sabato 19 aprile 2014

venerdì 18 aprile 2014

ferro e fuoco a fumetti...

Ferro e fuoco, secondo romanzo del titolare di questo blog, diventa un fumetto nelle tavole dei partecipanti al concorso di disegno indetto da Comics Zone 2014, manifestazione che ogni anno l'associazione culturale Darf organizza a NOCI (Bari) nelle giornate del 30-31 maggio, 1-2 giugno.
Numerose sono le novità di questa edizione del festival: saranno messi in luce i rapporti del fumetto con le altre arti quali letteratura, cinematografia e sartoria (grazie al fenomeno del cosplaying) con mostre dedicate ad alcuni degli autori del panorama nazionale ed internazionale come Giuseppe Palumbo, Yoshiko Watanabe, Onofrio Catacchio, Lele Vianello, Sebastiano Vilella;
Saranno così le cosplayer baresi?
• una parata e gara cosplay con giuria di competenza; un live skeching con gli autori di cui sopra, ma anche con tanti altri quali ad esempio Andrea Buongiorno e Walter Trono;
• proiezioni di lungometraggi d'animazione;
• estemporanee di disegno con il coinvolgimento delle scuole presenti sul territorio pugliese (Lupiae Comix, Scuola del fumetto di Lecce, Momiji, centro di lingua e cultura giapponese di Bari - Grafite, Scuola di grafica e fumetto);
• workshop con maestri quali Andrea Yuu Dentuto, Yoshiko Watanabe, ma anche Ilaria Ferramosca, Ketty Formaggio, Giuseppe Palumbo, etc;
• un concorso di disegno (le cui iscrizioni saranno aperte fino al prossimo 26 maggio) rivolto ad appassionati di settore, ma soprattutto a tutti i ragazzi che hanno la volontà di mettersi in discussione (ispirandosi alla trama e all'intreccio del romanzo Ferro e Fuoco di Omar Di Monopoli); • un concerto con la cover band di musica cartoon «Le Stelle di Hokuto».
Una vera e propria full immersion nel mondo del fumetto, che vedrà giungere a Noci non solo importantissime figure professionali ma anche numerosi appassionati di fumetto da tantissime città pugliesi e non.

ciao Gabo...

giovedì 17 aprile 2014

xv edizione Premio Kihlgren - Città di Milano

Anche quest'anno il titolare del blog prende parte alla giuria del prestigioso Premio Edoardo Kihlgren Opera Prima Città di Milano edizione 2014 (tra l'altro, assieme a personaggini come Ermanno Olmi, Caterina Bonvicini, Isabella Bossi Fedrigotti, Vincenzo Consolo, Moni Ovadia, Antonio Scurati, Roberto Saviano, Cosimo Argentina e tantissimi altri di cui bullarsi cogli amici).
I libri finalisti quest'anno sono:

Ignazio Tarantino - Sto bene è solo la fine del mondo, Longanesi
Riccardo Gazzaniga - A viso coperto, Einaudi
Matteo Lunardini - I fantasmi dell'arena, Ed. Milieau

Teatro delle serate di presentazione sarà, come nelle precedenti edizioni, il Centro Sociale Barrio's, vitale centro di aggregazione giovanile situato nel quartiere della Barona (Via Barona angolo via Boffalora) dove si svolgeranno le serate di incontro tra autori e pubblico, con la presentazione delle opere in concorso:
Ignazio Tarantino - mercoledì, 7 maggio - ore 18.00
Riccardo Gazzaniga - mercoledì, 14 maggio - ore 18.00
Matteo Lunardini - mercoledì, 21 maggio - ore 18.00

La Serata Finale di Premiazione si terrà mercoledì 28 maggio 2014, alle ore 20.30, presso il Museo Diocesano di Milano, e sarà condotta da Lella Costa e Massimo Cirri. Ci sarà, inoltre, anche la consegna del Premio Speciale Edoardo Kihlgren Opera Prima - Cariparma Crédit Agricole per una Letteratura Europea, giunto quest'anno alla sesta edizione, rivolto ai giovani autori europei esordienti che abbiano pubblicato la loro prima opera tradotta in italiano nel 2013 o nei primi mesi del 2014.

mercoledì 16 aprile 2014

mostroni e vichinghi...

Quel povero cristo di James Caviezel deve averci preso proprio gusto, a farsi mazzulare per bene. Diventato famoso per i supplizi subiti nel capolavoro in aramaico di Mel Gibson, in Outlander le prende di santa ragione anche da un gruppo di vichinghi nerboruti e incazzati neri. E come ci è finito il buon Caveziel, intabarrato in un pellicciotto d'orso e con lo sguardo fiero, in mezzo a cotanto gruppo di guerrieri nordici alle pendici di un fiordo norvegese? Semplice: l'attore americano in questa pellicola del 2008 impersona un umanoide extraterrestre che si sfracella con il suo velivolo spaziale nel bel mezzo di un lago scandinavo attorno al 700 a.C. liberando involontariamente - per la goduria degli autoctoni - un monumentale mostrone sputafuoco dalla pelle luminescente che si trovava a bordo della navicella. La creatura, un bestione un po' insetto e un po' carrarmato, grufolante e terrificante al punto giusto, si porta a sua volta appresso un appetito assai vorace e in quattro e quattr'otto le varie tribù di adoratori di Odino saranno quindi costrette a smettere di prendersi reciprocamente a legnate per far fronte comune contro di esso: pena l'estinzione della razza vichinga. Per ripulire quelle lande immacolate dalla terribile minaccia, i guerrieri promuoveranno a loro eroe personale proprio Caviezel, non prima però - appunto! - di averlo pestato a sangue come piace a lui. Prodotto con un budget mica da buttare e diretto con buona mano da Howard McCain, il film rappresenta un curioso innesto (o perlomeno un tentativo di commistione) tra fantascienza e simil-peplum, con numerosi momenti divertenti e qualche sdrucciolevole ingenuità. Classico film da serata a encefalogramma piatto, birra ghiacciata affianco e popcorn a portata di mano. Buona visione.

martedì 15 aprile 2014

lurido, meraviglioso Messico...

Voglio la testa di Garcia, tratto da un soggetto originale di Frank Kowalski, mantiene una sua unicità nel corpus dell'immenso cineasta statunitense Sam Peckinpah: a torto considerato dalla critica un'opera minore, questo film datato 1974, sicuramente vessato da alcune innegabili lacune di script (sono leggendari i deliqui maniaco-depressivi del regista durante le riprese), sviluppa alcune tendenze che nelle precedenti opere del regista erano ancora in utero. Prima fra tutte la rimodulazione della funzione del personaggio femminile. Raramente gli eroi di Peckinpah si abbandonavano tra braccia muliebri senza tentennamenti, o senza brutalità. Qui Elita, entraineuse di bassa estrazione, diventa fulcro della vicenda trasformando il concetto stesso di Amore in quello di «unico luogo che l'abiezione del mondo non può intaccare». Poi c'è lo sguardo clinico verso la miseria dei villaggi messicani che i protagonisti della storia attraversano, il quale si fa presto epitome di quello universale diventando - metaforicamente - faccia capovolta dello sviluppo tecnologico moderno. Ma soprattutto Garcia ci consegna una «poetica dell'eccesso» ormai finalmente matura: il regista ci accompagna con questa pellicola dritti dritti all'inferno, nel Messico più mucido e dissoluto, in un incrocio, diseguale e rapsodico, tra la ballata macabra e il road-movie (naturalmente, trattandosi di Peckinpah, condendo il tutto in salsa western). La storia ha inizio quando un potente signorotto del luogo decide di mettere un'enorme taglia sulla testa di Alfredo Garcia, avventuriero bohemienne reo di avergli ingravidato la giovane figlia. Sulle tracce di Garcia si getta una organizzazione criminale pronta a commettere le efferatezze più cruente pur di mettere le mani sulla grossa taglia. Nella vicenda viene coinvolto anche un disilluso pianista senza una lira, un Warren Oates davvero spaziale (attore-feticcio di «Bloody Sam»: Oates da caratterista perenne - e compagno di sbronze del regista! - viene qui finalmente promosso primo attore: memorabili i suoi dialoghi con la testa custodita in un sacco fetido e cosparso di mosche). Anche lui, soggiogato dalla sete d'rricchimento facile, si butterà a rotta di collo nell'inseguimento. Rivalutato negli ultimi anni, Voglio la testa di Garcia è sicuramente uno dei film più autentici e sinceri di Peckinpah. Sebbene la prima parte risulti un po' tirata, soffocata da una lentezza prossima al torpore, il film si riscatta notevolmente nel finale, in un climax irresistibile di ultra-violenza e disperata bellezza. I ralenti esasperati delle sparatorie, il montaggio serratissimo e la ricerca spasmodica di una «morte gloriosa» (come nell'inimitabile fine di Wild Bunch), l'attenzione per il lato oscuro della Frontiera e la riflessione sul tradimento sono tutti elementi fondanti della scoppiettante forza espressiva insita nella visione di Peckinpah, elementi che hanno marchiato a fuoco generazioni di cineasti posteriori (da Scorsese a Tarantino). Girato in piena libertà e senza il fiato sul collo dei produttori, Peckinpah ebbe a dire di questa pellicola: «buono o cattivo, bello o brutto, è come lo volevo io».

lunedì 14 aprile 2014

gotico di Bloch...

«Il castello era immerso nell'ombra.
Mille, immobile sul marciapiede, alzò gli occhi verso le sue torrette svettanti mentre la carrozza ripartiva, risuonando sull'acciottolato. E il castello la fissò a sua volta. Due occhi spalancati e minacciosi che la guardavano dalla torretta più alta.
"Puaf!" borbottò Mille. "Sono soltanto luci."
Certo, soltanto questo erano - qualunque sciocco poteva capirlo - e non aveva senso parlare a se stessa. Ma mentre l'eco dello scalpitìo degli zoccoli dei cavalli svaniva nella notte, il suono della propria voce riuscì a rassicurarla.
Non pensava che la strada sarebbe stata così buia, così deserta; non credeva che il castello fosse così imponente.»

Gotico Americano
di Robert Bloch - (Fabbri/Bompiani)

domenica 13 aprile 2014

un racconto dall'antologia maremmana...

Suo padre se l’era portato via la malaria.
E non era stata una cosa rapida. Né indolore.
Adesso c’era zio Renzo, a pensare a lui. La vegetazione palustre della Diaccia che abbracciava il limitare della boscaglia mentre il latrato dei cani da caccia convergeva verso il loro appostamento. E lui, stringendo il suo primo schioppo tra le dita sottili, l’uniforme lastra grigia di un’alba radiosa sulla testa, aspettava ginocchioni senza fiatare.
Quando il latrato si fece vicino, zio Renzo, alle sue spalle, lo toccò piano sussurrandogli nell’orecchio la parola «ora!». E il suo cuore fibrillò per un secondo.
Poi, in un frenetico scalpitare, la sterpaglia sembrò fendersi e animarsi, e, tutt’a un tratto, il cinghiale arrivò. Non prima, non dopo, semplicemente fu lì. Sfilò fulmineo tra le commessure degli alberi, grufolando impazzito come la creatura emersa da un sogno all’incontrario, la scomposta muta dei cani che gli zavorrava le calcagna.
La bestia si arrestò per un secondo, maestosa, voltandosi a ruggire il suo disappunto agli inseguitori, il respiro che gli si condensava tra le fauci indomite prima di rimettersi in fuga. Di nuovo suo zio Renzo lo incitò: «ora!», proferì aspro, e lui, sollevandosi dall’erba rugiadosa, puntò svelto lo schioppo e premette il grilletto sforzandosi di non chiudere gli occhi. Il fragore dello sparo interruppe la tensione, costringendo un fiume di calandre a librarsi dalla distesa di grano in fondo al pianoro.
Guardò sé stesso balzare incontro alla muta a grandi falcate precipitose. Il respiro calmo dello zio ancorato sulla schiena. «Dai! Appresso», diceva. E infine furono laggiù. Il corpo della fiera riversa sul terreno umidiccio, Il manto arruffato del pelo appena imbrattato da un rivolo di sangue scuro come il bitume. L’eco di un ultimo rantolo convulso che si confondeva anonimo nel gran putiferio dei cani e poi, secca, atroce e definitiva: la morte.
«Devi bagnarti il viso», disse zio Renzo porgendogli un serramanico. E questo fu quello che fece il ragazzo. Si chinò sul corpo esanime della bestia e vi passò sotto il collo la lama. Poi si strofinò di sangue la faccia.
Non avrebbe conservato alcuna memoria dello sparo, o del peso del fucile, né del rinculo del calcio. Eppure quel momento sarebbe stato un punto fermo nella sua vita. Di tutta la sua intera, lunghissima esistenza.
Giunti al casale il cugino Ludovico, calzoni spessi di fustagno e stivali pesanti ai piedi, gli venne incontro facendogli le feste. Aveva pochi anni in meno di lui, Ludovico, e presto avrebbe fronteggiato anche lui il cinghiale.
Poi la zia, fiancheggiata da Luisa, apparve sul ballatoio del casale e lo salutò con un gesto fluido e benaugurante, mentre l’avanguardia del giorno si levava sullo sfondo irrorando l’orizzonte di una luce diamantina.
Luisa gli piaceva. Di notte la sua grazia veniva a rovinargli il sonno. La vide indicargli con un sorriso di benevolo scherno il viso impiastricciato del sangue della preda. Lui rispose al saluto, emozionato.
In quel mentre, zoccolando sul sentiero, la squadra dei butteri varcò l’ingresso della tenuta. Erano circa una diecina, la doppietta a tracolla e le mazzarelle dondolanti lungo le cintole di cuoio.
Mastice, dai folti baffacci alla mongola, capeggiava altero la piccola processione di cavalieri. Il baio scuro sotto di lui, un esemplare che nessun’altro si sarebbe mai azzardato a montare, procedeva regale verso di loro sollevando minuscole coltri di polvere e sabbia che incipriavano la brezza mattutina.
Quando la fila di butteri fu a un passo da zio Renzo, Mastice diede un secco strattone alle redini. Il cavallo emise un grugnito sordo e scartò leggero di un quarto, poi si fermò. Gli altri butteri lo imitarono all’unisono, e subito una salva di grida d’esultanza sommerse il ragazzo di una piacevole vergogna.
Ma lui non fece niente. Ritto al fianco di suo zio, con lo schioppo poggiato sul collo come un giogo, cercò soltanto di tenere a freno il tremito, sentendo le gote imporporarsi. Zio Renzo cavò una vecchia pipa d’osso dalle tasche e se la infilò in bocca, sorridendo al suo indirizzo.
Mastice, saldo sulla sella, sembrava un’immensa statua equestre, tutt’uno col suo splendido baio.
Gli altri cominciavano a smontare dalle loro cavalcature, alcuni portando cesti pieni di ammazzafegati, altri coperte ripiegate.
Poi, finalmente, Mastice si decise a scantonare dal destriero.
Qualcuno degli uomini di zio Renzo aveva trascinato il cinghiale ucciso al centro dello spiazzo antistante al casale. E la bestia stava là inerte, in bella mostra, mentre lo sfolgorio del sole si faceva gradualmente più intenso.
«Vieni», vociò Mastice incamminandosi senza guardare il ragazzo. Lui azzardò un passo in avanti, incerto, consegnando la sua arma allo zio. Che l’accolse facendogli cenno col mento di seguire il capo dei butteri. Si approssimarono assieme verso le stalle. Mastice era un gigante dai tratti rudi, lui un sedicenne esile ma ben piantato.
«Entra», disse Mastice indicando col pollice l’ingresso della stalla.
Il ragazzo mise piede nella grande sala avvolta dalla penombra. I cavalli erano quasi tutti fuori, a parte un vecchio ronzino malato, e le fette di pulviscolo che rasoiavano le mangiatoie falsavano le dimensioni dello stabile. Un silenzio assoluto - rotto solo dal perenne sciamare delle mosche - accompagnava quell’ora facendo assomigliare la stalla quieta ad una cattedrale di campagna, un santuario agreste pregno degli odori più ancestrali.
«È tuo, adesso!» esclamò il capo dei butteri indicando insistentemente il recinto più estremo, e il ragazzo, tentoni, s’inoltrò nella paglia seguendo la traccia di un nitrito stentato che andava perdendosi nella semioscurità.
C’era un puledro pezzato, ad attenderlo, e, appena si accorse di lui, l’animale scalciò delicatamente smuovendo la scabra criniera dalla sua parte. Uno spettacolo.
Sarebbero successe tante cose, dopo.
Avrebbe messo l’anello al dito di Luisa. Zio Renzo ucciso dal primo trattore dell’azienda. E Ludovico dato dai delatori in pasto alla polizia fascista. Ma, in quel complicato travaglio di gioia e di dolore, quel momento sarebbe rimasto indelebilmente impresso nella sua memoria. Solo quel momento. Per l’intero, lungo arco della sua esistenza.

Primo giorno di caccia
(in Tutti dicono Maremma Maremma)

venerdì 11 aprile 2014

...grayskull!

quelli nati attorno i Settanta/Ottanta non possono non aver amato i Masters. E se lo hanno fatto, oggi sono sicuramente delle brutte persone. Impossibile infatti per i maschietti di quella generazione non immaginare avventure fantastiche in quel di Eternia in groppa al fido Battle Cat, spupazzandosi la bella Tee-la e scassando un po' i maroni al perfido Skeletor.
La linea di giocattoli Mattel rappresenta un’icona di quegli anni spensierati (insomma, spensierati per chi, come il titolare del blog, all'epoca portava i calzoncini), tanto da espandersi con nonchalance ai fumetti, alle serie animate e ai videogiochi. E quando nel 1987 Hollywood tentò un esperimento in live action la delusione fu totale: I dominatori dell’universo (Masters of the Universe), con la regia di Gary Goddard, risultò essere una boiata pazzesca. Con Dolph Lundgren nel ruolo di He-Man, Frank Langella in quello della sua nemesi dalla faccia scheletrica e una giovanissima Courteney Cox in quelli di Julie Winston, il film venne stroncato da pubblico e critica e ancora oggi se ne parla come il tipico esempio di flop colossale (costato 17 milioni di dollari, il film riuscì a malapena a ricoprirsi le spese). 
Da anni però il tentativo di riportare i pupazzetti dai muscoli ipertrofici al cinema sta movimentando gli studios. Sembrava tutto pronto l'anno scorso, con la tanto attesa produzione ad un passo dal via, fino alla doccia fredda firmata Jon M. Chu. Il regista designato ha infatti abbandonato il progetto Masters of the Universe all'ultimo momento, costringendo la Sony e la Escape Artists a ricominciare da capo nella ricerca di un ‘director’ adeguato.
Ebbene è di questi giorni la notizia che il treno He-Man è finalmente ripartito, o almeno così sembrerebbe, grazie a Jeff Wadlow. Il regista di Kick-Ass 2 è stato infatti incaricato di riscrivere la sceneggiatura, inizialmente firmata Terry Rossio, co-sceneggiatore di The Lone Ranger. Un incarico che potrebbe portare lo stesso Wedlow dietro la macchina da presa, anche se a detta di The Wrap il regista dovrà vedersela con Mike Cahill, acclamato con Another Earth e ora atteso alla prova del nove con l’imminente I Origins.
Rumor alla mano, sarà uno di loro due a dover mettere mano ad un titolo che potrebbe tranquillamente lanciare un vero e proprio franchise. Protagonista della trama il Principe Adam, pronto a trasformarsi in He-Man e a diventare l’ultima speranza per una Terra magica chiamata Eternia, devastata dalla tecnologia e dal male del potente Skeletor, affiancato dai temibili Guerrieri Diabolici.
(fonte: comingsoon.net)

giovedì 10 aprile 2014

stravolti, cinici e vincenti in balia dell'orso...

Instancabili nel loro nasometrico sondare nomi e tendenze di eccellenza nel variegato panorama noir di matrice anglo-americana (con succulente capatine anche in quello italiano e francese), la vecchia Meridiano Zero scovò qualche tempo fa una chicca per intenditori che la nuova gestione della casa editrice prontamente ha ristampato nelle sue collane graficamente accattivanti: si tratta di tal Mykle Hansen, scrittore di Portland, Oregon, tra gli inventori della cosiddetta «bizzarro-fiction», una sorta di straordinaria mescolanza di commedia tragica e surrealtà condita da sotterranee venature di grottesco.
Aiuto, un orso mi sta mangiando! è un romanzo breve e feroce, a tratti strampalato, di sicuro assai caustico: racconta la vicenda di Marv Pushkin, «Responsabile della Comunicazione Creativa, Condottiero Aziendale, Leader di Uomini, Conquistatore di Femmine, abbonato di Esquire», un creativo manager che ha messo in formalina l'anima per lasciarsi alle spalle qualsiasi traccia di tenerezza o sentimentalismo. Reso cinico dal consumismo esasperato, dalla miriade di comfort che la nostra società elargisce in maniera esponenziale (in primis gli psicofarmaci, baluardo legalizzato della felicità chimica contemporanea), Marv è uno scorrettissimo, sfegatato arrivista che considera il suo prossimo alla stregua di un numero da contabilizzare e sfruttare nelle campagne di marketing, oppure semplicemente qualcuno da subordinare - anche sessualmente, in caso si tratti di bella gnocca! Un bel dì, quest'essere repellente organizza una caccia all’orso in Alaska, certo che questo servirà a compattare la sua squadra lavorativa per renderla ancora più vincente, ancora più imbattibile. Il massimo. Ma le cose, come scopriamo già in apertura del libro, prenderanno una piega piuttosto imprevista. Immobilizzato sotto il suo imponente SUV a causa d'un crik difettoso, il protagonista si ritrova bloccato al terreno. Ma questo non è l'unico inghippo. Attorno al veicolo che lo tiene inchiodato si aggira un grosso plantigrado, un bell'orsone bianco che ha deciso di utilizzarlo come integratore proteico per la sua dieta ed ha iniziato a nutrirsi con l’unica parte che al momento riesce a raggiungere: i piedi. Maneggiando siffatte coordinate, l'autore statunitense - scrittore, performer e musicista, dicono le note biografiche - dà vita ad un romanzo satirico davvero tagliente, un’opera che, attraverso l'uso calibrato quanto sottilissimo dell'ironia, sfregia ad unghiate il cuore del Sogno Americano, svelando la pochezza e la bruttura (se ancora ce ne fosse bisogno) che soggiacciono alla pulsione malata che regola ogni architettura sociale odierna: arricchirsi, svettare sugli altri, vincere ad ogni costo: una prospettiva che ci viene inoculata sin da bambini grazie alle vetrine colorate, i cellulari sempre più high-tech, le macchine veloci, i vestiti più cool. Qualcosa che ci sta facendo impazzire tutti. Bello, rapido e spassoso. Con uno spunto riflessivo importante. Che altro chiedere, da un romanzo così?

Aiuto, un orso mi sta mangiando!
Mykle Hansen (Ed. Meridiano Zero)

genio minimal!

mercoledì 9 aprile 2014

stirpe lupigna...

«Tutto il giorno la Santa Ysabel, dilaniata dalle pallottole, aveva navigato alla deriva nella Manica: i suoi ponti, armati di uno scarso equipaggio, erano un ammasso di cadaveri. All'avvicinarsi della notte, il galeone, insieme alla navi superstiti di quelle che una volta era la Grande Armada, si preparava ancora a resistere e lottare.
La battaglia fu breve e letale. Di nuovo la piccola nave degli attaccanti inglesi manovrò più agilmente dei goffi vascelli spagnoli. Di nuovo la scarica obliqua di palle incatenate e la grandine di pallottole dei falconi, dei falconetti, e dei moschetti, seminò la distruzione sui tre ponti dell'alto galeone. Gli ombrinali si arrossarono di nuovo durante la scarica di colpi, come se la struttura stessa del vascello sanguinasse. Era l'anno di Nostro Signore 1588. Il giorno era il 9 agosto, e la scena, la battaglia di Gravelines. La battaglia era avvenuta mentre le navi spagnole fuggivano e le inglesi le inseguivano. Medina Sidonia aveva sperato sino alla fine di riunirsi al Granduca di Parma e di avere i rinforzi, ma i brulotti e gli scoppi avevano disperso la sua flotta, e il fuoco mortale dei rapidi vascelli corsari inglesi aveva falciato i soldati delle sue goffe navi piene di truppe. Quei galeoni, che un tempo sovrabbondavano di uomini, ora correvano il pericolo di sbattare contro le scogliere per mancanza di mani abili.
La battaglia di Gravelines si svolgeva lontano da Parma. La formazione ad aquila, che era stata tanto utile nella battaglia di Lepanto, veniva ancora mantenuta. I pesanti galeoni costituivano il centro, le navi più leggere - comprese le galeazze - erano le ali, e le navi cariche di truppe fungevano da coda del grande uccello da combattimento.»

Stirpe di lupo

di Harold Warner Munn - (ed. Gruppo Newton)

martedì 8 aprile 2014

...orrore «aussie»

Ragazzo timido dei sobborghi di Adelaide, Jamie è talmente inerme da subire le avances di un vicino di casa depravato. La madre, coaudiuvata dal suo nuovo boy-friend, costringe però il pedofilo alla fuga e lo spettatore si fa presto convinto che il peggio sia passato. Ma lentamente le cose si rivelano per la merda che sono: nella quotidianità disfunzionale di questa atipica famiglia aussie, con un padre assente e una varietà di pericolosi redneck a infestargli la casa, il ragazzo subisce il fascino del nuovo compagno della madre: uomo rude e razzista, capace però di slanci affettivi inusuali nell'esperienza del protagonista, in realtà è dedito all'omicidio e alla tortura.
Storia vera del serial killer australiano John Bunting, Snowtown racconta in maniera lucida e brutale le lusinghe della violenza e lo fa attraverso la prospettiva di una delle persone coinvolte, Jamie, figlio maggiore della compagna del mostro. Eccezionale prodotto ad alto tasso disturbante, la pellicola firmata da Justin Kurzel nel 2009 non risparmia niente allo spettatore, catapultandolo in un'atmosfera di sofferenza e sopraffazione che s'insinua sotto la pelle dapprima a tradimento e poi in maniera esplosiva. Dosando con abilità le scene splatter (poche - qui l'orrore è soprattutto psicologico - ma grevi) quasi tutta la violenza che aleggia sulfurea nell'aria è in realtà il risultato della bravura di uno stupendo parco di interpreti (soprattutto Daniel Henshall e Lucas Pittaway, gli unici attori professionisti, il resto del cast è gente reclutata in loco, nei veri dintorni di Snowtown) e di una sceneggiatura praticamente priva di lacune.
C’è una scena di tortura che lo spettatore si aspetta di vedere, ma che, per come è immaginata e girata, si rivelerà praticamente insostenibile. Anche la violenza sessuale è più suggerita nelle sue conseguenze psicologiche che mostrata (una violenza tra adolescenti è mostrata in una breve scena, senza alcun tipo di voyeurismo o enfasi). La colonna sonora ossessiva contribuisce a generare angoscia e straniamento.
Mettendo in scena la storia di quello che venne definito «l'assassino dei dei barili», perché le sue vittime furono ritrovate a frollare nell'acido entro barili, il giovane regista si permette il lusso di evitare una sterile ricostruzione cronachistica dei fatti approdando piuttosto a una sorta di distaccato studio antropologico, un viaggio nei meandri della psiche di un predatore e di un'intera famiglia che ne subisce la fascinazione fino alle estreme conseguenze. Soprattutto il film utilizza la parabola del serial killer per raccontare del cedimento verso il male da parte di quel Jamie che assiste paralizzato alle azioni del patrigno (non è mai stato comprovato il fatto che Jamie stesso in realtà disapprovasse ciò che accadeva: ha avuto uno sconto di pena solo in quanto ha testimoniato contro Bunting e i suoi complici).
Gli omicidi di Snowtown, conosciuti appunto come "gli omicidi dei corpi nelle botti", furono i delitti di 11 persone commessi in Australia fra l'agosto 1992 ed il maggio 1999. I colpevoli della serie omicidiaria furono accusati anche di un dodicesimo omicidio (quello di Suzanne Allen), ma non condannati per esso per mancanza di prove. I delitti furono scoperti quando i resti di 8 vittime furono trovati (in un edificio dove prima c'era una banca) il 20 maggio 1999 a Snowtown. La località di Snowtown è a 145 km da Adelaide. Anche se i delitti sono in gergo chiamati "di Snowtown", i corpi furono tenuti in varie località nei dintorni di Adelaide per poi essere spostati a Snowtown all'inizio del 1999. Solo una vittima fu uccisa a Snowtown, e nessuno degli assassini proveniva da là.
Tre giorni dopo la scoperta delle botti, due corpi furono trovati sepolti in un cortile a Salisbury Nord, periferia a nord di Adelaide. Quattro persone furono arrestate ed accusate degli omicidi. Tutti sono stati condannati per aver partecipato ai delitti in vari ruoli. Gli assassini erano un gruppo, con capobanda tale John Justin Bunting. Molti dettagli degli omicidi restano sconosciuti.
Il film restituisce in toto l'inesplicabile banalità di quell'orrore senza fondo.

lunedì 7 aprile 2014

una colonna della vecchia hollywood...

nella provincia sudista con Redford e Brando...

Bubber Reeves (un imberbe e ancora sconosciuto Robert Redford) evade dal carcere e, lungo la strada per il Messico, approda nei pressi del suo paese d'origine, laddove sua moglie (Jane Fonda nel suo periodo mozzafiato) è divenuta l'amante di Jake, figlio dell'uomo più ricco del luogo. La sua presenza scatena gli istinti peggiori mettendo gli abitanti più bellicosi sulle sue tracce. Solo lo sceriffo Calder (un immenso Marlon Brando) cerca di sedare gli animi per evitare un linciaggio, ma il suo intervento risulterà nullo. Un parco-attori di prim'ordine per questo strepitoso La caccia (1966), lungometraggio tratto da un romanzo di Horton Foote e firmato dal compianto Arthur Penn: uno dei più fertili e strutturati esponenti di quel movimento per il quale la critica coniò la definizione di «New-Hollywood». La pellicola si prende il suo tempo - due ore abbondanti - per presentarci i personaggi e definire le coordinate della vicenda, sviluppata per mezzo di un meccanismo a orologeria che sfocerà in un finale toccante e incredibilmente saturo di crudeltà. Il regista rovescia l'assunto (in quegli anni praticamente dogmatico) per il quale la provincia statunitense è un ricettacolo di «gente tranquilla» e «laboriosa» mostrandocene invece l'aspetto più torbido e malato. Ciò che vien fuori è un ritratto spietato degli aspetti più gretti e meschini della società americana (qui c'è il Texas del petrolio sullo sfondo, e non è forse un caso visto che siamo a pochi anni dall'assassinio di Kennedy a Dallas, con tutti i rigurgiti potilici della faccenda), dove gli istinti bestiali sono mascherati dietro una patina ipocrita di perbenismo. Dove anche la legge è costretta a tacere dinanzi alla prepotenza del potere. L'interpretazione di Brando è da brivido (con il pestaggio conclusivo che riporta a Fronte del Porto - nonché ad un certo larvale masochismo che l'attore stesso si riconoscerà più tardi nella propria autobiografia), ed è ingiusto considerarlo alla stregua dei tanti film deludenti che l'attore girerà in quegli anni per pure ragioni alimentari (cfr. I due seduttori, A sud ovest di sonora, I morituri etc.). Un opera magari a tratti un po' enfatica che - come usava in quegli anni - talvolta eccede sul versante melò, capace però di mettere in scena un dramma civile con guizzi di maestria che ribaltano gli schemi narrativi classici utilizzandoli in maniera innovativa e una tecnica registica che (nonostante le ingerenze della produzione, a quanto pare assai invasiva) è ancora oggi ammirevole. Imprescindibile!

domenica 6 aprile 2014

...comincia così

«La nonna non voleva andare in Florida.Voleva far visita a certi suoi lontani parenti nel Tennessee orientale e approffittava di tutte le occasioni per far cambiare idea a Bailey. Bailey era il figlio con cui viveva, il suo unico maschio.
Era seduto a tavola, sull’orlo della sedia, curvo sulle pagine sportive, arancione, del “Journal”.
- Dammi retta, Bailey, guarda, leggi un po’ qui, - disse la nonna con una mano esile sul fianco, sventolando con l’altra il giornale frusciante sopra la testa calva del figlio. - C’è questo tizio che si fa chiamare lo Sbagliato… é evaso dal Penitenziario federale e si è diretto verso la Florida. Leggi un po’ cosa dicono che ha fatto, a quella gente. Leggi. Io non porterei i miei bambini dove scorrazza un delinquente simile. Non saprei giustificarmi di fronte alla mia coscienza.
Bailey non alzò gli occhi dalla lettura, così, la nonna girò sui tacchi e affrontò la mamma dei bambini, una ragazza in pantaloni, dalla faccia larga e innocente come un cavolo, incorniciata da un fazzoletto verde con due cocche in cima, a orecchie di coniglio. Era seduta sul sofà e dava da mangiare al pupo le sue albicocche da un barattolo.»

La vita che salvi potrebbe essere la tua
Flannery O'Connor (Ed. Bompiani)

sabato 5 aprile 2014

Alì-boma-yé, Alì-boma-yé...

Norman Mailer, giunto giovanissimo nel «Pantheon delle Lettere» grazie a Il nudo e il morto, romanzo bellico di eccezionale successo, si ritagliò presto un ruolo fondamentale nella cultura statunitense: perfido bacchettatore dei costumi e mordace politologo, lo scrittore colpì il pubblico con perle letterarie come I duri non ballano, Il canto del boia e Un sogno americano.
Assurto unanimemente a «Campione delle Lettere», negli anni settanta si ritrovò faccia a faccia - diventandone amico personale nonché baldo sostenitore - col «Campione della boxe» Mohammed Alì, l'uomo che fece del pugilato un'arte rivelandone al mondo la più profonda essenza.
Il combattimento è lo straordinario reportage di Mailer sull'epico scontro tra Alì e George Foreman a Kinshasa (Zaire) nel 1974. All'epoca, il grande Mohammed era stato defraudato del titolo per essersi rifiutato di imbracciare il fucile contro i vietcong - decisione che, se pure ne bloccò (temporaneamente) la carriera sportiva, confermò ciò che in molti cominciavano a sospettare: Alì, oltre a combattere da dio, aveva l'intelligenza di un abile politico. Il suo rientro in pompa magna nelle file della boxe professionistica è l'epicentro del racconto di Mailer, che verga pagine intrise di abilità giornalistica e di fervore appassionato (in gioventù Mailer si era cimentato coi guantoni) e non tralascia di fare il punto sul vorticante fall-out mediatico di tutta vicenda. L'eccentrico Don King organizza la disputa in Africa (nell'ex-Congo guidato dal dittatore Mobuto), riuscendo a trasferire sull'evento l'attenzione dei media. Nella capitale zairese si riversarono personalità afro-americane d'ogni genere (James Brown e B.B. King tra i tanti) e la crema dei reporter sportivi. Alì colse l'occasione per spavaldeggiare, proclamandosi davanti alle televisioni del pianeta come il paladino del popolo nero oppresso.
Genio della tattica psicologica, Alì provocava il suo avversario inoculandogli dubbi e riversandogli addosso accuse di servilismo bianco. Mailer riesce però a rendere in maniera eccelsa anche i timori che attanagliavano l'entourage del campione: in molti pensavano che Cassius Clay, ormai trentacinquenne e fuori forma, avesse perso il suo personale «touch», e Foreman era indiscutibilmente il miglior pugilatore in circolazione.
Ma il fulcro vero di tutto il libro è lo scontro: lo scrittore prepara il capitolo del match finale come un giallista si prepara a rivelare il colpevole nell'ultima scena: e quando i pugni diventano i soli protagonisti, il lettore e improvvisamente coinvolto dalla fatica fisica, dalla saettante violenza dei due contendenti, dalla sconvolgente capacità di Mohammed Alì di mutare a suo vantaggio le proprie lacune atletiche. Semplicemente memorabile.

Il combattimento
Norman Mailer (Ed. Baldini & Castoldi)