martedì 22 luglio 2014

la bella estate...

...allora, eccoci qui. Approfittiamo d'un accesso oltremodo ballerino alla rete internet - colpa di un disguido tecnico imputabile al nostro server che ci ha di recente impedito di aggiornare quotidianamente il blog e che, pare, ancora non sia risolto completamente - per mettervi al corrente della prossima presentazione pugliese del nuovo libro (ma altre ne seguiranno in giro per la regione: Lecce, Ostuni, Brindisi e molte altre ancora) nonché per segnalarvi (anche a causa del predetto problema con il web) l'entrata ufficiale di questo spazio nella ormai consueta modalità vancanziera.
Il che non significa ovviamente che scompariremo, tutt'altro, a maggior ragione con Aspettati l'inferno in piena promozione :-) semplicemente diraderemo un po' gli aggiornamenti, qualche volta dormiremo un po' di più la mattina e di quando in quando passeremo una serata con amici e fidanzate senza stare a cogitare troppo su quale film/libro/fumetto o altro passatempo ameno segnalarvi quaggiù...
(felice estate, insomma, ma ci rivediamo qui tra qualche giorno)
per chi si trovasse nei paraggi, i dettagli sull'evento su facebook.

venerdì 18 luglio 2014

Leone e la critica italiana...

Cinquant'anni fa, era il 1964, con Per un pugno di dollari il grande Sergio Leone accendeva la miccia del più clamoroso fenomeno commerciale del cinema italiano di tutti i tempi: la pellicola a basso budget, con una lavorazione a tratti disperata per mancanza di fondi (in Spagna ci fu addirittura un ammutinamento della troupe perché non percepiva la paga da un mese) ebbe un successo travolgente che in breve tempo varcò i confini nazionali e finì per costringere producers e investitori d’Oltreatlantico a fare marcia indietro e ricredersi sulle innovazioni del cineasta facendo a gara per finanziargli i progetti successivi.
Ma anche la critica di casa nostra, perlopiù unanimemente arroccata nelle cinture di uno squallido provincialismo, non mancò di foderarsi gli occhi davanti alla rivoluzione in atto in quel momento sugli schermi italici: il vate dei critici Tullio Kezich, ad esempio, non fu certo tenero con il regista romano, scrivendo sulle colonne di Panorama: «Adesso, tra tante belle pensate, si è scoperto anche il western. Il sottogenere del western autarchico ha in questi giorni il suo primo successo. Lo ha diretto tale Bob Robertson, che risulta essere l'italiano Sergio Leone. I ragazzi vanno tenuti lontani da questa scuola di violenza, ma gli adulti che cosa possono trovarvi al di là di uno sfogo dell'istinto di sopraffazione?».
Mezzo secolo più tardi, in occasione del ritorno in sala della trilogia del dollaro restaurata dalla Cineteca Nazionale di Bologna, quando l'arte di Leone ha intanto influenzato generazioni di cineasti, fumettisti, sceneggiatori e musicisti in tutto il mondo, alcune penne altolocate della critica del Belpaese continuano a liquidare il talento del regista con spocchiosa sufficienza. Ieri, la stimabilissima Alessandra Levantesi (moglie di Kezich, tra l'altro; una giornalista che il titolare del blog, da sempre lettore del quotidiano La Stampa, praticamente venera), recensendo la nuova copia de Il buono, il brutto, il cattivo concede al capolavoro due misere stellette (tradotto: film modesto!) aggiungendo:
«...il film rivisto oggi dà per molti versi ragione a chi all’epoca lo considerò di un manierismo eccessivo e compiaciuto; e tuttavia conferma l’abilità di Leone a manipolare gli elementi spettacolari del western, sradicandoli dalla loro originaria matrice storico/mitica. Che poi il tutto possa risultare indigesto a chi conosce e ama i classici di John Ford, è fuor di discussione».
Leone da lassù se la starà ridendo...

giovedì 17 luglio 2014

vacanza col buzzurro...

The Backwoods - Prigionieri nel bosco è l''interessante opera con cui ha esordito il giovane film-maker di origine spagnola Koldo Serra. Datata 2006, la pellicola è una co-produzione internazionale con un cast che comprende l'inglese Gary Oldman, l'inglese Paddy Considine, la francese Virginie Ledoyen e la spagnola Aitana Sánchez-Gijón. La storia s'impernia su una giovane coppia di inglesi (rigorosamente in crisi) che in compagnia di due amici partono alla volta della penisola iberica per godersi la natura selvaggia e il clima mite. Giunti nella Spagna rurale più profonda la vacanza subisce una svolta drammatica quando i due maschietti del gruppo, durante un'escursione nel bosco, incappano in una ragazzina dotata di mani deformi, tenuta segregata in una capanna nascosta nella vegetazione. La decisione di liberare la sventurata per portarla con sé si rivelerà assai improvvida, scatenando la furia degli (ormai consueti) rednecks locali.
Nonostante la tematica trita e risaputa, il film possiede una struttura assai ben congegnata che - frullando con abilità echi di Un tranquillo week-end di paura con quelli di Cane di paglia - dimostra come si possa ancora costruire una buona architettura cinematografica senza l'abuso sconsiderato di effetti speciali. Serra calibra infatti con meticolosità e mestiere la suspense distribuendola in dosi mai eccessive lungo l'intero svolgersi degli eventi; al resto contribuisce una sapiente ambientazione retrò (i fatti narrati accadono sul chiudersi degli anni '70) che si rivela funzionale alla sospensione d'incredulità richiesta allo spettatore (sarebbe bastato infatti ricorrere al più scasciato telefonino odierno per mandare a puttane tutto l'intreccio).
Attraverso l'accumulo di situazioni problematiche, la vicenda tiene desto il coinvolgimento del pubblico osando mettere da parte le tonnellate di emoglobina sfoderate in prodotti americani confratelli (si pensi ai vari, inutili Wrong Turn) per costruire una tensione che è quasi interamente psicologica. Tanto di cappello quindi a questo cineasta classe 1975, un giovinotto che, dopo essersi fatto le ossa nella salutare palestra dei cortometraggi, mette a segno un bel colpo con questa pellicola che in originale s'intitola Bosque de sombras e che va sicuramente ad aggiungere un ulteriore, valido tassello a quel grande mosaico dell'horror-rurale che la Settima Arte sta costruendo da John Boorman in poi (senza dimenticare, of course, i sublimi bifolchi cajun di Hill). Azzeccata anche la scelta di un Gary Oldman sempre più maturo e camaleontico, un attore la cui interpretazione ridimensiona le pur sparute falle di una sceneggiatura che forse avrebbe meritato maggiore attenzione nella costruzione dei caratteri dei villain (possibile che lontano dai centri urbani siano tutti buzzurri-bifolchi-cafoni-inospitali-sciroccati e pazzerelli?) ma il finale è assolutamente all’altezza e sfuma giustamente nel vago lasciando aperta la strada a più interpretazioni. Notevole, teso, e molto europeo.

mercoledì 16 luglio 2014

le macchine della Carter...

«Non riesco a ricordare esattamente in che modo cominciò. Nessuno, nemmeno il ministro, riusciva a ricordarlo, ma so che cominciò quando la mia spaventosa infanzia era misericordiosamente finita da tempo. Le suore che avevano seppellito mia madre mi avevano sistemato con una sinecura: avevo un piccolo impiego in un ufficio governativo. Abitavo in una stanza d'affitto con un letto e un tavolo, una sedia e un fornello a gas, una credenza e una caffettiera. La padrona di casa era relativamente giovane e molto accomodante. Ero sempre un po' annoiato, ma del tutto soddisfatto. Pure, penso di essere stato uno dei primi in città a notare che le ombre cominciavano a mostrare una sottile distorsione, e una curiosa stranezza pervadeva ogni cosa. Avevo tempo per vedere, tutto qui.»

Le infernali macchine del desiderio del dott. Hoffman
Angela Carter (Ed. Fanucci)

martedì 15 luglio 2014

...mamma, sono a casa!

La prestigiosa casa editrice milanese Il Saggiatore sta riscoprendo le fonti letterarie dei capolavori di Alfred Hitchcock e, con gran fortuna per noi appassionati, in questo percorso non fa ovviamente mancare uno straordinario romanzo che non si vedeva negli scaffali italiani da molto, troppo tempo. Stiamo parlando di Psycho, firmato da quel genio - a lungo incompreso, anche per colpa dell'indubbia grandezza del regista inglese che si servì della sua opera - di Robert Bloch.

La storia è stranota: Norman Bates gestisce un motel tanto sinistro quanto poco frequentato («Tutti ormai prendono la nuova strada»): è un solitario che vive con l’anziana madre («La mamma era… strana… a proposito di certe cose») in una tetra stamberga appollaiata su un’altura al di sopra dello spiazzo del motel. Una sera Mary Crane, una giovane che ha appena commesso un furto spinta dal desiderio di aiutare il fidanzato Sam Loomis a pagare i debiti, capita nel motel. Norman fa il galante, la invita a cena a casa sua e le confessa qualche piccolo segreto: «Mi diletto semplicemente di tassidermia. George Blount mi ha dato quell’allodola da imbalsamare. È stato lui ad abbatterla. La mamma non vuole che maneggi armi da fuoco». La reazione della possessiva mamma è feroce: aggredisce a coltellate la malcapitata Mary nella doccia - dando luogo a quella che diverrà una delle scene più celebri della storia cinematografica. Norman è figlio fedele e subordinato: «Ora l’essenziale era far sparire le prove. Il corpus delicti.» E la palude è il luogo ideale per fagocitare ogni prova. Intanto la sorella Lila contatta Sam per denunciare la sparizione di Mary. Alle ricerche partecipa anche l’investigatore Milton Arbogast. Lentamente una spirale di follia fagocita i protagonisti, e ben presto la terribile verità verrà a galla, rivelando sviluppi indicibili.
Ciò che colpisce, nella lettura di questo straordinario lavoro del 1959 (Garzanti lo pubblicò col titolo Il passato che urla perché non sapeva come tradurre la definizione originale) è che molte di quelle trovate ritenute figlie della creatività spumeggiante e inarrivabile di Hitch sono invece farina del sacco di Bloch:  non solo la succitata scena della doccia è già descritta pressoché intatta nel libro, ma anche l'apparizione improvvisa e raggelante della vecchietta mummificata nonché l'arrivo in cantina di Norman travestito da Norma che agita la lama fendendo l'aria sono lì, tra le pagine dello scrittore statunitense, pronte per servire da sceneggiatura ad uno dei più memorabili film di sempre. Il romanzo è de facto uno script perfetto e originale, da gustare con la memoria del film e da leggere attraverso la lente delle immagini in bianco e nero del film di Hitchcock.

Psycho
Robert Bloch (Ed. Il Saggiatore)

lunedì 14 luglio 2014

nadine...

una mantide aliena nelle Highlands...

Misterioso, sublime, noioso, intrigante e persino irritante: Under the skin, ultimo film del blasonato videoclipper Jonathan Glazer tratto dal romanzo Sotto la pelle di Michel Faber, riesce a centrifugare impressioni contrastanti, emanando al contempo un fascino irresistibile ma anche una fredda quanto inutile aura di compiacimento autoriale.
È, fuor di discussione, uno di quei lungometraggi destinati a dividere: o lo si ama o lo si odia. Da queste parti, in ragione d'un indubbio favore per l'opera di partenza, si è riusciti ad apprezzarlo senza troppe riserve - pur con qualche fatica nel finale - soprattutto per il tocco notturno e avvolgente del regista (tra le sue opere, video di assoluto culto anni ’90 quali Karma Police, The Universal, Karmacoma, Street Spirit, Into My Arms e Rabbit in Your Headlights), ma non nascondiamo che il magnetismo animale della protagonista - la sempre valida Scarlett Johansson - ha fatto bene la sua parte permettendoci di venire rapiti con nonchalance dagli andirivieni predatori del suo personaggio, una misteriosa extraterrestre (che qui non ha nome, mentre nel libro si chiamava Isserley) la quale ben presto assurge a mero pretesto per raccontare il nostro mondo e l'umanità da un punto di vista «altro».
Niente metafore o allegorie, nessuna satira sociale o politica, soltanto un alieno che cerca di portare avanti il suo (oscuro perché mai spiegato) compito in pura modalità "mantide", ovvero attirando con le proprie curve uomini soli per poi imprigionarli in un liquido vischioso, ma nel frattempo lasciandosi a sua volta sedurre dalle imperfezioni della nostra umanità e del nostro mondo, per finire con il commettere un unico grande errore: quello di credere che bontà e gentilezza siano elementi comuni a tutti gli esseri umani.
Grazie anche a una disturbante colonna sonora opera di Mica Levi, il film coinvolge e sovente irretisce, soprattutto quando lascia parlare lo splendore mozzafiato dei plumbei paesaggi scozzesi. Assistere allo sperdersi tra le brume fantasmatiche di quella terra del sinuoso corpo della Johansson (che ha avuto nel progetto una tale fiducia da mettersi completamente - e non in senso figurato - a nudo) è una esperienza esaltante per lo spettatore. Ma è forse nell'eccesso di sottrazione che l'impalcatura concettuale del film finisce per sgretolarsi, tradendo le aspettative: a furia di non spiegare, di non dire, e perfino di non mostrare, pur innalzando il fascino di seduttività della vicenda si finisce per svuotarne un po' il senso, affievolendo la tensione narrativa in favore di una estetizzazione forse esageratamente lynchana.
Un film dalla doppia valenza quindi, una pellicola lenta capace di virtuosismi insopportabili dotata però di momenti elevatissimi cui le grazie dell'attrice, offerte per noi e per tutti in remissione dei peccati, non possono che risultare il giusto addendum. Il rimpianto è constatare che i difetti di Birth, primo film del cineasta con una efficace Nicole Kidman che iniziava bene e poi si perdeva, sono ancora tutti presenti e che nonostante gli sforzi Glazer non riesce a realizzare un film totalmente convincente.
Dacci dentro, ragazzo, confidiamo in te!

domenica 13 luglio 2014

la scena più paurosa...

«The Poughkeepsie Tapes è, lezione forse più importante di tutto il resto, un importante manifesto di come al cinema conti alle volte anche una immensa dose di fortuna, il saper cogliere l’attimo, non avere paura delle conseguenze e affidarsi ad alchimie talvolta irripetibili. [...] The Poughkeepsie Tapes mostra una adeguata conoscenza, da parte del suo autore, dei meccanismi di base non tanto dei documentari quanto delle pruriginose trasmissioni dedicate al crimine: non avendo la televisione non ho modo di sapere se esse siano cambiate nell’ultima decina di anni, ma Dowdle mette in piazza il “giusto” mix di interviste a pomposi e pompati specialisti e a parenti e altra fauna afflitta dal dolore della perdita, intervallando con immagini pesanti che riguardano direttamente i crimini commessi e le scene degli stessi...».

(prendiamo a prestito porzione d'una delle sempre pregnanti recensioni del blogger Malpertuis - Elv, sei sempre il più bravo! - per mostrare anche quaggiù una delle scene oggettivamente più disturbanti e paurose del cinema horror contemporaneo. Guardatela in silenzio, a tutto schermo, lasciate che vi penetri lentamente al di sotto del tessuto corticale e gioite di quell'assurda sensazione di terrore e raccapriccio che - vivaddio! - la Settima Arte è ancora in grado oggi di regalarci con due smorfie, una maschera e un po' d'illuminazione farlocca. E buona domenica! ;-)

venerdì 11 luglio 2014

Brautigan, epica hippie...

Tra i tanti mestieri esercitati in vita per sbarcare il lunario da Richard Brautigan (1935/1984) vi è quello di assistente alla poltrona d'un inventore. L'autore statunitense sopravvisse a San Francisco nei sessanta e settanta grazie anche a qualche sussidio erogato dall’Università, e, pur con le tasche sempre vuote, non smise mai di frequentare gli ambienti hippies della città, alimentando in quell'humus la propria inconfondibile poetica. I suoi libri sono tutti brillanti, venati da una sottile malinconia, spesso apparentemente «leggeri» (un certo tono ironico e uno sguardo pacatamente psichedelico rappresentano non a caso la peculiarità di ogni suo scritto), ma il nocciolo dei temi in essi affrontati ha spesso invece a che vedere coi grandi dilemmi dell'esistenza: servendosi dei generi in maniera distorta e amalgamando tradizioni letterarie consolidate, Brautigan affronta infatti la crisi dell'uomo che non riesce ad accettare imposizioni e che di conseguenza non riesce ad adattarsi ad una società che pretende da lui la perfezione. La potente visione di Brautigan - che ovviamente risente degli interrogativi un po' pop del periodo in cui essa è maturata - va infatti scandagliata al di sotto della patina di sarcasmo che riveste i suoi racconti.
American Dust è sicuramente tra le migliori opere di questo scrittore, una perfetta elegia di quel suo mondo inclassificabile fatto di bevute, acidi, riflessioni filosofiche e piccoli avvenimenti del quotidiano.
Il libro parla di alcuni figuri che giungono ogni anno per la pesca estiva in una zona rurale della California. Scaricano da un furgoncino un divano, tavolini e lampade e ricostruiscono sulla riva del lago il loro salotto di casa. I ragazzi vanno dall'ubriacone che vive laggiù nei paraggi a raccattare i vuoti per rivenderseli e comprarsi qualcosa, un hamburger oppure una scatola di proiettili. Quel giorno il ragazzino decide per i proiettili. La seconda guerra mondiale è finita e nessuno fa caso a un adolescente con un fucile sottobraccio. Il ragazzino è un uomo e ricorda l'America dei suoi sogni, l'alcolizzato, i due sul divano in riva al lago, la figlia dell'impresario di pompe funebri. La scelta tra hamburger e proiettili e l'amico ferito lasciato lì a morire dissanguato. American Dust è del 1982, a due anni dal suicidio dell'autore. Ma è come se fosse venuto prima. Prima di Salinger. Sicuramente prima di CarverPer quello sguardo un po' così, trasversale, mai scontato. Che è poi il motivo per cui è un gran libro.

American Dust
Richard Brautigan (edizioni ISBN)

giovedì 10 luglio 2014

Fonzi sotto le bombe...

(Mentre, stradannatissimo fato avverso, in quel di Gerusalemme le sirene tornano ad affollare il cielo coi loro ululati di morte, oggi comincia - dovrebbe cominciare! - la parte finale del Festival Internazionale in cui lo script di La legge di Fonzi prende forma per diventare sostanza. Qui trovate il pdf dell'intero progetto. A pag. 34 un report sommario circa il progetto del lungometraggio, che intanto ha ricambiato titolo. Ora si chiama Shadow Land. Ne riportiamo una sinossi breve, tradotta - malamente - dal titolare del blog grazie ai potenti mezzi di gugòl:-)
«In una piccola cittadina nel sud della Francia, il diciottenne Saïd vive assieme alla madre obesa e malaticcia. Se alla morte del padre il sindaco Santini non lo avesse preso sotto la sua ala protettrice, Saïd avrebbe con tutta probabilità abbracciato definitivamente il crimine mettendosi a rubare macchine come il suo migliore amico Jaco. Invece, anche se poco convintamente, il ragazzo ha impostato il suo futuro attorno a una possibile carriera in municipio. Ma quando la grande Festa dell'estate si avvicina, Alaïs, la figlia di Santini, torna in città dopo tre anni di collegio inglese. Da timida ragazzina introversa qual era, lei è adesso un'attraente giovane donna. Saïd se ne innamora subito: ben presto si ritroverà diviso tra il suo amore impossibile per la ragazza e le sue responsabilità verso Jaco, il quale è attratto dal male come una falena da una fiamma.
Nel generale trambusto, Saïd s'imbatte in un oscuro segreto che finirà per cambiare il modo in cui guarda la propria realtà quotidiana e muterà per semprei suoi rapporti con Santini.
In un mondo in cui i giovani sono condannati a mietere il raccolto velenoso dei loro predecessori, un ragazzo coraggioso potrebbe essere in grado di salvare le persone che ama.
A patto di essere disposto a pagarne il prezzo.»

Shadow Land,
diretto da Gaelle Denis,
scritto da Jakob Beckman.
dal romanzo di Omar Di Monopoli

martedì 8 luglio 2014

Cipolla Colt: da John Wayne a Onion...

All'alba dei '70 lo spaghetti-western era ormai un filone esausto, ripiegato su sé stesso sino all'auto-cannibalizzazione con titoli sempre più improbabili (tipo Gli fumavano le colt... lo chiamavano Camposanto del 1971). I due Trinità di Barboni sferrarono probabilmente il colpo finale al genere, trasformandolo in una mera (per quanto talvolta deliziosa) parodia; Il mio nome è nessuno (1973) di Tonino Valerii resta non a caso l'ultimo episodio di western «serio» del periodo, soprattutto se si considera che nell'ombra del film si muoveva ancora la mano del grande Sergio Leone, ma il fatto che anche qui il protagonista fosse un Terence Hill abbastanza scanzonato e surreale indica quanto ormai la deriva comica fosse irreversibile. Sporadici - ma talvolta un po' goffi - tentativi di tardo rinverdimento del passato si ebbero infine con Lucio Fulci e il suo I quattro dell'apocalisse del 1975, con Enzo Castellari e il suo Keoma del 1976 nonché con Michele Lupo e il suo California.
Il 1975 segna l'approdo nelle sale di un'altra pellicola di uno dei tre registi succitati, la bizzarra western-comedy dal titolo Cipolla Colt. La trama vede Petrus Lamb, un perfido proprietario terriero nonché capo d'una potente compagnia petrolifera, fiutare un terreno agricolo in cui si cela un ricco giacimento d'oro nero. Con metodi non del tutto pacifici l'uomo tenta di impossessarsene facendo uccidere il proprietario. I due figli di quest'ultimo, Caligola e Nerone, anche se solo bambini cercano di difendere il terreno del padre. Ma un certo Onion, coltivatore di cipolle con la faccia Franco Nero, (qui in versione buffa e biondiccia, in chiave simil-Hill, ed è paradossale se si pensa che Terence Hill aveva cominciato a girare western proprio grazie alla somiglianza con l'interprete di Django) che aveva precedentemente acquistato il terreno, compare a esigerne il possesso. Gli uomini di Petrus tentano vanamente di dissuadere il figuro che si rivela non solo un innocuo coltivatore di cipolle, ma anche un abile pistolero lesto di armi, mani e... cipolle, che usa a mo' di palle da baseball.
Il regista si diverte a disseminare la pellicola di scenette chapliniane e scazzottate degne della migliore tradizione della premiata ditta Spencer/Hill, condite quà e là di qualche occasionale sparatoria; tutti i personaggi sono macchiette caricaturali: l'aiutante di Mr. Lamb che cura la manutenzione della sua mano di ferro (magrissimo con i baffetti alla Hitler e che parla in pseudo-tedesco), lo sceriffo corrotto (che, dopo una sparatoria, si vedrà saltare la cintola dei pantaloni i quali, una volta caduti, riveleranno i suoi indumenti intimi ovvero un paio di eleganti mutandoni femminili), i suoi due aiutanti (gay effemminati con i capelli ossigenati) e persino il cavallo di Onion (che parla in dialetto romanesco!). La visione è un po' avvilente se si considera che tutto era partito da la Grande Rapina al Treno e poi giù sino a John Ford per ritrovarsi infine con personaggi così assurdi e demenziali, però Castellari è un drago con la macchina da presa e il film, a suo modo, è un prodotto sperimentale.

affari sporchi in salsa sudista...

Ritorna il capitano Bosdaves di Lupi di fronte al mare. Alla vigilia delle elezioni amministrative, Gabriele Lovero si candida e riceve una proposta di alleanza da un navigato senatore. In cambio, gli sarà chiesto di favorire i progetti di due spregiudicati imprenditori, decisi a costruire un vasto complesso residenziale in un'area a rischio idrogeologico.
Bosdaves indaga sul presunto suicidio di un amico d'infanzia, un ambientalista precipitato in una cava contigua ai futuri cantieri edilizi: un antro dalle parvenze infernali che custodisce orchidee di voluttuosa bellezza. Sullo sfondo di una partita che contrappone angeli e demoni e ha come posta la salvezza ambientale, agiscono personaggi vibranti e intensi, animati da lucenti passioni o soggiogati dalla carnalità, in una corsa scintillante verso la rivelazione finale. Una vicenda che narra la realtà accecata del Sud, con lo sguardo consapevole di chi ne fa parte e ha scelto di restarvi.
Carlo Mazza è nato a Bari nel 1956, dove ha sempre vissuto. Lavora in banca da 35 anni e tra i suoi interessi ha coltivato anche la scrittura teatrale.
Con il personaggio di Antonio Bosdaves ha già pubblicato per la collezione Sabot/age il poliziesco Lupi di fronte al mare (Edizioni E/O 2011), incentrato sulle relazioni tra politica, finanza e sanità, e finalista al Festival Mediterraneo del Giallo e del Noir 2012.

Il cromosoma dell'orchidea
Carlo Mazza (Ed. E/o)

lunedì 7 luglio 2014

manoscritti in viaggio per gli USA...

Quasi sconosciuto alle nostre latitudini, Larry Brown ha goduto in vita, e gode tutt'ora, di una grandissima fama negli Stati Uniti.
Autore di saggi, romanzi e raccolte di racconti, ha vinto due volte il Book Award per la narrativa meridionale, nel 1992 con il romanzo Joe e nel 1997 con Padre e Figlio. Più volte paragonato a Cormac McCarthy, William Faulkner e Harry Crews, lo scrittore ammetteva invece influenze minimaliste ed aveva - stranamente, visto il genere di narrativa che costituiva il suo percorso d'autore - una particolare predilizione per Charles Bukowski.
Proprio al vecchio Buk si rifà questo esile ma potente 92 giorni, in definitiva l'unico libro dello scrittore statunitense ad essere circolato nel Belpaese grazie alla meritoria opera della minuta (ma prestigiosa) casa editrice Mattioli 1885.
Nel volumetto, curato e rilegato magistralmente come di consueto per le edizioni di questo editore, si srotola agile e apodittica la storia di Leon Barlow, dichiaratamente un alter ego di Larry Brown, aspirante scrittore che già a poche pagine dall'incipit ritroviamo a smadonnare in lacrime dopo aver ricevuto l'ennesimo rifiuto da parte di alcune case editrici. Afflitto da una solitudine strenuamente difesa, Leon vive di stenti, scrivendo e bevendo birra in quantità mentre i suoi racconti si spostano attraverso l'America sigillati entro buste marroni: partono destinate agli editori e tornano inesorabili al mittente. Finché la editor Betti DeLoreo non risponde con una breve nota di apprezzamento e di stima che aprirà uno squarcio nel nero plumbeo del tran tran quotidiano. Ma i soldi mancano, l'ex moglie batte cassa e i figli hanno bisogno di amore. Barlow si muove fra la sua casa deserta, il bancone di un bar, l'abbraccio dei suoi figli e il lavoro e la macchina per scrivere, spesso annebbiato dall'alcol, ma mosso da un'umanità e una compassione che toccano profondamente.
Storia già letta mille volte, quindi, se non fosse che Brown è davvero ammirabile nel trasformare la sconfitta in poesia. È il suo stile diretto, unito alla profondità di sentimenti, a incantare il lettore: più che ai grandi scrittori barocchi del Sud l'asciuttezza della scrittura di Brown rimanda alla tradizione "paratattica" di Carver quando non a quella di Fante padre e figlio (il protagonista di 92 giorni ricorda in maniera immediata quello del romanzo d'esordio di Dan Fante) ma c'è un precipuo candore, soprattutto nella descrizione dell'universo femminile, a rendere queste pagine uniche nel loro genere.
Libro sinceramente affascinante, ti rapisce a tradimento irretendoti nelle sue atmosfere pregne di un dolore misurato quanto inestirpabile: alla fine però dispiace di non poter leggere nella nostra lingua i romanzi più southern di questo autore morto a poco più di cinquant'anni nel 2004 dopo aver fatto mille mestieri tra cui il pompiere (è nota la presenza di un gruppo di commossi colleghi in uniforme al suo funerale): sarebbe infatti interessante godersi la resa cartacea di una storia meridionale molto alcolica e sofferta come quella alla base del film Joe, che proprio dal capolavoro di Brown è tratto.

92 giorni - Larry Brown (Ed. Mattioli)

domenica 6 luglio 2014

letture di luglio...

«Furono tutti d'accordo che era proprio la giornata adatta per il picnic a Hanging Rock: una splendida mattina d'estate, calda e quieta, con le cicale che durante tutta la colazione stridevano tra i nespoli davanti alle finestre della sala da pranzo e le api che ronzavano sopra le viole del pensiero lungo il viale. Le dalie fiammeggiavano e chinavano il capo pesante nelle aiuole impeccabili, i prati ineccepibilmente rasati esalavano vapore sotto il sole che si levava. Il giardiniere stava già annaffiando le ortensie, ancora ombreggiate dall'ala delle cucine sul retro dell'edificio. Le educande del collegio per signorine della signora Appleyard erano in piedi dalle sei a scrutare il cielo terso senza una nuvola, e ora svolazzavano nei loro vestiti da festa di mussola come un nugolo di farfalle elettrizzate»

Picnic a Hanging Rock
Joan Lindsay (Ed.Sellerio)