domenica 19 ottobre 2014

2 titoli interessanti...

Il mistero di Oliver Ryan di Liz Nugent, Neri Pozza 2014
Oliver Ryan, irlandese, è un uomo bello e sicuro di sé. Uno scrittore famoso sotto lo pseudonimo di Vincent Dax. Sua moglie Alice, dolce e carina, è l’illustratrice dei suoi libri per bambini. Una sera di novembre 2011 la “picchia così selvaggiamente da ridurla in coma”. La notizia si sparge subito attraverso i mezzi di comunicazione e tutti ne rimangono sbigottiti. Ma allora chi è veramente Oliver Ryan? La risposta l’avremo leggendo i racconti e le confessioni dei suoi amici e conoscenti. E, soprattutto, di lui stesso.
Dunque vediamoli questi amici e conoscenti. C’è Barney a cui ha “fregato” Alice proprio quando le aveva comprato l’anello di fidanzamento; c’è l’amico Michael ossessionato di essere gay; c’è Moya, l’attrice vicina di casa con la quale ha un lungo rapporto; c’è Madame Veronique che gestisce un castello con tenuta (vigneto) a Bordeaux; c’è Stanley che lega con Oliver al ST. Finian’s; c’è suo fratello più piccolo Philip ed Eugene, fratello di Alice, con quoziente intellettivo inferiore alla norma.
Tutto gira intorno al Personaggio. Bello e fascinoso, dicevo. Ragazze ai suoi piedi, sempre al centro della scena ma un tarlo lo rode, la mancanza della madre, la mancanza di amore del padre che lo “elimina” praticamente dalla sua esistenza. Ed il Male lo abbraccia.
Dai racconti e dalle confessioni degli altri ecco tanti piccoli tasselli che contribuiscono a comporre la sua inquietante figura con prospettive diverse e ad offrirci il destro per la conoscenza di altre storie. C’è tutta la vita, c’è tutto l’uomo in questa vicenda: la nascita e lo sviluppo dei sentimenti, il sesso, l’amore cercato e l’amore mancato, il figlio non desiderato e quello voluto, la vergogna del peccato, la lotta e la sofferenza di esprimere la propria sessualità, gli sfruttati, le sorprese, il dolore, la voglia di farla finita, il suicidio, la morte. E poi i ricordi, i sogni, qualcosa di buono che all’improvviso si accende nell’animo di Oliver.
A fine lettura un senso di rabbia misto ad un sentimento di tristezza infinita per la debolezza del nostro essere, di noi tutti, di fronte agli agguati del male.

La strada dei delitti di Massimo Lugli, Newton Compton 2014.
Romania. Paglia, Svelto, Topo, Schizzo, Sveglio. Ecco la storia di Sveglio (poi Gigi quando viene portato in Italia), 13 anni, costretto come gli altri a “rubare, frugare nei bidoni, rapinare i ragazzi più deboli o spezzarsi la schiena scaricando cassette di frutta nel gelo dell’alba”. Madre con tre fratelli, il nuovo uomo “sempre sbronzo marcio”, insulti continui e “troia” se va bene. Altri randagi di strada con i soprannomi ad indicarci le loro caratteristiche: Bastone, Torsolo, Tronco, Felicia, Petalo, Macarena e la sua terribile banda di Farfalle. Venduto dalla famiglia a bande criminali, vita d’inferno, stupri, botte, tentativo di fuga fallito. Poi in Italia, dicevo, con il nome di Gigi.
Dunque da una parte Sveglio-Gigi, dall’altra Marco Corvino, cronista-investigatore, divorziato con France, figlio Paolo cintura verde di karate e lui stesso appassionato di arti marziali. Trentotto anni di nera, vicino alla pensione ma non demorde, “scettico su tutto, cinico per mestiere e disilluso per vocazione”. Fissato con i “folletti” che lo ostacolano. Relazione passionale con Sara costellata di alti e bassi e notevoli salti sul letto.
Da seguire per il suo giornale la vicenda di un ragazzino morto (faccia devastata da una bruciatura), visto al campo dei nomadi e non richiesto da nessuno. Uno dei tanti bambini “invisibili” nel giro della criminalità organizzata che diventano sesso per pedofili, braccia per il lavoro nero, oggetto di traffico di organi. Nel frattempo altro morto ammazzato, Bedriscu Joi, detto “Forchettone” collegato ad un precedente delitto a sua volta collegato al clan Villaprete. La faccenda si complica e si fa pericolosa.
Con l’arrivo del capitano dei carabinieri Manuela della Rocca, “viso duro ma splendido”, arriva pure il sentimento d’amore, quello vero per il nostro cronista (capelli fiammeggianti della suddetta sempre nei suoi pensieri). Le due linee di sviluppo lungo le quali Gigi e Marco camminano ad un certo punto si incontrano con qualche punta di sentimentalismo trattenuto a fatica.
Storia di Svelto-Gigi, storia di Marco e vari spunti sulla odierna società: scontri al cantiere dell’alta velocità, critica ai talk show e ai reality che abbioccano, tramontati i tempi della denuncia sociale. E poi vita di redazione con il capo Aldo su cui si sbizzarrisce la vena ironica dell’autore (quando è buono lo fa grugnire come un facocero), vari colleghi particolari come la battagliera Alba Afragola ecologista di sinistra contro ogni discriminazione, Paolo Bianchi che del suo lavoro fa una ragione di vita, cori ossequiosi a chi siede sullo scranno più alto.
Scrittura energica di forte impatto emotivo con momenti di vera commozione, qualche luccichio di umanità in un mondo di bestiale violenza e sozzeria. Vince la parte di Sveglio (che fine avrà fatto?) su quella canonica e più prevedibile di Marco.
[articolo by Fabio «boss» Lotti]

venerdì 17 ottobre 2014

cento di questi libri...

esattamente dieci autunni fa in quel di Milano, nel 2004, da una costola della prestigiosa Il Saggiatore le menti di Giacomo Papi, Massimo Coppola e Luca Formenton partorivano l'idea di una casa editrice giovane e alternativa. Libri dalla grafica nuova e accattivante, mai vista prima, la copertina bianca e la costina colorata (di rosso, giallo o blu a seconda della collana) con la presenza, in bella vista, del codice a barre di volta in volta modificato - o adattato - a seconda delle tematiche dei volumi.
Isbn Edizioni, questo il nome del nuovo progetto, arrivò nel satollo panorama editoriale nostrano di quel momento sfoggiando sin da subito un catalogo pronto alla sperimentazione: i racconti di un immenso Breece D'J Pancake, alcuni romanzi di Richard Brautigan - tra cui il capolavoro Pesca alla Trota in America - due antimeridiani su Luciano Bianciardi, il primo antimeridiano su Oreste del Buono. E poi alcune pubblicazioni libro+dvd (The Filth and the fury, di Julien Temple, Heavy Metal in Baghdad, pubblicato in collaborazione con la rivista Vice, tre raccolte di interventi, racconti e interviste del The Believer (la rivista fondata da Dave Eggers), i libri illustrati di Oscar Brenifier e Jacques Després (Il libro dei grandi contrari filosofici, Il libro dell'amore e dell'amicizia, Il Senso della vita, Il bene e il male, Il concetto di Dio), le riflessioni tragiche e divertite di una ancora sconosciuta Michela Murgia e tanta altra roba interessante e unica.
Chi vi scrive giunse in redazione in un afoso giugno del lontano 2007 preceduto dal dattiloscritto di Uomini e cani, che all'epoca si chiamava ancora Acque sporche e che presto, mandato alle stampe in una bolla compressa di grandi aspettative, seppe guadagnarsi (a morsi e spintoni) la propria innegabile fetta di estimatori (e il titolo, sia lode a Krishna, continua silenziosamente a tirare anche in versione pocket). Il resto è un irrefrenabile inanellarsi di eventi: fughe, ritorni, contrasti, defezioni, momenti di luce e di buio. Come in ogni famiglia che si rispetti.
Affrancatasi nel 2009 dal marchio-padre dei Formenton, la casa editrice ha saputo quindi rendersi indipendente, si è messa a ristampare i propri bestesellers nella collana Reprints e ha lanciato una nuova collana di narrativa straniera - gli Special Books - con il testo a rilievo sulla copertina, un ulteriore rinnovamento grafico che nel 2011 si è meritato il primo premio agli European Design Awards.
Oggi l'intero mercato culturale è alla canna del gas, nessuno ha più voglia di osare e un'oscura cappa di depressione sembra ottenebrare ogni afflato propositivo. Però Isbn c'è ancora, combatte, resiste, senza aver perso un'oncia del suo entusiasmo. E noi con lui. Auguri ragazzi!

giovedì 16 ottobre 2014

Thom Jones, lo scrittore che picchia duro!

Nel 1993 il bidello Thom Jones diventò - da un giorno all'altro - un vero e proprio caso letterario, facendo sprecare ai critici perennemente in cerca di filiazioni artistiche nomi di rango come quelli di Carver e Hemingway, mentre le più prestigiose riviste americane cominciarono a contendersi i suoi racconti (con gran sollucchero della sua agente, che ne vendette tre in poche ore a riviste di altissimo livello come il New Yorker e Harper's). I giornali scrissero anche che «Thom Jones ha fatto irruzione sulla scena letteraria come un dobermann inferocito in un ricevimento in giardino», e Voglio vivere!, uno dei racconti di questa sua prima raccolta dal titolo Il pugile a riposo, venne addirittura inserito da John Updike nella sua selezione dei migliori racconti americani del XX° secolo.
Il peso specifico poetico della sua prosa è quello d'un autore dalla rocciosa consistenza, che scrive senza difficoltà perché ne ha una vera esigenza, e che picchia con la penna calibrando (come un pugile professionista, appunto) gli sforzi per non spompare il lettore. Nella teoria di insulti in puro slang e di descrizioni splendide e iperboliche delle sue pagine niente è superfluo, poiché Jones descrive la vita nei suoi eccessi, distilla tutta la fisicità ed energia del quotidiano in parole forti e calde, senza bisogno di fronzoli aggiuntivi. Scrittura lavorata, quindi, la sua, asciutta e levigata al millesimo, che non avrebbe forse tanta potenza se non traesse una sua vibrante linfa da un dichiarato autobiografismo: come tutti i suoi personaggi, Jones è infatti cresciuto negli anni Cinquanta ad Aurora, una cittadina industriale nei dintorni di Chicago, è stato arruolato nei marine, è stato un pugile dilettante per quasi trent’anni, ha sofferto di una rara forma di epilessia fatta di lunghi periodi di "fuga" psichica, ha conosciuto i reparti psichiatrici degli ospedali e le cliniche di disintossicazione, ha soggiornato a lungo in Africa Occidentale, ha lavorato come copywriter e infine come bidello. Un gran bell'esempio di scrittore in grado di insegnarci qualcosa semplicemente assaporandone la lettura!

Il pugile a riposo - Thom Jones (Ed. Minimum Fax)

mercoledì 15 ottobre 2014

Tarantino Penguin...

Mentre rintoccano i vent'anni per Pulp-Fiction (damn, come passa il tempo!) segnaliamo il lavoro dell’artista e graphic designer londinese Sharm Murugiah, che ha realizzato delle copertine nello stile delle edizioni Penguin delle sceneggiature dei film di Quentin Tarantino. Murugiah ha rielaborato molti poster cinematografici che si possono vedere sul suo sito.

martedì 14 ottobre 2014

Il «maiuscolo» di Pynchon

«Palle-di-Neve han disegnato i loro Archi Volanti, costellando i Fianchi dei Capanni non meno che quelli dei Cugini, involando Copricapi nel Vento frizzante soffiante dal Delaware: le Slitte son sospinte al coperto e i loro Pattini asciugati e ingrassati con cura, le scarpe deposte nel Vestibolo sul retro, una Calata con le calze ai piedi sulla grande Cucina, in finalizzato Fermento fin dal Mattino, interpunto dai tinnenti Coperchi di vari Bricchi e Pentole fragranti di Spezie per Pasticci, Frutta sbucciate, Grasso di Rognoni, Zucchero caramellato... e i Fanciulli, sempre quasi di Volo, tra gli Schiaffi ritmati di Cucchiaio con Pastella, avendo ghermito per blandizie o rapina quanto loro possibile, proseguono, come ogni pomeriggio di questo nevoso Avvento, verso una Stanza accogliente sul dietro della Casa, arresa da anni ormai ai loro spensierati Assalti.»

Mason & Dixon - Thomas Pynchon (Ed. Rizzoli)

lunedì 13 ottobre 2014

follia e redenzione di frontiera...

Il viaggio, la cavalcata on the road, che si parli di equini a quattro zampe oppure di potenti cavalli a vapore, ha sin dall'epoca dell'oralità offerto al «Grande Racconto Americano» un'occasione per parlare di cambiamento e mutazione: si tratti di western classico oppure di vicende maggiormente legate alla contemporaneità, il viaggio è, è stato e sempre sarà (per chiunque, ovvio, ma in particolare per un giovane continente come quello a stelle e strisce, dominato dal concetto di una wilderness ostile e al contempo grembo accogliente) una metafora di metamorfosi perenne e conflittuale.
The Homesman, ultimo solido lungometraggio a firma Tommy Lee Jones, presentato con ottimo riscontro all'ultima edizione del Festival di Cannes, è il percorso verso una nuova consapevolezza di un uomo vissuto fino a quel momento allo stato brado, secondo le leggi della frontiera: senza scrupoli e badando solo a sé stesso, day by day. Al centro della vicenda la tenace pioniera Mary Bee Cuddy (Hilary Swank come al solito inappuntabile), che si assume il compito di riportare ad Est tre donne della sua comunità, impazzite per le avversità subite vivendo in mezzo alla durezza di quei luoghi ma lasciate allo sbando dai rispettivi mariti, irresponsabili ed incapaci di accudirle.
Il film di Lee Jones parte in maniera volutamente scolastica, con un'aderenza verso le convenzioni dettate dai grandi maestri del filone che è evidentemente sincera devozione: movimenti di macchina lineari e fotografia (di Rodrigo Prieto) limpida, scevra da inutili compiacimenti estetici così come predicava John Ford; dialoghi essenziali, a tratti persino didascalici, così come la caratterizzazione di tutti i personaggi in campo, secondo le regole di Howard Hawks. E poi l'esatta esemplificazione dei topoi: l’impiccagione, la fame, gli indiani e il duello con le pistole. Tutto molto bello. E prevedibile. Ma quando ci sembra di aver capito dove andremo a parare, la pellicola ci sorprende torcendosi con violenza inaspettata, tramutando il tragitto on the road in un’epopea di ritorno in cui non c’è più la frontiera come baluardo della civilizzazione, perché ad esplodere, in The Homesman, è la psiche di chi quel viaggio lo ha già intrapreso, e dopo averne pagato il terribile fio non ha altra possibilità che rinculare e rimettersi in marcia.
In questo senso lo sguardo del regista sa insinuarsi nelle pieghe del genere rovesciandone gli standard, srotolando lungo le dinamiche dell'azione il punto di vista dei perdenti. Non a caso a ricondurre le povere dementi al sicuro sono un'austera zitella che nessuno vuole impalare e George Briggs (interpretato dallo stesso Jones), un vecchio imbroglione impossessatosi abusivamente di uno dei poderi del villaggio di partenza. Una coppia che imparerà a conoscersi, forse anche a stimarsi e desiderarsi, ma che non risulterà immune al contagio della pazzia, con conseguenze disastrose. Jones è formidabile nell'allestire una corretta epica dei grandi spazi e a ritrarre senza fronzoli la cruda spietatezza della vita dei pionieri, ma ciò che gli riesce meglio (qui come nel precedente Le tre sepolture) è sicuramente inoculare una prospettiva "politica" nello spettatore, disseminando la sua storia di brevi sottintesi ai peccati che soggiacciono all'edificazione della Nazione: l'espropriazione delle terre indiane, la schiavitù dei neri, l'avidità degli imprenditori che hanno "inurbato" il West solo per depredarlo: facce deformi della medesima medaglia cui si deve la sottrazione di misure irripagabili della dignità umana.
E non è tutto. A poco più di metà del film [mezzo spoiler, attenzio'], quasi a tradimento, fa uscire di scena uno dei personaggi fondamentali. Lavorando di fino sulla traccia dell’omonimo libro di Glendon Swarthout, il cineasta e attore sessantasettenne dimostra così di avere ancora voglia di dire qualcosa di non inflazionato all’interno di un genere di cui sembra - apparentemente - si sia detto tutto. La sofferta, plausibile maturazione che compie il suo personaggio rimasto solo è un notevole surplus all'interno di un castello narrativo molto ben congegnato, capace di non annoiare pur non offrendo che un paio di solide sparatorie (da brivido però, la scena dell'incendio all'hotel con un James Spader impomatato e figlio di puttana). Cameo innocuo della Streep, ormai sorta di Madre Battesimale del cinema d'autore d'oltreoceano che conta. Ben vengano insomma film come The Homesman, buon vecchio cinema stagionato fatto da chi guarda alla sostanza senza lasciarsi irretire da facili contaminazioni pop-moderniste.

domenica 12 ottobre 2014

quanto cazzo è bravo Lagioia?

«Una pallida luna di tre quarti illuminava la statale alle due del mattino. La strada collegava la provincia di Taran­to a Bari, e a quell’ora era di solito deserta. Correndo ver­so nord la carreggiata entrava e usciva da un asse immagi­nario, lasciandosi alle spalle uliveti e vitigni e brevi file di capannoni simili ad aviorimesse. Al chilometro trentotto compariva una stazione di servizio. Non ce n’erano altre per parecchio, e oltre al self-service erano da poco attivi i distributori automatici di caffè e cibi freddi. Per segna­lare la novità, il proprietario aveva fatto piazzare uno sky dancer sul tetto dell’autofficina. Uno di quei pupazzi alti cinque metri, alimentati da grossi motori a ventola.
Il piazzista gonfiabile ondeggiava nel vuoto e avrebbe continuato a farlo fino alle luci del mattino. Più che altro, dava l’idea di un fantasma senza pace.
Superata la strana apparizione il paesaggio continuava piatto e uniforme per chilometri. Sembrava quasi di avan­zare nel deserto. Poi, in lontananza, un diadema sfrigolan­te segnalava la città. Oltre il guardrail c’erano invece cam­pi incolti, alberi da frutto e poche ville ben nascoste dalle siepi. Tra quegli spazi si muovevano gli animali notturni.
Gli allocchi tracciavano nell’aria lunghe linee oblique. Planavano fino a sbattere le ali a pochi palmi dal suolo, in modo che gli insetti, spaventati dalla tempesta di arbusti e foglie morte, venissero allo scoperto decretando la pro­pria stessa fine. Un grillo disallineava le antenne su una foglia di gelsomino. E impalpabile, tutt’intorno, simile a una grande marea sospesa nel vuoto, una flotta di falene si muoveva nella luce polarizzata della volta celeste.
Identiche a se stesse da milioni di anni, le piccole crea­ture dalle ali pelose erano tutt’uno con la formula che ga­rantiva la stabilità del loro volo. Attaccate al filo invisibile della luna, perlustravano il territorio a migliaia, ondeggian­do da un lato all’altro per evitare gli attacchi dei rapaci. Poi, come accadeva ogni notte da una ventina d’anni, al­cune centinaia di unità staccarono i contatti con il cielo. Credendo di avere ancora a che fare con la luna, puntarono i faretti di un piccolo gruppo di ville. Avvicinandosi alle luci artificiali, l’inclinazione aurea del loro volo si spezza­va. Il movimento diventava un’ossessiva danza circolare che solo la morte poteva interrompere.
Un mucchio nerastro di insetti giaceva nella veranda della prima di queste abitazioni».

Nicola Lagioia (Ed. Einaudi)

venerdì 10 ottobre 2014

bon jour grandeur...

«Non era stanco. Non aveva paura. Non aveva sete, né sonno, né fame. Non sentiva niente, non pensava. Se ne stava disteso sulla schiena, lo guardo vuoto, nel freddo, nelle tenebre. Soltanto, a notte inoltrata, pensò che stava morendo. Non sapeva come si muore».

Mentre Stoccolma si accinge a premiare Modiano, un francese, con il suo più blasonato riconoscimento, ci piace unirci alla commemorazione del centenario della nascita di un altro grande letterato d'oltralpe, Romain Gary, un personaggio forse poco noto in terra italica ma che ha dalla sua una vita e una produzione artistica davvero degne di risalto.
Di origini lituane, Gary si stabilisce giovanissimo con la famiglia a Parigi. Qui dopo gli studi di giurisprudenza si arruola nell'aviazione per raggiungere la "Francia libera" (l'organizzazione di resistenza fondata da Charles De Gaulle) nel 1940 e prestarvi servizio nelle Forces aériennes françaises libres. Termina la guerra come "compagnon de la Libération", decorato con la Legion d'onore. Alla fine delle ostilità, intraprende una carriera da diplomatico, soggiornando a lungo a Los Angeles, negli anni cinquanta, in qualità di Console generale.
Quando comincia scrivere, il successo gli arride subito. Numerosi i romanzi in classifica, alcuni scritti con diversi pseudonimi (il gioco delle identità fu una caratteristica pressoché costante del suo estro creativo). Presto incarnerà il prototipo dello scrittore fascinoso e bohemienne: baffi curati, sigaretta perennemente appesa al labbro e occhi verdi felini capaci di scavare a fondo, farà parlare di sé anche per la sterminata sequela di belle donne con cui intrecciò relazioni. Ma pur mietendo una moltitudine crescente di consensi (diversi suoi libri sono anche stati adattati per il cinema, in particolare Chiaro di donna, 1979, da Costa-Gavras, con Yves Montand e Romy Schneider come protagonisti, e La vita davanti a sé, 1977, di Moshé Mizrahi, che ottenne l'Oscar come miglior film straniero, e con Simone Signoret nel ruolo di Madame Rosa, che ottenne il César come miglior attrice) lo scrittore si portava appresso - come da manuale - un profondo, insanabile malessere interiore.
Nel 1980, ai primi segni di decrepitezza, quando si rese conto di cominciare a perdere ciò che rendeva grande il suo talento (o forse quando intuì di non averlo mai posseduto per davvero dacché il dono dell'arte è volatile per definizione) Romain Gary mise fine alla sua esistenza sparandosi un colpo in testa. Non prima di scrivere egli stesso la sceneggiatura della propria morte: la vestaglia color vermiglio addosso per placare la visione del sangue, il biglietto accuratamente in bella vista: «Nessun rapporto con Jean Seberg. I patiti dei cuori infranti sono pregati di rivolgersi altrove», perché sarebbe stato il colmo se il fragore di quella deflagrazione fosse andato a confondersi con il clamore della morte, l’'anno precedente, della bellissima e infelicissima Jean Seberg, l’'attrice americana che non era mai più riuscita a liberarsi dalla maledizione di Bonjour tristesse, che lui aveva sposato, forse amato e infine lasciato.

Perché fosse stato il protagonista di un suo romanzo o di un suo film, Romain Gary si sarebbe raccontato probabilmente più eroico e maestoso di quanto fu nella realtà. Invece non riuscì mai, ad esempio da partigiano, a convincere se stesso di aver scelto De Gaulle piuttosto che Pétain per convinzione morale e politica invece che per semplice, forse estetica casualità. Conquistò la Legion d’honneur da eroe di guerra, ma anche nel suo eroismo teatrale c'’era qualcosa di disordinato e artificioso, un dannunziano gusto del gran gesto: «La verità è che ci sono momenti nella storia, momenti come quello che stiamo vivendo, in cui tutto quel che impedisce all’uomo di abbandonarsi alla disperazione, tutto ciò che gli permette di avere una fede e continuare a vivere, ha bisogno di un nascondiglio, di un rifugio (…). Vorrei che il mio libro fosse uno di questi rifugi e che aprendolo, alla fine della guerra, gli uomini ritrovassero intatti i loro valori e capissero che, se hanno potuto forzarci a vivere come bestie, non hanno potuto costringerci a disperare», scrive in Educazione europea, il libro che Sartre - non avendo letto Beppe Fenoglio - giudicherà il migliore sulla resistenza europea e che in Italia Neri Pozza ha ripubblicato dopo i toccanti La promessa dell’'alba e La vita davanti a sé.

E come in una delle sue elegantissime e inquietanti vicende libresche, dopo gli eroismi della guerra Gary si tramutò a tal punto in un personaggio da restare imprigionato nel proprio ruolo: prima ambasciatore di Francia; poi, nel 1956, con Les racines du ciel, premiato tra le fanfare al Goncourt che non sarà il riconoscimento del Nobel ma per i francesi è anche di più; quindi l'amore per Jean Seberg - e chissà se mai egli in prima persona avrà compreso se è della magnifica e malinconica donna statunitense che diventerà marito oppure piuttosto della triste fanciulla di Bonjour tristesse.
Poi, assecondando un tristo canovaccio delle relazioni burrascose (ammesso ne esistano d'altro tipo), arriva inesorabile il divorzio cui seguiranno mille altre donne amate, ma il sopraggiungere dei Sessanta lo trova improvvisamente vecchio e superato: un monumento agée su cui i giovani della contestazione gettano a malapena uno sguardo per passare oltre, verso nuovi idoli.
Così, mentre la sceneggiatura della sua vita sta per trasformarsi in un viale del tramonto, Gary si reinventa risalendo sul palcoscenico con indosso un nuovo, scintillante travestimento: con lo pseudonimo di Emile Ajar, facendo credere che costui sia il proprio nipote, scrive La vita davanti a sé, la storia di un ragazzino arabo di una banlieue, e si merita un altro Goncourt: un modo geniale di riconquistare l'applauso per puro, personale godimento segreto. Solo dopo la sua dipartita si scoprirà infatti la vera identità di Emile Ajar. Ma intanto Gary aveva impersonato da istrione un'altra delle sue proverbiali maschere, quella dello scrittore-fenice che rinasce dalle sue ceneri, mentre il resto del mondo lo considera finito.
 Ma ormai è troppo tardi. L'angoscia che per decenni aveva lavorato sottotraccia, celata sotto un velo apparentemente non scalfibile di mondanità e narcisismo, torna a recriminare il suo dominio. Stanco delle sue mille interpretazioni, l'attore vitale e borioso cede il passo all'uomo e alle sue miserie. E forse, quel 3 dicembre 1980, prima di premere il grilletto e farsi esplodere il cervello, si sarà ripetuto ciò che il ragazzo Janek aveva ascoltato, nel gelo della foresta: «Non esiste un'’arte disperata: la disperazione è solo mancanza di talento».
(fonti: vari articoli dalla rete)
• pagina dedicata all'autore sul sito Neri Pozza

giovedì 9 ottobre 2014

en de uiner isssss...

la fine nota di Hall...

Scritto più di cinquant'anni orsono, La fine è nota è un giallo dall'impianto solido, che incatena alla pagina grazie alla bellezza di una scrittura tersa e riflessiva, dal respiro ampio ma senza facili concessioni alla ridondanza. Geoffry Holiday Hall srotola infatti a ritroso la sua detective-story intrecciando i destini dei suoi personaggi con grande abilità (e un respiro quasi faulkneriano), facendoci assaporare in pieno l'atmosfera degli anni Quaranta: siamo a New York, Baycard Paulton è un uomo ricco e di successo. Ha una bella casa, una moglie affascinante, amici interessanti. Una sera, quando lui non è ancora rientrato dal lavoro, viene visitato da un tipo strano che lo attende invano per un pò, salvo - senza alcuna apparente motivazione - togliersi la vita librandosi in volo dalla finestra. Un suicidio inspiegabile, che la polizia ben presto oblia negli archivi.
Ma dal lontano Montana giunge una donna a riconoscere il cadavere e raccontare una storia: da quel momento in poi abbandonare il libro diventa impresa impossibile.
E proprio come nel più classico dei mistery, dello scrittore Geoffrey Holiday Hall si sono effettivamente perse le tracce. Successivamente a questo romanzo, edito con discreto successo nel 1949, nel 1954 seguì un secondo libro (Qualcuno alla porta, Sellerio, 1992). Poi, più niente. Persino l’editore americano non conserva traccia di Holiday Hall nella sua banca dati. Quasi si trattasse di una digressione d'autore, o uno scherzo. O, come potrebbe alludere il nome stesso, di una “vacanza” sotto pseudonimo. Per dirla con Leonardo Sciascia, che firma la postfazione, «un piccolo mistero che sarebbe divertente risolvere».[piccolo update by Luca Conti: In realtà Holiday Hall è esistito davvero, non si trattava di uno pseudonimo. Era nato a Santa Cruz, New Mexico, nel 1913 ed è morto nel 1981]

La fine è nota
Geoffrey Holiday Hall (Ed. Sellerio)

martedì 7 ottobre 2014

tra guerre, amori e praterie western...

È il 1870 e la giovane Kerry Roderyck, abituata al lusso e ai privilegi ma a cui la Guerra di Secessione ha tolto tutto, è in viaggio per lande desolate e praterie sconfinate: un uomo che disprezza la aspetta per fare di lei sua moglie. Shenandoah, la giovane squaw dai grandi poteri, è in attesa di scorgere una visione sul futuro della sua tribù, ma anche sul passato e su ciò che la differenzia dalla sua gente. Le loro piste sono destinate a incrociarsi e allacciarsi, e con esse quelle di David “Coda che Suona”, l'amico degli indiani, e di Daniel “Occhi d'Inverno”, lo spietato assassino di pellerossa. Mentre la guerra tra bianchi e rossi incombe, le vite dei protagonisti, così diverse e lontane tra loro, finiranno per unirsi e cambiare profondamente e dolorosamente.
«Il postiglione diede di sprone ai cavalli. Sorpassarono il convoglio di masserie destinate a Fort Union e il puzzo degli asini penetrò nella diligenza insieme a una nube di mosche cavalline, poi finalmente si fermarono e Kerry fu felice di sgranchirsi le gambe. Era l’unica donna a bordo. Il resto dei passeggeri era costituito da un anziano medico diretto a Santa Fe, da un pastore metodista alla ricerca di selvaggi da convertire, da un uomo d’affari che avrebbe proseguito per El Paso e da un paio di cow-boy diretti a Tucson, Arizona. Passato lo sconcerto iniziale per una giovane donna non maritata che affrontava senza scorta un simile viaggio, erano stati tutti gentili con lei. I due cow-boy, i più giovani del gruppo, avevano anche tentato un timido corteggiamento che lei aveva accettato con gratitudine. I cambiamenti nella sua vita erano stati tali e tanti che sapersi apprezzata, fosse pure da due rozzi bovari, l’aiutava a non perdere la stima di sé. Da quando aveva lasciato la Virginia le riusciva sempre più difficile pensare che era Reginald, e non lei, a dover essere grato alla sua buona stella.
- Venite Miss Roderyck - la invitò Frank, uno dei cow-boy, aprendole la porta della locanda. - Dentro farà più fresco.
Gli sorrise ed entrò nell’ombra dello stanzone. Il bancone in fondo aveva tutta l’aria di un saloon, le panche erano quelle di una stazione ferroviaria, i tavoli erano scrostati e l’aria era piena del ronzio delle mosche che entravano dalle finestre insieme al sentore pesante di stalle e latrina».

Il destino attende a Canyon Apache
Laura Costantini e Loredana Falcone
(Ed. Las Vegas)

lunedì 6 ottobre 2014

in un Texas freddo e oscuro...

Poco più che trentenne, tre pluripremiati lungometraggi al suo attivo, Jim Mickle è uno dei pochissimi nella schiatta dei nuovi registi americani ad essersi affermato nel giro dei grandi festival praticando un cinema smaccatamente di genere (forse per questo in Italia se lo filano in pochi). Il suo esordio rintoccò con l’horror Mulberry Street (2006), cui fece seguito l'ottimo Stake Land (2010, premio del pubblico a Toronto) perché «gli horror sono più facili da produrre», e l’anno scorso era stato selezionato alla Quinzaine per We are what we are (2013), remake molto toccante di un originale family-cannibal messicano.
Con Freddo a Luglio siamo nel profondo, asciuttissimo Texas, sul finire degli anni '80. Richard Dane (il bravo Michael C. Hall di Dexter) è un corniciaio che vive nella provincia americana con moglie e  figlioletto. Una notte, destato da rumori sospetti, scopre che un ladro si è introdotto in casa. Recuperata la pistola spara accidentalmente un colpo che uccide il malvivente. Stabilita la legittima difesa, la polizia rilascia Richard dopo la deposizione in cui apprende il nome dell'uomo che ha ucciso. I giorni passano e Richard fatica non poco a recuperare il suo tran-tran. A peggiorare le cose si manifesta Ben Russel, galeotto in libertà vigilata nonché padre del delinquente defunto, deciso a vendicare la morte del suo ragazzo. L'uomo minaccia il bambino di Richard, che chiede alla polizia di sorvegliare la sua casa e di proteggere la sua famiglia. Ma quando Richard scoprirà per caso che l'identità del ladro che ha assassinato nel suo salotto non corrisponde in realtà a quella del figlio del suo persecutore, chiederà a quest'ultimo di rinunciare ai suoi propositi bellicosi per aiutarlo a capire cosa è successo veramente. 
Ubicato in un'epoca di vhs, pinces e spalline, Cold in July è la trasposizione filologicamente corretta di un celebre romanzo di Joe R. Lansdale, ed è tra le più canoniche di quelle «vicende straordinarie che si dipanano da una situazione ordinaria» tanto care allo scrittore statunitense. Ambientando la storia in una realtà provinciale e periferica del south USA, l'autore torna infatti anche in questa occasione a perlustrare i recessi della tranquilla borghesia d'oltreoceano, innestandovi i temi che più aderiscono alla sua poetica: la vendetta, l'orrore e la continguità dell'uomo con il Male.
In bilico tra il disastro e la risata, la trasposizione di Mickle centra il bersaglio guadagnando in ritmo e compostezza formale mentre insegue l'affastellarsi di trame del plot originario, senza farsene travolgere. E il prodotto finale non delude, anzi, ci regala un calibrato revival dei mitici '80 (con tanto di mullet - il taglio "alla tedesca" tipico di quegli anni - del protagonista) in cui rilucono alla grande due star di quel preciso momento storico: uno è Sam Shepard nella parte dell'anziano padre pregiudicato in cerca di vendetta, una faccia aspra e densa di sfumature che da sola si porta appresso un portato di violenza sapientemente controllata tale da giustificare abbondantemente il prezzo del biglietto (tra l’altro il regista ha rivelato in più occasioni che Shepard, scrittore e drammaturgo di dimensioni maiuscole, gli ha risolto almeno una scena decisiva, riscrivendola). Ma l’altro campione è ancora meglio: Don Johnson, in un ruolo un po’ alla Dennis Hopper, quello di un detective privato sbruffone che arriva a bordo di un’auto targata RED BTCH.
Ritratti forti, dotati un notevole gradiente di ambiguità tanto sulla carta che sullo schermo e la cui efficacia si deve qui alle performance disincantate ed anarcoidi degli interpreti, che formano un terzetto di vigilantes destinato indubbiamente a lasciare tracce di sé nella storia del genere. Lontani dai cliché bidimensionali cari al filone (o, forse, talmente pregni di essi da trasbordare), i personaggi di Freddo a Luglio si agitano, come ogni personaggio di Lansdale, nella tenebra che permea la ragione umana generando quel propellente basilare della letteratura che sono le storie. In quel Texas che tanti altri grandi della letteratura hanno magnificato, dentro ai suoi meravigliosi orizzonti ocrati che sanno mescolare luce ad ombra, il film indaga il mistero che siamo offrendoci il ritratto di un uomo tranquillo e pacato, disposto a mettere in gioco le proprie certezze pur di conoscere la verità.
Cold in July è in definitiva un thriller che vira sul crinale della commedia nera, esibendo un grottesco risvolto dell'american way of life. Ed è un vero peccato che, a conti fatti, a visione ultimata si rinsaldi con sempre maggiore convinzione l'ipotesi che quello straordinario connubio di humor e spavento che hanno reso Lansdale uno dei più amati storytellers americani, in realtà non sia riproducibile in toto sul grande schermo: pur regalando allo spettatore momenti di sincera goduria, il film del talentuoso Mickle non ci restituisce infatti che l'impronta della grandezza di Big Joe. Ma resta un buon film, affollato di belle facce corrugate e di uno speciale frisson, e questo basta!  

mercoledì 1 ottobre 2014

Carpi Diem...

(ci fermiamo qualche giorno per questo evento qui. Ci trovate domenica a Carpi, a parlare di western, di Aspettati l'inferno e di Meridione in compagnia di un sacco di bella gente. Sartoris torna ad aggiornarsi lunedì prossimo, più bello e più forte che pria...)

martedì 30 settembre 2014

i pazzi della traumfabrik...

Ogni tanto bisognerebbe riprenderlo in mano, questo strepitoso Prima pagare poi ricordare uscito a metà dei duemila per le defunte edizioni Coniglio (ma poco tempo prima ci aveva pensato l'arrembante Castelvecchi a portarlo sugli scaffali), giusto per ricordarsi chi eravamo, e di cosa è stato capace di fare un manipolo di amici tossici e geniali.
Il libro è infatti il racconto di un pugno di anni memorabili in cui un gruppo di belle teste - ancora indubbiamente acerbe dal punto di vista artistico ma satolle di energia - modificò in maniera radicale il modo stesso di concepire il fumetto e la satira in Italia. Era la Bologna del '77, e una squadra di talentuosi fattoni seppe ergersi a protagonista di una vera rivoluzione (contro)culturale: Stefano Tamburini, Filippo Scòzzari, Andrea Pazienza, Tanino Liberatore, Massimo Mattioli, Vincenzo Sparagna e tutti gli altri: ignoranti, maleducati, artisti, visionari, dissacranti, provocatori, indecenti, poetici, sempre e comunque contro tutto e tutti.
Si parte da un appartamento di via Clavature (per chi, come il titolare del blog, nel capoluogo emiliano ci ha studiato, un luogo mitologico!) ove il nucleo originario della Traumfabrik (fondata da Filippo Scòzzari e Pazienza) incontrerà la colonna romana dando vita a collaborazioni che coinvolgeranno tra gli altri Liberatore, Tamburini (padri di Rank Xerox) e il giornalista romano Sparagna, direttore de Il Male, coagulante imprescindibile che negli anni a seguire terrà faticosamente a bada alunni indisciplinati privi di una qualsivoglia strategia che tenga conto della spietatezza del mercato editoriale. Prima di arrivare a Cannibale Scòzzari, tra i pochi sopravvissuti all'agone e lucido autore di questo diario/biografia, ha già pubblicato fumetti - per lo più di fantascienza sotto pseudonimo - su Alter e Linus
Con una lingua fantastica, infarcita di neologismi, allitterazioni e gustosissime screziature dialettali, Prima pagare poi ricordare ci racconta senza edulcorazioni di quel caotico esperimento: dalle frequentazioni negli spazi universitari occupati e l’osmosi tra gli spiriti affini arriveranno gli stimoli culturali per dar vita alla rivista Cannibale - prematuramente estinta germinerà in Frigidaire. Articoli di denuncia e controinformazione si alternano su queste pagine a fumetti dalla dirompente carica innovativa, spesso meglio delle parole sublimano in poche tavole situazioni e stati d’animo di quell'epoca e in qualche modo prefigurano scenari futuri avvilenti: il fetore degli anni ’80 s'infiltra nelle redazioni di queste riviste, e Sparagna nei suoi articoli già parla del malaffare politico imprenditoriale che solo molti anni dopo prenderà forma nelle indagini del pool della Procura di Milano. Fino alle intuizioni dei falsi su Il Male, prime pagine de La Repubblica e de La gazzetta dello Sport abilmente contraffatte che arrivano ben oltre le 100.000 copie vendute.
Ugo Tognazzi capo delle BR, labbroni di suore magnificamente  impegnate in spudorati blow-job in copertina e altre provocatorie amenità destinate a turbare gli animi di una società ancora sedata dallo strapotere DC sono il pane quotidiano di questo staff perennemente in fibrillazione creativa. Gradevolmente confuso tra aneddoti sulle attese di compensi mai percepiti dalle grandi case editrici e finti lapsus cognitivi (Giorgio Lavagna e Daniele Brolli diventano Giorgio Lavanga e Danilo Brolli) Scòzzari mette a segno un ritratto di una generazione spettacolare e trucida raccontandoci gli esordi di un nuovo modo di intendere il fumetto, con un Paz guascone al quale si perdonava tutto per la simpatia nonché il talento unico, e un Tamburini invidioso dell'abilità degli altri nel disegno ma sempre con le antenne creative deste. E poi uno Sparagna ficcante e cocciutissimo, che non restituisce mai i soldi a nessuno.
Senza risparmiarci nulla, neanche i momenti di totale deriva. Agghiacciante il ritrovamento del cadavere di Tamburini, morto da dieci giorni nel suo appartamento, e della pulizia dell'appartamento, di cui si occuparono lui, Pazienza, Sparagna ed il padre di Tamburo. Eppoi, Paz che giura di aver smesso con le spade e subito dopo Scòzzari gli scopre la siringa personale: «the great Paz swindle». Ci passa un fottìo di gente, in queste duecento pagine: il Bonvi, per esempio, poi Giuliano Amato, Giampiero Mughini (maddai!), Red Ronnie, Gianfranco Manfredi, Lorenzo Mattotti, Frank Zappa, Wolinsky, Laura Scarpa, Renato Queirolo, Walter Veltroni... Un libro imperdibile, assolutamente da ripescare, per gli appassionati e non solo.

Prima pagare poi ricordare
Filippo Scozzari (Ed. Coniglio)