giovedì 2 luglio 2015

cavalli selvaggi (ma senza McCarthy)

a ottanta anni suonati, l'attore premio Oscar Robert Duvall non è decisamente stanco del ruolo del cowboy burbero e poco disposto al compromesso: dopo averlo interpretato un numero abbastanza esagerato di volte (la migliore, forse, in quell'Open Range che riportò Kostner nei nostri cuori) ne ha rivestito di recente i panni per il dramma multigenerazionale Wild Horses (2015), un western contemporaneo che il roccioso attore ha anche scritto e diretto per il grande schermo.
Duvall interpreta qui con la solita struggente convinzione il personaggio di Scott Briggs, un macho, bigotto proprietario di un grande ranch in Texas in cerca di riscatto con i suoi tre figli adulti (tra cui un ottimo Josh Hartnett, sempre - ci secca ammetterlo! - figaccione nonostante l'avanzare dell'età), uno dei quali (James Franco, ormai - vivvaddio! - abbonato ai ruoli un po' borderline) ha cacciato di casa a fucilate 15 anni prima dopo averlo sorpreso nella stalla nel cuore della notte assieme a un giovane rancher omosessuale di nome Jamie, in seguito scomparso. Ma mentre l'anziano vaccaro deve fare i conti con il crepuscolo avanzante della propria esistenza, una nuova inchiesta sulla scomparsa del ragazzo, allestita con impegno e caparbietà dalla Ranger locale (Luciana Duvall, nella vita moglie della star, purtroppo dotata di capacità interpretative equivalenti a quelle di uno stoccafisso), capovolge i suoi accurati piani di affossamento della verità, disvelando lentamente tutti i segreti del passato.
Si scorge prepotente l'impronta dei melodrammi regionali di John Sayles nel mix di tragedia domestica, umorismo machista e mistero sotterraneo che sorregge la storia. Ma se nulla si può eccepire al Robert Duvall attore, abilissimo a indossare i vestiti dell'ennesimo uomo posto di fronte una inevitabile resa dei conti (tonalità che già caratterizzava il suo magistrale L'Apostolo, uno dei capisaldi della cinematografia southern-gothic), come narratore e regista questa volta perde il filo - e la nostra attenzione - una volta di troppo diluendo le vicende in un mare di conversazioni poco brillanti e lacerti di trama un po' banali.
I momenti migliori sono sicuramente i confronti tra Duvall e il figlio gay Franco, interpreti formidabili che rappresentano diverse epoche culturali e che sono perfettamente in grado, con pochi guizzi, di rimestare nelle acque torbide di un rapporto padre-figlio contuso da sviste d'amore e di peccato. C'è un genuino dolore e una sincera speranza nei loro scambi, ma tutto il loro potere è diluito dalla stranamente inconcludente forza motrice della pellicola. Peccato, comunque interessante.

mercoledì 1 luglio 2015

sulle note di un terrore eighties...

It Follows è l'inaspettata gemma dell'horror regalataci quest'anno dal giovane cineasta David Robert Mitchell. Lo è non solo perché è una pellicola che, finalmente, fa paura (e lo fa in maniera subdola e sub-corticale come si richiede alle eccellenze del genere) ma anche per il portato di sincero amore per il cinema anni Ottanta tradotto e metabolizzato una volta tanto nella maniera più corretta (ovvero, niet mero citazionismo ma capacità di riprodurre una prospettiva che è puramente eighties). A tale, ammirevole riuscita contribuisce, e non poco, una colonna sonora assolutamente fantastica, in grado di riunire le sonorità dei mitici Tangerine Dream alle sperimentazioni synth di John Carpenter. L'autore, Rick Vreeland, si fa chiamare Disasterpiece ed è davvero una bomba. Qui il suo soundcloud, a seguire uno dei pezzi del film ("Title"). Goduria e perturbamento!

martedì 30 giugno 2015

ciao vecchio Piffero...

aveva 90 anni il buon Piffarerio. Le sue matite erano passate per le migliori testate fumettistiche italiane. In molti lo ricordano per Alan Ford o per i Caroselli in tv. Noi lo avevamo adorato - con quel tratto antico, pieno di tratteggi e nasi adunchi - nello spietato spaghetti-western El Gringo. Buon Viaggio vecchio cowboy...

satira cupa e feroce made in USA...

«Ogni volta che un potenziale grosso investitore arriva per il tour, lo porto innanzitutto alla Chiusa trapiantata dal canale Erie. Abbiamo buoni duecento metri di canale lag­giù e un plastico assai fedele di un accampamento di musi gialli. Mamma mia come siamo diventati rossi quando si è scoperto che il canale invece lo avevano costruito gli irlan­desi. Non abbiamo soldi per correggere la svista, per cui più o meno ogni quarto d’ora un marchingegno nelle ba­racche rilascia una specie di aroma di cibo orientale.
Oggi il mio possibile Socio per la Ricostruzione Storica è il signor Haberstrom, fondatore di Cultura&Abbron­zatura. È un’azienda di livello nazionale. Si sono inventati una biblioteca fornitissima all’interno dei locali per cui mentre fai la lampada urli il titolo del libro che ti pare a certe liceali sui pattini. Risaliamo il sentiero, lui è in tuta felpata e fuma il sigaro e io gli dico che ammiro il suo acu­me. Gli dico che certi uomini sono sognatori e altri esecu­tori. Mi domanda chi sono io dei due e gli rispondo am­mettiamolo, sono il classico tipo che accompagna i sogna­tori sul sentiero a visitare il Segmento del canale. Lui ap­prova. Dice che ho la testa sulle spalle. Mi tocca il braccio e dice che non vede l’ora di passare qualche istante di rac­coglimento al canale perché tanto tempo fa suo bisnonno portava le chiatte e fu ucciso da un asino. Quando arrivia­mo alla radura si emoziona tutto e sfonda la sagoma di cartone del giocatore d’azzardo cinese. Non per essere vol­gare ma sento che è in arrivo un assegno bello corposo.
Quando però lo raggiungo vedo che le gang hanno col­pito ancora con le bombolette spray, per tutta la mia Chiu­sa. Haberstrom rimira la scena. Poi mi picchietta addosso la punta sputazzata del sigaro e dice eh no, coi miei soldi te lo sogni, e ridiscende il sentiero come una furia.
Resto lì solo qualche minuto. L’ultima cosa che mi serve è lo sputo di un ciccione sulla cravatta. Penso di mollare tutto. Poi penso alla mia ultima avvilente infornata di cur­riculum. Duecento invii, zero risposte. Credo che a scorag­ giare i miei potenziali datori di lavoro sia il fatto che sono un umile Ispettore alla Verosimiglianza da nove anni senza uno straccio di promozione. Penso alla rata della macchi­na. Penso a quanto Marcus e Howie adorano la casetta­ giocattolo che non ho ancora finito di pagare. Decido an­che stavolta di ingoiare il rospo e tenere duro.»

Bengodi e altri racconti
George Saunders (Minimum Fax)

lunedì 29 giugno 2015

rotolando lenti nel buio minerale...

non ci sono, in realtà, «piccoli incidenti» in Little Accidents (2014), un oscuro drama minerario diretto dalla giovane regista e scrittrice statunitense Sara Colangelo e tratto da un suo precedente cortometraggio premiato al Sundance.
Il film, che vede tra i protagonisti Elizabeth Banks e Josh Lucas, è ambientato sugli Appalachi, in una sperduta città della West-Virginia colpita da un gravissimo incidente: dieci uomini sono deceduti sottoterra  mentre cercavano carbone per conto di una multinazionale. Il disastro ha lasciato un solo superstite, Amos Jenkins (Boyd Holbrook in una performance toccante, mai sopra le righe). Ma la pellicola, intensa e molto ben realizzata anche se naturalmente soggetta alla letargica scansione ritmica tipica degli indie americani, racconta altre vicende, in primis - ed è il secondo «incidente» tutt'altro che minuto - la storia della sparizione del figlio di uno dei dirigenti dell'azienda di estrazione.
Mesi dopo l'incidente il minatore sopravvissuto viene dimesso, ancora in parte paralizzato ma in grado di camminare. Le famiglie delle vittime vorrebbero che testimoniasse circa le cattive condizioni di lavoro di modo da ottenere un congruo risarcimento, mentre il resto della città teme la chiusura dell'unica fonte di sostentamento del paese e lo vorrebbe silente. Al suo devastante travaglio, molto ben reso, si aggiunge - viaggiando in parallelo - quello dell'adolescente Owen (Jacob Lofland uno dei due dotatissimi ragazzi del film Mud), il cui padre è stato ucciso nell'incidente e che introietta con il classico mal di vivere dei ragazzini un dolore che si porta appresso in famiglia già da prima della scomparsa del genitore, dovendo infatti occuparsi di un fratello, Jimmy (Beau Wright), che ha la sindrome di Down. I destini dell'uomo e dell'adolescente finiranno per incrociarsi con quello della madre del ragazzo scomparso (la bella Banks, smessi finalmente i panni di allegrona cheerleader di tante commediole, dimostra di saper recitare con piglio ammirevole) e tutti finiranno, quasi faulknerianamente, per pagare il proprio pegno di dolore alla vita.
La Colangelo è assai brava a evocare l'atmosfera di questo minuscolo mondo montano, con tutti i comfort di quei pochi che hanno svoltato e l'amarezza e la disperazione che ricoprono invece gli operai alla stregua della polvere che quotidianamente questi immettono nei propri polmoni (la lunga striscia degli Appalachi, come ci ricordano i bellissimi racconti di Pancake, è tra le zone più depresse dell'intera nazione). La regista lascia che le cose si aggroviglino per accumulo tra paesaggi fronzuti e brume industriali, salvo srotolare il bandolo della matassa con lineare naturalezza. I segreti e le sofferenze di ognuno dei personaggi, grazie e soprattutto in virtù della bravura di un ottimo cast, vengono a galla con plausibilità, anche se la mano forse tecnicamente ancora poco sciolta dietro la macchina da presa qualche volta fa sentire il suo peso, togliendo qualche dose di empatia alla tragedia. Ma restano impresse l'angoscia e l'incomunicabile lotta interiore delle parti in gioco. Il direttore della fotografia Rachel Morrison e il resto della squadra di produzione, tra cui lo scenografo Chris Trujillo e costumista Meghan Kasperlik, hanno saputo catturare un senso di rassegnazione e stanchezza che alla fine, anche se non tutto quadra, resta attaccato alla pelle di chi guarda. Nel complesso un sì: molte cose valide e decisamente un augurio di eccellenza per il futuro dell'autrice.

domenica 28 giugno 2015

ancora e sempre Robicheaux!

da queste parti si è sempre guardato con una certa venerazione a James Lee Burke, scrittore dalla robusta poetica southern ormai decisamente assurto a status di classico (e non solo all'interno dei confini del genere noir) di cui la vecchia Meridiano Zero ha pubblicato l'intera opera in Italia (ma anche sul sito della nuova casa editrice il catalogo originario è interamente disponibile, per cui affrettatevi a metter mano al mouse).
La ballata di Jolie Blon, nell'edizione rivista e aggiornata dall’ottima traduzione di Matteo Curtoni e Maura Parolini, è da considerarsi sicuramente la testa di ponte della cospicua e comunque sempre qualitativamente valida produzione dell'autore statunitense. Questo romanzo, come la quasi totalità dei libri di Burke, si svolge nella Louisiana selvaggia e rurale dei rednecks e dei bayou e mette in scena una realtà sociale e culturale distante anni luce dalla cartolina high-tech delle grandi metropoli costiere. Con la sua abituale destrezza narrativa, Burke ci trascina infatti nell'ennesima indagine del poliziotto ex-alcolista Dave Robicheaux, andando ad aggiungere un altro tassello al proprio personalissimo Grande Mosaico Noir.
Ma mai come questa volta il razzismo e le contraddizioni del Sud vecchia maniera fungono da detonatore per una vicenda che si fonda su una capacità di analisi sociale davvero sopraffina, attenta alle più sottili sfumature dell'animo umano e basata su una lucida, amara contemplazione del Male in tutte le sue svariate (e per questo inseparabili dalla vita stessa) modulazioni. Le descrizioni della natura sono come sempre superbe, perfettamente amalgamate al ritmo della storia al punto da diventarne un efficace contrappunto (e come non intravedervi tanto Faulkner, in questo?). Su tutto risplende d'una luce plumbea e sulfurea la strepitosa, agghiacciante figura di Legion Guindry, granitico ancorché anziano razzista che dal passato arriva a inoculare alla vicenda il suo contributo di sangue e soprusi con leggendaria, epica prepotenza. Davvero il miglior Burke di tutti i tempi.

La ballata di Jolie Blon - James Lee Burke (Ed. Meridiano Zero)

venerdì 26 giugno 2015

all'ombra del conflitto in Texas...

ambientato nel sud degli Stati Uniti poco dopo il flagello della guerra civile, Echoes of War (2014) è un western-drama che difficilmente vedremo nelle nostre lande, perché trattasi di puro film indipendente girato con quattro dollari bucati ma che - come spesso in questi casi - ha dalla sua una serie di notevoli sorprese (così come, sia chiaro, un bel po' di limiti derivanti quasi essenzialmente dal fatto che la pellicola era in origine pensata come un cortometraggio cui il piccolo aumento di budget iniziale ha dato quella spinta affinché il progetto lievitasse ma con qualche toppa).
Ambientata in Texas, la storia vede James Badge Dale (World War Z, Lone Ranger) nei panni di Wade, un ex-soldato confederato di ritorno dal conflitto, il quale si presenta un giorno al ranch di suo cognato cacciatore Seamus (Ethan Embry), dove, morta malamente la sorella, vivono ancora assieme al padre la nipote Abigail (Maika Monroe, attrice in crescente quotazione dopo il successo dell'horror It Follows) e il piccolo Sam (Owen Teague). I cascami della guerra appena terminata corrompono ancora il territorio e le famiglie rimaste hanno vissuto tempi davvero grami: fame e carestia hanno reso nemici gente cresciuta fianco a fianco, e tra clan confinanti i rapporti hanno inevitabilmente preso una brutta piega. Al suo arrivo, Wade è costretto a registrare un certo lassismo da parte del cognato riguardo le ruberie dei McCluskeys, famiglia di cowboys una volta benestante che le vessazioni dei guerriglieri hanno reso indigente. Seamus, piuttosto che provocare una faida, è incline a lasciar loro depredare parte delle sue trappole contando sulla propria abilità a procacciarsi comunque il cibo, ma invece Wade, contagiato dalla violenza del fronte e abituato a farsi rispettare con il sangue, decide di regolare i conti alla sua maniera. Sarà tragedia.
Diretto da Kane Senes e sceneggiato da John ChrissEchoes of War ha dalla sua una chiara definizione degli elementi in campo, con pochi personaggi dipinti con plausibilità, e una concezione adulta e mai apotropaica della violenza. Se è vero, come molti lamentano in rete, che la promessa di un western (con cavalli, indiani e pistolettate) naufraga in un pugno di momenti di vera azione a scapito di molti dialoghi e tanta riflessione, va detto che le interpretazioni sono decisamente a fuoco e tutti gli attori riescono molto bene nei loro ruoli (protagonista a parte, cupo e minaccioso il giusto, è un grande  William Forsythe a farla da padrone: con la sua faccia leoniana - il regista romano scoprì l'attore oggi sessantenne con C'era una volta in America - dona un vigore oscuro e seriamente minatorio alla sua parte, regalandoci un padre capoclan sempre incazzato e tirannico che non scade mai nella macchietta). Alla fine, come da manuale, il redde rationem finale netterà con il dolore e con le fiamme l'accumulo di sgarbi e tradimenti. Notevole, con qualche imperfezione di script: la storia dei fidanzatini, novelli Romeo e Giulietta che si amano tra famiglie avverse, resta un po' sospesa e ci si aspetterebbe uno scarto fuori dai cliché.

giovedì 25 giugno 2015

10 libri southern gothic che devi assolutamente leggere...

dopo il duplice listone sul cinema southern gothic (il primo qui e il secondo qui) e quello sulla declinazione in chiave splatter-gore dei suoi modelli, oggi proviamo a stilare un decalogo di letture -  tutte reperibili in italiano - in grado di esplicitare le coordinate basiche del genere (famiglie disfunzionali in odore d'incesto, un elevato gradiente di fanatismo religioso che non di rado si mescola alla magia nera e al vudù, un certo disfacimento morale che ben si assomma al clima torrido e bruciato dal sole delle storie e, ovviamente, l'ambientazione delle medesime all'interno dell'area meridionale degli USA).
• Santuario (Adelphi), di William Faulkner. Ne parliamo spesso, e con gli occhi lucciconi, quaggiù, e non potrebbe essere altrimenti: romanzo sensazionalista del grande bardo del Mississippi, che lo scrisse con il dichiarato intento di guadagnarci un po' di vile pecunia, il libro definisce toni ed atmosfere che saranno poi replicati all'infinito nella letteratura americana meridionale dei decenni a venire. André Malraux dette di questa cruda vicenda una definizione rimasta famosa: «L’irruzione della tragedia greca nel romanzo poliziesco». Siamo nel Sud, negli anni della depressione e del proibizionismo. Un gruppetto di piccoli gangster capeggiati dal degenerato Popeye ha trasformato una vecchia bicocca in una distilleria clandestina. Una sera, in cerca di whisky, si presenta, accompagnata da un coetaneo, Temple Drake, una studentessa diciottenne «non più proprio bambina, non ancora donna». Intorno alla sua bellezza acerba, al suo corpo involontariamente sensuale, si condensano tutte le tensioni dei presenti. Popeye, che è impotente, in una famosa scena di crudo realismo, la violenta con una pannocchia e poi, nel crescendo parossistico, uccide uno dei suoi complici. Popeye fugge trascinando Temple con sé. Il distillatore di alcol complice di Popeye viene arrestato per omicidio ma non arriverà in carcere perché la folla inferocita lo brucia vivo. Popeye intanto porta Temple a Memphis affidandola alla tenutaria di un bordello. Qui la ragazza scopre la sua naturale inclinazione verso il male e sprofonda nella vergogna. Nello stesso tempo però s’innamora più o meno di un giovane al quale Popeye la costringe a darsi, lui presente. Temple troverà la forza di fuggire quando avrà perduto anche la sola persona con la quale aveva stabilito quel tenue legame affettivo. Un libro necessario.
• La saggezza è nel sangue (Garzanti), di Flannery O'Connor. «Il libro fu scritto di gusto e, se possibile, bisognerebbe leggerlo nello stesso umore. È un romanzo comico che tratta di un cristiano suo malgrado e, in quanto tale, serissimo, perché tutti i romanzi comici d'un qualche valore debbono trattare questioni di vita e di morte». Con questa particolare avvertenza ironica la monumentale scrittrice di Savannah accoglie chiunque legga il suo primo romanzo (ne scriverà solo un altro, il Cielo è dei violenti), un libro edito per la prima volta nel 1952 grazie al quale l'autrice riuscì a conquistare una fetta sterminata di lettori nel mondo ma anche a suscitare un numero indescrivibile di polemiche e critiche. Perché Wise blood (letteralmente «Sangue saggio») è un testo che racchiude un'ironia atroce e tagliente: un romanzo capace di sbeffeggiare un certo tipo di religiosità attraverso una prospettiva nuova e profondissima, quella della O'Connor appunto, che nel 1952 non era ancora famosa ma che fu in grado di manipolare argomenti scottanti come il fanatismo e l'ipocrisia cattolica con strumenti stilistici che influenzeranno generazioni intere di scrittori. Flannery O'Connor diventò con questo libro una delle voci più geniali della letteratura americana del Novecento. La storia di Hazel Motes, il giovane «cristiano suo malgrado» che predica la «Chiesa della Verità senza Gesù Cristo Crocefisso» è oggi un caposaldo del genere. Hazel, detto Haze, (il cui nome significa “nebbia” e il cognome mote, la pagliuzza, che si vede negli occhi degli altri) fin da piccolo si convince che il mezzo per evitare Gesù «consistesse nell’evitare il peccato» e quando arriva a Taulkinham, meta del suo viaggio in treno, (dove «nessuno prestava attenzione al cielo», nero puntellato da strisce d’argento simili a impalcature) dà inizio alla sua predicazione. Sulla sua strada Haze incontrerà un altro predicatore che finge di essere cieco dopo aver provato ad accecarsi senza esserci riuscito, e incontrerà il giovane Enoch Emery, che «aveva il sangue che la sapeva lunga». Procedendo nel suo itinerario per strade, pensioni, e bar che sono parte del mondo comico e buffo che è il Sud, il protagonista proseguirà integro e determinato nel raggiungimento del suo obiettivo. Ma la sua stessa integrità lo condurrà proprio dove non vuole essere condotto: dal nichilismo alla Redenzione. Capolavoro.
• A sangue freddo (Garzanti), di Truman Capote. «Tutto il materiale di questo libro non derivato da mia osservazione diretta o è stato preso da registrazioni ufficiali o è il risultato di colloqui con le persone direttamente interessate, e molto spesso di tutta una serie di colloqui che si sono protratti per un tempo considerevole». Scrittore, sceneggiatore, drammaturgo ed esponente di spicco del jet set, Capote è stata una delle personalità più originali e acute del suo tempo. La portata rivoluzionaria di questo suo reportage in chiave narrativa è rimasta ineguagliata, soprattutto per la sua capacità di ridefinire stilemi e modalità compositive. Quando fu pubblicato, nel 1966, A sangue freddo suscitò una serie di polemiche di carattere letterario ed etico-sociale. L'autore venne accusato, tra l'altro, di voyeurismo cinico, per aver voluto registrare «oggettivamente» un fatto di cronaca nera, anzi di violenza gratuita, avvenuto nel cuore del Middle West agricolo: lo sterminio brutale di una famiglia da parte di due psicopatici. Nel libro, la visione puntuale delle dinamiche della vicenda, ottenuta grazie all'assidua frequentazione dei colpevoli, giustiziati dopo un processo durato sei anni, è filtrata e riscattata attraverso una così sapiente e originale elaborazione stilistica, che questo testo del polimorfo e dotatissimo scrittore costituisce ancora oggi un termine di riferimento di ogni problematica «oggettualistica», non soltanto narrativa. Seminale.
• Il cuore è un cacciatore solitario (Einaudi), di Carson McCullers. Quando la McCullers, fondamentale scrittrice USA, nata e cresciuta in Georgia (1917-1967), scrisse questo romanzo aveva solo ventitré anni. Ma la maturità della sua voce risulta ancora oggi impressionante. Scritto in un momento di grave infermità, lo pubblicò nel 1940: il libro affronta con potente lirismo i temi dell'alienazione e della solitudine. Riconducendoli ad un universo poetico che potrebbe fare il paio con le fotografie di Walker Evans o ancora meglio con le tele di Edward Hopper. Le prime pagine del romanzo sembrano infatti restituire al lettore l'opera forse più conosciuta del repertorio del grande pittore precisionista, Nighthawks (i nottambuli), un locale asettico, dalla cui immensa vetrata emergono quattro anime, il barista e tre avventori al bancone, il primo di spalle, altri due uno accanto all'altra ma non di meno soli, isolati, privi di slancio. Così nel romanzo: quattro protagonisti gravitano intorno alla figura del sordomuto John Singer, un mite e tranquillo orologiaio (come il padre della scrittrice nella realtà), passivo interlocutore scelto come depositario delle angosce di tutti gli alienati e disadattati di una piccola città del profondissimo sud. Prigioniero del silenzio, John non può ascoltarli ma, impossibilitato a farsi carico delle loro pene, arriva a giustificarne la violenza e i ricorrenti vizi per mezzo dei quali queste figure tragiche tentano di lenire la propria incurabile solitudine. Tenta di leggere faticosamente le parole sulle loro labbra e di rispondere col movimento delle mani affusolate per alleggerire il fardello del loro tristo destino («Il ricco lo considerava ricco quanto lui, il povero lo paragonava a se stesso… Ognuno descriveva il muto quale lo voleva»). E paradossalmente, il silenzio di Singer finisce per fornire una qualche risposta alle urla represse di chi gli sta attorno: poiché i suoi occhi sembrano comprendere «altro» (segreti, dolori, aspirazioni e sconfitte). Tra il muto e i quattro comprimari (un vedovo proprietario di un piccolo caffè, una strana ragazzina con la passione per la musica, un fallito agitatore socialista col vizio dell’alcol e un medico nero marxista e disilluso) si stabilisce un delicato equilibrio che finirà tragicamente: Singer, perduto l’amico, verrà a sua volta travolto dalla solitudine arrivando a togliersi la vita con uno sparo. Straziante.
• La via del tabacco (Fazi), di Erskine Caldwell. Il meridione di Caldwell è un Sud atavico e rurale, privo di aloni romantici: sconfinate distese di terra fiaccate dalla siccità e da un sole perennemente a perpendicolo, fette di mondo popolate da un'accozzaglia di poveracci cui la ferocia della Grande Depressione ha sottratto ogni prospettiva futura, gente ridotta allo stato brado da una crisi economica che ha fagocitato torme di nullatenenti costringendoli a vivere di stenti mentre una ristretta cricca (la solita) di maggiorenti rimpinguava impunita le proprie casseforti. Attraverso un'ironia sottotraccia che non si perita di sfiorare il grottesco, questo grandissimo scrittore ha avuto il coraggio di mostrare alla ridente e fiduciosa America la propria faccia più oscura, quella più torbida e sgradevole, descrivendo il baratro di degradazione in cui l'uomo precipita quando è costretto a mollare gli ormeggi della dignità. La Via del tabacco fu il li che regalò in breve un posto d'onore nell'Olimpo della Grande Letteratura (assieme sicuramente a il piccolo campo, altra opera rappresentativa dell'autore). La vicenda narrata dal libro è da intendersi come una dirompente denuncia al sistema capitalistico e descrive, con piglio espressionista non privo di elementi comico-grotteschi, i drammi - quelli sì, molto realistici - della povertà, dell'ignoranza e dei contrasti razziali tra la gente delle campagne degli Stati del Sud. Protagonisti sono quindi questi «poveri bianchi» della Georgia («white-trash» è la definizione corrente), caratterizzati da un'ottusità quasi parodistica, figlia di un'estrema miseria materiale e morale. Il fulcro del racconto è la famiglia Lester: la moglie Ada, la cui unica aspirazione è avere un vestito e un cappello nuovi, la vecchia nonna sempre alla ricerca di cibo e tabacco, la piccola Pearl, infantilmente atterrita dal marito cui suo padre l'ha letteralmente venduta, Dude, il figlio sedicenne un po' svalvolato, e Bessie, la predicatrice quarantenne che se lo è sposato. Ma su tutti campeggia il capofamiglia Jeeter che da anni si ostina a coltivare il cotone, rifiutandosi di andare a lavorare in fabbrica - dove potrebbe guadagnare abbastanza da mantenere la famiglia. Unico e inesorabile.
• Figlio di Dio (Einaudi), di Cormac McCarthy. Il romanzo è un’esplosione di macabra e “impietosa” pietà: Lester Ballard, il protagonista, è uno dei tanti poveri bianchi che abitano le catapecchie e i cortili del Sud rurale americano: le campagne fuori del tempo e dalla storia, dove la vita è scandita da linciaggi e pubbliche impiccagioni, dove promiscuità e incesto sono la regola, dove la miseria e l’abiezione rendono incongrua, quasi surreale, la sporadica comparsa di un’aula di tribunale o di una stanza di ospedale. Nello spazio di una breve e gelida stagione, Ballard, il freak e solitario contadino, amante della caccia e del whisky, si trasforma in un cacciatore di uomini: da feticista a stupratore, poi assassino e necrofilo. Ma Lester Ballard è un uomo come gli altri, un figlio di Dio, la sua ferocia non ha bisogno di pretesti e tantomeno di giustificazioni per rivelarsi. Figlio di Dio è la cronaca terribile e appassionante della sua ultima stagione di caccia nonché della sua lenta trasformazione in un animale, il ritratto di un “povero bianco” non voluto dalla società. McCarthy, potentissimo scrittore del Tennessee, è unico nel suo stile: la sua penna riesce ad essere prima estremamente lirica e docile nel raccontare il clima del sud, le sue montagne, la sua natura per poi divenire estremamente violenta, macabra e impietosa quando racconta di stupri, incesti e necrofilia. Un finale tutt’altro che scontato è il giusto epilogo ad un romanzo che poteva essere concepito solo dall'unico, degno erede di Faulkner. Abbacinante.
• Un gelido inverno (Fanucci), di Daniel Woodrell. la storia di Winter's bone (titolo originale) mette magnificamente in scena una fiaba poetica e cupissima ambientata nella peggiore white-trash del Missouri, un popolo di rednecks che sbarca il lunario smerciando crack asserragliato in bellicosi clan familiari in mezzo agli antichi boschi di Ozark, una terra che racchiude in sé molte delle contraddizioni della (ex) Potenza Mondiale - né Sud, né Nord, il Missouri vive da sempre una profonda, sanguinaria lacerazione interna: è la regione in cui spadroneggiarono i ribelli dopo la Guerra di Secessione e che non a caso diede i natali a figure mitiche e ribalde come Jesse James e Bloody Bill Anderson. «Sono una purosangue, una Dolly fatta e finita!», ribadisce spesso Ree, la diciassettenne protagonista del libro, che s'impunta a indagare sul padre scomparso nella valle omertosa: e da questa affermazione si può capire quanto tosto sia il personaggio e quanto la trama riesca, con pochi agili step, a definire un dramma d'impianto classico che pesca a piene mani dal genere statunitense d'elezione: il western. Come in un epico western, infatti, Ree dovrà affrontare i bifolchi che (forse) gli hanno ucciso il genitore per capire che fine ha fatto questi, un raffinatore di anfetamine di mezza tacca che prima di sparire ha impegnato la casa in cui lei si prende cura - con abnegazione degna d'una mamma-orsa - dei due fratellini e della madre catatonica. Una magnifica storia punteggiata da sceriffi, avversità, fazioni contrapposte, confini da varcare e montanari violenti. Un'elegante, fascinosa e struggente discesa negli inferi dell'America meno scontata.
• Crepuscolo (Ed. Gea Schirò), di William Gay. Il giovane Kenneth Tyler e sua sorella Corrie si ritrovano a scoprire che la bara del loro padre defunto è stata profanata. Ma scoperchiando altre tombe capiscono che c'è di peggio: cadaveri evirati, morti composti in fogge oscene. A dedicarsi alle perverse pratiche necrofile è l'impresario funebre, tale Fenton Breece. Mentre sua sorella vorrebbe ricattare il becchino, il ragazzo è invece ossessionato dall'idea di consegnarlo al giudizio della legge e degli uomini. Deve però sfuggire a Granville Sutter, un criminale assunto da Fenton Breece per recuperare - ad ogni costo - le prove incriminanti. Comincia così l'avventurosa fuga per la salvezza del giovane Tyler, un inseguimento per le tortuose lande dell'Harrikin, oscura terra di nessuno. Si riverberano gustosi echi faulkneriani in questo splendido Crepuscolo (ma anche tanto McCarthy e forse ancor di più è lo spettro della somma Flannery O'Connor a presidiarne le palpitanti pagine), un romanzo gotico ambientato in un Tennessee sporco e affascinante, cupo e polveroso, firmato da uno scrittore in patria molto frequentato che risponde al nome di William Gay, non a caso accomunato dal critico Tony Earley ai grandi padri della southern literature sulla New York Times Book Review. «Gay scrive con la pazienza e la saggezza di un uomo che è stato testimone di momenti durissimi e ha imparato che la paura, nevrosi e violenza non faranno tornare prima la serenità. lui guarda alla bellezza e alla violenza con equanimità e fa un resoconto dettagliato della lotta tra il bene e il male che il cuore dell’uomo racchiude». È autore dei romanzi The Long Home e Provinces of Night e della raccolta di racconti I Hate to See That Evening Sun Go Down. Crepuscolo è il suo unico libro tradotto in italiano.
• La morte corre sul fiume (Adelphi), di Davis Grubb. Un delinquentello che fredda i due commessi d'una banca del West Virginia e fugge col malloppo per poi farsi arrestare, meritandosi il patibolo; diecimila dollari scomparsi nel nulla e il segreto della loro ubicazione nelle esclusive mani del figlioletto del condannato a morte; un predicatore assassino-seriale con le scritte LOVE e HATE (amore e odio) tatuate sulle nocche che anela spasmodicamente al denaro, convinto di commettere crimini per conto dell'Altissimo; e poi ancora le lugubri filastrocche infantili, le ombre che si allungano sui costoni delle acque torbide, e il perbenismo ipocrita della gente inzuppato nell'afoso torpore del villaggio di Cresap's Landing, galvanizzato dalla fame e dall'avidità in un'epoca di crisi profonda come la Grande Depressione: questi e molti altri ancora gli elementi che rendono magistrale La morte corre sul fiume, strepitoso romanzo del 1953 di Davis Grubb per anni rubricato - con un certo sprezzo - alla voce «thriller» e che invece, inserendosi di prepotenza nella migliore tradizione southern-gothic, risulta molto di più che un giallaccio infarcito di futili richiami all'opera di Steinbeck: infatti, attraverso uno spericolato percorso fra i giunchi e le tife del fiume Ohio, questo libro ha la capacità di mettere a fuoco uno spaccato della provincia più rurale e puritana degli USA, una nazione forgiata dalla perpetua dicotomia tra peccato ed espiazione e dall'ambigua lotta tra bene e male. Modulata in un'affascinante barcamenarsi tra tempo reale e flashback, la narrazione passa dalla visione disincantata degli adulti e quella inconsapevole dei bambini (John e Pearl, i due veri protagonisti della storia) ed è quasi sempre in terza persona - ad esclusione di una porzione nel finale in cui il piccolo John si sostituisce al narratore esterno. La scrittura è impreziosita da uno stile moderno, ritmato e pregno di metafore che ben si adattano alla rappresentazione di una comunità perfettamente in simbiosi con i moti della natura lussureggiante che la circonda. Dal libro, tutto giocato sul nugolo di tensioni tra i personaggi che sottotraccia s'intersecano in un crescendo di suspense, venne tratto nel 1955 un altrettanto magnifico film a firma Charles Laughton, con Robert Mitchum e Shelley Winters protagonisti, una pellicola in grado di rendere in maniera sapiente l'humus espressionista su cui regge l'intera storia grazie ad un bianco e nero e ad una fotografia degni di Murneau, perfetti nel restituire il contrasto tra la serenità ancestrale della natura e il furore indemoniato della caccia e della fuga.
• L'avvoltoio (Piemme), di Tim Franklin. Il famoso pezzo Sweet Home Alabama raggiunse il successo nei tardi Settanta grazie all’interpretazione dei Lynyrd Skynyrd. Di quel pezzo ormai storico basta ascoltare l'attacco (le prime note sono davvero conosciutissime) per vedersi comparire davanti agli occhi una serie di frames che cinema e letteratura ci hanno indiscutibilmente insegnato a legare a una determinata area geografica: quella del Sud degli Stati Uniti. Paludi mefitiche, locali frequentati dalla peggiore teppaglia, bifolchi sbevazzoni e stivali di cuoio fetenti: cose di questo genere, tipiche istantanee di un immaginario southern che ritornano prepotenti anche leggendo questo folgorante romanzo di Tom Franklin. Non è un thriller (il titolo italiano è fuorviante) ma è uno dei migliori romanzi americani recenti: un dramma della lealtà e della solitudine nello stato rurale del Mississippi, il luogo dove «la terra sapeva come coprire i torti della gente» - e lo sa ancora. Protagonisti due uomini, oggi quarantenni e un tempo amici: Larry Ott, bianco, stravagante solitario americano che vive in una casa isolata e sconta il sospetto dei suoi concittadini per la sparizione di una ragazza, venticinque anni prima, e Silas “32” Jones, nero, agente in servizio nella cittadina di Chabot, dove è tornato dopo essersene andato poco più che ragazzo per studiare e giocare a baseball (“32″, il nomignolo, era il suo numero di maglia). L'autore, in poco meno di 400 pagine ricche di pathos, riesce a fotografare con smagliante vividezza il crogiolo di tare che impedisce a questa nostra sgangherata umanità di progredire verso il meglio. Un istante di riflessione, almeno finché un nugolo di avvoltoi non comincerà a svolazzare sulle nostre teste o che un kudzu ci avvolga e non ci lasci più respirare: allora, avremo capito che il tempo a nostra disposizione è così poco. Bellissimo romanzo, un tributo all’amicizia e alle diversità. Consigliatissimo.

mercoledì 24 giugno 2015

sangue in mezzo al grano...

una piccola comunità spersa in mezzo ai campi e ai boschi, legami con il resto del mondo ridotti praticamente a zero, antichi cerchi di pietre in spettrali radure affossate nella vegetazione, una serie di eventi misteriosi e via via sempre più minacciosi, un probabile culto esoterico volto a perpetrare il male nel corso dei secoli... no, per quanto la trama gli somigli parecchio non stiamo parlando del film Grano rosso sangue (horror purtroppo sciatto e paratelevisivo opera di Fritz Kiersch) tratto da una short-story di Stephen King intitolata A child of corn, ma del romanzo cui il «Re del terrore» si ispirò (plagiandone, a ben guardare, una buona fetta!) in Italia pubblicato nei tardi Sessanta col titolo La festa del raccolto, (Harvest Home è invece il titolo originale).
Il suo autore, Thomas Tryon era un attore della rinomata scuderia Disney che raggiunse il culmine della sua carriera con la nomination per il Golden Globe per Il cardinale di Otto Preminger.
Paradossalmente la sua carriera si concluse proprio con quel film. Per tutta la lavorazione l'interprete dovette infatti subire la violenza psicologica e le umiliazioni del regista - che lo licenziò proprio il giorno in cui i suoi genitori vennero a fargli visita sul set. Finite le riprese, Tryon celebrò il suo definitivo addio al cinema dedicandosi full-time alla scrittura (riuscendo tra l'altro a farne una professione di grande successo).
Il suo romanzo di maggiore popolarità, la festa del raccolto appunto, è un mirabile esempio di letteratura gotica che tiene ben saldo il lettore sullo sviluppo della trama, evocando con efficacia quei fantasmi di ancestrali credenze che sono da sempre il cemento della vita di provincia (americana e non). Edizione non facilmente reperibile in italiano (il libro non viene ristampato nel Belpaese da un trentennio) ma assolutamente seminale. (qui la miniserie TV integrale tratta dal libro con una sempre grande Bette Davis, trasmessa nel 1978)

La festa del raccolto - Thomas Tryon (Ed. Mondadori)

martedì 23 giugno 2015

30 inverni da Zero...

ha compiuto in questi giorni trenta dannatissimi anni Meno di Zero, il primo romanzo e pietra angolare della fortuna dello scrittore californiano Bret Easton Ellis. Scritto a ventun'anni - costituiva originariamente la tesi finale del suo corso universitario - sancì la nascita di una nuova stella nel firmamento letterario made in USA arrivando a guadagnarsi una degna trasposizione in pellicola: Al di là di tutti i limiti (titolo originale Less than Zero), con Robert Downey Jr nei panni del protagonista.
Il romanzo è la cronaca delle vacanze di Natale del giovane Clay, durante le quali torna nella natìa Los Angeles e scopre (senza che questo scombussoli granché la sua esistenza) quanto la propria vita sia inutile. Viziosa, appagata e inequivocabilmente vuota. Perché nel lavoro di Bret Easton Ellis è proprio il vuoto bruciante della quotidianità a farla da padrone. Quel vuoto che nel corso degli altri romanzi troverà una sua completa messa a fuoco (incarnandosi ad esempio nel serial-killer protagonista di American Psicho su tutti) e che diventerà la cifra stilistica di questo autore.
Clay e gli innumerevoli personaggi di contorno, tutti volutamente simili fra loro, che si sfondano di alcol e droga e poi si stordiscono davanti a MTV, rappresentano una classe sociale materialista e anaffettiva, gelidamente incapace di vivere esperienze emotive reali (a meno che non siano superficialmente estreme). Ma sono anche un carosello di feticci in stile eighties che conquistano tanto il lettore che abbia vissuto quegli anni quanto semplicemente chi voglia comprendere un periodo per certi versi paradigmatico della storia della società occidentale (erano gli anni dell'edonismo, e della fine della Guerra Fredda). Anche Meno di zero come gli altri romanzi di Bret è una lama a doppio taglio. Si entra nella lettura spediti come locomotive, si divorano le pagine, ma allo stesso tempo una sottile inquietudine spinge il lettore a sperare che tutto finisca, al più presto, prima che sia troppo tardi!

Meno di zero - Bret Easton Ellis (Bompiani)

l'attacco di Garp...

«La madre di Garp, Jenny Fields, fu arrestata a Boston nel 1942 per aver ferito un uomo, in un cinema. Ciò avvenne poco dopo l'attacco giapponese contro Pearl Harbor e la gente era, allora, molto tollerante nei confronti dei militari - poiché tutti, d'un tratto, eran andati soldati - ma Jenny Fields, dal canto suo, era decisa di non tollerare il comportamento degli uomini in genere e in specie dei soldati. In quel cinema le era toccato cambiar posto tre volte, ma il soldato si spostava anche lui, standole sempre più addosso. Quando Jenny venne a trovarsi dietro una stupida colonna che quasi le impediva di vedere lo schermo, decise che non ci sarebbe mossa una quarta volta. Il soldato si spostò di nuovo e venne a sederle accanto.
Jenny aveva ventidue anni. Aveva piantato l'università senza neanche finire il primo anno, però aveva portato a termine la scuola da infermiera, e far questo mestiere le piaceva. Era una giovane donna di corporatura atletica, dalle guance sempre colorite; aveva i capelli bruni, lucenti, e una camminata che sua madre diceva mascolina: faceva oscillare le braccia; fianchi e sedere erano tanto snelli che, da dietro, sembrava un giovanotto. I seni - secondo lei - erano troppo grossi; Jenny pensava che, ostentando un tal petto, poteva passare per 'una donna facile e dappoco'.»

Il mondo secondo Garp - John Irving (Ed. BUR)

lunedì 22 giugno 2015

se n'è andato Remo Remotti...

(e pure Laura Antonelli, se è per questo, ma lei era una dea, e le divinità non scompaiono mai per davvero)

il trio Mcdonald...

in una delle mie scorribande nelle librerie di Siena mi sono ritrovato fra le mani Non piangete per chi ha ucciso di Ross Macdonald pubblicato da Hobby and Work, 2006. Ho cominciato a sfogliarlo quando, alzando la testa per una pseudo riflessione sull’autore, sono stato colpito da un altro Macdonald che mi faceva l’occhiolino più in alto da una smagliante copertina rossa. Si trattava di Philip Macdonald autore, in questo caso, di La strana fine di Mr. Benedik della Polillo editore. Poi un improvviso lampo mi ha riportato alla mente che avevo conosciuto, forse, nei tempi “antichi”, un altro autore con questo non del tutto originale cognome. Un certo John D. Macdonald. Ed ecco formato il trio Macdonald (mi ricorda il trio Lescano).
A casa ho cercato di mettere a posto le cose per non entrare in crisi cognitiva. Sono partito dal più vecchio:  Philip Macdonald (1899-1981), uno dei primi inglesi a trasferirsi ad Hollywood, scrittore di sceneggiature per il film della serie Mr. Moto e Charlie Chan. Il suo primo successo arriva con The rasp (Campana a morto) nel 1925 dove compare il colonnello militare Anthony Gethryrn, che gli assomiglia (anche l’autore ebbe una discreta esperienza militare), protagonista di una serie di romanzi. In genere il suo è il classico giallo di competizione con il lettore che ricorda quello di Ellery Queen. E si cimenta anche con il classico rompicapo della camera chiusa (vedi The Choice). Spettacolare I nove volti dell’assassino da cui fu tratto il film I cinque volti dell’assassino forse perché nove erano decisamente troppi. Per non venire a noia al pubblico dei suoi lettori usa diversi pseudonimi come Oliver Fleming, Anthony Lawless, Martin Porlock. È entrato nel guinness dei libri migliori selezionati da John Dickson Carr con La morte è impazzita. In La strana fine di Mr. Benedik tra gli altri, c’è Mr. Matsch, crudele e misterioso personaggio che tratta a pesci in faccia tutti quelli con cui ha a che fare (tenetelo d’occhio!) e la deliziosa Petronella Rickforth. Il libro ebbe un tale successo che fu portato sullo schermo nel 1931 dal regista inglese Michael Powell. Il quale Powell affermava che Philip «Era il migliore scrittore di gialli di quegli anni e, per quanto mi riguarda, uno dei migliori ancora oggi».
• Ross MacDonald, pseudonimo di Kenneth Millar (1915-1983), sembra essere nato per suscitare diatribe. Una l’ebbe con John D. MacDonald che lo aveva criticato per l’uso dello pseudonimo John Ross Macdonald negli anni cinquanta e perfino per il titolo del suo ultimo libro Lew Archer e il brivido blu che si rifaceva alla serie di Mc Gee caratterizzato anch’esso dalla presenza di un titolo “colorato” (Su The blu Hammer qui da Luca Conti).
Anche Chandler, sempre negli anni cinquanta, lo aveva attaccato di brutto. In una lettera a James Sandoe del 14 maggio del 1959 massacra Bersaglio mobile, il cui stile era troppo ambizioso e troppo letterario. (A dir la verità Chandler ce l’aveva soprattutto con James Cain che scriveva, secondo lui, sconciamente di cose sconce. In una lettera al solito Sandoe, del 26 gennaio 1944, scrive «Mi ha sempre irritato essere paragonato a Cain. Il mio editore pensava fosse un’idea astuta perché lui aveva avuto un gran successo con The Postman Always Rings Twice, ma qualunque cosa io abbia o mi manchi come scrittore, non sono per niente come Cain. Cain è uno scrittore di quel tipo di faux naif che disprezzo in modo particolare»).
Questo Ross Macdonald ha colpito l’attenzione di altri scrittori-critici come Manchette che, invece, lo rivaluta. In Le ombre inquiete, pubblicato da Cargo edizioni nel 2006, dice «Ho cambiato opinione riguardo a Ross Macdonald. Lo lasciavo intendere la volta scorsa. Un certo intellettualismo e la piatta fedeltà al classicismo chandleriano, in particolare alla sua figura stilistica più debole - la comparazione immaginosa -, infine la monotonia dell’intreccio, risultano di primo acchito scoraggianti. Alla fin fine, però, è proprio questa monotonia che affascina - in quanto ripetizione. La ripetizione è la chiave di Ross Macdonald…». Comunque sia, Ross Macdonald è l’ideatore del famoso detective Lew Archer che fa la sua comparsa nel 1949 in The moving target diventato un film nel 1966 con Paul Newman (Harper).
Sulle stesse strade di Santa Teresa (oggi Santa Barbara) lavora Kinsey Millhone, un'investigatrice privata nata dalla penna di Sue Graft. Piccola, scura, si tinge i capelli in maniera vistosa, vive in un garage e si sposta su una decrepita Wolgswagen. Vita difficile, perde i genitori in un incidente stradale, abita con una zia. Entra come investigatrice nella California Fidelity ma poi si mette in proprio. Due matrimoni allo sbando. Temperamento forte, ribelle, indipendente. Da seguire con attenzione. A proposito dello stile del Nostro ecco alcuni spunti che ho ricavato dalla lettura del citato Non piangete per chi ha ucciso definito dal noto critico Anthony Boucher «Il miglior romanzo nella tradizione della “scuola dei duri” che io abbia mai letto dopo Addio mio amata e Il falcone maltese». La signora che ingaggia Lew Archer per ritrovare la nipote Galley Lawrence «Era alta, sulla cinquantina, con occhi scuri e preoccupati in un viso lungo e preoccupato». Parla «con una voce che di sicuro era la migliore delle sue caratteristiche». La visione della stanza gli dà la sensazione di essere piombato nel passato e allora «Afferrai il presente per la coda e lo feci entrare a forza in quella stanza». Per dire grassa «Se i fianchi della signora Tarantine fossero stati di qualche centimetro più larghi sarebbe stata costretta a passare per traverso». Tocchi di un brutale realismo «Le vene varicose si delineavano sulle sue gambe, sotto le calze, come grassi vermi bluastri». Paragoni ed espressioni imprevedibili «La carnagione era fresca e giovanile, ma gli occhi scuri e sporgenti parevano appena usciti da una pozzanghera e appesi su quella faccia ad asciugare», «Le banconote sembrano prendere qualcosa dal modo di fare di chi le maneggia e quella mi si accartocciò in mano come un grosso verme verdognolo». A proposito di un farabutto sanguinario «Gli occhi sporgenti e le mascelle ruminanti lo facevano assomigliare a un gigantesco criceto travestito da uomo». Anche la natura non la scampa «La notte stava morendo lentamente, dissanguandosi in un’alba densa di parole». Oppure «Quando uscii dalla macchina la notte mi sovrastò come un albero con i rami fioriti di stelle». E così via. Può piacere o non piacere…
La bellezza di questo e di altri libri di Ross Macdonald (in generale) sta, non solo nella trama ma, soprattutto, nello stile. Inconfondibilmente suo. Ritmo serrato, prosa scintillante ricca di metafore che scoppiano all’improvviso, un'ironia ora leggera, ora ferocemente sarcastica, che pervade il tessuto narrativo. Una capacità istintiva di far vivere con pochi tocchi una folla o un paesaggio che sia quello della natura o quello della città. Un inno alla gioia dello scrivere, tanto che restiamo quasi in ansiosa attesa di quali altre gemme ci potrà regalare lo scrittore. E se qualche volta eccede in esuberanza, in maestria pirotecnica, siamo pronti a perdonarlo.
E poi c’è questo Lew Archer «la terza incarnazione del Privato gentiluomo» come lo ha definito Oreste del Buono dopo Sam Spade e Philip Marlowe che ci prende, ci affascina. Il suo disincanto, l'ostentata amarezza e una buona dose di cinismo non gli impediscono d'essere romantico e generoso. Si aggiunga che, al pari di Marlowe, è onesto e scrupoloso per ciò che riguarda gli onorari e non è disposto neppure a chiudere un occhio, per diecimila dollari, su un caso che non lo riguarda direttamente (in un romanzo li strappa in mille pezzi). Così ne busca spesso dai cattivoni veri, incassa cazzotti (però li rifila pure) e non può nemmeno consolarsi con il whisky che non beve, né con il tabacco, per non dire di venere (quando le donne lo insidiano fa finta di niente, se non ricordo male). Va aggiunto che l'onestà e l'integrità professionale impediscono al bel Lew d'accettare inviti a pranzo, da facoltosi clienti e da formose clientesse, in ristoranti a quattro stelle. Né accetta argenteria ed orologi di marca e perfino un ramo di rarissime orchidee che una vedova gli aveva, incautamente, fatto recapitare da un fattorino della Casa Bianca. Corretto, dunque, e provvisto di senso etico. In Il ghigno d’avorio, Hobby and Work 2007, «Sono dalla parte della giustizia, quando mi riesce di ottenerla. E quando non mi riesce prendo le parti dei più deboli e derelitti». (da baciargli le mani e portarlo direttamente ai giorni nostri).
• John D. MacDonald (1916-1986), è famoso per la serie di Travis Mc Gee, un veterano della guerra di Corea, ex giocatore di football americano che vive recuperando beni sommersi. Ho trovato un giudizio del solito Manchette. «Nel suo piccolo, soprattutto grazie alla serie di Travis McGee, è uno scrittore celebre e conosciuto in tutto il mondo. Il che non c’impedirà di considerarlo un artigiano. Perché, a dispetto delle variazioni infinite, non smette d’imitare stilemi ben noti, e poi è imitando stilemi ben noti che ogni tanto firma un capolavoro». Poi… poi è venuta una specie di luce, un lampo nella memoria e mi è apparsa una scena indimenticabile, la resa dei conti in una palude della Florida tra un criminale uscito di galera e l’avvocato che lo aveva fatto condannare. Anni sessanta, Il promontorio della paura con Gregory Peck e Robert Mitchum, tratto da The Executioners del nostro John.
A dir la verità i primi gialli della scuola dei duri a stelle e strisce che ebbi tra le mani furono quelli di Brett Halliday (pseudonimo di Davis Dresser) con il gigantesco rossiccio Michael Shayne che beveva Martell come una spugna e di Mickey Spillane con Mike Hammer che “martellava” di brutto. Non per oculata scelta personale ma per puro caso. Non avendo in tasca una lira che fosse una (desolata costante di tutta la mia “beata” gioventù) andavo talvolta dal giornalaio del mio paese Staggia Senese che teneva, oltre i giornali, anche riviste e gialli di varia natura. E… e sapete già il seguito perché raccontato più volte. Ancora alla prossima con il solito condizionale.
(articolo by Fabio «Boss» Lotti)

domenica 21 giugno 2015

...noi siamo pronti!

l'eterno ritorno di 'mpare Turiddu

«Turiddu Macca, il figlio della gnà Nunzia, come tornò da fare il soldato, ogni domenica si pavoneggiava in piazza coll'uniforme da bersagliere e il berretto rosso, che sembrava quella della buona ventura, quando mette su banco colla gabbia dei canarini. Le ragazze se lo rubavano cogli occhi, mentre andavano a messa col naso dentro la mantellina, e i monelli gli ronzavano attorno come le mosche. Egli aveva portato anche una pipa col re a cavallo che pareva vivo, e accendeva gli zolfanelli sul dietro dei calzoni, levando la gamba, come se desse una pedata.
Ma con tutto ciò Lola di massaro Angelo non si era fatta vedere né alla messa, né sul ballatoio, ché si era fatta sposa con uno di Licodia, il quale faceva il carrettiere e aveva quattro muli di Sortino in stalla.»

Cavalleria rusticana
Giovanni Verga (Ed. Bompiani)

venerdì 19 giugno 2015

santuario in celluloide...

l'idea di Sanctuary (Santuario), è abbastanza noto, scaturì dal proposito di William Faulkner di scrivere un libro capace di renderlo ricco (il futuro premio Nobel aveva infatti già dato alle stampe opere seminali come L'Urlo e il furore e Mentre morivo, senza riuscire mai a guadagnarci un soldo): da ciò la messa a punto del suo più famoso romanzo, uno scritto ad alto gradiente sensazionalistico (perlomeno per gli standard dell'epoca), allestito secondo schemi che anticipano il pulp e che, dato alle stampe nel 1931, portò finalmente al suo autore il successo mettendo fine a gran parte dei suoi problemi economici.
In Santuario il grande bardo del Mississippi affronta, in modo incredibilmente attuale, i temi del Male e della corruzione morale con quel piglio epico e quel tipico incedere pregno di similitudini baroccheggianti che diventarono da subito la caratteristica principale del gotico meridionale. Il libro produsse a Oxford, ridente cittadina del sud in cui Faulkner viveva, uno scandalo notevole e, come scrisse Fernanda Pivano, «amici e parenti lessero il libro di nascosto, avvolgendolo in carte pesanti mentre lo portavano dal negozio di MacReed a casa, e subito andando a protestare dall'autore. Era fin troppo evidente, oltre tutto, che l'autore mostrava di conoscere un po' troppo da vicino gli ambienti che in quegli Anni Rosa sembravano malfamati: i contrabbandieri di alcool, i bordelli, le maîtresses».
Ma soprattutto quel gran parlare di sé spalancò allo scrittore le scintillanti porte di Hollywood: a parte le numerose sceneggiature di film importanti come Acque del Sud e Il Grande Sonno di Howard Hawks (cui Faulkner partecipò col solito distacco/disprezzo di matrice sudista, accettando il lavoro solo per potersi permettere un alto tenore di vita), fu proprio Santuario a ingolosire la settima arte: già nel 1933 il regista Stephen Roberts trasse dal romanzo una prima, abbastanza riuscita trasposizione intitolata Perdizione (The Story of Temple Drake), che spezzettata in più parti è visibile sul tubo, mentre Tony Richardson ne realizzò una seconda versione nel 1960 (da noi giunse col nome di Il Grande Peccato) anch'essa presente in rete. Quest'ultima, invero un po' raffazzonata, mescola nello scandire delle vicende anche parte del seguito letterario dell'opera, quel Requiem per una monaca che William Faulkner diede alle stampe nel 1951 mescolando gli stili (parte del libro è scritto per il teatro, al punto che Albert Camus ne fece una spettacolare versione per il palco).