venerdì 10 febbraio 2012

c'è del  marcio in Svezia

Un paio di considerazioni a caldo fuori dalla sala in cui proiettavano Millenium, il reboot fincheriano dell'omonimo film svedese tratto da Stieg Larsson. La pellicola regala allo spettatore la consueta manna di inquadrature toste e musica figa made in David Fincher (per chi scrive, uno dei più dotati cineasti dell'ultimo quindicennio: Zodiac resta a nostro parere tra le migliori perle noir di sempre), e l'ottima recitazione dei due attori principali Daniel Craig (fascinoso il contrasto tra il suo ceffo da sicario slavo e gli occhialini da intellettuale) e una Rooney Mara che riesce nel miracolo (quasi) di non far rimpiangere la Rapace. Fotografia fredda e grigia, scenario innevato, atmosfera sospesa e livida, la storia procede inanellando tensione, si prende i suoi tempi (2 ore e 40 minuti) addentrandosi nei misteri di una famiglia altolocata, fra rancori, passi biblici da decifrare e efferatissimi omicidi in serie: il Male che si annida nei meandri invisibili dei legami parentali. Notevoli anche i comprimari: Skarsgard perfidamente ambiguo, Plummer il solito monumento dalla faccia di faina invecchiata. Strepitosi pure gli eleganti titoli di testa, in stile Goldfinger. Insomma, si torna a casa col cuor contento, a maggior ragione considerando che Fincher il film l'ha fatto su commissione (e in fondo si vede, visto che, al netto del suo talento visivo unico e insostituibile, Millenium resta una copia-carbone del brutto predecessore, copia della quale - forse - non avevamo granché bisogno, ma a dirla sinceramente nemmeno di questo, avevamo bisogno).
Detto ciò ci è venuto naturale pensare che la fortuna di entrambi i film - nonché dell'intera troika letteraria - non è sicuramente dovuta al plot. In fondo, messi da parte l'ambientazione e la scoperta che persino nella civilissima Svezia ci si ammazza e ci si scanna per pura perversione, l'ingranaggio che muove la storia (le storie, anche quelle dei due libri a seguire) non è tra i più originali, niente che un episodio di CSI o un romanzo di Jim Thompson non ci avesse già mostrato e rimostrato, e pure con maggiore profondità. A Larsson è più che altro capitato ciò che a uno scrittore capita di rado ma che è il più grande dono auspicabile per chiunque passi la propria vita a costruire impalcature narrative: ha imbroccato un personaggio. Tutto il bailamme che sostiene il fenomeno Larsson (ivi incluso quest'ultimo circo cinematografico) si deve, a ben guardare, a lei, a Lisbeth Salander e alla sua aggressiva silhouette emo-punk, ai suoi silenzi tormentati, lo sguardo impenetrabile, la sua anima nera che come un tank d'assalto combatte senza ripensamenti una battaglia con la realtà persa in partenza. Ecco, è lei il fulcro di tutto, e senza quel personaggio che non sfigura nemmeno quando non è indossato da una tosta come Noomi Rapace, forse Millenium sarebbe l'ennesima bolla piena di niente. Ma per la fortuna dei cultori (che sono tanti) e la sfortuna degli invidiosi (anch'essi numerosissimi) non è così. No, no.

giovedì 9 febbraio 2012

Bonnie e Clyde per sempre...

Per una serie di ragioni più o meno note, gli USA pescano da sempre nella figura del fuorilegge parte delle radici del proprio Mito. La Depressione degli anni '30 favorì lo sviluppo di una nuova tipologia di bandito, diversa da quella che scorazzava nei film western ma alla stregua di quella proveniente da un milieu selvaggio e privo di regole, estraneo alle organizzazioni criminali delle metropoli quanto figlio piuttosto della povertà delle terre meridionali. Sorsero gang di cinque o sei fuorilegge al massimo, a bordo di rombanti auto (di fatto il moderno succedaneo dei cavalli dell'outlaw per antonomasia: Jesse James) che favorivano azioni fulminee, toccate-e-fuga letali cui spesso seguiva la più implacabile delle cacce all'uomo. In Gangster Story (1967) Clyde Barrow, un damerino impotente impersonato da Warren Beatty, e Bonnie Parker (una strepitosamente bella Faye Dunaway), velleitaria ragazza di provincia, scappano assieme per spirito d'avventura, dando luogo a una serie di rapine che, condotte dapprima come passatempo, diventano ben presto autentiche azioni criminali. Ai due si uniscono ben presto il fratello di Clyde (un esordiente Gene Hackman) con la moglie e un ragazzotto fresco di riformatorio. Compiuto il primo delitto, la banda diventa molto popolare e alza la posta in gioco (moltiplicando gli assassinii). Sostenuto dalle composizioni a suon di banjo di Charles Strouse che evocano il country delle coltivazioni di grano a ridosso delle città, il quinto lungometraggio di Arthur Penn si guadagnò nove nominations e due premi Oscar, e venne inserito dall'American Film Istitute tra i migliori cento film di tutti i tempi. Riguardato oggi la pellicola presenta alcune vistose ingenuità (soprattutto nella caratterizzazione dei due protagonisti) figlie forse dello spirito sessantottino in cui essa venne partorita, epperò resta un documento davvero formidabile della capacità degli americani di assorbire il meglio degli stilemi in auge (qui si parla della nouvelle vague francese, Godard e Truffaut pare siano addirittura stati interpellati per una potenziale regia), nonché uno straordinario esempio di cinema d'assalto, capace di allargare lo sguardo (Penn era regista teatrale che seppe rivolgersi al Grande Schermo senza piegare il suo stile solido e dissacrante) e testimoniare con rigore cronachistico le vite condizionate dalla liquidità delle banche, la polvere e il furore che appartennero già alla prosa di Steinbeck. Ma in Gangster Story s'intravedono anche la nostalgica revisione dell'epopea del west e l'avvento della seconda motorizzazione del paese: riferimenti tematici che oltreoceano nutrono abbondantemente la tradizione  e che contribuiscono a tracciarne il Mito (si pensi anche allo speculare Dillinger, firmato nel 1973 da Michael Cimino, in cui alla fine il bandito è ucciso all'uscita del cinema).
Ma è la «wasteland», lo spazio infinito e selvaggio immortalato dalla poesia di Walt Whitman, il vero fulcro di Gangster Story, una dimensione in cui storia e geografia si fondono trasformando le città in infernali illusioni da cui fuggire per rifugiarsi nei margini, nella frontiera. Ottimamente fotograto da Burnett Guffey (grandiose le foto in bianco e nero dei titoli di testa, che prelevano dalla Storia Reale i veri banditi), il film resta una visione unica e formativa, un tassello importante nel complesso mosaico iconografico di quella contradditoria, famelica e stuporosa nazione che è l'America.

mercoledì 8 febbraio 2012

pulp per vocazione...

« - Quando inizierà il rumore, metà di quei negri uscirà dal retro. - Dan Foley inserì i pallettoni nel fucile con il pollice. Quando fu pieno controllò la pistola. - A quel punto, voglio che tu li annaffi di piombo per bene. D’accordo? - Mike, il fratellino di Dan, sbatté il caricatore nella mitragliatrice Thompson calibro 45. - D’accordo.
Mike aveva altre armi: calibro 45 automatiche sotto le ascelle e un revolver calibro 32 alla caviglia. - In quanti sono lì dentro?
Dan scrollò le spalle, svitò il tappo di una fiaschetta di whiskey, la sollevò e bevve, poi si pulì la bocca con una manica. - Stanno giocando a carte e fumando erba. Non sapranno nemmeno cosa li ha colpiti. Chiaro, stiamo attenti, ci mancherebbe. Ma direi una dozzina. Più o meno.
Due contro dodici. Mike strinse la presa sul mitra. Nessun problema.
Erano seduti nella Buick a un isolato di distanza. Dan guardò l’orologio, si accese una sigaretta. - Cinque minuti.
A Mike non piaceva aspettare. Ma aspettava. Dan era il capo, e Mike aspettava la parola di Dan. Era stato così per cinque anni, da quando Mike aveva compiuto i diciotto e Dan lo aveva accompagnato a fare il suo primo lavoro. Mike si cagava addosso dalla paura, ma quando avevano iniziato a sparare si era stupito anche lui di quanto solido fosse rimasto».

Sinfonia di piombo - Victor Gischler (Ed. Revolver BD)

martedì 7 febbraio 2012

un grande mah!

(Da queste parti si è sempre tifato per l'attore James Franco, convincente in moltissimi ruoli, da Milk a 127 ore, ma come Lester Ballard, onestamente, proprio non ce lo vediamo: non resta che confidare nel suo talento e la dichiarata passione per il vecchio Cormac)
«Durante l’ultima edizione del Toronto Film Festival, James Franco aveva dichiarato di avere in mente di portare sul grande schermo, da regista, il romanzo Meridiano di sangue di Cormac McCarthy, con una produzione firmata da Scott Rudin. Aveva anche fatto qualche prova con il cast, ma secondo le ultime notizie riportate da The Playlist l’attore-regista non ha più in mente questa pellicola, per ora. Prima infatti avrebbe deciso di dirigere la trasposizione di un altro romanzo di McCarthy, in particolare la sua opera terza: il crudo Child of God [continua qui].»

lunedì 6 febbraio 2012

cresce l'hype (speriamiddio!)

(quando alla fine compare il vecchio pelleverde è da sturbo!!)

workinprogress...

qui il nuovo blog dell'amica Carla Sedini, fotografa e giornalista. (per una pura coincidenza, a riprova dell'assoluto disinteresse della segnalazione, tra gli intervistati ritratti da Carla compare anche il titolare del blog). 

domenica 5 febbraio 2012

SlipStream: l'esordio di Hopkins!

Lo sceneggiatore Felix Bonhoffer (Anthony Hopkins) è un uomo completamente rapito dal proprio lavoro; durante un periodo di fortissimo stress - che coincide con la stesura della trama di un film mistery - , viene sopraffatto da inquietanti visioni, arrivando a incontrare fisicamente le creature che popolano il suo film in divenire. Felix si ritrova così immerso in una dimensione alternativa, dove tempo e realtà si mescolano fondendosi in un pericoloso sovrapporsi. Tutto ha inizio il giorno in cui resta bloccato nel traffico sulla freeway: uno sconosciuto armato di pistola gli si rivolge contro smozzicando parole che paiono, di primo acchito, prive di significato. Da quel momento, niente sarà più come prima.
Con questo Slipstream, nella mente oscura di H. (2007) l'indimenticabile interprete de Il silenzio degli innocenti esordisce dietro la macchina da presa e ci regala una pellicola che frulla con intelligenza (e molta pretestuosità) Lynch e i Coen, condensando ottimi spunti estetici a una storia a tratti confusa, indigeribile, sicuramente impegnativa ma fondamentalmente innocua (se di bordate allo star-system era in cerca il grande attore britannico, il film manca completamente il bersaglio). L'assunto è però notevole: chi scrive è costretto dal proprio talento a cercare le storie, espandendo il tempo e mescolando sogni, ricordi ed esperienze intime e personali: tutto concorre a mettere a fuoco la trama. Trama che qui si sfilaccia volontariamente in una visionarietà forse troppo laccata, ma sicuramente non priva di fascino.

sabato 4 febbraio 2012

venerdì 3 febbraio 2012

dagli al redneck!

Era possibile declinare in chiave ancora originale la figura dell'«hillbilly» (o del «redneck», o bifolco campagnolo che dir si voglia) dopo la serqua sterminata di slasher-rurali visti al cinema nell'ultimo ventennio (o trentennio, se si considera Deliverance come il capostipite del filone)? Evidentemente sì, e a farlo in maniera convincente è stato quest'anno un regista americano al suo esordio: stiamo parlando di Eli Craig col suo Tucker and Dale vs Evil.
La storia inizia alla maniera di millemila altri lungometraggi simili, con un branco di collegiali decerebrati che si prende una pausa dagli studi per passare un weekend nei boschi e lì entrare in contatto con dei montanari inquietanti, buzzurri e rognosi come non mai. Il regista conosce però gli stereotipi del genere e invece di regalarci l'ennesima famiglia di serial-killers dediti al cannibalismo tra i rottami, piazza la  bomba che muta la prospettiva: i protagonisti sono proprio loro, la coppia di bifolchi che scopriamo buoni come il pane e intenti solo a passare un periodo di tranquilla villeggiatura nella loro cascina: i ragazzi, con un'ottusità infarcita di pregiudizi che risulta davvero irritante, equivocheranno ogni loro mossa finendo per trasformare la vacanza in una carneficina. Craig conosce il potenziale dei cliché cinematografici e lo sfrutta a dovere, giocando qui a divertire per contrasto: sono i ragazzi il problema, e non c'è verso di farli ragionare!
Il risultato è una horror-comedy davvero spassosa, carica di trovate argute e farsesche (impossibile non ridere davanti alla sequenza della motosega alla Leatherface) che rendono omaggio a pellicole cult come Evil Dead o a classici come Non aprite quella porta. Il ritmo, tra l'altro, tiene molto bene (forse si affloscia giusto un filo alla fine, quando si prende un po’ troppo sul serio) e Tyler Labine e Alan Tudyk (entrambi volti ben noti agli appassionati di serie tv) sono molto simpatici, anche se a carpire l'ammirazione dello spettatore maschio sono soprattutto le forme di Katrina Bowden (Cerie di 30 Rock). Il merito principale del regista, che ha scritto il film insieme a Morgan Jurgenson, è quello di essere stato in grado di far convivere i toni della commedia all’interno dell’horror senza snaturarne i cardini, in un gioco che non si perita di ricorrere qua e là ad abbondanti dosi di sangue in CGI: una delizia per gli appassionati capace di far sganasciare anche i non avvezzi. Insomma, film riuscito, e applausi per la voglia di giocare coi generi.

giovedì 2 febbraio 2012

l'arte di Pintér...

Illustratore di copertine per romanzi polizieschi, Ferenc Pintér ha contribuito come pochi altri a formare l’immaginario di milioni di lettori. Per Mondadori ha dato una faccia ai miti della letteratura crime e anche la critica più esigente si è accorta del suo valore, riconoscendo per tempo dignità artistica all’opera di questo illustratore e grafico nato ad Alassio nel 1931, figlio di madre fiorentina e padre ungherese, noto in primo luogo per le copertine dei gialli, che realizzò per 32 anni dando un volto grafico ai maggiori personaggi della letteratura poliziesca, da Poirot a Miss Marple, passando per il commissario Maigret e altri ancora, modellati sulle fattezze degli attori che li impersonavano al cinema e in Tv (Gino Cervi-Maigret, Peter Ustinov-Poirot e così via). L'artista realizzò illustrazioni anche per editori diversi da Mondadori e pubblicazioni di maggior pregio editoriale - come, per fare solo un esempio, il bellissimo Macbeth pubblicato nel 2001 da Nuages - o la serie dei Tarocchi dell’immaginario (Lo Scarabeo, 2001).
Il padre, Jòzsef Pinter, era un pittore ungherese mentre la madre, Anna Antonazzi, veniva da Firenze. Nel 1940, la famiglia Pinter si trasferì a Budapest per curare una malattia tubercolare di Jòzsef, ma l’operazione chirurgica non ebbe buon esito e dopo pochi anni Ferenc rimase orfano di padre. Non fu ammesso all’Accademia di Belle Arti di Budapest per aver dimostrato una libertà di pensiero non conforme al totalitarismo comunista di quegli anni. In seguito alla rivolta del 1956 e all’arrivo dei carri armati sovietici, riuscì a fuggire in Italia. Appena arrivato a Milano, ottenne come primo lavoro la realizzazione di un gigantesco murale (80 m²) per la Radio Marelli. Nei tre anni successivi, Pintér continuò a realizzare manifesti pubblicitari per importanti aziende italiane finché, nel 1960, avviò una collaborazione con Mondadori. Il suo mezzo espressivo preferito era la tempera, che usava con straordinaria maestria dando vita a scene surreali, venate di una forte componente espressionista. Pintér è stato considerato uno dei più importanti illustratori europei e non a caso il suo nome rientra nei cataloghi internazionali Graphis e Gebrauchsgraphik. Sebbene fosse stato colpito da una grave malattia, Pintér continuò a lavorare fino al 28 febbraio 2008, data della sua scomparsa. (qui trovate il sito a lui dedicato, con numerose riproduzioni delle sue opere)

mercoledì 1 febbraio 2012

Tre storie struggenti…

(l'amico Fabio Lotti ci ha preso gusto e oggi ci parla del nuovo romanzo della Ghinelli per Voci Amiche)
I bambini vanno a ruba. Voglio dire nei libri. Perfino sulle copertine direttamente con le loro gracilità espressive o attraverso certi elementi tipici della loro età: una carrozzina, delle scarpine, uno zainetto. Ci trovo spesso un po’ di vile sfruttamento. E dunque, appena ho visto una bambina di spalle nel libro citato, una piccola smorfia di disappunto è sorta spontanea. Però, a pensarci bene, molto sta nel modo in cui l’autore affronta il problema, e appena ne ho letto il nome mi sono rincuorato, perché Lorenza Ghinelli già con Il divoratore ha dato prova di sensibilità, bravura e sapienza stilistica. E mi sono pure rassegnato ad essere travolto da una valanga di frattaglie degli abissi umani. Qui abbiamo tre storie. Di Estefan, Martino e Greta. Quella di Estefan, la sua chiusura con la famiglia, con il mondo, le risposte sillabiche, gli incubi, la solitudine, sigarette forti, la droga, l’angoscia che lo tormenta a diciannove anni. Un ritorno indietro nel tempo e la nascita di un fratellino, Sebastiano. La sua morte improvvisa. Il percorso della memoria che cozza sempre lì (colpa tremenda o ricordo sbagliato?) e da lì è cambiato tutto, il rapporto con i genitori, la sua svogliatezza, il suo rinchiudersi, il buco nero ed il gioco del “Se”… Quella di Martino con la disarmata ingenuità di otto anni, la fiducia tradita dal suo “idolo”, piccolo essere violentato, i dubbi e i tormenti, solo, solo, solo con il suo segreto. Da grande la rabbia che si porta dentro, la violenza istintiva. E quella di Greta nata da una madre giovanissima morta durante il parto che vive con il nonno e la sua bella cavalla. I ricordi, la nonna, la dura vita di tutti i giorni. Una piccola anima costretta ad essere già grande. E un altro colpo tremendo che l’aspetta. Le tre storie si intrecciano con momenti di sofferenza e tenerezza infinita che ci scuote e commuove, giovani bulli su macchine e moto, vecchi che giocano a carte, canzoni e canzoni, sigarette, droga, il battito del cuore, l’impulso del sesso, l’angoscia della mente. Trapassi veloci di tempo a sottolineare i cambiamenti, ritmo, velocità, qualche pausa a riprendere fiato e a serrare i ranghi dell’attenzione. Insomma la Ghinelli è lì che scandaglia, apre, squarcia, affonda i colpi nell’inconscio per risalire in una realtà non meno terribile. Vite spezzate, famiglie rotte. Un po’ di pace dalla campagna. Ogni tanto verrebbe pure voglia di dirle ehi basta, fermati, riposati, lascia stare! Ma lei è lì tutta presa dal suo lavoro che gira e rigira il bisturi delle parole e dei fatti, li butta in aria, li ferma, li avvolge, li fa esplodere, li trascina per terra, nel fango e ce li schizza addosso. Figlia d’un cane!

P.S. Ho buttato giù di getto e dunque non si tratta di una recensione vera e propria. È più una reazione istintiva. Questo è un libro complesso e nello stesso tempo così semplice. Volutamente eccessivo, sopra le righe, allucinato. La colpa è con noi, dentro di noi, anche se siamo innocenti. Nessuno può togliercela se non, forse, un nuovo abbraccio, una nuovo sorriso. Se non la luna «perché la luna ha una pietà che il sole non conosce». Mio Dio.

La colpa
di Lorenza Ghinelli (Ed. Newton Compton)

martedì 31 gennaio 2012

noir meridiano...

«A fare del noir («nero», secondo la definizione che un critico francese diede nel 1946 a quel particolare tipo di opere letterarie caratterizzate da situazioni criminali e da un certo pessimismo di fondo) il genere più rappresentativo di questi nostri tempi cupi e malandati concorrono, con tutta evidenza, numerose istanze: analizzarle tutte, vista la complessità dell’argomento e la forte contrapposizione tra le diverse scuole di pensiero, risulterebbe compito assai arduo e periglioso; per valutarne almeno a naso l’importanza basterà allora in questa sede provare a riflettere sulla facilità con cui, attraverso una griglia stilistica rodata e tutto sommato ferrea, spesso il noir (in tutte le sue molteplici e sfaccettate declinazioni) sia riuscito a cavallo tra gli ultimi due secoli - meglio di qualsiasi reportage giornalistico approfondito o blasonato studio sociologico - a fotografare senza pregiudizi porzioni consistenti e sconosciute di degrado contemporaneo, frammenti vividi e spietati di quella realtà asfissiante in cui l’occidente consuma quotidianamente la propria esistenza, una dimensione che un buon romanzo di genere non di rado ci ha aiutato a riconoscere chiamando semplicemente le cose col loro nome, senza fronzoli, senza infingimenti, al di là di qualsiasi retorica politica: uno scarto, questo, che alla Letteratura tout court, quella con la elle maiuscola che affolla le biblioteche serie, riesce sempre più di rado e solo in presenza di talenti davvero eccezionali.
Una consuetudine ormai tacitamente codificata tra appassionati di narrativa «da consumo» vuole invece che a un buon romanzo noir non si chieda altro che picchi duro, che vada a fondo senza paura imbastendo trame credibili, ritmate e il più possibile oneste: ed è in questo semplice, lineare frangente che s’insinua proditoriamente la capacità del narratore di sporcarsi o meno le mani. Quando un Joe R. Lansdale, un Jean-Patrick Manchette o un Raymond Chandler intingono la loro penna nel lato oscuro dell’animo umano per raccontarci storie dense di pistolettate, donne fatali e loosers disposti a vender cara la pelle, state certi che ci ritroveremo a fare i conti con le zone d’ombra che regolano anche i costrutti sociali che sorreggono le nostre vite, quelle di chi ci circonda, dei nostri affetti più cari, e forse, in definitiva, col lato più oscuro e truce di noi stessi.
Certo, non è detto che il gioco riesca sempre: gli scaffali delle librerie dell’intero globo terracqueo pullulano di giallacci dozzinali in cui l’unico perno della vicenda è costituito dalla mera scoperta del colpevole di turno, pura narrativa d’asporto (pulp, si chiamava una volta, dalla carta d’infima qualità su cui veniva stampata) da consumare in macchina mentre si aspetta la fidanzata, oppure in ascensore, a scuola, addirittura nel bagno. Ma quando un noirista davvero dotato infila il corridoio giusto, per chi legge le sue pagine è come finire sull’ottovolante: provate a immergervi in piccoli gioielli inestimabili del filone come L’assassino che è in me del grande Jim Thompson, oppure Il postino suona sempre due volte di sua maestà James Cain. Sono letture dalle quali non si esce immuni. Ti cambiano i connotati (spirituali) al pari di un montante piantato in mezzo alla faccia. Eppure, in fondo, trattasi “solo” di noir [continua]
(estratto dalla prefazione alla raccolta Nero di Puglia, antologia dei migliori racconti del concorso omonimo in cui il titolare del blog era presidente di giuria)

domenica 29 gennaio 2012

pareti mortali e bambini rapiti...

Non concede un attimo di tregua questo A Lonely Place to Die (2011), survival-thriller di Julian Gilbey, un giocattolino assai ben costruito dove la natura selvaggia delle Highlands scozzesi e le scabre meraviglie di un panorama davvero mozzafiato contribuiscono non poco all'instaurarsi di un clima perennemente sospeso tra la frenesia e la contemplazione. Il cineasta riesce - saccheggiando da più parti, questo va detto, ma facendolo con riverenza e cognizione di causa - a mescolare con abilità non convenzionale l'action spasmodica della più classica «caccia all'uomo» con la suspense incalzante del filone «arrampicate mortali», galoppando tra torrenti impetuosi, pareti di granito e burroni a picco sul vuoto. L'avvio della storia s'inserisce senza troppi problemi nella genia dei vari 127 ore e Vertical Limit, dove giovani palestrati mediamente cazzari praticano sport assurdi invece di consumarsi fior di diottrie davanti a un monitor lcd (ognuno sceglie di rintronarsi a modo proprio, d'altronde). Qui abbiamo una compagine di scalatori tra le montagne, in mezzo alla quale svetta - è proprio il caso di dirlo - la bella climber Melissa George, stellina mai davvero spuntata nel cielo dioturno del cinema che conta, eppure già apprezzata ai tempi di Dark City e in una particina di rilievo nel Mulholland Drive di David Lynch. Sin dai primi istanti della vicenda si percepisce nell'agonismo vigente tra i protagonisti una certa inquietante tensione emotiva, quasi un'ansia compressa che non lascia presagire nulla di buono. E infatti le scintille arrivano.

Ma non si fa in tempo a capire per chi parteggiare che la pellicola vira, e per un po', quando la squadra incoccia in una strana bambina nascosta in una bara interrata nel bel mezzo dei boschi, siamo dalle parti del solito tranquillo weekend di paura. Stiamo quindi per prepararci allo scontro con una manica di rednecks affamati quando invece, con solido mestiere, il film sorprende ancora, introducendo personaggi e situazioni che non ti aspetteresti (beh', non sempre i conti tornano, nella sceneggiatura, a dirla tutta, però la bravura di Gilbey sta tutta nel ritmo: praticamente, non si ha il tempo di soffermarsi a notarle, le incongruenze)(che pure, intendiamoci, si contano sulle dita di una mano). A Lonely Place to Die è quindi un film di genere tutt'altro che scontato (non foss’altro per le scelte tecnico-cromatiche, con i proiettili che spalancano petali rocciosi nella pietra intorno a Melissa e l’acqua del fiume, vista da sotto, rossastra e agitata come una birra doppio malto), per la capacità di gestire più registri senza incappare nella trappola degli stereotipi, e per il bel lavoro fatto sulla scansione dei tempi filmici, a riprova del fatto che non c'è bisogno di 3D ed effetti speciali mirabolanti per tenere lo spettatore col fiato sospeso. Ma questo, si sa, è una cosa che quaggiù abbiamo smesso di concepire (e dire che i nostri Fulci, Castellari e DiLeo ce l'avevano nel sangue!). Consigliatissimo.

sabato 28 gennaio 2012

un aperitivo nel Salento più folk...

(per chi si trovasse nei paraggi, domani sera il titolare del blog sarà ad Alliste, in provincia di Lecce, per un aperitivo letterario organizzato alle 19.30 dalla Biblioteca Comunale. Cheers)

venerdì 27 gennaio 2012

giovedì 26 gennaio 2012

Adolescenti del nostro tempo...

Joyce Carol Oates non appartiene - grazie a dio! - a nessuna categoria letteraria ben definita (ammesso che un catalogo siffatto abbia un senso), poiché questa potentissima scrittrice, autrice infaticabile di saggi, romanzi, opere teatrali e poesie nonché docente alla prestigiosa Università di Princeton e candidata in perenne odore di Nobel, è sicuramente una tra le voci più originali ed inclassificabili della letteratura occidentale.
Figli randagi raccoglie sei racconti risalenti al lontano 1974, ma che non accusano minimamente il colpo dello scorrere degli anni. Sono storie che fondono una visione realistica e violenta dell'esistenza con immagini grottesche, più nere dalla pece, inquietudini capaci di consegnarci figure davvero indimenticabili di giovani nati vecchi, di ex adolescenti folli o precocemente sfioriti, e di ragazzini problematici. Allen Weinstein, nella novella Nella regione del ghiaccio, è ad esempio un «biondino esile, inespressivo» che, prima di suicidarsi nelle buie acque d'un lago, cercherà di coinvolgere nella sua follia suor Irene, una giovane insegnante universitaria. Joyce Carol Oates descrive l'insolito rapporto fra la monaca e il giovane (ebreo), sfiorando magistralmente il morboso - e il macabro - con un'insistenza che rende piena giustizia a chi per anni l'ha definita la «dark lady» della narrativa d'oltreoceano. Elizabeth June Smith, che tutti chiamano semplicemente Smith, è invece la protagonista di Figli randagi: la cupa novella che è stata scelta a intitolare la raccolta tradotta in italiano. La ragazza, che dimostra diciotto anni ma ne ha in realtà ventisei, ci viene presentata come una mezza sciroccata. Nel suo viso piccolo e scialbo si legge un'enigmatica, sulfurea impronta di concentrazione. Le sue narici sono «orlate di bianco, il bianco della rabbia». Ma risveglierà il ricordo di un amore giovanile in un noto e rispettato urbanista di nome Benedict. Inarrivabile è invece la descrizione del balordo Eddie Friend nel racconto - tra i più noti - intitolato Dove stai andando, dove sei stata?, un grumo di angoscia cadenzata vissuta in prima persona dalla adolescente Connie, lasciata allo sbando da genitori assenti. La Oates, sfidando con intelligenza situazioni spesso al limite della "telenovela", disegna in poche stringate paginette sei parabole che rimescolano il sangue nella loro calcolata prevedibilità. Esistono aggettivi per una scrittrice di questo calibro? No, decisamente non ne esistono!

Figli randagi - Joyce Carol Oates (Ed. E/O)

mercoledì 25 gennaio 2012

affondando i piedi nella neve...

(Annalisa ha letto il libro di Pasini per la rubrica Voci Amiche)
Dicono che dopo Omero non sia più stato possibile scrivere storie veramente nuove e originali. Immagino che la cosa si ancora più evidente se si parla di gialli o noir, che ormai vanno per la maggiore e sono uno sfracco e una sporta. E, in effetti, è un po’ quello che ti viene in mente cominciando Venti corpi nella neve, a partire dalla copertina che, mannaggia, sia per il titolo, sia per l’ambientazione (neve e sangue, bianco e rosso) mi ha ricordato XY del fu grande scrittore Veronesi. Poi: c’è il commissario ombroso e tormentato che si rifugia nell’Appennino emiliano (Santovito è da quelle parti anche lui), seguito casualmente dalla donna lasciata perché incapace di sopportare un problema e il problema è parallelo a quello del commissario Ricciardi (di de Giovanni), là è il Fatto, qui è la Danza; il collega della scientifica ricorda (uno stampo e una figura) Iannuzzo di Montalbano, mentre il collega e basta poteva essere, a scelta, uno stronzo, un dongiovanni o un amico, e qui è un amico. Anche la storia è giocata (come usa da un po’) su due piani temporali, passato e presente, che qui sono Resistenza e oggi (e viene in mente l’ultimo di Aldo Cazzullo, La mia anima è ovunque tu sia). Tutto questo per dire che queste cose le ho viste, le ho notate, e non potete venirmi a dire, alla fine: sì, va bene, ma non ti sei accorta che…? Sì, me ne sono accorta, zitti lì. Vale ugualmente la pena di leggere. Perché è un romanzo che si legge in fretta e con piacere: la scrittura è forte e decisa, senza fronzoli inutili (magari, qualche volta, si desidererebbe addirittura qualche smussatina in più, qualche giro di parole o di azioni più lento); i personaggi sono credibili, anche quelli minori, costruiti a volte con poche, essenziali, pennellate; se il colpevole del passato è noto e odiato da molti, la sfida a scoprire il colpevole del presente è netta e senza trucchi. Quando particolari vengono taciuti, è chiaro che si tace proprio per non rivelare troppo, e noi si continua a leggere per scoprire. La mescolanza tra le vicende dell’oggi e quelle della Resistenza è trattata con mano molto più sicura di quello che accade con il confusionario Cazzullo; l’avanti-indietro tra passato e presente è, come dire, pieno di armonia, nonostante gli orrori e le tristezze, e la storia del passato è curata, ben costruita a poco a poco, non subito rivelata, con il partigiano, personaggio principale, che si precisa nel tempo (cioè, nelle pagine). E se a un certo punto, già quasi alla fine, mentre il commissario cerca ancora l’assassino, avete un soprassalto e vi trovate a pensare: ma, diavolo!, non sarà mica che…?, significa che anche qualche indizio è stato ben seminato, ma ve ne potete accorgere soltanto quando l’autore decide di far precipitare le cose (assenze, telefonate, corse, slittamenti…) verso la conclusione.

Venti corpi nella neve
Giuliano Pasini (Ed. Fanucci/TimeCRIME)