venerdì 24 ottobre 2014

il ritorno del Monnezza...

scritto a quattro mani con quel Manlio Gomarasca mente (e braccia) della mitica rivista Nocturno Cinema, Monnezza amore mio è il libro che noi cultori del genere stavamo aspettando da più di un decennio e che finalmente, complice il premio alla carriera assegnato all'ultima Festa del Cinema di Roma, è arrivato nelle librerie di tutta Italia.
Tomas Milian non ha certo bisogno di presentazioni: oltre cinquant’anni di carriera cinematografica, un’impressionante abilità nel reinventarsi in ruoli sempre diversi, una lunga serie di successi al botteghino e una vasta schiera di appassionati che intorno a lui ha creato un vero e proprio fenomeno di culto.
Ma se del «Monnezza», il suo personaggio più conosciuto, si sa tutto (o quasi), dell’uomo dietro alla maschera si sapeva ben poco (almeno, per chi non si era abbeverato delle poche ma corpose interviste rilasciate da Milian sui magazine specializzati in questi ultimi anni). Nelle pagine del nuovo, lussuoso volume il grande attore cubano racconta - per la prima volta ad un pubblico mainstream - la propria infanzia, il trauma di un bambino che assiste al suicidio del padre, la giovinezza da playboy nella Cuba bene, la scoperta del cinema, la fuga negli Usa, l'Actor Studio e la difficile vita da «uomo da marciapiede» a New York, l’arrivo in Italia e tutto quell’incontrollabile flusso di eventi che ha portato un giovane attore senza radici a lasciar naufragare il suo sogno hollywoodiano per trovare l'America nel Belpaese.
Messa da parte la goduria estrema per il prodotto, dopo la rapida lettura delle quasi trecento pagine s'intuisce facilmente quale possa essere stato il problema nella stesura definitiva di questa biografia, a lungo annunciata e rimandata di continuo: ebbene lo straordinario attore redige il proprio autoritratto ostinandosi a dialogare con la sua più famosa creatura (che essendo un borgataro, parla quindi in romanesco stretto) e se lo scambio all'inizio risulta simpatico alla lunga mette il lettore in una condizione di sgradevole forzatura che non giova alla caratura del racconto.
Inoltre, il narcisismo dichiarato di Milian (è un problema comune nelle autobiografie di attori) sovente inceppa la linearità degli episodi narrati, impedendo a chi vorrebbe saperne di più sul suo cinema ("quel" cinema, che era il nostro migliore, quello che all'estero ci copiavano) di inquadrare il periodo, i set, le contaminazioni filmiche e la speciale allure che impregnava Cinecittà e la capitale tutta in quel periodo. Ma resta una testimonianza unica, forse il classico topolino partorito dalla montagna, ma un topolino tremendamente simpatico con barba e boccoli alla Serpico che cerca di continuo rime con la parola "Galeazzo".

Monnezza amore mio - Tomas Milian (Ed. Rizzoli)

mercoledì 22 ottobre 2014

la leggenda del Kid...

All'inizio può risultare addirittura fastidioso questo surreale, monologante stream of conscious che lo scrittore afro-canadese Michael Ondaatje (quello, per intenderci, de Il paziente inglese) dedicò nei tardi settanta alla mitica figura di Billy the Kid, ovvero a quel William Harrigan Bonney nato nel 1859 che ammazzò il primo uomo a dodici anni - a colpi di coltello - segnando così in maniera irrimediabile il proprio destino. Il bandito morì per mano dello sceriffo Pat Garrett nel 1881: nel frattempo aveva ucciso altre venti volte. Ventun anni di vita, ventuno omicidi. E anche se leggenda vuole che avesse imparato a scrivere bene, Billy the Kid non ebbe naturalmente mai il tempo di comporre la propria autobiografia. Ed è in seguito a questa ovvia constatazione che Ondaatje, in Opere complete di Billy the Kid, arriva a immedesimarsi nell'IO del famoso pistolero stilandone una sorta di originale diario epico, un'opera in cui si mescolano benissimo poesia, cronaca documentaria e cut-up avanguardista. Se dapprincipio l'operazione appare distonica, magari un po' pretestuosa, progredendo nella lettura di questo esile volumetto si viene presto avvinghiati dalla straordinaria capacità dell'autore di immaginarsi un credibilissimo the Kid, dalla sua volontà di prestare la propria voce (e quindi l'anima) al giovane pistolero, già visitato in più occasioni da cinema e letteratura (talvolta, come nel caso di Sam Peckinpah, con esiti straordinari). Quella architettata da Ondaatje è una storia-contenitore: in essa si condensano infatti duelli, crani bruciati al sole del deserto, amici dilaniati dai proiettili, fughe, rincorse, mentre su tutto regna la furia letale e malinconica del protagonista. Uno spettacolo sorretto in primis dalla strana e profonda amicizia tra Billy e Pat Garrett, colui che lo ucciderà, un uomo di legge (ma il confine tra i ruoli era nell'America del 19° secolo assai labile) che fino dall'adolescenza si addestra a diventare un «assassino sano».

Opere complete di Billy the Kid
Michael Ondaatje (Ed. Garzanti)

martedì 21 ottobre 2014

avere vent'anni...

...immenso Verga

«Turiddu Macca, il figlio della gnà Nunzia, come tornò da fare il soldato, ogni domenica si pavoneggiava in piazza coll'uniforme da bersagliere e il berretto rosso, che sembrava quella della buona ventura, quando mette su banco colla gabbia dei canarini. Le ragazze se lo rubavano cogli occhi, mentre andavano a messa col naso dentro la mantellina, e i monelli gli ronzavano attorno come le mosche. Egli aveva portato anche una pipa col re a cavallo che pareva vivo, e accendeva gli zolfanelli sul dietro dei calzoni, levando la gamba, come se desse una pedata.
Ma con tutto ciò Lola di massaro Angelo non si era fatta vedere né alla messa, né sul ballatoio, ché si era fatta sposa con uno di Licodia, il quale faceva il carrettiere e aveva quattro muli di Sortino in stalla. Dapprima Turiddu come lo seppe, santo diavolone! voleva trargli fuori le budella della pancia, voleva trargli, a quel di Licodia! Però non ne fece nulla, e si sfogò coll'andare a cantare tutte le canzoni di sdegno che sapeva sotto la finestra della bella.
- Che non ha nulla da fare Turiddu della gnà Nunzia, - dicevano i vicini, - che passa la notte a cantare come una passera solitaria?
Finalmente s'imbatté in Lola che tornava dal viaggio alla Madonna del Pericolo, e al vederlo, non si fece né bianca né rossa quasi non fosse stato fatto suo.
- Beato chi vi vede! - le disse. - Oh, compare Turiddu, me l'avevano detto che siete tornato al primo del mese. - A me mi hanno detto delle altre cose ancora! - rispose lui. - Che è vero che vi maritate con compare Alfio, il carrettiere? - Se c'è la volontà di Dio! - rispose Lola tirandosi sul mento
le due cocche del fazzoletto. - La volontà di Dio la fate col tira e molla come vi torna conto! E la volontà di Dio fu che dovevo tornare da tanto lontano per trovare ste belle notizie, gnà Lola! - Il poveraccio tentava di fare ancora il bravo, ma la voce gli si era fatta roca; ed egli andava dietro alla ragazza dondolandosi colla nappa del berretto che gli ballava di qua e di là sulle spalle. A lei, in coscienza, rincresceva di vederlo così col viso lungo, però non aveva cuore di lusingarlo con belle parole.
- Sentite, compare Turiddu, - gli disse alfine, - lasciatemi raggiungere le mie compagne. Che direbbero in paese se mi vedessero con voi?...
- È giusto, - rispose Turiddu; - ora che sposate compare Alfio, che ci ha quattro muli in stalla, non bisogna farla chiacchierare la gente. Mia madre invece, poveretta, la dovette vendere la nostra mula baia, e quel pezzetto di vigna sullo stradone, nel tempo ch'ero soldato. Passò quel tempo che Berta filava, e voi non ci pensate più al tempo in cui ci parlavamo dalla finestra sul cortile, e mi regalaste quel fazzoletto, prima d'andarmene, che Dio sa quante lacrime ci ho pianto dentro nell'andar via lontano tanto che si perdeva persino il nome del nostro paese. Ora addio, gnà Lola, facemu cuntu ca chioppi e scampau, e la nostra amicizia finiu».

Cavalleria Rusticana
in Vita dei Campi - Giovanni Verga (Ed. varie)

lunedì 20 ottobre 2014

pallottole danesi tra i canyons...

cominciamo dalle cose buone. Tante, senza ombra di dubbio. Prima fra tutte (è una cosa un po' maschilista, d'accordo, ma d'altronde stiamo parlando di un western, genere macho per antonomasia) la stupefacente bellezza di Eva Green, che pellicola dopo pellicola ha ormai mostrato tutto ciò che c'era da mostrare eppure non si può non rimanere basiti dinanzi alla totale, scandalosa mancanza di democrazia da parte dell'Altissimo nella distribuzione della beltà tra gli esseri umani: la Green, qui mutola e anche un po' pesta, continua a essere una silfide contrita e letale, capace di utilizzare con abilità tutto il vocabolario in uso ai suoi splendidi occhi verdi per stendere a terra lo spettatore.
Poi passiamo al resto, ché già comprendere che stiamo parlando di un cinema sì intelligente e imprevedibile come quello danese, ma da cui tutto ci aspetteremmo tranne che una storia di speroni, cactus e cavalli, bhé, che dire, è una sorpresa mica da poco. Invece The Salvation è una bella scommessa, quasi interamente riuscita. Se il canovaccio ricalca in maniera corretta i canoni tradizionali evocando modelli facilmente riconoscibili (questo, semmai, diventa a lungo andare un limite, ma ci ritorniamo), il film si guarda bene dal gigioneggiare e anzi, fa decisamente sul serio: semina, e, per sommi capi, raccoglie i suoi bei frutti.

Dietro la macchina da presa c'è Kristian Levring, un ex della (famigerata?) banda di Dogma 95, quella setta anarco-cinematografica capeggiata da Lars Von Trier. Di lui abbiamo visto in Italia Il re è vivo e Quando verrà la pioggia, fantasiosi drammoni non disprezzabili dove il talento, anche a dispetto di personali idiosincrasie di che scrive verso quella tipologia di opere, s'intuiva con una certa evidenza.
Qui la storia, americanissima e al contempo europea, s'impernia sulle tragiche vicissitudini di Jon, pacato danese immigrato nell’America dei canyons e degli sceriffi. Ma anche terra dei tagliagole senza legge e dei fuorilegge senza Dio. Uno di questi bellicosi esemplari, Delarue, vessa il villaggio presso cui Jon vive col fratello Peter, imponendo un tributo sempre più esoso. Le vicende del buon protagonista e del perfido Delarue si congiungono a seguito di una sconvolgente tragedia, che li porterà a ritrovarsi l’un contro l’altro armati, con esiti fatali per i cattivoni e qualche lutto insanabile per chi parteggia per il bene.
A incarnare l’uomo qualsiasi trascinato nel gorgo della violenza non di sua sponte, c’è un Mads Mikkelsen in forma smagliante che dipinge con tratti minuziosi un (ennesimo) ritratto umano di grande impatto emotivo. Senza mai indulgere a facili esasperazioni drammatiche - e la trama non è certo priva di spunti in tal senso -, l'attore scandinavo costruisce il suo Jon grazie a un meticoloso lavoro di sottrazione espressiva che ne conferma la bravura. Ma è nella personificazione del villain che l'appassionato del genere trova le maggiori soddisfazioni, per merito di un baffuto ed efficacissimo Jeffrey Dean Morgan, incarnazione pressoché perfetta di una nazione avida e spietata, gli USA, che dai migranti che ne costruirono le fondamenta pretese tutto di prepotenza, senza mai nulla concedere in cambio.
Fermo restante la goduria per un lungometraggio assai ben congegnato, si arriva però alla conclusione del film faticando a non ammettere che ci si sarebbe aspettati qualcosina in più. Ad esempio, per dire, che The Salvation giocasse a scardinare a proprio piacimento il genere, magari con note provocatorie e qualche ribaltamento di prospettiva non previsto; e invece Levring dà vita al più classico dei racconti di vendetta, confezionando quello che è in tutto e per tutto un bell'omaggio (Leone, Peckinpah) che rischia però di perdersi nel mare magnum di prodotti consimili (oltreoceano i western sono ancora pane quotidiano, magari per le tante cable tv).
L'unica caratteristica innovativa di The Salvation, semmai, la si può identificare nella riflessione (molto ben mimetizzata nella trama, però) che ingenera la consapevolezza di quanto sangue sia servito a edificare la nazione più potente del mondo. E non è certo un caso che Jon, al contrario di tanti eroi di frontiera di wayniana memoria, non accetti l’etichetta di salvatore e non si appropri mai di battaglie non sue: egli lavora e combatte per sé stesso e per la propria famiglia (vale la pena ricordare l’eccellente prova di Mikael Persbrandt nel ruolo del leale fratello Peter). L’eroismo di Jon è quindi completamente casuale, forzato, individuale e, per questo, profondamente moderno. In definitiva, un film da non perdere, ma siamo ben lontani da quel restyling pop che seppe fare nei Sessanta il genio nostrano con la medesima materia.

domenica 19 ottobre 2014

2 titoli interessanti...

Il mistero di Oliver Ryan di Liz Nugent, Neri Pozza 2014
Oliver Ryan, irlandese, è un uomo bello e sicuro di sé. Uno scrittore famoso sotto lo pseudonimo di Vincent Dax. Sua moglie Alice, dolce e carina, è l’illustratrice dei suoi libri per bambini. Una sera di novembre 2011 la “picchia così selvaggiamente da ridurla in coma”. La notizia si sparge subito attraverso i mezzi di comunicazione e tutti ne rimangono sbigottiti. Ma allora chi è veramente Oliver Ryan? La risposta l’avremo leggendo i racconti e le confessioni dei suoi amici e conoscenti. E, soprattutto, di lui stesso.
Dunque vediamoli questi amici e conoscenti. C’è Barney a cui ha “fregato” Alice proprio quando le aveva comprato l’anello di fidanzamento; c’è l’amico Michael ossessionato di essere gay; c’è Moya, l’attrice vicina di casa con la quale ha un lungo rapporto; c’è Madame Veronique che gestisce un castello con tenuta (vigneto) a Bordeaux; c’è Stanley che lega con Oliver al ST. Finian’s; c’è suo fratello più piccolo Philip ed Eugene, fratello di Alice, con quoziente intellettivo inferiore alla norma.
Tutto gira intorno al Personaggio. Bello e fascinoso, dicevo. Ragazze ai suoi piedi, sempre al centro della scena ma un tarlo lo rode, la mancanza della madre, la mancanza di amore del padre che lo “elimina” praticamente dalla sua esistenza. Ed il Male lo abbraccia.
Dai racconti e dalle confessioni degli altri ecco tanti piccoli tasselli che contribuiscono a comporre la sua inquietante figura con prospettive diverse e ad offrirci il destro per la conoscenza di altre storie. C’è tutta la vita, c’è tutto l’uomo in questa vicenda: la nascita e lo sviluppo dei sentimenti, il sesso, l’amore cercato e l’amore mancato, il figlio non desiderato e quello voluto, la vergogna del peccato, la lotta e la sofferenza di esprimere la propria sessualità, gli sfruttati, le sorprese, il dolore, la voglia di farla finita, il suicidio, la morte. E poi i ricordi, i sogni, qualcosa di buono che all’improvviso si accende nell’animo di Oliver.
A fine lettura un senso di rabbia misto ad un sentimento di tristezza infinita per la debolezza del nostro essere, di noi tutti, di fronte agli agguati del male.

La strada dei delitti di Massimo Lugli, Newton Compton 2014.
Romania. Paglia, Svelto, Topo, Schizzo, Sveglio. Ecco la storia di Sveglio (poi Gigi quando viene portato in Italia), 13 anni, costretto come gli altri a “rubare, frugare nei bidoni, rapinare i ragazzi più deboli o spezzarsi la schiena scaricando cassette di frutta nel gelo dell’alba”. Madre con tre fratelli, il nuovo uomo “sempre sbronzo marcio”, insulti continui e “troia” se va bene. Altri randagi di strada con i soprannomi ad indicarci le loro caratteristiche: Bastone, Torsolo, Tronco, Felicia, Petalo, Macarena e la sua terribile banda di Farfalle. Venduto dalla famiglia a bande criminali, vita d’inferno, stupri, botte, tentativo di fuga fallito. Poi in Italia, dicevo, con il nome di Gigi.
Dunque da una parte Sveglio-Gigi, dall’altra Marco Corvino, cronista-investigatore, divorziato con France, figlio Paolo cintura verde di karate e lui stesso appassionato di arti marziali. Trentotto anni di nera, vicino alla pensione ma non demorde, “scettico su tutto, cinico per mestiere e disilluso per vocazione”. Fissato con i “folletti” che lo ostacolano. Relazione passionale con Sara costellata di alti e bassi e notevoli salti sul letto.
Da seguire per il suo giornale la vicenda di un ragazzino morto (faccia devastata da una bruciatura), visto al campo dei nomadi e non richiesto da nessuno. Uno dei tanti bambini “invisibili” nel giro della criminalità organizzata che diventano sesso per pedofili, braccia per il lavoro nero, oggetto di traffico di organi. Nel frattempo altro morto ammazzato, Bedriscu Joi, detto “Forchettone” collegato ad un precedente delitto a sua volta collegato al clan Villaprete. La faccenda si complica e si fa pericolosa.
Con l’arrivo del capitano dei carabinieri Manuela della Rocca, “viso duro ma splendido”, arriva pure il sentimento d’amore, quello vero per il nostro cronista (capelli fiammeggianti della suddetta sempre nei suoi pensieri). Le due linee di sviluppo lungo le quali Gigi e Marco camminano ad un certo punto si incontrano con qualche punta di sentimentalismo trattenuto a fatica.
Storia di Svelto-Gigi, storia di Marco e vari spunti sulla odierna società: scontri al cantiere dell’alta velocità, critica ai talk show e ai reality che abbioccano, tramontati i tempi della denuncia sociale. E poi vita di redazione con il capo Aldo su cui si sbizzarrisce la vena ironica dell’autore (quando è buono lo fa grugnire come un facocero), vari colleghi particolari come la battagliera Alba Afragola ecologista di sinistra contro ogni discriminazione, Paolo Bianchi che del suo lavoro fa una ragione di vita, cori ossequiosi a chi siede sullo scranno più alto.
Scrittura energica di forte impatto emotivo con momenti di vera commozione, qualche luccichio di umanità in un mondo di bestiale violenza e sozzeria. Vince la parte di Sveglio (che fine avrà fatto?) su quella canonica e più prevedibile di Marco.
[articolo by Fabio «boss» Lotti]

venerdì 17 ottobre 2014

cento di questi libri...

esattamente dieci autunni fa in quel di Milano, nel 2004, da una costola della prestigiosa Il Saggiatore le menti di Giacomo Papi, Massimo Coppola e Luca Formenton partorivano l'idea di una casa editrice giovane e alternativa. Libri dalla grafica nuova e accattivante, mai vista prima, la copertina bianca e la costina colorata (di rosso, giallo o blu a seconda della collana) con la presenza, in bella vista, del codice a barre di volta in volta modificato - o adattato - a seconda delle tematiche dei volumi.
Isbn Edizioni, questo il nome del nuovo progetto, arrivò nel satollo panorama editoriale nostrano di quel momento sfoggiando sin da subito un catalogo pronto alla sperimentazione: i racconti di un immenso Breece D'J Pancake, alcuni romanzi di Richard Brautigan - tra cui il capolavoro Pesca alla Trota in America - due antimeridiani su Luciano Bianciardi, il primo antimeridiano su Oreste del Buono. E poi alcune pubblicazioni libro+dvd (The Filth and the fury, di Julien Temple, Heavy Metal in Baghdad, pubblicato in collaborazione con la rivista Vice, tre raccolte di interventi, racconti e interviste del The Believer (la rivista fondata da Dave Eggers), i libri illustrati di Oscar Brenifier e Jacques Després (Il libro dei grandi contrari filosofici, Il libro dell'amore e dell'amicizia, Il Senso della vita, Il bene e il male, Il concetto di Dio), le riflessioni tragiche e divertite di una ancora sconosciuta Michela Murgia e tanta altra roba interessante e unica.
Chi vi scrive giunse in redazione in un afoso giugno del lontano 2007 preceduto dal dattiloscritto di Uomini e cani, che all'epoca si chiamava ancora Acque sporche e che presto, mandato alle stampe in una bolla compressa di grandi aspettative, seppe guadagnarsi (a morsi e spintoni) la propria innegabile fetta di estimatori (e il titolo, sia lode a Krishna, continua silenziosamente a tirare anche in versione pocket). Il resto è un irrefrenabile inanellarsi di eventi: fughe, ritorni, contrasti, defezioni, momenti di luce e di buio. Come in ogni famiglia che si rispetti.
Affrancatasi nel 2009 dal marchio-padre dei Formenton, la casa editrice ha saputo quindi rendersi indipendente, si è messa a ristampare i propri bestesellers nella collana Reprints e ha lanciato una nuova collana di narrativa straniera - gli Special Books - con il testo a rilievo sulla copertina, un ulteriore rinnovamento grafico che nel 2011 si è meritato il primo premio agli European Design Awards.
Oggi l'intero mercato culturale è alla canna del gas, nessuno ha più voglia di osare e un'oscura cappa di depressione sembra ottenebrare ogni afflato propositivo. Però Isbn c'è ancora, combatte, resiste, senza aver perso un'oncia del suo entusiasmo. E noi con lui. Auguri ragazzi!

giovedì 16 ottobre 2014

Thom Jones, lo scrittore che picchia duro!

Nel 1993 il bidello Thom Jones diventò - da un giorno all'altro - un vero e proprio caso letterario, facendo sprecare ai critici perennemente in cerca di filiazioni artistiche nomi di rango come quelli di Carver e Hemingway, mentre le più prestigiose riviste americane cominciarono a contendersi i suoi racconti (con gran sollucchero della sua agente, che ne vendette tre in poche ore a riviste di altissimo livello come il New Yorker e Harper's). I giornali scrissero anche che «Thom Jones ha fatto irruzione sulla scena letteraria come un dobermann inferocito in un ricevimento in giardino», e Voglio vivere!, uno dei racconti di questa sua prima raccolta dal titolo Il pugile a riposo, venne addirittura inserito da John Updike nella sua selezione dei migliori racconti americani del XX° secolo.
Il peso specifico poetico della sua prosa è quello d'un autore dalla rocciosa consistenza, che scrive senza difficoltà perché ne ha una vera esigenza, e che picchia con la penna calibrando (come un pugile professionista, appunto) gli sforzi per non spompare il lettore. Nella teoria di insulti in puro slang e di descrizioni splendide e iperboliche delle sue pagine niente è superfluo, poiché Jones descrive la vita nei suoi eccessi, distilla tutta la fisicità ed energia del quotidiano in parole forti e calde, senza bisogno di fronzoli aggiuntivi. Scrittura lavorata, quindi, la sua, asciutta e levigata al millesimo, che non avrebbe forse tanta potenza se non traesse una sua vibrante linfa da un dichiarato autobiografismo: come tutti i suoi personaggi, Jones è infatti cresciuto negli anni Cinquanta ad Aurora, una cittadina industriale nei dintorni di Chicago, è stato arruolato nei marine, è stato un pugile dilettante per quasi trent’anni, ha sofferto di una rara forma di epilessia fatta di lunghi periodi di "fuga" psichica, ha conosciuto i reparti psichiatrici degli ospedali e le cliniche di disintossicazione, ha soggiornato a lungo in Africa Occidentale, ha lavorato come copywriter e infine come bidello. Un gran bell'esempio di scrittore in grado di insegnarci qualcosa semplicemente assaporandone la lettura!

Il pugile a riposo - Thom Jones (Ed. Minimum Fax)

mercoledì 15 ottobre 2014

Tarantino Penguin...

Mentre rintoccano i vent'anni per Pulp-Fiction (damn, come passa il tempo!) segnaliamo il lavoro dell’artista e graphic designer londinese Sharm Murugiah, che ha realizzato delle copertine nello stile delle edizioni Penguin delle sceneggiature dei film di Quentin Tarantino. Murugiah ha rielaborato molti poster cinematografici che si possono vedere sul suo sito.

martedì 14 ottobre 2014

Il «maiuscolo» di Pynchon

«Palle-di-Neve han disegnato i loro Archi Volanti, costellando i Fianchi dei Capanni non meno che quelli dei Cugini, involando Copricapi nel Vento frizzante soffiante dal Delaware: le Slitte son sospinte al coperto e i loro Pattini asciugati e ingrassati con cura, le scarpe deposte nel Vestibolo sul retro, una Calata con le calze ai piedi sulla grande Cucina, in finalizzato Fermento fin dal Mattino, interpunto dai tinnenti Coperchi di vari Bricchi e Pentole fragranti di Spezie per Pasticci, Frutta sbucciate, Grasso di Rognoni, Zucchero caramellato... e i Fanciulli, sempre quasi di Volo, tra gli Schiaffi ritmati di Cucchiaio con Pastella, avendo ghermito per blandizie o rapina quanto loro possibile, proseguono, come ogni pomeriggio di questo nevoso Avvento, verso una Stanza accogliente sul dietro della Casa, arresa da anni ormai ai loro spensierati Assalti.»

Mason & Dixon - Thomas Pynchon (Ed. Rizzoli)

lunedì 13 ottobre 2014

follia e redenzione di frontiera...

Il viaggio, la cavalcata on the road, che si parli di equini a quattro zampe oppure di potenti cavalli a vapore, ha sin dall'epoca dell'oralità offerto al «Grande Racconto Americano» un'occasione per parlare di cambiamento e mutazione: si tratti di western classico oppure di vicende maggiormente legate alla contemporaneità, il viaggio è, è stato e sempre sarà (per chiunque, ovvio, ma in particolare per un giovane continente come quello a stelle e strisce, dominato dal concetto di una wilderness ostile e al contempo grembo accogliente) una metafora di metamorfosi perenne e conflittuale.
The Homesman, ultimo solido lungometraggio a firma Tommy Lee Jones, presentato con ottimo riscontro all'ultima edizione del Festival di Cannes, è il percorso verso una nuova consapevolezza di un uomo vissuto fino a quel momento allo stato brado, secondo le leggi della frontiera: senza scrupoli e badando solo a sé stesso, day by day. Al centro della vicenda la tenace pioniera Mary Bee Cuddy (Hilary Swank come al solito inappuntabile), che si assume il compito di riportare ad Est tre donne della sua comunità, impazzite per le avversità subite vivendo in mezzo alla durezza di quei luoghi ma lasciate allo sbando dai rispettivi mariti, irresponsabili ed incapaci di accudirle.
Il film di Lee Jones parte in maniera volutamente scolastica, con un'aderenza verso le convenzioni dettate dai grandi maestri del filone che è evidentemente sincera devozione: movimenti di macchina lineari e fotografia (di Rodrigo Prieto) limpida, scevra da inutili compiacimenti estetici così come predicava John Ford; dialoghi essenziali, a tratti persino didascalici, così come la caratterizzazione di tutti i personaggi in campo, secondo le regole di Howard Hawks. E poi l'esatta esemplificazione dei topoi: l’impiccagione, la fame, gli indiani e il duello con le pistole. Tutto molto bello. E prevedibile. Ma quando ci sembra di aver capito dove andremo a parare, la pellicola ci sorprende torcendosi con violenza inaspettata, tramutando il tragitto on the road in un’epopea di ritorno in cui non c’è più la frontiera come baluardo della civilizzazione, perché ad esplodere, in The Homesman, è la psiche di chi quel viaggio lo ha già intrapreso, e dopo averne pagato il terribile fio non ha altra possibilità che rinculare e rimettersi in marcia.
In questo senso lo sguardo del regista sa insinuarsi nelle pieghe del genere rovesciandone gli standard, srotolando lungo le dinamiche dell'azione il punto di vista dei perdenti. Non a caso a ricondurre le povere dementi al sicuro sono un'austera zitella che nessuno vuole impalare e George Briggs (interpretato dallo stesso Jones), un vecchio imbroglione impossessatosi abusivamente di uno dei poderi del villaggio di partenza. Una coppia che imparerà a conoscersi, forse anche a stimarsi e desiderarsi, ma che non risulterà immune al contagio della pazzia, con conseguenze disastrose. Jones è formidabile nell'allestire una corretta epica dei grandi spazi e a ritrarre senza fronzoli la cruda spietatezza della vita dei pionieri, ma ciò che gli riesce meglio (qui come nel precedente Le tre sepolture) è sicuramente inoculare una prospettiva "politica" nello spettatore, disseminando la sua storia di brevi sottintesi ai peccati che soggiacciono all'edificazione della Nazione: l'espropriazione delle terre indiane, la schiavitù dei neri, l'avidità degli imprenditori che hanno "inurbato" il West solo per depredarlo: facce deformi della medesima medaglia cui si deve la sottrazione di misure irripagabili della dignità umana.
E non è tutto. A poco più di metà del film [mezzo spoiler, attenzio'], quasi a tradimento, fa uscire di scena uno dei personaggi fondamentali. Lavorando di fino sulla traccia dell’omonimo libro di Glendon Swarthout, il cineasta e attore sessantasettenne dimostra così di avere ancora voglia di dire qualcosa di non inflazionato all’interno di un genere di cui sembra - apparentemente - si sia detto tutto. La sofferta, plausibile maturazione che compie il suo personaggio rimasto solo è un notevole surplus all'interno di un castello narrativo molto ben congegnato, capace di non annoiare pur non offrendo che un paio di solide sparatorie (da brivido però, la scena dell'incendio all'hotel con un James Spader impomatato e figlio di puttana). Cameo innocuo della Streep, ormai sorta di Madre Battesimale del cinema d'autore d'oltreoceano che conta. Ben vengano insomma film come The Homesman, buon vecchio cinema stagionato fatto da chi guarda alla sostanza senza lasciarsi irretire da facili contaminazioni pop-moderniste.

domenica 12 ottobre 2014

quanto cazzo è bravo Lagioia?

«Una pallida luna di tre quarti illuminava la statale alle due del mattino. La strada collegava la provincia di Taran­to a Bari, e a quell’ora era di solito deserta. Correndo ver­so nord la carreggiata entrava e usciva da un asse immagi­nario, lasciandosi alle spalle uliveti e vitigni e brevi file di capannoni simili ad aviorimesse. Al chilometro trentotto compariva una stazione di servizio. Non ce n’erano altre per parecchio, e oltre al self-service erano da poco attivi i distributori automatici di caffè e cibi freddi. Per segna­lare la novità, il proprietario aveva fatto piazzare uno sky dancer sul tetto dell’autofficina. Uno di quei pupazzi alti cinque metri, alimentati da grossi motori a ventola.
Il piazzista gonfiabile ondeggiava nel vuoto e avrebbe continuato a farlo fino alle luci del mattino. Più che altro, dava l’idea di un fantasma senza pace.
Superata la strana apparizione il paesaggio continuava piatto e uniforme per chilometri. Sembrava quasi di avan­zare nel deserto. Poi, in lontananza, un diadema sfrigolan­te segnalava la città. Oltre il guardrail c’erano invece cam­pi incolti, alberi da frutto e poche ville ben nascoste dalle siepi. Tra quegli spazi si muovevano gli animali notturni.
Gli allocchi tracciavano nell’aria lunghe linee oblique. Planavano fino a sbattere le ali a pochi palmi dal suolo, in modo che gli insetti, spaventati dalla tempesta di arbusti e foglie morte, venissero allo scoperto decretando la pro­pria stessa fine. Un grillo disallineava le antenne su una foglia di gelsomino. E impalpabile, tutt’intorno, simile a una grande marea sospesa nel vuoto, una flotta di falene si muoveva nella luce polarizzata della volta celeste.
Identiche a se stesse da milioni di anni, le piccole crea­ture dalle ali pelose erano tutt’uno con la formula che ga­rantiva la stabilità del loro volo. Attaccate al filo invisibile della luna, perlustravano il territorio a migliaia, ondeggian­do da un lato all’altro per evitare gli attacchi dei rapaci. Poi, come accadeva ogni notte da una ventina d’anni, al­cune centinaia di unità staccarono i contatti con il cielo. Credendo di avere ancora a che fare con la luna, puntarono i faretti di un piccolo gruppo di ville. Avvicinandosi alle luci artificiali, l’inclinazione aurea del loro volo si spezza­va. Il movimento diventava un’ossessiva danza circolare che solo la morte poteva interrompere.
Un mucchio nerastro di insetti giaceva nella veranda della prima di queste abitazioni».

Nicola Lagioia (Ed. Einaudi)

venerdì 10 ottobre 2014

bon jour grandeur...

«Non era stanco. Non aveva paura. Non aveva sete, né sonno, né fame. Non sentiva niente, non pensava. Se ne stava disteso sulla schiena, lo guardo vuoto, nel freddo, nelle tenebre. Soltanto, a notte inoltrata, pensò che stava morendo. Non sapeva come si muore».

Mentre Stoccolma si accinge a premiare Modiano, un francese, con il suo più blasonato riconoscimento, ci piace unirci alla commemorazione del centenario della nascita di un altro grande letterato d'oltralpe, Romain Gary, un personaggio forse poco noto in terra italica ma che ha dalla sua una vita e una produzione artistica davvero degne di risalto.
Di origini lituane, Gary si stabilisce giovanissimo con la famiglia a Parigi. Qui dopo gli studi di giurisprudenza si arruola nell'aviazione per raggiungere la "Francia libera" (l'organizzazione di resistenza fondata da Charles De Gaulle) nel 1940 e prestarvi servizio nelle Forces aériennes françaises libres. Termina la guerra come "compagnon de la Libération", decorato con la Legion d'onore. Alla fine delle ostilità, intraprende una carriera da diplomatico, soggiornando a lungo a Los Angeles, negli anni cinquanta, in qualità di Console generale.
Quando comincia scrivere, il successo gli arride subito. Numerosi i romanzi in classifica, alcuni scritti con diversi pseudonimi (il gioco delle identità fu una caratteristica pressoché costante del suo estro creativo). Presto incarnerà il prototipo dello scrittore fascinoso e bohemienne: baffi curati, sigaretta perennemente appesa al labbro e occhi verdi felini capaci di scavare a fondo, farà parlare di sé anche per la sterminata sequela di belle donne con cui intrecciò relazioni. Ma pur mietendo una moltitudine crescente di consensi (diversi suoi libri sono anche stati adattati per il cinema, in particolare Chiaro di donna, 1979, da Costa-Gavras, con Yves Montand e Romy Schneider come protagonisti, e La vita davanti a sé, 1977, di Moshé Mizrahi, che ottenne l'Oscar come miglior film straniero, e con Simone Signoret nel ruolo di Madame Rosa, che ottenne il César come miglior attrice) lo scrittore si portava appresso - come da manuale - un profondo, insanabile malessere interiore.
Nel 1980, ai primi segni di decrepitezza, quando si rese conto di cominciare a perdere ciò che rendeva grande il suo talento (o forse quando intuì di non averlo mai posseduto per davvero dacché il dono dell'arte è volatile per definizione) Romain Gary mise fine alla sua esistenza sparandosi un colpo in testa. Non prima di scrivere egli stesso la sceneggiatura della propria morte: la vestaglia color vermiglio addosso per placare la visione del sangue, il biglietto accuratamente in bella vista: «Nessun rapporto con Jean Seberg. I patiti dei cuori infranti sono pregati di rivolgersi altrove», perché sarebbe stato il colmo se il fragore di quella deflagrazione fosse andato a confondersi con il clamore della morte, l’'anno precedente, della bellissima e infelicissima Jean Seberg, l’'attrice americana che non era mai più riuscita a liberarsi dalla maledizione di Bonjour tristesse, che lui aveva sposato, forse amato e infine lasciato.

Perché fosse stato il protagonista di un suo romanzo o di un suo film, Romain Gary si sarebbe raccontato probabilmente più eroico e maestoso di quanto fu nella realtà. Invece non riuscì mai, ad esempio da partigiano, a convincere se stesso di aver scelto De Gaulle piuttosto che Pétain per convinzione morale e politica invece che per semplice, forse estetica casualità. Conquistò la Legion d’honneur da eroe di guerra, ma anche nel suo eroismo teatrale c'’era qualcosa di disordinato e artificioso, un dannunziano gusto del gran gesto: «La verità è che ci sono momenti nella storia, momenti come quello che stiamo vivendo, in cui tutto quel che impedisce all’uomo di abbandonarsi alla disperazione, tutto ciò che gli permette di avere una fede e continuare a vivere, ha bisogno di un nascondiglio, di un rifugio (…). Vorrei che il mio libro fosse uno di questi rifugi e che aprendolo, alla fine della guerra, gli uomini ritrovassero intatti i loro valori e capissero che, se hanno potuto forzarci a vivere come bestie, non hanno potuto costringerci a disperare», scrive in Educazione europea, il libro che Sartre - non avendo letto Beppe Fenoglio - giudicherà il migliore sulla resistenza europea e che in Italia Neri Pozza ha ripubblicato dopo i toccanti La promessa dell’'alba e La vita davanti a sé.

E come in una delle sue elegantissime e inquietanti vicende libresche, dopo gli eroismi della guerra Gary si tramutò a tal punto in un personaggio da restare imprigionato nel proprio ruolo: prima ambasciatore di Francia; poi, nel 1956, con Les racines du ciel, premiato tra le fanfare al Goncourt che non sarà il riconoscimento del Nobel ma per i francesi è anche di più; quindi l'amore per Jean Seberg - e chissà se mai egli in prima persona avrà compreso se è della magnifica e malinconica donna statunitense che diventerà marito oppure piuttosto della triste fanciulla di Bonjour tristesse.
Poi, assecondando un tristo canovaccio delle relazioni burrascose (ammesso ne esistano d'altro tipo), arriva inesorabile il divorzio cui seguiranno mille altre donne amate, ma il sopraggiungere dei Sessanta lo trova improvvisamente vecchio e superato: un monumento agée su cui i giovani della contestazione gettano a malapena uno sguardo per passare oltre, verso nuovi idoli.
Così, mentre la sceneggiatura della sua vita sta per trasformarsi in un viale del tramonto, Gary si reinventa risalendo sul palcoscenico con indosso un nuovo, scintillante travestimento: con lo pseudonimo di Emile Ajar, facendo credere che costui sia il proprio nipote, scrive La vita davanti a sé, la storia di un ragazzino arabo di una banlieue, e si merita un altro Goncourt: un modo geniale di riconquistare l'applauso per puro, personale godimento segreto. Solo dopo la sua dipartita si scoprirà infatti la vera identità di Emile Ajar. Ma intanto Gary aveva impersonato da istrione un'altra delle sue proverbiali maschere, quella dello scrittore-fenice che rinasce dalle sue ceneri, mentre il resto del mondo lo considera finito.
 Ma ormai è troppo tardi. L'angoscia che per decenni aveva lavorato sottotraccia, celata sotto un velo apparentemente non scalfibile di mondanità e narcisismo, torna a recriminare il suo dominio. Stanco delle sue mille interpretazioni, l'attore vitale e borioso cede il passo all'uomo e alle sue miserie. E forse, quel 3 dicembre 1980, prima di premere il grilletto e farsi esplodere il cervello, si sarà ripetuto ciò che il ragazzo Janek aveva ascoltato, nel gelo della foresta: «Non esiste un'’arte disperata: la disperazione è solo mancanza di talento».
(fonti: vari articoli dalla rete)
• pagina dedicata all'autore sul sito Neri Pozza