mercoledì 4 marzo 2015

la natura crudele del maturo Fenoglio

Un giorno di fuoco è la seconda delle tre antologie di racconti scritte dall'immenso Beppe Fenoglio - pubblicata postuma - la cui caratteristica peculiare consiste nella pressoché totale assenza di sentimentalismo a sostegno di una lucida rievocazione delle proprie radici: Caterina del Freddo data in sposa bambina, il fatto di sangue di Pietro Gallesio, la torma di contadini statuari e silenti come monadi sotto il sole, le donne incartapecorite, i preti di ripiego senza più alcuna fede, e sullo sfondo il paesaggio brullo e ingeneroso delle Langhe, la terra che unisce queste storie impossibili da amare, impossibili da odiare, impossibili soprattutto da dimenticare. Tra cronaca attenta e dolorosa nostalgia, questo gruppo di storie compone una piccola mitologia portatile di un Piemonte ormai inghiottito dalle spire della contemporaneità. Implacabile despota che esige inesorabilmente un tributo, la «natura» - già ossessione delle pagine di questo Monumento Letterario Nazionale sin dai tempi de La malora - é un opprimente richiamo non solo nei confronti di chi le fa resistenza, ma anche di chi accetta di subirla, poiché i volti dei protagonisti deteriorati dal tempo paiono sopportare una sofferenza atavica e inintellegibile, figlia di un destino legato a doppio filo con la materia stessa di cui è composto l'essere umano. Una liaison che emerge palesemente nelle figure delle donne che abitano questi racconti: al contrario dei cliché della letteratura tradizionale contadina, dove le donne vengono rappresentate come granitici numi tutelari della casa - costituendone obbligati punti di riferimento - nel contesto dei racconti di Fenoglio, invece, esse incarnano, proprio in virtù della natura possessiva del rapporto con il loro uomo, un'entità sì cardine ma al contempo castrante, avviluppate al punto da tramutarsi in vecchie megere sterili come viti secche, che si concedono ai preti e che si chiudono entro le mura domestiche precludendosi il contatto col mondo esterno (si pensi alla zia de Un giorno di fuoco o alla moglie di Maggiorino ne Ma il mio amore è Paco).
E poi la terra avara, il lavoro dei campi che consuma l'uomo nel fisico e ne contunde lo spirito, piegandone la volontà. I giorni che scorrono derubando alla vita porzioni sempre più consistenti di illusione e speranza. Nella descrizione di questo piccolo mondo antico (e universale) non c’è pietà, né compassione: il realismo crudo che sorregge l'opera del Fenoglio più maturo è al tempo stesso un poetico atto d'amore verso la sua terra e una riflessione acutissima sulla transitorietà del dolore nelle cose umane. Semplicemente spettacolare.

Un giorno di fuoco - Beppe Fenoglio (Ed. Einaudi)

martedì 3 marzo 2015

meta thriller lombrosiano...

«Poiché non è né città, né campagna, né montagna, né periferia, ma un ibrido che contiene la misura cosmetica degli stenti di ogni luogo, Cossila è un paese triste.
Angustia e transitorietà di posizione su cui incombe Oropa. Sconfitta e vicaria presenza di Cappelle Votive la cui devozione è prorogata alla Vergine Bruna del Santuario di Oropa. Funzione panoramica dai requisiti mortificati di uno sfondo per lo più di sanatorio. La comprova dell'architettura di piccoli edifici che promettono la scolorita salubrità differita delle vetrate di verande invernali. Sono schermi d'anima alla circolazione di un sentimento di gioia. Non c'è nulla di più triste in natura che l'angolo giardino, la miniatura verde personalizzata, tirata su dall'ostinazione in spazi stentati, grottesca replica del lusso riprodotto in versione pettinata e sbarbata modello vivaio. Aiuole immalinconite da privazioni di sontuosità. Isolati bossi scolpiti senza la ripetitività dello schieramento geometrico sembrano bottegai in cerca di refrigerio. Nobili cedri contagiati dal brusio alimentare di una mensa di ricovero. Verdi tempietti corredati da tavolino e bandierine segnavento sempre deserti»

Contro la mia volontà
Oddone Camerana (ed. Einaudi/La Stampa)

lunedì 2 marzo 2015

il lato turpe del Sud...

Meno noto di molti suoi eminenti colleghi ma indiscutibilmente il più amaro esponente della cosiddetta letteratura sociale degli Stati Uniti, Erskine Preston Caldwell (1903-1987) è l'autore del memorabile «ciclo del Sud», da lui composto in solitudine e tra gli stenti, in una fattoria semiabbandonata. Ne sono protagonisti i poveri bianchi, quelli che poco o nullo spazio trovano nell'opera della grande genia di narratori southern capitanata da William Faulkner: un'umanità povera, sporca, ignorante, avvilita e violenta, alle prese con la fame, il sesso e gli altri istinti primordiali (oggi è consuetudine riferirsi a loro con il termine «white trash», spazzatura bianca). Personaggi che non hanno nulla di eroico e che vivono storie di quotidiana miseria, ignoranza e degradazione; una realtà fotografata senza nessun filtro, defraudata di ogni forma di venatura lirica per smussare gli angoli. Quello di Caldwell è un realismo depotenziato di qualsiasi forma di pietà (e moralismo): i suoi romanzi sono crudi, intensi e disperati, scritti con una prosa sobria e disadorna, anni-luce distante da quell'aura di 'epos' che tutto sommato avvolge i «miserabili» steinbeckiani.
Erskine Caldwell racconta invece un Sud atavico e rurale, privo di aloni romantici: sconfinate distese di terra fiaccate dalla siccità e da un sole perennemente a perpendicolo, fette di mondo popolate da un'accozzaglia di poveracci cui la ferocia della Grande Depressione ha sottratto ogni prospettiva futura, gente ridotta allo stato brado da una crisi economica che ha fagocitato torme di nullatenenti costringendoli a vivere di stenti mentre una ristretta cricca (la solita) di maggiorenti rimpinguava impunita le proprie casseforti. Attraverso un'ironia sottotraccia che non si perita di sfiorare il grottesco, Caldwell ha avuto il coraggio di mostrare alla ridente e fiduciosa America la propria faccia più oscura, quella più torbida e sgradevole, descrivendo il baratro di degradazione in cui l'uomo precipita quando è costretto a mollare gli ormeggi della dignità. Così ne La via del Tabacco, o ne Il predicatore come ne Il piccolo campo, i personaggi schiacciati dalla fame e dalle umiliazioni abdicano addirittura la postura eretta, rinunciando al loro lato umano per muoversi come plantigradi all'interno di uno scenario desolato e privo di speranze. Staccandosi di parecchie spanne da buona parte della ricerca narrativa a lui coeva, l'autore focalizza con efficacia temi di difficile trattazione: il delirio religioso, l'alienazione del diverso, la depravazione come sfogo, i comportamenti ossessivi (la vecchia che in Tobacco Road continua ad accendere il fuoco pur non avendo nulla da cuocere).
Dotato di una meticolosa capacità rappresentativa nel registrare il lato turpe della vita, Caldwell ha finito per diventare il cantore di un cinismo che se oggi suona forse molto "moderno" per lungo tempo l’ha relegato in una sorta di limbo editoriale, cosicché reperire i suoi libri - dopo aver venduto più di ottanta milioni di copie nel mondo (traduzioni in 43 lingue) - per buona parte degli ultimi decenni è stata impresa assai difficoltosa (soprattutto dalle nostre parti). Pure, non v'è traccia di compiacimento nei suoi scritti, poiché la cruda contemplazione della barbarie umana viene sempre accompagnata da uno sguardo dolente che rinfocola la speranza. Ma le rudi istantanee descritte dalla sua penna hanno per molto tempo disturbato la società. Troppo dura l’immagine del linciaggio di un ragazzo di colore incolpevole (Fermento di luglio). Inquietante e sgradevole l’idea di un predicatore che imbroglia e seduce la donna di colui che l’ha ospitato (Il predicatore vagante). Spiazzante l’immagine di una ragazza sacrificata da una madre ambiziosa e spietatamente sensuale (Claudelle).
Se è vero che oggi, grazie anche alla riproposizione di alcune delle opere per i tipi della Fazi, è in atto una timida riscoperta nel Belpaese dell'autore statunitense (dopo l'ormai vetusta spinta promotrice di Elio Vittorini, che negli anni cinquanta ne tradusse alcuni tra i più fulgidi capolavori), va riconosciuto che neanche in patria il successo fu immediato - proprio a causa di quegli eccessi che oggi, in epoca post-Tarantino, sembrano essere la norma. Un grande scrittore senza se e senza ma, tutto da scoprire.

domenica 1 marzo 2015

«io i morti non li porto. Li faccio!»

Django 2 - Il grande ritorno è un tardo-spaghetti del 1987 diretto da Nello Rossati (con lo pseudonimo di Ted Archer). Gli appassionati e i cultori del western all’italiana, pur essendo ormai il fenomeno più che morto e sepolto, annusarono da lontano la puzza di tradimento e disertarono con risolutezza questo azzoppatissimo seguito del primo, leggendario Django firmato da Corbucci. Al netto di un carico palese di buone intenzioni da parte della produzione, il sequel svacca completamente mandando in malora un'idea in fondo valida e ragionevole: quella di riportare l'attenzione, con un'ottica moderna, su un personaggio che aveva fortemente impressionato i cultori (vabe', il revival da parte di Tarantino era ancora da venire, ma questo è tutto un altro discorso!).
L’impresa parte subito in salita nonostante la disponibilità ufficiale di Franco Nero a vestire per la seconda volta i panni del pistolero con la bara. Non deve neppure fingere che il tempo non sia passato perché l’ambientazione temporale della nuova pellicola è collocata esattamente vent’anni dopo la prima impresa. Con qualche intoppo nel reperimento dei fondi, il film entra finalmente in produzione con un soggetto che prevede l'eroe ritiratosi in convento, costretto a riabbracciare le armi in seguito al rapimento della figlia.
Rossati cerca di aggiornare le coordinate del personaggio rimestando nel calderone degli stereotipi del genere con la volontà di rinverdire i fasti di un cinema, quello nostrano, ormai irreversibilmente annichilito dall'allora nascente strapotere della tv. Così facendo però contamina e fraintende i codici del western all’italiana confezionando un action che guarda - senza averne il budget - ai grossi successi del periodo. Il Django rossatiano, con i lunghi capelli come Keoma trattenuti in un codino, assomiglia infatti più al Rambo di Stallone che al Sandokan di Sollima, anche se il contesto in cui è calato non è più quello della Frontiera ma spazia negli orizzonti pirateschi di un Sudamerica torrido e indefinito. Non utilizza più la bara per trasportare la sua mitica mitragliatrice, bensì un più scontato carro funebre.
L'opera, alla fine, non è malcongegnata, anzi offre allo spettatore più di qualche interessante suggestione visiva, ma non ha né i tempi né le caratteristiche del primogenito, distaccandosi dal quale finisce involontariamente per celebrare una sorta di tardivo funerale al genere che per più di un decennio (il cavallo tra i Sessanta e i Settanta) aveva movimentato e reso universale il nostro cinema. Col senno di poi, forse questo strano Django 2 - Il grande ritorno avrebbe meritato maggior gloria perché gli attori sono ben assortiti, con un Christopher Connelly a suo agio nei panni del villain e un Nero ancora tonico e convincente. Ma è la costruzione drammaturgica del film a risultare insulsa e fallace, a partire da situazioni spesso gratuitamente grottesche fino al triplice deus ex machina (la schiava nera che origlia, le bolas del ragazzo, l'arrivo del becchino) assolutamente implausibile che fa da preambolo all'ancor più incredibile massacro finale. Funzionano bene gli interpreti principali, lo ribadiamo, ma la media delle comparse (con tutta probabilità trovate in loco, cioè in Colombia) è davvero miserrima e il tanfo della cialtroneria delle maestranze (una volta fiore all'occhiello della nostra cinematografia e ormai in dismissione) ammorba ogni dannatissimo frame della pellicola. So goes life!

venerdì 27 febbraio 2015

l'ultimo viaggio di Spock...

mestizia superomistica...

William Wrey è un barbuto artista californiano dalle straordinarie doti illustrative. Sperimentando una gamma eclettica di stili, ha alla fine sintetizzato una sua voce precipua ed originale, un tratto mesto e crepuscolare che contiene al suo interno sia gli echi della pittura tradizionale che lo sperimentalismo pollockiano più estremo. Godetevi i suoi splendidi, e tristissimi, supereroi...

giovedì 26 febbraio 2015

innumerevoli ombre: Puglia...


Innumerevoli Ombre è una web serie ideata e prodotta da Antonio Micciulli, già autore dell'ottimo Tempo di Reazione e qui nelle vesti di sceneggiatore puro (il titolo della serie è un omaggio al racconto Inviti Superflui di Dino Buzzati).
Suddivisa in quattro episodi raffiguranti quattro diverse storie accomunate da un affine impianto goticheggiante, Innumerevoli Ombre segna il debutto nel genere seriale del quartetto di filmakers impegnati nei quattro diversi episodi. «Ambientata nell'Italia contadina di fine 800, Innumerevoli Ombre analizza un sentimento unico, che percorre tutti gli episodi: la distanza rispetto agli altri e la mancanza di empatia, che si traduce in egoismo ed egocentrismo. La serie si interroga sugli effetti che questa distanza produce quando si riversa nei confronti di un coniuge, dei familiari o quando è rivolta a tutti quelli che vivono nello stesso ambiente».
La serie ha esordito on-line nello scorso gennaio. L'aspetto generale è più che valido, la resa delle storie abbastanza solida e intrigante. Gli episodi (il quarto deve ancora uscire) adottano i vari dialetti delle regioni in cui si svolgono (Pugliese, Friulano, Marchigiano, Veneto) e sono sottotitolati in italiano. Nel cast figurano nomi come Fulvio Falzarano (Benvenuti al Sud, Benvenuti al Nord), Fabrizio Buompastore (Distretto di Polizia, Raccontami) e Diego Pagotto (Bella Addormentata, L'Uomo che Verrà). A firmare i quattro episodi sono Dario Di Viesto, Federico Scargiali, Luca Simon Biccheri e Federico Spiazzi.

capitani coraggiosi...


pic (and project) by Dott Porka.

mercoledì 25 febbraio 2015

la vendetta del fattore...

Vengeance Is Mine (conosciuto anche con il titolo Sunday in the country) è un semidimenticato titolo appartenente alla cosiddetta canuexploitation - schiatta di pellicole, cioè, realizzate in Canada grazie ad un regime di particolare detassazione fiscale nei primi anni '70.
Firmato da un efficace cineasta nativo di quella terra, John Trent, il film è sicuramente uno dei migliori revenge-movie figli di quel periodo (da noi, uniformandolo al gusto bronsoniano allora in voga, i distributori lo ri-titolarono La giustizia privata di un cittadino onesto. Sì, vabbe'!).
Il grande Ernest Borgnine, attore magistrale che in questo lungometraggio riesce a superare sé stesso interpretando un ruolo che gli calza a pennello, è un tranquillo uomo timorato dal Signore, un contadinotto che vive nella sua fattoria assieme alla nipote cercando solo di starsene per i fatti propri. Ma quando una gang di rapinatori sopraggiunge a imporgli la propria presenza per ripararsi dalla polizia, una feroce sete di giustizia s'impossesserà dell'uomo, trasformandolo in un sadico torturatore che sevizierà i fuorilegge.
Film bello tosto, con momenti di compiaciuta violenza e una sottilissima linea a demarcare la legge dalla giustizia sommaria, Vengeance Is Mine è un pugno nello stomaco di rara limpidezza. A tratti ispirato da L'ultima casa a sinistra - sia per l'ambientazione rurale che per il tema dei tre criminali rifugiatisi nel posto sbagliato - è da intendersi come una sorta di gioiello che sicuramente, col senno di poi, andava un po' sgrezzato: la linearità della prospettiva campagnola infatti è talvolta troppo semplicistica, sicuramente un po' ingenua, soprattutto quando il personaggio del fattore viene dipinto come uno zotico redneck dalla mentalità chiusa in un guscio che dispensa a ripetizione i suoi aforismi sempre incentrati sul granoturco. Trent però ha le idee chiare e, cosa che gli fa onore, non punta all'exploitation nuda e cruda quanto piuttosto a una riflessione sul labile confine tra bene e male, giustizia e giustizialismo; banditi quindi splatter e crudeltà gratuite (eccetto forse per un paio di scene comunque poco grafiche) la visione d'insieme si regge quasi esclusivamente sul notevole apporto di un cast decisamente convincente (Borgnine a parte, si segnala anche un ottimo Michael J. Pollard); Indubbia la tensione nei momenti della vendetta, vigorosa la messa in scena, anche se il finale poteva essere più eclatante. Sparito completamente dalla circolazione, merita sicuramente un recupero doveroso.

martedì 24 febbraio 2015

la biblioteca di Twain...

(abbiamo fornito il nostro piccolo contributo alla biblioteca della Scuola Twain di Matteo Righetto. Il nostro consiglio di lettura per i docenti di Lettere è Lo scuru, di Orazio Labbate. Per chi ancora non lo conoscesse, trattasi di vera goduria narrativa: una scrittura, quella del giovane autore siciliano, capace di mescolare magia e meridione con una lingua viva e mordace, impregnata di furore faulkneriano ma anche di reminiscenze veriste amalgamate con abilità e grande coraggio... una gran bella prosa, insomma, dall'autore della quale ci attendiamo grandi cose: forza Ora'!)

lunedì 23 febbraio 2015

la prosa intagliata nel legno di Pardini...

«La domenica mattina, o il sabato pomeriggio, Mastre e Veronio aprivano la gabbia a Panterina, che usciva nel verziere. Avvicinatasi al tronco d’un fico, lo incideva con gli artigli. Poi fiutava i muri, guardando in alto. Pareva ammirasse il cielo. In contrasto col manto nero, gli occhi gialli erano pepite d’oro. E anche il collare d’acciaio brillava in maniera insolita. Alla carne macinata, preferiva polli e conigli, che loro compravano al supermercato. Talvolta glieli strappava di mano con una zampata, addentatoli. Le ossa scricchiolavano tra le mandibole. Delle galline, lasciava zampe e testa, dei conigli soltanto la testa. Dopo, entrava in casa. Sdraiata sul divano, s’assopiva. Alle loro carezze restava assai distaccata. Avessero insistito, li avrebbe guardati coi suoi occhi traversati da un riverbero cupo. Se invece era lei a voler giocare, gli accostava collo e schiena alle gambe. Durante uno di questi giochi, profittando del fatto che Veronio voleva allargarle il collare, se lo sfilò tirandosi indietro di scatto. Adesso non sapevano come fare per riportarla nella gabbia. Provarono mettendovi della carne. Sazia, la ignorò. Andò dentro, passata mezzanotte.

Venne freddo. Il sole batteva nel suo angolo solo al mattino. Teneva gli occhi socchiusi, il corpo percorso da un tremito. Mastre e Veronio pensarono fosse ammalata. Chiesero a Michelangela se conosceva un veterinario di cui fidarsi. Il veterinario consigliò di metterle paglia nella stia. Animali assai umorali, male accettavano l’inverno, specie in cattività. Loro tanto fecero. Ma lei ammucchiò la paglia in un angolo, muovendo le zampe anteriori alla stregua di braccia. Voleva stare sulla terra nuda. Come di consuetudine, un sabato pomeriggio la liberarono. Uscì, stiracchiandosi e sbadigliando. Poi, salita sul fico, dai rami alti scavalcò il muro, scomparendo. Esterrefatti, Veronio e Mastre si guardarono in silenzio. Dalle case vicine provenne qualche grido, che pareva più di meraviglia che di paura. Colti dal panico, decisero disfarsi della gabbia che, in breve, ridussero a ferraglia. Poi, col furgone, andarono a gettarla in una discarica abusiva, vicina al Tevere. Tornando indietro, trovarono nel quartiere le macchine della polizia.»

da “La sfida e la pantera
in Il viaggio dell'orsa
Vincenzo Pardini (Ed. Fandango)

domenica 22 febbraio 2015

morte violenta tra le stelle...

i sequel di alcune tra le più popolari saghe horror possono contenere, nel loro pazzo tentativo di rinverdire icone che periodicamente sembrano destinate all'oblio (salvo risorgere all'improvviso, come da manuale), qualche guizzo creativo davvero interessante.
Jason X (o meglio J-X come da originale), decimo episodio del 2002 con protagonista il carnefice di Venerdì 13 con la sua immancabile maschera da Hockey, è sicuramente una pellicola appartenente a quella florida genia di lungometraggi strampalati cui però si deve riconoscere un certo indomito coraggio cheap.
Dopo avere affrontato Freddy Krueger, qui l'ineffabile Jason Voorhees viene congelato attraverso un processo criogenico assieme a una studiosa artefice della sua ibernazione. Dopo 455 anni i due corpi vengono portati a bordo di un'astronave e una volta lassù la scienziata viene guarita e rianimata. La donna è convinta che Jason sia ancora vivo ma inizialmente nessuno la crede tranne il capo degli scienziati che però vuole rivendere il mostro ai militari. Nel frattempo il killer si desta e la carneficina riprende il suo micidiale abbrivio.
Se dopo tanti capitoli non si poteva che prevedere un inutile e stanco reiterarsi delle mattane del mostro, Jason X, forte di una sceneggiatura fresca e autoironica, riesce invece a stupire inserendosi di prepotenza tra i migliori titoli della saga. Il film ha il grande merito di non prendersi mai sul serio, risultando un divertissement sanguinoso fatto apposta per gli amanti del genere: vedere Jason che si muove con il suo classico terrificante incedere tra i corridoi di una nave spaziale, impugnando un machete futuristico e sorprendendo alle spalle le proprie vittime come se fosse uno dei viscidi xenomorfi di Alien, è innegabilmente divertente!
Jason X pesca a piene mani dalla fantascienza più celebrata (senza inventare nulla, sia chiaro: il regista Jim Isaac attinge, oltre cha da Alien, anche da Predator - soprattutto nelle fattezze del Jason upgradato - e da Star Trek per l'ambientazione dell'astronave e per la faccia da "Shatner" del professore della comitiva), rinfocolando interesse per un personaggio ormai stanco che solo il reboot del 2009 riporterà al vero successo. Naturalmente inutile farsi illusioni, si tratta sempre della consueta comitiva di giovinastri con gli ormoni surriscaldati massacrati in quanto scoponi o ritardati, e stiamo in fondo parlando sempre di Jason che fa sfracelli col machete. Però qui abbiamo l'aggiunta di una piccola truppa di militari del futuro armati fino ai denti e di una sexy androide di nome Kay-Em 14 che si rivela essere la più valida macchina da guerra contro Jason (e qui fa subito un po' Terminator).
Alcune situazioni a fare i pignoli potrebbero sembrare del tutto prive di logica, si fa un pò di confusione con le date, alcune cose nel futuro possono sembrare abbastanza assurde - tipo fare un'autopsia senza mascherine protettive e quasi in topless, senza uno straccio di camice. E la GC è ancora invadente come si usava nei tardi Novanta. Ma nel complesso si ride e ci si spaventa di gusto, e questo è già tantissimo per un prodotto di questa (sotto)specie. Giudizio finale: sconsigliato ai puristi dell'horror classico che non hanno a cuore la fantascienza.

sabato 21 febbraio 2015

emozioni in balloon

Appena approdato in edicola e subito record di vendite. Si tratta di L'eroe e la leggenda (Sergio Bonelli Editore, € 6,90), volume speciale di "Tex" in formato album (22,5 x 30, 5 cm.) e con tavole pittoriche a colori, realizzato dal maestro del fumetto Paolo Eleuteri Serpieri. In questo "Tex d'autore" - primo esperimento di una collana annuale che proporrà in futuro l'opera di altri grandi cartoonist alle prese con l'inossidabile personaggio ideato da Gian Luigi Bonelli e Aurelio Galleppini - Serpieri torna al western a fumetti dopo decenni trascorsi a rimpolpare i sogni degli appassionati di fantascienza erotica, particolare filone illustrativo del quale è tutt'oggi una figura di riferimento (l'artista, non dimentichiamolo, è stato allievo di Guttuso).
Così, dopo l'inarrivabile ciclo di Druuna l'artista veneziano ritrova il suo primo amore: quel selvaggio territorio americano di cui è stato uno degli interpreti grafici più sanguigni e documentati, in racconti entrati nella storia del fumetto mondiale. Le tavole sono fantastiche, la storia anche. Un piccolo regalo per i cultori di Aquila della Notte.

venerdì 20 febbraio 2015

mad max: cresce l'hype...

Vertigo, etichetta della DC Entertainment, collabora con il regista George Miller su due prossimi progetti basati sul film più atteso della stagione cinematografica a venire. Il primo è un cartonato Deluxe Edition intitolato Mad Max: Fury Road: Inspired Artists, in cui sessantacinque artisti creeranno arte ispirata al mondo di Mad Max: Fury Road. Il secondo una miniserie a fumetti in quattro parti che seguono i quattro personaggi principali del film e raccontando le loro storie in un preludio che porta alla scena d'apertura del film.
Inspired Artists conterrà opere di 65 artisti visionari che sperimenteranno il loro stile sul mondo di Mad Max: Fury Road. Ognuno dei lavori degli artisti sarà ispirato dal deserto post-apocalittico di Miller. Queste opere - alcune delle quali già visibili in rete - declineranno molti degli scenari della pellicola: da spettacolari sequenze d'azione ad inquietanti ritratti dei personaggi. Gli artisti che partecipano al "book" includono Lee Bermejo, Dave McKean, Cliff Chiang, Nicola Scott, Stephanie Hans, Tara McPherson. Il libro sarà disponibile dal 6 maggio in anticipo sull'uscita del film fissata in Italia al 14 maggio.
Per quanto riguarda il prequel a fumetti le quattro storie sono scritte da George Miller, Nico Lathouris e Mark Sexton. Le storie seguiranno i personaggi Nux, Immortan Joe, Furiosa e Mad Max il cui episodio si snoderà in due parti. (fonte: la rete)

l'Amore della Morrison...

Nata in Lorain, Ohio, da una famiglia nera della classe operaia originaria dell'Alabama, Toni Morrison esordisce in letteratura nel 1970, arrivando a conquistare il Nobel nel 1993. Amore è un poderoso romanzo corale in cui, per mezzo di un calibrato utilizzo del meccanismo dei flash-back, si sonda la natura dell'animo umano focalizzando l'attenzione sul sentimento nelle sue più accese sfaccettature: innamoramento, passione, lussuria. Ma la sua prosa secca e viscerale non manca di compiere una approfondita disamina anche delle nervature sulle quali la società afroamericana si regge, società cui la scrittrice appartiene a pieno titolo e grazie allo scandaglio della quale è diventata oggi un'icona: «Malcom X l'aveva capito: la segregazione rende omogenea una comunità», ebbe a dire in una delle sue tante interviste.
All’epoca in cui si svolgono i fatti del libro il personaggio principale Bill Cosey è deceduto, lasciando dietro di sé «le donne della sua vita» che battagliano per il suo possesso, esattamente come ai tempi in cui questi era vivo. «Amico» ed «estraneo», «benefattore» e «amante», «marito» e «custode», «padre» e «fantasma»: per Christine ed Head, per Junior e May, Bill è stato - ed è ancora - l'oggetto del contendere, esacerbando uno stato di perenne assedio (e di battibecco sfibrante). Fin da quando l'uomo decide di sposare Head, bambina undicenne, la migliore amica della sua nipotina, Christine. Da quel momento, il legame tra le due, fatto di una «combinazione di resa e ammutinamento di cui non potranno più fare a meno» si trasforma in un odio feroce, instancabile, capace di autoalimentarsi per decenni. Ma che porterà alla catarsi finale. La Morrison con questo romanzo offre quindi al lettore un interessante spettro dell'amore (e già la volontà di un simile approccio rappresenta una sfida potente, che ne evidenzia la caratura autorale) vivisezionato attraverso molteplici punti di vista. L'amore che fa male ma di cui non si può fare a meno. Quello che divide e che unisce solo nella morte. Abilissima nel descrivere le contraddizioni di una femminilità convulsa (perché il libro diventa naturalmente anche una riflessione sulla femminilità, le sue insicurezze, le sue fragilità), la scrittrice ha saputo imbastire per questo libro una trama in grado di far evocare ai critici americani un nome cui spesso si fa ricorso per i suoi lavori: William Faulkner. Ma da grande scrittrice qual'è, la Morrison ha però sempre rispedito al mittente la similitudine «Sono renitente ai paragoni, specie con gli autori che ammiro. Mi piace Faulkner e lo considero il più importante tra gli statunitensi per il suo stile e per la sua conoscenza della comunità afro-americana. Ma adoro pensare che il mio lavoro sia inconfondibile, unico, diverso da ogni altro». Una curiosità: in occasione della “lectura” del dicembre '93 per gli accademici di Svezia, l'autrice statunitense scelse come argomento il linguaggio, paragonato a un passerotto che dei ragazzini tengono in mano e che possono, a loro scelta, far vivere o fa morire. E non c'è dubbio che, grazie all'opera di scrittrici come la Morrison, quel passerotto continui oggi a godere di ottima salute.

Amore - Toni Morrison (Ed. Frassinelli)

giovedì 19 febbraio 2015

le prime 25 storie nere di Rusty...

Rusty Dogs è un webcomic gratuito e seriale, composto da storie brevi scritte dal nostro amico Emiliano Longobardi e disegnate da alcuni fra i migliori disegnatori italiani. E stiamo parlando di professionisti che lavorano per i più importanti editori italiani ed europei come Lelio Bonaccorso, Claudio Stassi, Werther Dell’Edera e Andrea Del Campo, giusto per fare qualche nome - e solo un autore pervicacemente innamorato del genere noir come Longobardi poteva riuscire a coinvolgerli tutti in un progetto di simile fattura, avulso da qualsiasi logica commerciale e promozionale ma incredibilmente denso ed efficace perché scritto con il cuore (e il sangue) con il principale obiettivo di omaggiare libri, musica e cinema d'un certo tipo!
Il format stesso di Rusty Dogs è figlio dell’esigenza di coinvolgere in maniera quanto meno impegnativa tutti i disegnatori radunati nella squadra: racconti brevi e taglienti che non lasciano spazio a speculazioni e che hanno la precipua particolarità di colpire duro in ogni singola tavola.
Rusty Dogs si dipana in episodi realizzati di volta in volta da artisti di gran calibro, anche se la struttura di fondo resta la stessa: sceneggiature equilibrate e di qualità sempre professionale, un bianco e nero che ti colpisce allo stomaco con la sua intensità.
Noi ne siamo avidi consumatori da anni, e ci piace segnalare qui la raccolta dei primi venticinque episodi della serie, scaricabile in un fiat, pronta da gustare (e da ammirare). Keep in touch, Emiliano.

mercoledì 18 febbraio 2015

Van Cleef duro e puro!

Clayton, ex sceriffo di Jefferson, salva dall'assedio di alcuni bounty killer il giovane Philip, che è stato ingiustamente accusato dai tre prepotenti fratelli Saxon di aver ucciso il loro padre. Credendo però che anche Clayton sia un cacciatore di taglie, Philip cerca di stargli alla larga. Finisce nelle mani dei Saxon, uno dei quali dà ordine di procedere alla sua impiccagione. Clayton allora interviene, confessando ai fratelli Saxon di essere stato lui a uccidere il loro crudele padre. Questo condurrà la vicenda all'epilogo in un furioso, splendido duello risolutivo.
Non solo il bel tema musicale (non a caso morricononiano) di Bacalov ha recentemente rivissuto di nuova linfa grazie alla scelta (pare arbitraria) di Tarantino come accompagnamento per la feroce sequenza anime del suo Kill Bill, ma l'intero Il grande duello (è del 1973, quindi si può considerare sicuramente un tardo spaghetti) merita - meriterebbe - una riscoperta, specie per le leoniane sequenze d'apertura e chiusura.  Il regista Giancarlo Santi fu infatti aiuto di Sergio Leone e si vede (stesso respiro, stesso ritmo, forse pure troppa enfasi per una storia in fondo banale e priva di reale mordente: lo sviluppo «giallo», in cui l'assassino si rivela solo nel finale, rallenta parecchio la parte centrale).
Ma è nei colori e nella messa in scena che il lungometraggio si riscatta, con sequenze epiche e suggestive, in seguito scopiazzate di continuo (le sagome nere in mezzo al fumo della stazione, il duello finale tra i corrales vuoti). Il protagonista è un grande Lee Van Cleef (altra inarrivabile icona leoniana) mentre al suo fianco compare un giovane Alberto Dentice, che presto abbandonerà il cinema per diventare un noto giornalista. Per i cultori del genere.