale in cui sembra essersi bloccata, ma alla pellicola manca il nerbo e l'identità per raccontare una vicenda siffatta, nonché una maniera personale di affrontare l'immersione totale nella wilderness. Perchè Vallée conduce la propria protagonista più nelle stagioni che nei luoghi, sorvola le particolarità degli ambienti per guardare sempre da vicino il personaggio cosìcché gli unici paesaggi visibili sono ripresi nelle maniere più convenzionali. Più che un film di grandi scenari Wild è un film di vedute, uno in cui la pioggia suggerisce scene tristi, la neve momenti teneri e la violenza del caldo attimi pericolosi. Peccato, mannaggia!
5) Wicked Blood è una pellicola di quest'anno che probabilmente non vedremo mai nei nostri lidi e forse tutto sommato è cosa buona e giusta, perché trattasi di un prodotto che ha nella sua faretra numerose frecce appuntite ma anche un bagaglio indicibile di grossolani errori. Scritto e diretto da Mark Young, regista di qualche talento, il film racconta la storia di un diroccato paesino del sud gestito da un losco signore della droga, Frank (Sean Bean, caratterista di mille pellicole e nome noto di Game of Thrones). Lo spettatore segue la protagonista Hannah (Abigail Breslin, la ex bambina di Little Miss Sunshine), un'adolescente disincantata che dietro l'attitudine emo cela un'intelligenza spietata (lo capiamo vedendola consumare la sua passione per gli scacchi), mentre si appresta a lavorare nell'azienda di famiglia (è nipote del boss) per tirar su qualche soldo. In un'atmosfera che richiama non di rado il Missouri diruto e illegale di Winter's Bone, la giovane comprenderà presto che avere a che fare con il proprio clan criminale può essere davvero pericoloso. Lew Temple e Alexa Vega appaiono in ruoli di supporto e la Breslin si conferma attrice dotata anche se deve fare attenzione ai copioni che accetta, mentre è sempre divertente vedere Sean Bean in azione, soprattutto quando imita il solido accento strascicato degli stati del deep-south. Il resto delle prestazioni non riserva nulla di spettacolare, ma ci sono sicuramente cose interessanti: alcune immagini sono ben costruite, le ambientazioni perfette e il ritmo è notevole, ma la trama sembra talvolta un po' confusa e qua e là il dialogo sembra riferire al pubblico ciò che sta già vedendo. Le caratteristiche dei personaggi di contorno così come le dinamiche esistenti tra di essi spesso sono suggerite a parole più che mostrate sullo schermo, come se il budget miserrimo avesse tarpato ogni estro creativo anche in fase di scrittura. Tutte le scene si svolgono in una serie limitata di luoghi, il che  favorisce in chi guarda una certa sensazione di "svolgimento in trappola". Il motociclista Bill Owens (James Purefoy) che ha una parte importante nella risolutiva retata finale che è (dovrebbe) rappresentare la catarsi di chiusura riassume pregi e difetti del film quando dice: «Io sono una piccola parte di una grande operazione». Ecco, il film ha tutte le carte in regola per affascinare, ma sarebbe stato bello vedere il resto della "operazioni più grande".
6) L’A.S.S.O. e cioè l'Amica Sfigata Strategicamente Oscena (adattamento equilibrista di DUFF, Designated Ugly Fat Friend), non è più la secchiona vestita scrausa degli anni '80, nè quella problematica dei '90 o ancora l'emo patibolare d'inizio millennio, piuttosto è una ragazza sveglia e dalla lingua sciolta, un geek pensante che solo una società votata al culto della popolarità transeunte come la nostra può ancora emarginare. Classico teen-movie dai non pochi meriti, L’A.S.S.O. nella manica è una gustosa sorpresa che rimescola i canoni del genere e inventa nuovi archetipi aggregando le più popolari della scuola assieme alle sfigate per rivitalizzare la concezione stessa di looser (non è più qualcuno che non riesce a rilucere per limiti congeniti ma una persona semplicemente interessata ad altro) e provare a raccontare ai ragazzi - ovvero il target primario del film - una storia d’amore che superi il concetto di “conquista” di un modello di bellezza che appare inarrivabile e ruoti invece intorno alla compatibilità. Il risultato, grazie anche all’uso di un umorismo sagace, è quasi eccelso. Pur avendo tra le mani una storia decisamente già narrata (evidenti gli echi di My fair Lady), il cineasta americano Ari Sandel riesce a rendere il racconto frizzante e contemporaneo. Perché se apparentemente si parla "solo" di amicizia e sentimenti, la pellicola sonda in maniera non sciocca anche il cambiamento di questi ultimi ai giorni nostri, e come tutto sia divenuto più multimediale e pericoloso per gli adolescenti. Ogni passo falso o giudizio negativo può divenire mainstream in pochissimi secondi e il cyber bullismo nelle scuole è divenuto sempre più diffuso. Ovviamente non si tratta di un capolavoro ma si sorride senza sensi di colpa e la protagonista Mae Whitman (già figlia del presidente in Indipendence Day) dimostra la giusta verve. È pura Hollywood addomesticata, s'intende, ma svolazza leggero leggero.
7) Strangerland è la riprova del fatto che, messi da parte botulino e Scientology, Nicole Kidman è ancora una grande attrice (noi non l'abbiamo mai dubitato). A metà strada fra il dramma e il thriller psicologico, il film diretto da Kim Farrant ha debuttato qualche mese fa al Sundance Festival e, benché apparentemente molto lontana dai circuiti mainstream del cinema hollywoodiano, non è comunque una pellicola destinata a passare inosservata, considerando i nomi di spicco che ne compongono il cast: oltre alla Kidman, brava e intensa, anche Hugo Weaving e Joseph Fiennes in grande spolvero. La storia verte su due coniugi che tentano di rimettere insieme i pezzi del loro matrimonio avviando una nuova esistenza nella remota e desertica città australiana di Nathgari. Mentre si avvicina una terribile tempesta di sabbia, la vita della coppia è sconvolta quando i loro due figli scompaiono nel deserto. Mentre Nathgari viene avvolta da una polvere rossa e densa, ad aiutare la coppia nella ricerca arriva l'agente di polizia David Rae. Presto appare chiaro che qualcosa di terribile è accaduto ai due ragazzini. Tragedia familiare a tinte forti il film ha momenti pesanti ma anche interpretazioni da Oscar. Noi, a dispetto di qualche tempo morto, lo promuoviamo in pieno.
8) Le belve, storia di due giovani imprenditori del traffico di stupefacenti che si mettono contro il cartello messicano, lo avevamo visto di sfuggita quando uscì, nel 2012. Ricaptato in tv con gli occhi di oggi e metabolizzata un po' la cotta verso lo scrittore che c'è dietro il romanzo iniziale (Don Winslow, bravo come pochi ma pure un po' ripetitivo) il film si lascia ancora guardare ma oggettivamente ha dei limiti che rendono nulli i pur numerosi punti a favore: pulp fino al midollo, Le belve è una "storiaccia" tutta droga, sesso e ambizione, e per raccontarla Oliver Stone (uno che quando vuole sa esattamente dove piazzare la mdp) è quasi obbligato ad usare tutti gli strumenti (ab)usati in anni e anni di cinematografia del genere. A cominciare ovviamente dall'uso della voce off, quella di Ofelia - fidanzata di entrambi i protagonisti - che non solo sa di muffito ma inanella perle di saggezza imbarazzanti: all'inizio ci avvisa che potrebbe non essere viva sino alla fine, poi c'introduce uno ad uno i personaggi, i suoi due amanti («Chon fa sesso, Ben fa l'amore»), i collaboratori e i nemici. Scritta con incredibile pigrizia, la pellicola ha una confezione impeccabile, laccata e sfacciatamente cool: ma non basta la professionalità a salvare un'operazione che sa di posticcio lontano un chilometro.

giovedì 23 luglio 2015

si fa presto a dire mare...

(questa in foto quassù è la Salina dei Monaci, un piccolo spettacolo della natura che qualche anno fa è diventato area protetta. Si trova nei pressi di Torre Colimena e fa parte del comprensorio in cui vive il titolare del blog - qui, tra l'altro, oltre a consumare da sempre frugali ma commoventi vacanze estive, vi abbiamo ambientato buona parte di Uomini e cani, il nostro primo romanzo. Mentre, come ogni anno, un numero sempre maggiore di visitatori accorreva l'altro ieri a visitare questo splendore di spiaggia retrodunale, zona di sosta di numerose specie di uccelli tra cui i magnifici fenicotteri rosa e incantevole pezzo di paradiso sopravvissuto ad anni di abusivismo selvaggio, qualche pazzo piromane ha pensato bene di dare sfogo alle proprie insane passioni. Le terribili immagini che seguono, pescate dai vari siti che si occupano di protezione dell'ambiente, raccontano lo sfacelo di un sud che continuerà, imperterrito, a darsi la zappa sui piedi. Senza parole!)

sabato 18 luglio 2015

un'ultima intervista prima del mare...

D: Farò attenzione alle parole, cercando di trovare quelle più giuste. Ospitarla qui su Inkblot, è un grandissimo onore per me, lei è uno dei miei idoli. Questo potrà essere un problema, l’intervista perderà “oggettività”, ma poco importa. Per rompere il ghiaccio, userò parole non mie: «In ogni caso, alla fine dell’opera, lo scrittore deve aver provato gli stessi sentimenti di colpa e di terrore dei personaggi. Al libro non gliene frega niente di quello che fa l’autore per scriverlo, ma ai suoi personaggi sì. E sono loro i veri giudici. Questa è la sfida. E la sua riuscita determina il successo finale.» A parlare è uno degli autori che ho scoperto per merito suo e del suo blog, Derek Raymond. Cosa ne pensa? Anche lei ha dovuto indossare i panni di Don Titta Scarciglia (Uomini e Cani), solo per citarne uno.
R: Credo si possa affermare senza tema di smentita che dietro ogni personaggio di un romanzo si annidi sicuramente una parte del suo autore. Personalmente come scrittore ritengo di essere giunto a completa maturazione nel momento in cui sono riuscito ad abbandonare l’autobiografismo per occuparmi, più semplicemente, delle «storie»: da Uomini e cani in poi - tutti gli scalcagnati lavori precedenti a quello sono, fortunatamente, inediti - i miei romanzi si sono fatti corali, e in ogni libro intreccio le fila di destini di un numero corposo di vite inventate, vite che però in parte mi appartengono, senza dubbio, per cui sì, sicuramente ho provato sentimenti comuni ai miei personaggi, anche se la letteratura, soprattutto quando si attiene ai canoni del genere, ti permette di esagerare, moltiplicare, esasperare la realtà… mi piace pensare che è attraverso questa estremizzazione iperbolica che il vero fulcro delle mie storie venga fuori.
D: Sarà che nel mio immaginario, lei è un eroe alla Dave Robicheaux, mi chiedo: quanto è noir la sua vita quotidiana?
R: Devo purtroppo deluderti e la cosa mi spiace molto: la vita di uno scrittore, di uno bravo intendo (e io faccio una fatica enorme perché anelo ad essere bravo!) è fatta essenzialmente di rituali di affrancamento, di sottrazione; perché sono convinto che la materia stessa dello scrivere maturi nel silenzio e soprattutto nell’ascolto: per cui - in linea di massima - cerco di essere il più invisibile possibile, proprio perché preferisco stare sempre con le orecchie tese, cercando di captare (rubandone il segreto) sensazioni, conversazioni, stati d’animo da chi mi circonda. Chi anela a scrivere da professionista deve trovare il modo di riversare in termini compiuti sulla pagina il grumo di emozioni che lo attorniano quotidianamente. In soldoni, se fossi davvero un Robicheaux a fine giornata avrei voglia solo di stordirmi di alcool per smettere di pensare dopo aver vissuto a cento all’ora ogni oncia di esistenza, invece a me nella vita reale capita l’esatto contrario: la sera non riesco ad andare a letto per colpa dell’addensamento di parole che non ho detto e che mi offusca il cervello, ed è solo con gli strumenti artistici in mio possesso che posso sperare di fare ordine. Intendiamoci, anche l’idea di ordinare il caos del mondo con una penna o una tastiera è una pia illusione, ma quantomeno è un’illusione che ti migliora (perlomeno, tende a migliorarti ecco, poi non è detto che lo faccia!). [continua qui sul blog inkblot.it]

giovedì 16 luglio 2015

la bella estate (letture al sole)

mandiamo il blog per un po' in vacanza (poca cosa, eh? C'abbiamo il mare a due passi e ogni tanto, con nonchalance, noi si andrà in tutta tranquillità a fare un tuffo) ma come facciamo ogni anno vi lasciamo con qualche titolo di libro: un compendio parziale - e del tutto arbitrario - di robe recenti da consultare in queste insopportabili giornate di afa e insalate di riso.
• Anzitutto il nostro amico Orazio Labbate, che col suo visionario e affilato romanzo d'esordio Lo Scuru ha saputo guardare con grande efficacia alla letteratura del nord-america utilizzando però lo sfondo di una Sicilia fortemente debitrice degli occhiali di Bufalino. Un vecchio vedovo aspetta la morte nella sua casa negli Stati Uniti, e nell’attesa della fine il vecchio ricorda la sua infanzia e la sua giovinezza, legate soprattutto alla tragica morte in mare del padre. Questa è, ridotta all’osso, la trama di un libro che ha saputo innestare atmosfere gotiche e ancestrali su un côtè folkloristico assai intrigante e originale. Uscito pochi mesi fa con ottimo riscontro di critica e pubblico per i tipi di Tunué, Lo Scuru merita sicuramente di essere letto.
• Con le avventure di Holden Caulfield è andato dritto al cuore di almeno quattro generazioni. Ma al capolavoro che lo ha consacrato autore di riferimento per milioni di giovani smarriti e velleitari come il protagonista de Il giovane Holden, J. D. Salinger è arrivato per approssimazioni successive: quelle che possiamo riconoscere nella raccolta dei suoi primi racconti, I giovani, recentemente pubblicati da Il Saggiatore. Tre brevi storie, scritte fra la fine degli anni Trenta e i primi Quaranta, nelle quali ci sono, in nuce, classiche tematiche salingeriane come la solitudine e l’incomunicabilità. Ma c’è soprattutto, come osserva Delfina Vezzoli, traduttrice dei racconti finora inediti in Italia, il linguaggio: modernissimo per l’epoca, discorsivo e ricco di quelle espressioni idiomatiche, tipiche dell’adolescenza, che ritroveremo più tardi nel Giovane Holden. Da mettere sicuramente nel paniere delle letture per l'estate.
• Laddove l’editore NN (nuovo marchio milanese che promette di creare spazi editoriali interessanti) avrebbe potuto permettersi una bandella strappalacrime, trattandosi della storia di un uomo cui viene diagnosticata una terribile malattia che lo porterà alla morte, il libro in questione offre invece ai pochi lettori veri rimasti in questa nostra sfortunata terra un'opera che corrisponde esattamente a ciò che il titolo promette: una Benedizione. Si chiama così infatti il romanzo di Kent Haruf, scrittore americano scomparso pochi mesi fa, da noi finora totalmente sconosciuto. Un romanzo sublime fatto apposta per chi vorrebbe perdersi negli sconfinati spazi della pianura americana (o nelle fotografie di Robert Adams). Lo stile evocativo e piano della prosa di Haruf richiama il tormento dei personaggi dostoevskijani ma anche il dolore irrisolto del sommo Faulkner, e la quotidianità disfunzionale delle famiglie di Erskine Caldwell o di Pearl S. Buck. Riluce la sperduta e operosa provincia a stelle e  strisce, patriottica e moralista, crepuscolare e razzista, un luogo dal quale i personaggi del libro sembrano voler fuggire ma nella cui malia invece restano costantemente imprigionati avvelenando i propri giorni, finendo col fare lavori inutili e annichilendo i propri sogni. In una parola: grandioso!
• Ritrovare Jack Reacher è un po’ come ritrovare un vecchio amico, che invecchia ma in fondo resta sempre uguale: soprattutto è il tipo che si vorrebbe sicuramente incontrare quando si è nei guai. Perché Jack Reacher, ex poliziotto militare che vaga ramingo per le strade d’America come un hobo votato al viaggio e all’avventura, non è di quelli che si voltano dall’altra parte quando c’è qualcuno bisognoso d’aiuto. Ne il Ricercato ci sono quattro persone in una macchina, in viaggio verso Chicago, che sperano di raggiungere entro la mattina. Un uomo alla guida, un altro che racconta storie poco convincenti. Sul sedile posteriore una donna silenziosa e preoccupata e un autostoppista con il naso rotto. A un'ora di macchina da loro, l'FBI si ferma in una vecchia stazione di rifornimento, dove un uomo è stato accoltellato a morte: un lavoro da professionisti, ma degli assassini nessuna traccia. Jack Reacher voleva solo raggiungere la Virginia. E tutto quello che ha fatto è stato alzare il pollice per chiedere un passaggio. Ma scoprirà ben presto che quello che ha ottenuto non è solo un semplice passaggio, ma un coinvolgimento in una situazione oscura, in cui nulla è come sembra e nessuno pare dire la verità... Romanzo che fila liscia come l'olio per l'ennesima, appassionante avventura "maschia" senza se e senza ma firmata dalla consueta penna robusta di Lee Child. Un must per le letture sotto l'ombrellone.

martedì 14 luglio 2015

Robicheaux di nuovo in Italia!

(scopriamo con grande piacere che James Lee Burke, scrittore da queste parti venerato, è tornato nelle librerie italiane grazie al coraggio di una casa editrice piacentina: pubblichiamo a seguire la segnalazione inviataci dall'ufficio stampa di Unorosso. Presto la recensione del romanzo)
il 27 giugno nel nostro paese è riapparso Burke. Il pluripremiato autore statunitense, ideatore della saga che ha come protagonista il detective Dave Robicheaux, torna nel panorama letterario italiano grazie al marchio editoriale Unorosso che ha deciso di pubblicare Creole Belle.
Il libro è stato presentato ufficialmente sabato 27 giugno, alle 10.30 in piazza Cavalli a Piacenza, all’interno del Festival culturale “Dal Mississippi al Po”. Diciannovesimo episodio della saga, Creole Belle ne rappresenta forse il capitolo più intimo ed intenso. Al centro della vicenda, infatti, c’è ancora una volta il detective Robicheaux, stavolta prostrato nel fisico e nella mente dalle ferite riportate durante una sparatoria e dai demoni del passato che tornano a tormentare i suoi pensieri. Chiuso in una struttura di recupero a New Orleans, in St. Charles Avenue, ed esposto alla soporifera aria estiva che filtra nella sua stanza d'ospedale, Dave Robicheaux riceve la visita di una giovane donna misteriosa dal passato travagliato, Tee Jolie Melton. Nella penombra della stanza la donna, ferma al suo capezzale, lascia un iPod che riproduce una vecchia canzone country blues, "My Creole Belle".
Dave non sa che Tee Jolie è scomparsa nel nulla alcune settimane prima e nessuno crede che sia riapparsa improvvisamente; quando scopre che la sorella della donna è stata trovata morta all'interno di un blocco di ghiaccio galleggiante sulle acque del Golfo, ritiene che mettere da parte gli incubi del passato sia più urgente che mai. Inizia tuttavia a cercare da solo collegamenti tra le sorelle Melton, perché nessun altro sembra appoggiare i suoi sospetti. L'ex-partner di Dave, Clete Purcel, decide di aiutarlo ma deve gestire contemporaneamente anche altri problemi: ha scoperto di recente di avere una figlia illegittima, che lavora come killer a contratto. Creole Belle è un’intensa storia di rinascita, con Burke ai picchi della sua abilità narrativa: Dave Robicheaux si trova ad affrontare la sua battaglia più intensa, intima e personale, contro forze conosciute e sconosciute che mirano a corrompere e distruggere anche il migliore animo umano.
James Lee Burke è uno scrittore statunitense nato a Houston nel 1936 e cresciuto sulla costa del Golfo del Texas-Louisiana. Dopo la laurea in inglese ed un master presso l’Università del Missouri, ha lavorato come geometra, giornalista, assistente sociale e professore d’inglese, prima di intraprendere con successo la carriera di scrittore. Due dei suoi libri hanno ottenuto il prestigioso premio Edgar come Miglior Romanzo Criminale dell’Anno. Il suo personaggio Dave Robicheaux è stato portato due volte sul grande schermo: da Alec Baldwin (in Omicidio a New Orleans, 1996, diretto da Phil Joanou) e da Tommy Lee Jones (L'occhio del ciclone - In the Electric Mist, 2009, con la regia di Bertrand Tavernier). Sposato con quattro figli, tra cui la scrittrice Alafair Burke, oggi vive con la moglie tra il Montana e la Louisiana.

lunedì 13 luglio 2015

DeLillo (incipit)

«Ora il sonno lo abbandonava più spesso, non una o due bensì quattro, cinque volte la settimana. Che cosa faceva in quei momenti? Non passeggiava a lungo dentro gli arabeschi dell’alba. Non aveva un amico tanto intimo da sopportare il tormento di una telefonata. Cosa dirgli? Era una questione di silenzi, non di parole.
Cercava di leggere fino ad addormentarsi, ma riusciva solo a sentirsi più sveglio. Leggeva scienza e poesia. Gli piacevano le poesie scarne collocate minuziosamente nello spaziò bianco, file di tratti alfabetici impressi a fuoco nella carta. Le poesie lo rendevano cosciente del proprio respiro. L’essenzialità della poesia gli rivelava in un attimo cose che normalmente non notava. Questa era la sfumatura di ogni poesia, almeno per lui, di notte, in quelle lunghe settimane, un respiro dopo l’altro, nella stanza ruotante in cima all’appartamento a tre piani.»

Cosmopolis - Don DeLillo (Einaudi)

venerdì 10 luglio 2015

ciao ciao dottore...

se n'è andato per un attacco di cuore il grande attore egiziano Omar Sharif; al suo sguardo irresistibile il titolare deve il proprio nome (mamma se ne innamorò durante una proiezione bolognese del Dottor Zivago!)
Addio caro vecchio baffuto: ti abbiamo odiato per anni, nessuno ci passava la palla nei campetti dell'oratorio per colpa tua, però oggi siamo felici di non esserci chiamati Gelvasio;-)