giovedì 17 maggio 2012

qualche appunto su Lansdale...

(Cronache Letterarie oggi ha pubblicato un vecchio post che chi scrive dedicò al vecchio Big Joe) Prolifico come pochi, Joe R. Lansdale, nato a Gladewater, Texas, nel 1951, figlio di un meccanico analfabeta che si guadagnava da vivere col wrestling, è autore di una trentina di romanzi e di un numero imprecisato di racconti (qui la bibliografia completa, o quasi…). Una produzione sterminata, con incursioni nei filoni più disparati, che gli ha fruttato cinque Bram Stoker Awards, il British Fantasy Award e l’American Mystery Award, più le benedizioni autorevoli di Stephen King e Robert Bloch. Da quando si è guadagnato anche da noi lo status di autore di culto ci sono schiere di fan pronte, ad ogni nuova uscita, ad apprezzarne la prosa colorita e camaleontica, una scrittura che vede nella ricchezza d’invenzioni narrative la sua peculiarità più gettonata. E pensare che lo scrittore giunse quasi di straforo nel Belpaese grazie alla pubblicazione - nella Collana Urania - dei suoi due romanzi Drive-in e Drive-in 2 (usciti come la notte del Drive-in e Il giorno dei dinosauri, entrambi poi raccolti in volume da Einaudi), magistrali esempi di commistione dei generi che sul finire degli anni Ottanta affrancarono l’autore dal calderone dell’anonimato e gli fecero guadagnare un posto in prima fila nel filone splatterpunk. Una collocazione tuttavia, quest’ultima, che in pochi anni è sembrata subito riduttiva se non forzata poiché Lansdale, prima ancora che al fenomeno letterario che portò alla ribalta autori osannatissimi come Clive Barker, appartiene ad una più antica tradizione di scrittori pulp come Bloch, London, Pierce e Matheson (tutti maestri dichiarati dell’autore, assieme ovviamente a Mark Twain) e, in soldoni, ha saputo fare di questa stramba originalità derivativa un vero e proprio genere a sé stante: il cross-over. [continua qui]

mercoledì 16 maggio 2012

il cinema passa per il Salone di Torino...

[Dal comunicato stampa finale del Salone del Libro (continua qui)]
Sono stati svelati i nomi degli 8 libri e degli 8 sceneggiatori europei, presenti all'Ibf, che partecipano all'AdaptLab, il nuovo programma di adattamento di opere letterarie per il piccolo e grande schermo, promosso da TorinoFilmLab e Ibf in collaborazione con Initiative Film, Salone Internazionale del Libro di Torino, Museo Nazionale del Cinema di Torino, FIP - Film Investimenti Piemonte e Film Commission Torino Piemonte, sotto il patronato della Regione Piemonte.
Tra gli 8 romanzi selezionati ci sono due opere prime e 6 libri di autori con altre pubblicazioni alle spalle, e gli 8 sceneggiatori e registi europei selezionati per lavorare su questi libri vengono da 7 paesi diversi. Ecco di seguito gli abbinamenti tra libri e partecipanti.

• Thriller/noir: Re di bastoni, in piedi di Francesca Battistella (Scrittura & Scritture), adattato da Raluca Durbaca (Romania). Il pontile sul lago di Marco Polillo (Rizzoli Editore - Rosaria Carpinelli Consulenze Editoriali), adattato da Lars Hubrich (Germania) L'ombra del commissario Sensi di Susanna Raule (Salani Editore), adattato da Miguel Ibáñez Monroy (Spagna) La legge di Fonzi di Omar Di Monopoli (Isbn Edizioni), adattato da Gaëlle Denis (Francia)

• Narrativa generale: L'amore imperfetto di Irene Di Caccamo (Nutrimenti), adattato da Matija Radeljak (Croazia) Scusate la polvere di Elvira Seminara (Edizioni Nottetempo), adattato da Elizampetta Ilia-Georgiadou (Grecia) La ballata delle canaglie di Enrico Remmert (Marsilio Editori), adattato da Jakob Beckman (Svezia) Palermo solo di Philippe Fusaro (La Fosse aux Ours), adattato da Laetitia Ricklin (Francia/Brasile)

I progetti, dopo tre workshop e due sessioni online in cui si lavorerà alla stesura di una sceneggiatura basata sui libri, verranno presentati a novembre 2012 a un centinaio di produttori internazionali (di cui almeno 15 concentrati sull'adattamento), agenti e altri professionisti dell'industria provenienti da tutto il mondo in occasione del TorinoFilmLab Meeting Event. E l'Ibf guarda anche al futuro e pensa già al 2013. Sono stati oltre 40 i progetti editoriali presentati a Tfl Window, lo sportello di scouting editoriale attivato nei tre giorni dell'evento per scovare nuove «storie da film» in vista della seconda edizione di AdaptLab.

martedì 15 maggio 2012

lunedì 14 maggio 2012

nelle paludi della morte...

Dopo il notevole esordio con MorningAmi Canaan Mann riprende l'idea del viaggio esistenziale innestandola sulle direttive di un genere, il thriller-noir, in cui è il più celebre padre ad aver giganteggiato, quel Michael Mann cui si deve una miriade di capolavori dell'ultimo ventennio cinematografico e che qui si presenta nelle appartate vesti di produttore. In Texas Killing Fields la brava cineasta americana parte da oscuri fatti di cronaca realmente accaduti nelle paludi che circondano Texas City per raccontarci la storia di due agenti di polizia, il texano Mike Souder (Sam Worthington, ancora un po' imbrigliato nelle fissità espressive di Avatar) e il newyorkese Brian Heigh (Jeffrey Dean Morgan, intenso e convincente con quella sua faccia a metà tra Robert Downey Jr e Javier Barden). I Killing Fields sono una spianata costiera paludosa (che la vulgata vuole infestata dai fantasmi) dove sono stati ritrovati i corpi di quasi sessanta vittime, per lo più giovani donne. Nel corso delle indagini emergono due gruppi di indiziati, ma si aggiungono altre vittime e la vicenda s'infittisce. Quando ad essere rapita è Little Anne (la Chloe Moretz di Kick-Ass), una ragazzina di strada di cui Mike si sta prendendo cura, i due detectives assieme alla ex moglie di Mike sono costretti ad avventurarsi nel cuore degli acquitrini nel tentativo di salvarla.
La regia è esperta e la macchina da presa si muove senza incertezze, anche se l'insieme non rivoluziona il filone (come faceva invece il genitore in quasi ogni suo lavoro, ma questo continuo confronto, per quanto inevitabile, risulta forse ingeneroso per la Mann). Operando su uno script assai lineare, il film funziona al meglio laddove le parole risultano superflue, come nella costruzione dell'incontro tra i due protagonisti, che la figura femminile affidata a Jessica Chastain (cazzutissima poliziotta dal pugno facile) per una volta contribuisce ad unire anziché a dividere. Tensione morale e tensione religiosa si scontrano sul filo del rasoio, esasperando lentamente il ritmo della storia che ha dalla sua il fascino della location, la bellezza del sud degli Stati Uniti e gli eterni conflitti di razza e classe che ne alimentano il milieu. La giovinotta Moretz si dimostra come al solito dotata della giusta verve recitativa, ma a fornire la miglior performance del film è Jeffrey Dean Morgan, capace di imprimere peso e struggimento al suo imbolsito detective, fervente cattolico impegnato a venire a patti con l'indicibile violenza che combatte nel suo quotidiano. Delude constatare solo che parte della lugubre desolazione che ammanta i luoghi in cui si muovono i personaggi venga smorzata da una fotografia cupa e impastata che mostra non di rado la corda, soprattutto nelle numerose scene notturne. Per vederlo in Italia bisognerà aspettare il 15 giugno (che afa!)

domenica 13 maggio 2012

sabato 12 maggio 2012

il principe di Valacchia, sempre lui...

«OTTOBRE 1448. Mancava un mese al suo diciassettesimo compleanno, quando guidò una colonna di cavalleria di duemila uomini fino alle mura lignee di Tirgoviste. Aveva già raggiunto l'altezza media di un uomo, la pelle linda e il fisico slanciato di un giovane ufficiale che ha da poco completato l'addestramento. Proprio come accadeva alla maggior parte dei soldati dell'epoca, la sua figura era irrobustita al collo e alle spalle dal continuo maneggio della lancia e della spada; un ciuffo ondulato di capelli scuri usciva dall'elmo, che era privo di celata, ricadendogli sul collo e sulla fronte, mentre gli occhi erano di un verde smeraldo scuro.
Fece fermare la colonna al limite del vasto campo che si estendeva di fronte alla porta principale. Mentre la colonna si apriva dietro di lui in posizione di attacco, scese da cavallo, fece alcuni passi e si inginocchiò. I suoi uomini pensarono che stesse semplicemente pregando alla maniera cristiana, nello stesso modo in cui essi pregavano secondo la tradizione musulmana; invece prese un pugno di terra, la sua terra nativa, e stringendola teneramente si inebriò del suo odore. Al termine di un lungo istante, si alzò.»

Vlad Dracula - Michael Augustyn (Ed. Newton &Compton)

venerdì 11 maggio 2012

Sacra Corona nella letteratura...

La pubblicazione di Tutto a posto tranne me, romanzo d'esordio di Cosimo Lopalco, per i tipi della Lupo Edizioni, fornisce il destro ad una breve elencazione circa la presenza sempre più massiccia all'interno della nostra narrativa della famigerata SCU, la Sacra Corona Unita, filiazione in salsa pugliese della più nota Camorra campana che nei caldi Novanta tentò il salto della quaglia venendo violentemente mazzulata dalle forze dello Stato, senza però scomparire mai definitivamente (è comprovato infatti da periodiche indagini di polizia che cellule della malavita fondata dal boss Rogoli siano ancora in funzione e più che mai operative in vaste porzioni del Tacco d'Italia).
Ambientato nel marzo 1987 nella torpida cittadina di Mesagne (nel sud della Puglia, uno dei centri di maggiore promanazione della SCU di quel terribile decennio), il libro di Lopalco è un dolente romanzo di formazione, capace di lucidi momenti di contrasto poetico dove alla rappresentazione della vita di periferia più estrema fanno da contraltare le aspirazioni di grandezza del giovane protagonista: il biliardino diventa in queste pagine la passione prioritaria e il collante generazionale di una gioventù fiaccata dalla miseria (soprattutto morale), priva di qualsiasi sguardo che oltrepassi l'orizzonte di raggelante inconsistenza che il dominio della malavita cementifica e rende insopportabile. Il bar di Salvatore è il principale punto di ritrovo, il luogo in cui, portando nel locale il gelo di una eccezionale nevicata fuori stagione, si presenta Rudi il Cileno, ventenne boss emergente. Ma la sua sorprendente intenzione è solo quella di trovare un partner per partecipare al torneo dell'Inter Club e per Mattia Bonelli, il prescelto, si aprono giorni critici che lo vedono diviso tra una timorosa curiosità e la tentazione di una sincera amicizia. La sua vita sembra scorrere su due binari paralleli, tra la solida e tradizionale atmosfera di casa e la strada, mentre il rapporto con Rudi rivela una insospettabile dolcezza che smuove in Mattia momenti di bilancio, ricordi sopiti e ammissioni di fragilità, riscoperta di radici. E mentre la primavera salentina esplode in tutta la sua prepotente luminosità, a pochi giorni dalla finale del torneo di biliardino si gioca il destino dei due amici: per uno dei due il futuro sarà tutto da scrivere, dell'altro resterà una traccia di dolente purezza.
Qua e là - come di consueto nei bildungsroman - le strade praticate dall'autore incappano nel già visto e non sempre la tenuta del ritmo è ottimale. Pure, non si può non rimanere toccati dalla struggente sincerità con cui si evocano i pomeriggi fatti di noia e musica suonata a tutto volume nelle autoradio, gli sguardi pieni di concupiscenza verso la bella del paese, la rudezza priva di filtri che anima le gerarchie tra i bulli e le mezzeseghe, la tragedia che incombe in ogni istante di vita di questi vitelloni senza direzione cui è capitata la (s)ventura di nascere ai margini di un impero che sembra lontano e irraggiungibile. Un libro vero, quindi, che regala sovente squarci di una realtà devastante (e devastata) che in pochi quaggiù hanno dimenticato.
Ma uno sguardo altrettanto caustico su quegli anni ce lo aveva regalato qualche tempo fa Mauro Chefa (ne parlammo qui) sempre per i tipi della Lupo, a riprova di come il piccolo ma combattivo editore salentino stia perseguendo (chissà quanto scientemente) una sua personale focalizzazione geo-temporale del periodo attraverso lo spettro della narrativa. E sempre su questo blog (qui) abbiamo parlato del bel libro di Clara Nubile, che attorno alla SCU è stata capace di costruire una solida e sfaccettata storia corale con Tu come tutto quello che tocchi. Impossibile inoltre non menzionare Osvaldo Capraro (qui) che nel 2005 fa ci regalò con Né Padri né Figli forse il primo vero spaccato di una terra che stramazzava sotto gli effluvi puteolenti della SCU. Infine, ultimo ma non ultimo, chi scrive con il suo La legge di Fonzi ha affrontato il tema di sghimbescio, affondando il suo western-terrone nelle medesime, ributtanti acque melmose di malavita e corruzione. Forse finalmente possiamo parlare di SCU senza prenderne semplicemente le distanze?

Tutto a posto tranne me - Cosimo Lopalco  (Ed. Lupo)

giovedì 10 maggio 2012

incipit selvaggio...

In rete si stanno sviluppando progetti di scrittura collettiva intensa, narrazioni partecipative e trasparenti, giardini letterari dove le storie e i personaggi si innestano come in un concorso di botanica. Tra quelle recenti, 20Lin.es è una delle più interessanti. Una startup dedicata alla scrittura condivisa che debutterà alla Fiera internazionale del Libro di Torino (oggi al via). E dove sabato sarà presentata ufficialmente alle ore 19, allo stand nella sezione Back to the future. [segnalazione via Corriere]

mercoledì 9 maggio 2012

R.I.P. Maurice Sendak...

altre cose su Fonzi...

(Fabio Lotti ha scritto una piccola recensione de La legge di Fonzi su Thrillermagazine.it) «Storia del Sud, o meglio storia d’Italia che le differenze non si vedono più. Siamo a Monte Svevo nella Puglia, un paesino di quattro bicocche, un tempo terra di conquista della Sacra Corona Unita, ora di delinquentelli di vario stampo e di una cricca di potentati del paese che fanno capo al sindaco. Sta per ritornare dalla gattabuia Nando Pentecoste, detto Manicomio, accusato (ingiustamente?) di omicidio che certamente la farà pagare a qualcuno e la sua non presenza aleggerà incombente ed inquietante per tutta la storia fino al suo esplosivo (alla lettera) arrivo. Qui abbiamo tutto l’armamentario di una vicenda che ci induce a riflettere: ci sono i giovani delinquentelli, dicevo, alle prese con ruberie di ogni genere, soprattutto di macchine; c’è lo sfasciacarrozze che le prende in consegna e le rivende; c’è l’arrivo di Giovanni Pentecoste, detto Fonzi, il fratello minore di Manicomio che freme di vendetta; c’è la “cupola” dei signori del paese, l’ingegnere, il parroco, il sindaco tutti presi dalla preparazione dell’annuale Giostra Medievale e intrallazzati in un casino di rifiuti tossici; c’è la polizia legata in qualche modo al malaffare; c’è il bar “Sivori” con i personaggi tipici di ogni bar (mi ricorda quello del mio paese, il bar “Italia”) e ci sono diverse storie personali che si intrecciano fra loro. C’è la rabbia, la miseria, la violenza, la brutalità, la schifezza, il cinismo, il momento di speranza e di passione, il desiderio di giustizia, il tocco che commuove, la lacrima che scorre, il paese intero con le sue sfaccettature, l’afa, il vento, l’aridità.» [continua qui]

martedì 8 maggio 2012

una brutta storia per Pulixi...

[Torna in libreria da Giovedì 10 Maggio la collana Sabot-Age delle Edizioni E/O curata da Massimo Carlotto e diretta da Colomba Rossi.]
Quella dell'ispettore Biagio Mazzeo non è una famiglia normale: è composta solo da poliziotti. Un clan molto unito. Un branco dove si combatte insieme contro il crimine. Ma lui e i suoi ragazzi non sono agenti comuni: sono una banda di sbirri duri e corrotti in seno alla Narcotici, che hanno preso il controllo delle strade col pugno di ferro, senza lesinare in guerre di bande contro il mondo del narcotraffico. Mazzeo li guida come se fosse un patriarca mafioso e farebbe qualsiasi cosa pur di salvaguardare l'integrità della sua famiglia: anche andare contro i suoi superiori o uccidere. Quando si presenta loro il colpo della vita, quello che potrebbe renderli tutti dei milionari, non si tirano indietro, pronti a prendersi con la forza ciò che sentono spettare loro per diritto. Ma il caso vuole che nella loro strada spunti il cadavere di un criminale ceceno, ucciso per affari legati alla loro banda. Per loro sfortuna il morto non è un delinquente qualsiasi, bensì il fratello di Sergej Ivankov un potente mafioso ceceno ex leader della guerriglia di liberazione della Cecenia, uomo spietato, segnato nell'animo e negli affetti dalle atrocità della guerra. Ivankov e il suo clan si recano in Italia in cerca di vendetta, e quella che scateneranno contro Biagio e i suoi uomini sarà una guerra senza pietà, dove l'incolumità dei poliziotti sarà messa a repentaglio dalla violenza, i tradimenti, la paura e gli intrighi che il padrino ceceno tesserà intorno a Mazzeo che per difendere i suoi ragazzi dovrà lasciarsi alle spalle qualsiasi regola e combattere la mafia cecena prima che un segreto del suo passato emerga pronto a mettere i suoi stessi uomini contro di lui. Ma ogni guerra comporta perdite, sacrifici e vittime innocenti. Per uscire da questa brutta storia Biagio dovrà scendere a patti con la sua stessa anima, dimenticando parole come amore, onore e fratellanza.

Una brutta storia - Piergiorgio Pulixi (Ed. E/O)

lunedì 7 maggio 2012

sabato 5 maggio 2012

futuro di caccia all'acqua di rose...

Saremo telegrafici perché il tempo è piccolo e la gente mormora: Hunger Games doveva (e voleva) essere un prodotto destinato ai «gggiovani» lontano anni luce dalla speculare saga di Twilight e questo lo si intuisce dalla scelta del regista, quel Gary Ross che con Pleasantville e Seabiscuit aveva dimostrato di essere un cineasta capace di maneggiare stilemi popolari senza appiattirsi in afflati conciliatori tanto cari al grande pubblico pagante. Invece ha finito per essere l'ennesimo polpettone fintamente impegnato, un film che pure parte in maniera nervosa e scattante inanellando una bella serie di inquadrature “sporche” assemblate con un montaggio estremamente serrato, e poi si affloscia proprio laddove avrebbe dovuto imprimere un salto di qualità «politico» alla narrazione: quando cioè dà avvio alla gara mortale tra i giovani partecipanti. Jennifer Lawrence - oltre a essere un gran bel pezzo di figliola - è dai tempi di Winter's Bone considerata da queste parti come una sorta di propizia neodivinità della recitazione, eppure stavolta il suo personaggio non decolla, le dinamiche tra i protagonisti sono ridicole quando talvolta completamente prive di logica, Lanny Cravitz con l'eyeliner dorato fa sbellicare dalle risate, e Stanley Tucci imparruccato sembra sempre eccessivo e fuori controllo. L'unica parola d'elogio la si può forse spendere per l'intramontabile Donald Sutherland, qui mellifluo e ipnotico come soltanto il grande attore canadese sa essere. I costumi barocchi e la biacca sui volti degli ignobili riccastri richiamano alla mente pellicole di ben altro impatto, ma se il film voleva essere un discorso sul potere dei media e il classismo della società contemporanea attraverso una visione distopica del futuro, bhè, il fallimento è pressocchè completo. E anche qualora s'intendesse realizzare semplicemente un'appassionante hunter-movie modello l'Implacabile il bersaglio è ben lungi dall'essere centrato. Sull'efficacia della creazione di una nuova coppia sentimentale per il Grande Schermo, poi, le cose non sembrano promettere granché bene (vedremo nei sequel, già messi in cantiere). Pessimo esempio di come Hollywood riesca a produrre tanto rumore per nulla (anche se al botteghino il film sta facendo sfracelli: il che, ovviamente, non significa granché)(oppure significa tutto;-).

venerdì 4 maggio 2012

giovedì 3 maggio 2012

arriva El Topo...

El Topo («la talpa» in spagnolo) è un cult movie del 1970, scritto e interpretato dal grande regista e scrittore (nonché cartomante, filosofo e fumettista) cileno Alejandro Jodorowsky. La storia - un condensato di violenza e allegorie - parla di un abilissimo pistolero, soprannominato appunto «El Topo», che abbandona il figlioletto Miguel in una missione francescana e accetta, per amore di una donna, di misurarsi in duello con "4 Maestri" invincibili. Li batte, ma lei lo tradisce sparandogli al petto. Quando il pistolero si risveglia è all’interno di una montagna, dove è stato trascinato da una comunità di esseri deformi. Inizia per lui una nuova esistenza.....
Jodorowsky frulla sguardi contrapposti in una folle, ipercinetica maratona di generi: western classico, spaghetti-western alla Leone, critica sociale, ossessione religiosa, violenza, sesso e deformità regalandoci uno straordinario, dannatissimo capolavoro. Impeccabile nella tecnica (la fotografia sgranata e polverosa è perfetta) il film è costellato di trovate estetizzanti e surreali - come i due freaks che uniti fanno un uomo solo (il freak senza gambe che sta sulle spalle di un altro senza braccia), ma anche le figure dei quattro strampalati maestri, o la lotta tra borghesi e freaks. Lo spettatore compie assieme all'infallibile tiratore protagonista della pellicola un allucinato percorso di conoscenza alla ricerca del senso delle cose: combatte, apprende dai maestri e li uccide, ma poi si trasforma in un reietto delle caverne in uno strano e pervasivo processo di espiazione. Il cinema di Jodorowsky scuote e appassiona, facendo spesso dello stupore l'arma a doppio taglio con cui inoculare nella mente del pubblico domande che non troveranno mai risposta. Può ammaliare o disturbare, ma resta assolutamente unico e irripetibile.

mercoledì 2 maggio 2012

Marsiglia nera...

«Aveva solo l'indirizzo, Rue des Pistoles, nel Vieux Quartier. Erano anni che non tornava a Marsiglia. Ora non aveva più scelta. Era il 2 giugno, pioveva. Nonostante la pioggia, il tassista rifiutò di inoltrarsi nei vicoli. Lo fece scendere davanti a Montée-des-Accoules. Un centinaio e più di scalini da salire e un dedalo di strade fino a rue des Pistoles. Il suolo era cosparso di sacchi di spazzatura sventrati e dalle strade saliva un odore acre, un misto di piscio, umidità e muffa. Unico grande cambiamento, il restauro del quartiere. Alcune case erano state demolite. Le facciate di altre ridipinte, in ocra e rosa, con persiane verdi e blu, all'italiana. Di rue des Pistoles, probabilmente una delle più strette, rimaneva solo una metà, il lato pari. L'altro era stato raso a suolo, così come le case di rue Rodillat. Al loro posto, un parcheggio. Fu la prima cosa che vide sbucando all'angolo di rue du Refuge. Qui, sembrava che i costruttori avessero fatto pausa. Le case erano luride, fatiscenti, divorate da una vegetazione merdosa.»

Casino Totale - Jean-Claude Izzo (Ed. E/o)

lunedì 30 aprile 2012

Sono Pazzi Questi Reclusi...

È una cupa, vorticosa discesa all'inferno questo sorprendente secondo romanzo firmato dallo scozzese Allan Guthrie, nome di rilievo all'interno di quella particolare declinazione del noir che gli appassionati definiscono «tartan». Senza darci il tempo di respirare, Dietro le sbarre ci porta in media res nella mente del giovane e mansueto Nick Glass, un secondino del carcere di Edinburgo costretto dal boss della prigione - tale Cesare, uno che dell'imperatore romano suo omonimo ha di sicuro il carisma e la spietatezza - a diventare suo galoppino. Vessato dai colleghi e umiliato dai carcerati, il ragazzo riveste nei calcoli del boss il ruolo perfetto per introdurre droga nel penitenziario. Ma Nick si ostina a rifiutare sino a quando uno psicopatico, al soldo del malavitoso detenuto, non minaccia sua moglie Lorna e sua figlia Caitlin facendogli capire che il suo granitico senso del dovere andrebbe forse rimodulato.
Guthrie è davvero bravo a farci immedesimare nella psicologia dell'inesperta guardia carceraria: incastrato qualche anno prima dalla fidanzata più vecchia di lui, il giovane si è scoperto padre forse troppo presto. Il carico di responsabilità sul groppone lo induce a cercare un rispetto che in pochi (moglie compresa) si sentono di elargirgli. Ma uno smodato senso di rivalsa e la volontà a mostrasi più duro di quanto realmente sia lo porta, con la goffaggine tipica degli immaturi, a incasinarsi l'esistenza. Ogni volta che si muove, i guai si moltiplicano. Ma il circo di personaggini che gli movimentano la giornata non sono da meno, a  cominciare dalla serqua di carcerati: Sbuccia è uno sciroccato che a dispetto dei sistemi di sicurezza armeggia con un machete infliggendosi gravi tagli sul braccio. Mafia e Watt due fratelli che non si sopportano per aver ucciso uno i familiari dell'altro. Will il Matto un tossico fulminato che sbarca il lunario vendendo droga e armi. E poi un russo incazzato nero, un travestito che si comporta da diva e mille altre facce inquietanti che lentamente affollano la storia attrezzando per il lettore un viaggio nella paranoia e nella violenza degno delle migliori pagine di Welsh, un libro che parte come una classica prison-story per poi virare verso la follia, con suggestioni che talora richiamano addirittura a Shutter Island. Guthrie sa fare dannatamente bene il suo lavoro, e il romanzo macina pagine come un carrarmato. Niente da aggiungere, va letto con grande goduria.

Dietro le sbarre - Allan Guthrie (Ed.BD / Collana Revolver)