martedì 23 settembre 2014

spari tra le montagne...

A volte basta una leggerezza, un piccolo errore fatale, per ficcarsi in una spirale di eventi tragici capace di trascinarci sempre più a fondo, anche oltre il limite del dovuto. È su questo genere di considerazioni che i fratelli Coen hanno elaborato molti dei loro più riusciti noir ed è sulla medesima prospettiva che si sviluppa anche A Single Shot (2014), nuova opera del regista David M. Rosenthal che per l’occasione si è basato sull’omonimo libro di Matthew F. Jones.
Un cacciatore di frodo - moderatamente redneck - spara per errore ad una ragazza. Preso dal panico decide di occultarne il cadavere, ma nel farlo diventa troppo curioso e, scoperto il rifugio cadente in cui la donna si era accasata, sottrae una cospicua somma di denaro nascosto in un contenitore. L'uomo non è propriamente una cima, e subito comincia a spendere per farsi bello agli occhi della ex-compagna e attirando in un fiat la curiosità della comunità montanara in cui vive (British Columbia, Canada). Ci vuole allora poco affinché un brutto ceffo, originario detentore del gruzzolo cui la donna ormai cadavere lo aveva privato, si metta sulle sue tracce dando il via ad una delle più classiche situazioni di gatto con il topo.
A Single Shot ha dalla sua - giusto per rimanere in sintonia col titolo - un paio di buone cartucce. La prima, sparata sin dalla sequenza d'apertura (e presente solidamente sino ai titoli di coda) è sicuramente Sam Rockwell, un attore poliedrico e dotato, capace di dare credibilità assoluta tanto a performance drammatiche quanto a interpretazioni più puramente action. È uno di quegli attori dalla faccia giusta e l'istinto ferino, in grado di caricarsi sulle spalle un intero film impedendone la rottura degli argini del flusso narrativo. La seconda cartuccia nel caricatore dell'opera risiede invece nell'indubbia capacità del regista di lavorare sulle atmosfere: un po’ come accadeva con Un gelido inverno, lo spettatore è immediatamente catapultato in un micromondo inospitale dove la durezza numinosa della natura sembra aver forgiato le esistenze degli umani che lo popolano. Spersi tra i monti alberati dell'estremo nord del continente americano, gli uomini di questa vicenda si trascinano lungo strade fangose e livide con l'aria di relitti privi di speranza, intrappolati entro destini privi di qualsiasi sbocco.
Purtroppo, e pesa parecchio sul giudizio finale, a questa efficace rappresentazione complessiva fa da puntello una pletora di personaggini davvero troppo macchiettistici per risultare credibili (c’è il cattivone che fa minacce al telefono, l'ambizioso in attesa dell'occasione che lo farà svoltare, la moglie egoista che preme per il divorzio e via così passando in rassegna tutto il «compendio del bravo noir di provincia»). La storia s'immette entro direttive che puzzano di déjà-vu fin dall'assaggio e questa sensazione tende a rinsaldarsi durante l'intero corso della pellicola, quasi autocompiaciuta di avere eseguito bene il proprio compitino, sprecando di fatto un cast ricco che, oltre a Rockwell, vede sfruttata malamente gente come Jeffrey Wright, William H. Macy, Kelly Reilly e Jason Isaacs. Peccato!

lunedì 22 settembre 2014

...su Recensionilibri

«In un altro tempo, in un altro mondo, ma nello stesso pianeta: dove sono ambientati i racconti di Omar Di Monopoli? Nell’Italia meridionale, questo è certo, ma quella descritta dallo scrittore di Manduria (Taranto) sembra la degna erede del Sud da inferno e paradiso che apparve a Goethe, secondo l’espressione dei colti viaggiatori dei Grand Tour del ’700 (Napoli, un paradiso abitato da diavoli) ripresa da Croce.
Quanto agli anni in cui si svolgono, i dieci titoli raccolti in Aspettati l’inferno (edizioni ISBN, 172 pagine), dovrebbero risalire agli Anni Settanta. Il sospetto viene dalla Simca della prima storia, l’auto dello zio Tonino, ma anche dalle botte che i padri rifilano di santa ragione ai figli, quando ne combinano una peggio dell’altra a scuola, nella stessa vicenda. Oggi non andrebbe così. Finanche nei quartieri bene, le mamme prendono professori e presidi a male parole - quando non passano a vie di fatto - appena gli educatori si azzardano ad osar sgridare l’irrefrenabile prole.
Altro sospetto di localizzazione ante Duemila deriva dall’apprendere che accanto al paese di Enrico Saraceno, figlio di un cassintegrato, vogliono costruire una centrale nucleare. Da mò è che non se ne parla più in Italia di energia sporca, direbbe Omar, con la caratteristica scrittura meridional style o più precisamente apulian style, che caratterizza le sue pagine, ravvivate da invenzioni lessicali, dialettismi, storpiature creative, elaborazioni vernacolari. Ad uso dei lettori, va segnalato peraltro che il manduriano scritto potrebbe evocare accenti calabro-siculi, ma resta pur sempre un’inconfondibile parlata del Sud. Contesto, siti, accessori e particolari sembrano decisamente retrò. In alcuni racconti, scorrono in televisione per i piccoli i cartoni di Fantaman e dell’Ape Magà. Le biciclette dei bambini sono Graziella. Il Settentrione lo chiamano “Altitalia”: da quanto tempo è Nord e basta, tutt’al più Padania?
In altre vicende si passa a situazioni da vera fantascienza, con gli altri, gli ufo - anzi, gli ufi, come li chiama Sputazza - che clonano terrestri, manco fossero nel film Gli ultracorpi. E c’è spazio anche per l’horror, per la superstizione, per le vicende storiche, per i lupi mannari scatenati nella confusione che accompagna la Repubblica partenopea del 1799.
Magiche, quasi sempre, risultano soprattutto le donne. Belle e brutte, giovani e anziane. Mamme, sorelle, fidanzate, mogli, spasimanti, amanti. Non si può dire che Di Monopoli non le consideri. Alcune risultano magnetiche, altre prepotenti, molte sono i classici angeli del focolare, qualcuna è una mamma padrona, altre le solite colonne della famiglia, sia pure autoescluse sullo sfondo. Poi c’è Alina, siberiana, pelle candida, occhi di brina, meravigliosi. E che contrasto tra la bellissima carusa (ragazza) dai capelli d’oro e due gambe accussì che invecchiando diventa Ghitecchia, la masciara, la strega, con la faccia tutta rughe di cartapesta, una colpevole bella e pronta per farle scontare tutti i delitti oscuri in zona, li abbia commessi lei o meno.
È un torbido e feroce meridione da western, la grande passione di Omar, autore ma anche grafico e sceneggiatore. Non è un paese per deboli di cuore. Combattimenti di galli, un dobermann che si chiama Himmler, rave party tra le sterpaglie di poligoni militari dismessi. Odiosi caporali che lucrano sul lavoro degli extracomunitari nei campi, viaggiano in SUV con l’aria condizionata sparata e maneggiano cellulari di ultima generazione. Poco lavoro e mal pagato, disoccupazione, torti subìti e ingiustizie commesse, contraddizioni sociali, abusivismo, spazzatura. Gente per male, come i “diavoli” di Goethe.
Una Puglia poco presentabile, lontana da quella tutta pizzica, folklore e villaggi estivi dei rotocalchi e delle news. All’autore sta bene così. È pugliese, non può essere accusato di lesa maestà».

domenica 21 settembre 2014

a Bari, per Faulkner...

Nelle mappe della letteratura mondiale la contea di Yoknapatawpha è una meta vagheggiata, ma pochissimo visitata. Chi vi abita è imprigionato in un passato che non scorre e ha fatto in modo di cancellare le indicazioni stradali, cosicché il viaggiatore che vi si inoltrasse senza una guida correrebbe il rischio di perdersi nella stessa fissità dei tramonti cremisi dell'America del Sud, nel grande e violento mistero della natura e dell'uomo.
Con l'occasione dell'anniversario della nascita dello scrittore, la Libreria Zaum di Bari, grazie a Gianluigi De Marinis prova ad offrire una guida al lettore...
«È come se Faulkner, in una sorta di turbinosa disperazione, spinto da una terrificante urgenza, abbia deciso di provare a dirci tutto, assolutamente tutto – ogni prima origine, causa, caratteristica, qualità, assieme a tutte le possibilità del futuro o ultime intravedibili metamorfosi – in una singola frase: l'incredibile sforzo di concentrazione, questa energia vaporante dallo stile, fa di ogni frase un microcosmo.» {G. De Marinis}

Bari - Libreria Zaum / Interno4 ore 19:00 ingresso libero
Info. 334 1652121

venerdì 19 settembre 2014

the new sailorman...


Da queste parti si è sempre guardato con grande affetto al personaggio di Braccio di Ferro (un innamoramento infantile mai completamente sfumato). Ora il geniale cineasta Genndy Tartakovsky (l'uomo dietro a classici come le serie tv Samurai Jack, Le Superchicche e Star Wars: Clone Wars) ha condiviso online un primo vdeo in cui prova l'animazione di Popeye, suo nuovo film in CG prodotto dalla Sony Pictures Animation con protagonista l'eroe mangia-spinaci. Che dire? A noi sembra bellissimo, e ci ha fatto tornare bambini. Speriamo arrivi presto.

irresistibilmente gotici!


(ieri rintoccavano i cinquant'anni dalla prima messa in onda sul canale ABC della serie cult La famiglia Addams. L'occasione ci offre il destro per rispolverare un vecchio post sull'argomento)
C'è una famosa coppia di coniugi televisivi che dagli anni sessanta nutre il suo cimiteriale matrimonio con un affiatamento fatto di temporali notturni, alberi natalizi colmi di scheletrini e pranzetti familiari dove gli occhi di tritone sostituiscono le fragole. Si tratta di Morticia e Gomez de La famiglia Addams, nati dalla fantasia di Charles «Chas» Addams, il grande disegnatore americano del New Yorker che impose le sue creature quasi ininterrottamente dal 1933 al 1988 sulla rivista più prestigiosa degli States. Definito il cantore della normalità dell’efferatezza, è stato un artista prolifico, capace d'imporre uno stile di comicità gotica dove l’assurdo viene considerato normale (qui una splendida galleria). Aveva cominciato fin da bambino a dipingere scheletri mentre a 10 anni affrescava con fantasmi le pareti di una casa abbandonata nella natia Westfield in New Jersey. Più tardi popolava il suo mondo di defunti, gnomi, streghe, scienziati dementi e un originale clan familiare per le pagine di una delle riviste più intellettuali d’America: il New Yorker. Era il 1932 e le sue vignette erano l’appuntamento fisso della settimana: bizzarre, truculente ma né crudeli né ciniche, permeate di un’innocenza che ne evidenziava l’umorismo sofisticato che trovò subito un largo seguito tra i lettori - ma che divenne davvero popolare quando nel 1964 la rete ABC produsse i telefilm con John Astin e l'indimenticabile Carolyn Jones.
L'elemento del successo della famiglia Addams era l’originale impasto di ilare minaccia che traspariva dalle striscie in bianco e nero. Addams riempiva le sue vignette, linde e rifinite, di una pletora di precoci criminali, borghesi in atteggiamento sospetto, mostri in libera uscita, eventi soprannaturali, situazioni vagamente orrorifiche viste e descritte come eventi normali. I membri della sua famiglia (a)tipica coltivano le loro perversioni con domestico, soave fervore, in una sorta di mondo rovesciato in cui i vizi si ribaltano in virtù. Come dimenticare, ad esempio, l'irresistibile Morticia Addams? Una donna che cura con amore una mostruosa serra di orchidee carnivore e si fa servire da un maggiordomo di cui è rimasta solo una mano e che lei chiama affettuosamente «Mano» - splendidamente interpretata prima dalla Jones e poi da Anjelica Huston in due film (senza contare i seguiti spuri con una impacciata ma fascinosa Darryl Hanna) - , Morticia è madre e moglie esemplare, non importa se anziché educare i figli secondo le buone maniere li spinge a mangiare con le mani, insegna loro i rudimenti dell’avvelenamento e regala loro minighigliottine per bambole ed attrezzi di tortura medievale. Il successo degli Addams nel mondo sta tutto qui: il loro è un sistema chiuso con le sue regole au contraire che consentono infinite soluzioni. Una sorta di gioco, dunque, che nel gusto ammiccava al neogotico ottocentesco e che, nel 1991, si riaccese esplodendo anche al cinema.
«Chas»
Il progetto cinematografico The Addams Family fu voluto da un giovane e fiducioso produttore di Hollywood, Scott Rudin, che da piccolo non si perdeva una puntata dei suoi surreali beniamini.
Affidata ad un regista allora debuttante, Barry Sonnenfeld (che poi di strada ne ha fatta parecchia), la produzione del film fu finanziata da uno studio cinematografico in grandi difficoltà economiche, la Orion. Il terzetto era animato da poco più che buone intenzioni ma si aggiunsero loro due attori di buona reputazione come Anjelica Houston ed il compianto Raul Julia, entrambi entusiasti in quanto fan dei fumetti degli Addams fin dall’adolescenza, poi arrivò il caratterista Christpher Lloyd, reso famoso dalla serie di Ritorno al Futuro ed il film finalmente poté decollare. Alla sua uscita la pellicola guadagnò ben 118 milioni di dollari, riportando indelebilmente in auge il culto per gli Addams. Per chi volesse, sul tubo è disponibile la rara pellicola tv che nel 1977 riunì, incredibilmente a colori, il cast originale.
(fonti: la rete)

giovedì 18 settembre 2014

Mazza, lo scrittore dei lupi del sud...

(quattro chiacchiere con lo scrittore Carlo Mazza, barese, classe 1956. Con il personaggio di Antonio Bosdaves ha già pubblicato per la collezione Sabot/age il poliziesco Lupi di fronte al mare, incentrato sulle relazioni tra politica, finanza e sanità, e finalista al Festival Mediterraneo del Giallo e del Noir 2012. Da qualche mese è in libreria il suo ultimo parto Il cromosoma dell'orchidea.)
1) caro Carlo, partiamo dal principio: come arrivi al romanzo noir e da quanto tempo scrivi?
Ho sempre amato scrivere ma per molti anni l’ho fatto con discontinuità e disordine. Poi, una decina d’anni fa ho iniziato a cimentarmi nella scrittura teatrale, per puro piacere e senza velleità artistiche: ho scritto un dramma religioso sulla vita di santa Rita da Cascia (e l’ho anche messo in scena come regista). Poi ho proseguito, ma sempre con uno spirito amatoriale. Nel 2011 ho avvertito il bisogno di narrare la realtà e ho pensato che le modalità della trama poliziesca erano le più adatte a realizzare questa esigenza. Così è nato il mio primo romanzo, Lupi di fronte al mare.
2) Le tue storie, come molte di quelle di tuoi illustri colleghi, parlano di Meridione e di criminalità dedicando uno spazio considerevole alla bellezza tradita dei luoghi in cui si consuma il malaffare: è possibile oggi scrivere di Sud senza pagare il pegno a una certa visione pessimistica, fatta di lacerazioni e corruttela?
Assolutamente sì, e mi piacerebbe farlo. Ma in un Paese come il nostro, nel quale i mass-media restituiscono una realtà artefatta e di comodo, credo sia fondamentale colmare il vuoto di verità che ne consegue e affondare la penna nelle tematiche più spinose. Ad ogni modo, l’opportunità di narrare il Sud in modo brillante mi attira molto, mi piacerebbe prima o poi scrivere i dialoghi di una commedia all’italiana moderna, tipo quelle di Virzì.
3) D'altro canto, una certa idea oleografica e persino fatata delle terre del Sud - del nostro Sud pugliese in particolare - in questi anni di eccezionale successo turistico sembra aver tracimato contaminando la realtà e inducendo i media a trasmettere una idea assai inaffidabile di questi luoghi: o sono il ricettacolo di ogni male o sono la terra del divertimento puro e dell'incanto, senza via di mezzo. Qual è l'atteggiamento di uno scrittore dinanzi a questa bizzarra forma di rappresentazione?
Effettivamente, siamo narrati, e ci narriamo, con un atteggiamento… provinciale. È come se da noi non potessero svolgersi storie “compiute” a prescindere dal territorio, ma solo vicende mediate dalle peculiarità dei luoghi. Personalmente, questa tendenza mi pare soffocante e, nel mio piccolo, scrivendo Il cromosoma dell’orchidea ho cercato di muovere un piccolo passo che secondo me procede in una direzione opposta, superando la logica del localismo ingombrante e preferendo invece riferimenti ai luoghi di natura meno esplicita e più allusiva.
4) parliamo di lingua e di stilemi: nei tuoi romanzi la componente dialettale ha un'importanza notevole ma non mi sembra la si possa dire dominante nella costruzione dell'impalcatura narrativa. Il tuo è un modo di procedere molto cinematografico, un incedere nel quale, credo, il vernacolo si amalgama senza sforzo al resto grazie soprattutto alla tua abilità di scrittore, nel tentativo di restituire quanto più fedelmente possibile la realtà che ti interessa descrivere... è così?
Approfondisco la risposta precedente. Io credo che il “dove” della narrazione, che non deve essere decisivo ma neppure del tutto assente, debba desumersi dalla musicalità del linguaggio, dalle aspirazioni dei personaggi, dalle descrizioni del clima. Invece oggi il localismo consiste spesso nell’utilizzare la toponomastica di una determinata città nella descrizione, per dimostrare che la storia narrata è tipica di Bari, Roma o Napoli, anche se magari si tratta di una vicenda che potrebbe avvenire ovunque. Rispondendo in modo preciso alla tua domanda, credo che il linguaggio (dialetto o lingua italiana con impronta vernacolare) sia solo una tessera del mosaico narrativo, una modalità tecnica da usare con misura e giudizio al servizio della narrazione, e non debba mai diventare un elemento dominante.
5) cosa dobbiamo aspettarci nel futuro da Carlo Mazza?
La scrittura per me è un’attività continua, che non si interrompe mai. Credo di avere ancora molte energie da spendere e, d’altra parte, la realtà fornisce stimoli formidabili.

mercoledì 17 settembre 2014

come un manto nero sull'anima...

Approcciare a un'opera di Pete Dexter significa venire catapultati di peso in porzioni spazio-temporali precise (la Los Angeles degli anni Cinquanta, la Georgia degli anni Quaranta), luoghi dove uomini e donne non riescono a condividere gli stessi spazi senza configgere entro qualche grumo inestirpabile di violenza che, quando esplode, lo fa con una potenza letale e dirompente.
Il cuore nero di Paris Trout, splendida tragedia nera aggiudicatasi nell'87 il prestigioso National Book Award, comincia con un'epidemia di rabbia delle volpi per scivolare agile con la vendita di un rottame d'auto mascherato da berlina da parte di un uomo d'affari bianco - il Paris Trout eponimo - a un giovane bad-guy di colore: il mancato pagamento del debito generato da questa semplice transazione darà luogo a un temibile avvicendamento di vendette, svelando lungo lenti, inflessibili capitoli, l'orrore che si cela nel profondo di un uomo convinto di essere al di sopra della legge (quanti ancora ne esisteranno?) per consegnarci un cattivo davvero memorabile, un sociopatico crudele e razzista capace di mascherare la propria follia omicida sotto la patina d'inflessibile rispettabilità che gli regala una società negletta e classista - e quindi più o meno indirettamente complice.
Tradotto in italiano in maniera virtuosa ed efficace da Stefano Negrini (era già uscito ne I Gialli), Il cuore nero di Paris Trout affronta una storia di ordinaria discriminazione del Sud degli Stati Uniti, trovando però nella penna di Dexter un interprete esemplare, capace di gettare una luce universale sugli eventi narrati per trasformarli in una vicenda che, come disse William Styron, «viene da un autore che ha saputo catturare l'essenza dell'America profonda con una fedeltà ai dettagli e un orecchio per i dialoghi che non si vedeva dalle opere di Flannery O'Connor»
Scrittore dotato e poliedrico (qui parlammo di un suo altro successo, lo splendido Train), Peter Dexter è oggi un autore considerato in grado di maneggiare abilmente il canone a prescindere dalla natura thriller o noir delle sue storie: visionario dallo stile accurato e immaginifico, le sue frasi sono secche, spesso ammalianti per via di una strana sensazione di energia trattenuta. Suo il lavoro di sceneggiatura anche del film omonimo che Stephen Gyllenhaal trasse dal libro nel '91, interpretato da un calzante Dennis Hopper e da altri due assi del grande schermo quali la bella Barbara Hershey nel ruolo della moglie vessata e il sempre perfetto Ed Harris, che stavolta presta la sua espressione granitica all'avvocato cui toccherà l'oneroso incarico di difendere Paris Trout dinanzi a una corte fin troppo disposta a tollerare le mattane del commerciante razziatore. La pellicola svolge il suo compitino senza eccellere, ma il cast è meritevole e restituisce con passione l'inestricabile impasto di dolore e cattiveria che fanno di questa storia un classico color pece...

Il cuore nero di Paris Trout
Pete Dexter (Ed. Einaudi)

Heil Mailer!

La stanza che Himmler utilizzava per parlare con la nostra cerchia ristretta era una piccola sala conferenze rivestita con pannelli in legno di noce scuro che contava appena venti posti distribuiti su quattro file da cinque. Ma non intendo soffermarmi su certe descrizioni. Preferisco dedicarmi alle idee tutt'altro che ortodosse di Himmler. Chissà che non mi abbiano spinto ad avviare un memoriale destinato a turbare le coscienze. E so che per estirpare tante convinzioni invalse mi toccherà navigare in acque burrascose. Alla sola idea sento erompere una cacofonia nell'animo. Come ufficiali dei servizi segreti tendiamo spesso a distorcere le nostre scoperte. La menzogna, del resto, è a suo modo un'arte, anche se quest'impresa mi impone di non avvalermene. Ma ora basta! Vorrei presentare Heinrich Himmler. Preparati, lettore, perché non sarà un incontro facile. Questo signore, che dietro le spalle veniva soprannominato Heini, nel 1938 era diventato uno dei quattro capi indiscussi della Germania. Eppure la sua vocazione intellettuale più amata e riposta era lo studio dell'incesto, che dominava le nostre indagini più sofisticate. Alle scoperte erano riservate riunioni a porte chiuse. L'incesto, sosteneva Heini, era sempre stato molto diffuso tra i poveri di ogni dove. Nemmeno i nostri contadini tedeschi ne erano rimasti immuni, e questo fino all'Ottocento. «Negli ambienti intellettuali nessuno solleva mai l'argomento, - osservava Heini -. Del resto, c'è poco da fare. A chi interessa certificare che un poveraccio è frutto di un incesto? Ogni singola istituzione di ogni singolo Paese civile mira soltanto a nascondere certe cose sotto il tappeto».

Il Castello nella foresta
Norman Mailer - (Einaudi Ed.)

martedì 16 settembre 2014

ragazzi che fanno i cattivi...

Bad Boys è un film del 1983 diretto da Rick Rosenthal, regista statunitense noto per i suoi lavori televisivi (Buffy e Smalville tra quelli più famosi) ma anche per aver contribuito alla saga degli Halloween (suo il secondo e l'ultimo - La resurrezione - prima dell'amato/contestato remake di Rob Zombie) e prodotto film di ottimo spessore come Mean Creek, acclamato al Sundance Film Festival di Robert Redford. In Bad Boys ci presenta un giovanissimo e già cazzuto Sean Penn nella parte di Mike O'Brien, furfantello di basso cabotaggio che si divide tra guerre di bande rivali, piccoli ma cruenti colpi nei negozi e spaccio nella città di Chicago. Dopo un tentativo sciagurato di rapina finita con la morte accidentale del fratellino di Paco, suo alter-ego latinoamericano (stessa determinazione, stesso temperamento virato al crimine un po' per necessità e un po' per destino), Mike viene rinchiuso in un carcere minorile, dove vige un clima di violenza e sopraffazione. Paco, per vendicare la morte del fratellino, violenta e tenta di uccidere CJ, la fidanzata di Mike e, arrestato, finisce nello stesso carcere di Mike. Da lì il principio di una sfida che metterà a dura prova le sorti del protagonista nonché la funzionalità del regime carcerario del riformatorio. Ottime le interpretazioni, incisivo l'uso della luce che accompagna una fotografia sporca e lievemente fluo - come si usava nei mitici eighties quando si voleva stendere una patina d'impegno civile sul prodotto -, e decisamente calibrato il ritmo della vicenda. Forse qualche pecca di sceneggiatura (però il film va contestualizzato entro una concezione «scrittoriale» ormai vecchia di quasi trent'anni), riscattata sicuramente da una rappresentazione della violenza mai edulcorata e anzi, molto moderna (indimenticabile la scena in cui Penn, disarmato e in attesa di un confronto letale con due sgherri della prigione, utilizza a mo' di bolas mezza dozzina di lattine di coca cola piene raccolte in una federa).

lunedì 15 settembre 2014

l'inossidabile tenacia di un genio...

Posto che probabilmente nessuno riuscirà mai a carpire la vera essenza di una torsione così spettacolare e innovativa come quella che Charlie Chaplin riuscì a imprimere alla Settima Arte (di fatto definendone le più moderne coordinate assieme a uno sparuto gruppo di pochi altri apripista, Buster Keaton in primis), è abbastanza facile comprendere cosa abbia attirato l'editore ISBN di questo più recente tomo, a firma Peter Ackroyd, dedicato al grande cineasta con il bastone e la bombetta.
Il Chaplin rivelato in queste pagine documentatissime è infatti, a differenza di molta altra saggistica e letteratura sull'argomento, una proteiforme creatura piena di difetti, un artista complesso e problematico che si barcamena tra riconoscimenti divistici molto pop (fu la prima grande star universale, famoso nell'intero globo terracqueo al pari di Buddha e di Gesù Cristo) e la sublimazione mai completamente realizzata di un'infanzia reietta e miserabile, che continuò ad assillarlo sino agli ultimi giorni della sua lunga vita.
Ackroyd, considerato uno dei più grandi scrittori viventi, riesce a trasmetterci con appassionata meticolosità la desolazione del giovane Charlot alle prese con i sotterranei di una Londra lividamente edoardiana ma anche la sua inossidabile (quasi patologica) fiducia nel proprio talento. Chaplin venne scritturato da una compagnia teatrale (quella di Fred Karno, suo primo mentore che gli insegnò l'arte del palcoscenico) e nelle sue fila sbarcò in tour sulle coste di una terra, l'America, che gli concesse in breve d'imbastire quella che sarebbe stata una folgorante, irripetibile carriera - salvo poi disamorarsene, in epoca mccarthysta, con l'accusa di mancanza di patriottismo.
Inediti retroscena della vita privata dell'artista (quattro mogli, undici figli e uno sterminato numero di amanti) e continui rimandi ai suoi capolavori rendono appassionante questa biografia: si scopre che Chaplin lavorava senza sceneggiatura improvvisando come un pittore sulla tela (oggi, coi costi proibitivi del cinema, sarebbe impossibile) e che fosse capace di incredibili piazzate di pura crudeltà coi suoi collaboratori. Preferiva muse piuttosto giovani, e la stessa Paulette Goddard - compagna del comico per otto anni - dichiarò che l'uomo era un amante particolarmente focoso. L'equazione facilmente desumibile dalla mera rievocazione dei fatti è che le frequentazioni femminili siano servite al genio a colmare un vuoto profondo, quello della madre assente qui ripetutamente rievocata, ma che questi rapporti siano sempre stati burrascosi e in definitiva, segnati com'erano da scenate di gelosia e maltrattamenti, infantili e irrisolti. Sarà infine Oona O'Neil, figlia del grande drammaturgo Eugene, a rendere finalmente adulto "il piccoletto con i baffi". [di Charlot avevamo parlato anche qui]

Charlie Chaplin
Peter Ackroyd (Ed. ISBN)

domenica 14 settembre 2014

all'inferno non ci si sta tanto bene...

Sergio Garrone tratteggia con Django il bastardo uno dei migliori sotto-Django del periodo. È il 1969 e la pellicola capostipite della serie (quella più famosa con Franco Nero nel ruolo del pistolero protagonista) sta riscuotendo un grandissimo successo, inferiore forse solo a Per un pugno di dollari. Garrone allora, in collaborazione nella sceneggiatura col suo attore Anthony Steffen, amplifica l'aura sepolcrale che ammantava il lungometraggio di Corbucci per costruire una storia davvero malsana, realizzata con pochissimi soldi (e le solite, scalcagnate presenze attorali che hanno animato l'intero arco di vita del western nostrano) ma decisamente efficace nella sua ruvida messa in scena. Già l'idea di partenza, quella di improntare uno spaghetti-western che si snoda in una sola notte in un villaggio deserto, è notevole e originale, soprattutto per le anomale venature horror che sin da subito permeano il susseguirsi degli eventi. Ma poi la presenza di tipologie grottesche di personaggi come il killer epilettico Hugo o il folle dallo strano nome di Lu Kamante (impersonato da Luciano Rossi) regalano al film uno status di culto. La vicenda - in fondo molto elementare - vede Django tornare dalla guerra (ma forse dalla morte, il regista è bravissimo nel lasciare sospesa l'informazione) per vendicarsi dei soldati sudisti che hanno tradito il suo gruppo in battaglia. Vestito di nero come un pipistrello e impassibile di fronte a qualsiasi minaccia, il pistolero incide su una croce la data della morte di ogni suo bersaglio e quando alla fine compie la mattanza, scompare nel nulla com'era venuto rispondendo alla domanda di rito «dove andrai, straniero?», «All'inferno... e ti assicuro che non ci si sta bene!». Magnifico. Il film ispirò (e parecchio) Clint Eastwood per il suo Lo straniero senza nome.

sabato 13 settembre 2014

another dull and lurid year...

«E così arrivammo alla fine di un altro stupido e lurido anno. Le luminarie sormontavano scintillanti le porte dei negozi. I venditori di caldarroste spingevano i carretti fumanti. Di sera, la folla in strada era immensa e il fragore del traffico saliva a trasformarsi in un'ondata di piena. I Babbi Natale della Quinta Avenue scampanellavano con una delicatezza strana e quasi dolente, come a spargere sale su un taglio di carne guasta. In tutti i negozi risuonavano musichette, canti e osanna natalizi, e le trombe dell'Esercito della Salvezza diffondevano i lamenti marziali di antiche legioni cristiane. L'effetto sonoro in quel luogo e in quel momento era bizzarro, fragore di piatti e rullare di tamburi, come un rimprovero impartito a dei bambini per un peccato imperdonabile, e la gente era infastidita.»

Americana - Don DeLillo (Ed. Einaudi)

saturday pic (16): il santo degli assassini...

(art by Glenn Fabry)

venerdì 12 settembre 2014

inferno sul cartellino...

(una bella iniziativa della Libreria Ubik di Foggia: il badge col consiglio di lettura personalizzato... uno dei libri segnalati è un titolo assai tenuto in considerazione, quaggiù. Tenchiù cara Ubik!)

i pesci morti...

Che siano falegnami sul set di un film porno, puntigliosi riparatori di macchine da scrivere, truffatori tossicodipendenti dallo sguardo pietoso, ragazzini costretti a crescere in fretta o sceneggiatori di successo finiti in un ospedale psichiatrico, i personaggi di questi otto racconti lottano per superare il trauma di un abbandono o di una violenza, per comprendere la deriva delle persone amate, per mantenere la propria umanità in un’America marginale e dolente, provinciale e uggiosa.
La scrittura accurata e potente di D’Ambrosio - autore schivo e poco prolifico, ma acclamato dalla critica americana come una delle rivelazioni degli ultimi anni - li riscatta, descrivendo l’insoddisfazione personale di ciascuno come qualcosa da cui smettere di fuggire, e regalandoci un capolavoro dal fascino oscuro dal quale, come ha scritto il Seattle Times, «è quasi impossibile staccare gli occhi».

«All’Istituto mi svegliavo presto, quando le suore ancora dor­ mivano, e me ne andavo al negozio del vecchio cinese. Il vec­chio cinese era un uomo brunastro, nodoso e rattrappito che sembrava un pezzo di radice di zenzero e aveva uno di quei negozietti minuscoli che vendono pompelmi, vino e carta igienica e nessuno capisce mai come fanno i proprietari a camparci. Ma lui ci campava, si vede che aveva trovato un sistema. La sua vecchia moglie cinese era una donnetta esile come un ramoscello che se ne stava seduta su una sedia senza mai dire una parola. Lui parlava inglese solo quel tanto che bastava per mandare avanti gli affari, per dire buongiorno e buonasera, per dare il resto, anche se ogni mattina, quando andavo a comprare il mio pompelmo, cercavo di insegnargli qualche parola utile.»

Il museo dei pesci morti

Charles D'Ambrosio (Ed. Minimum Fax)

giovedì 11 settembre 2014

la malaria nel cervello...

Sono sicuramente ghiotte e meritevoli le aspirazioni della blasonata Ami Canaan, che con la sua opera seconda Le paludi della morte costruisce un thriller torbido e impregnato al punto giusto di putridume, tra loosers di chiara derivazione peckinphaniana e paludi che portarono al cannibalismo anche i nativi.
I geni paterni (la regista è figlia di cotanto Michael Mann) si manifestano nella fotografia dal respiro ampio e ambizioso, nel ritmo implacabile che mozza a tratti il fiato, nelle musiche quasi rycooderiane di Dickon Hinchliffe, negli scoppi di violenza improvvisa che destabilizzano (il prefinale nella casa è un pugno allo stomaco assai ben congegnato) e nei redneck grugnenti (come non rimarcare l'efficacia di Jason Clarke nonché la bravura di un viscido Stephen Graham) conditi come da cliché di famiglie del tutto disfunzionali (ritroviamo qui una sfatta ma incisiva ex Laura Palmer). Una visione d'insieme nitida che pesca a piene mani da referenti importanti, insomma, che la brava cineasta impreziosisce di personali tocchi quasi fiabeschi (la piccola Chloe Moretz in balia degli orchi, che si racconta filastrocche per esorcizzare il male, ha un retrogusto quasi kinghiano), straordinaria la sequenza nell'abitacolo del carro attrezzi e commovente l'invito a pranzo del suo tutore (il detective Heigh, interpretato da un intenso Jeffrey Dean Morgan).
A queste premesse ottime fa però difetto uno script che lentamente si attorciglia su sé stesso trasformandosi in un labirinto di intrighi e sospetti dove tutti - ma va? - sono colpevoli. Scritto da Donald Ferrarone, ex agente della DEA e autore dell'omonimo romanzo da cui la pellicola è tratta (Texas Killing Fields è il titolo originale ispirato a fatti realmente accaduti nella zona paludosa della costa dove sono stati ritrovati numerosi cadaveri di giovani donne), il film è un'opera corale che vive delle molteplici voci di anime disperate in balia degli eventi e talvolta gioca sporco, lasciando volutamente alcune tracce insolute e scardinando i luoghi comuni del piacere della sorpresa. Il tentativo è sicuramente quello di mostrare un Texas lercio e metafisico, inteso quasi come «stato d'animo» (concetto caro a Joe R. Lansdale, e che bomba sarebbe stato questo film se avessero affidato a lui la sceneggiatura) ma la bellezza delle  location resta sfregiata da una storia che s'inceppa tra le volute di un girato troppe volte accademico. Pur armata di intenzioni assolutamente valide e degne del nostro più accorato plauso, la figlia di Mann fallisce pertanto il bersaglio e invece di accompagnarci nelle paludi malariche che infettano il profondo di ognuno di noi ci mostra uno spettacolo affascinante ma poco originale se non velatamente sterile; eppure come non andare in sollucchero dinanzi a un'atmosfera classica che pare uscita dagli anni 80 nelle sacche di un Dennis Hopper o di un Walter Hill?
In tutto ciò, impossibile non segnalare - con una certa dose di turbamento - la mostruosa somiglianza del protagonista Jeffrey Dean Morgan con due celebri e amatissimi personaggioni dello star-system, Javier Bardem e Robert Downey Jr. (guardare per credere: Morgan sembra l'anello di congiunzione tra i due)

mercoledì 10 settembre 2014

laggiù nel profondo Ohio...

«Mi svegliai pensando di aver pisciato un'altra volta nel letto, ma era solo un punto appiccicoso dove io e Sandy avevamo scopato la notte prima. Ti capita quando bevi come bevo io - ti lasci incastrare in un cazzo di Wal-Mart e finisci a vivere con qualche drogata di crack e i suoi poveri genitori. Alzai le coperte appena un poco e passai le dita sul tatuaggio che faceva sembrare il culo ossuto di Sandy un cartello stradale: una scritta bluastra che diceva 'Knockemstiff, Ohio'. Per me rimarrà sempre un mistero il motivo per cui a certe gente serve l'inchiostro per ricordare da dove viene»

(da Il bucoKnockemstiff
Ray Pollock (Ed. Elliot)