venerdì 27 marzo 2015

anime disidratate...

Jake Paltrow, fratello minore della ben più nota Gwyneth, torna alla regia (dopo aver scritto libri e girato The Good Night) con questa interessante pellicola di fantascienza minimal intitolata Young Ones, presentata con grande successo di critica al Sundance Film Festival dell'anno scorso.
La storia, girata nelle suggestive lande naturali e desertificate del Sudafrica, nella regione del Namaqualand,  è ambientata in un futuro prossimo in cui le risorse idriche sono ridotte al lumicino: qui un agricoltore (Michael Shannon, decisamente una garanzia) resta tenacemente attaccato alla propria terra, un tempo fertile ed ora trasformata in un deserto arido e letale. Alla sua morte (violenta) il figlio quattordicenne sarà costretto a scoprire che l'assassino del genitore ruota da tempo pericolosamente attorno alla sua famiglia.
Attingendo molto - e con fruttuoso risultato - dall'immaginario western, il film mette in scena una distopia assai credibile nelle premesse, ma che purtroppo sulla lunga durata finisce un po' per sbriciolare i propri intenti (nessun emulo di Mad Max, per intenderci!) travestendosi da dramma cupo e postmoderno (non a caso è un film da Sundance), tanto che quello che si preannunciava come il fulcro del racconto (la penuria d'acqua e la battaglia quotidiana degli uomini per incamerarne quanta più possibile) diventa presto un fattore secondario in una storia di vendette e riflessioni personali, molto intime e (per quanto ben allestite) dall'appeal modesto per il pubblico.
Ciò non toglie che, al netto di un discreto numero di scene davvero affascinanti e cazzute (la tesa e rimbombante sparatoria iniziale ci mostra cosa avrebbe potuto fare di un plot simile un regista come George Miller), la pellicola si faccia guardare senza intoppi, anche grazie ad un cast efficace composto da attori di rilievo come Nicholas Hoult (era il bimbo di About a boy, qui reduce dal successo di X-Men Giorni di un Futuro Passato), Elle Fanning (la giovane star di Maleficent sorella di cotanta Dakota), Kody Smit-McPhee e il già citato Michael Shannon a cui se avessero lasciato più spazio per fare il suo consueto ruolo di picchiatello forse l'economia complessiva del racconto avrebbe tratto giovamento. Resta un'attenzione incredibile per l'aspetto grafico e visivo (scenario mozzafiato a parte, come non innamorarsi del mulo meccanico?) e a fine visione, pur delusi dalla scarsità di colluttazioni e scontri che la trama lasciava presagire, un senso di appagamento s'insinua comunque nel pubblico in sala. Consigliato ma con riserve, astenersi amanti dell'action e di Kenshiro.

giovedì 26 marzo 2015

il talento della Highsmith...

«Tom sbirciò alle sue spalle e scorso l'uomo che lo seguiva uscire dietro di lui dal Green Cage. Accelerò il passo, ma non c'era ombra di dubbio. L'uomo era proprio alle sue calcagna. Tom lo aveva notato cinque minuti prima mentre questi lo osservava con insistenza da un altro tavolo, come se non fosse proprio del tutto sicuro, ma quasi. A Tom, però, era sembrato sicuro abbastanza da indurlo a bere d'un fiato il suo drink, pagare in fretta e lasciare il locale.
Giunto all'angolo si protese in avanti e affrettò il paso oltre la Quinta Strada. Era nelle vicinanza di Raoul's. Si chiese se fosse il caso di correre il rischio di entrare e farsi un altro bicchiere. Doveva sfidare la sorte con tutte le conseguenze che ne derivavano oppure era meglio squagliarsela verso Park Avenue cercando di seminare quel tipo entrando e uscendo da qualche portone male illuminato? Si decise ed entrò da Raoul's.
Mentre cercava uno sgabello libero al banco, si guardò intorno quasi automaticamente per vedere se c'era qualcuno che conosceva. C'era quell'omaccione dai capelli rossi, di cui dimenticava regolarmente il nome, seduto a un tavolo con una biondina. Il rosso salutò con la mano e Tom gli indirizzò un vago cenno di risposta. Appoggiò negligentemente una gamba sullo sgabello e si volse, con aria a metà fra la sfida e l'innocente noncuranza, verso la porta d'ingresso.
- Gin and tonic, per favore, - chiese al barman.
Era questo, dunque, il tipo d'uomo che gli avrebbero messo alle costole? Lo era o non lo era? Forse lo era. Non aveva l'aria di un piedipiatti, però, e neppure di un detective privato. Aveva piuttosto l'aria di un distinto uomo d'affari, di un buon papà. Era un signore vestito con cura, indubbiamente ben nutrito, con le tempie grigie e qualcosa di vago e insicuro nel modo di comportarsi. Doveva essere il genere di persona che ti mettono alle calcagna per incastrarti, magari per agganciarti con quattro chiacchiere innocenti in un bar e poi bang ti ritrovi con una mano sulla spalla e l'altra che ti sventola sotto il naso un distintivo da poliziotto. - Tom Ripley, sei in arresto! - Tom tenne d'occhio la porta.»

Il talento di Mr. Ripley
di Patricia Highsmith (Bompiani)

mercoledì 25 marzo 2015

e i vampiri sono ancora in tv...

Quando le serie televisive sui vampiri sembravano aver detto tutto quanto c'era da dire sui lividi succhiasangue di origine mitteleuropea, ci pensa il canale FX a tentare di rinvendirne il mito grazie a esagerate iniezioni di emoglobina e qualche effettaccio di grana grossa.
The Strain, nuovo serial per il piccolo schermo diretto (solo il pilot) e ideato dal maestro dell’horror Guillermo Del Toro, si mette decisamente alle spalle i vampiri romantici e fighetti che tanto successo hanno mietuto in tempi recenti per guardare con occhio smaliziato ai B-movies classici del genere nonché al Dracula letterario (ma anche, di più, al Nosferatu di murnaoniana memoria).
Tratta dal fumetto e dalla trilogia di romanzi firmati dallo stesso Del Toro, la serie ha come protagonista il dottor Ephraim Goodweather, responsabile del Centro Controllo Epidemie della Grande Mela, alle prese - oltre che col proprio doloroso divorzio - con la diffusione di una epidemia virale che sembra presentare gli esatti sintomi di un’antica e malefica forma di vampirismo. Protagonista femminile è la Dottoressa Nora Martinez, una brillante biochimica che si trasformerà in una coraggiosa guerriera quando l’epidemia minaccia di distruggere la razza umana.
Smaccatamente legata a meccanismi narrativi già abbondantemente scandagliati da cinema e letteratura, la serie non ha di sicuro nell'originalità il suo punto di forza, finendo di fatto per essere troppo dipendente dagli escamotage del regista di turno quando deve giocarsi qualche carta in termini d'innovazione - se passi lentamente vicino a un tizio morto e la musica sale di intensità, evidentemente il tizio non sarà poi così morto, il che non aiuta la sospensione volontaria dell'incredulità - detto ciò, però, The Strain fa egregiamente il suo sporco lavoro e porta a casa qualche ora di godibilissimo e spaventevole divertimento.
Costruita dapprincipio come un ritmato contagion-movie, con in più l'aggiunta di una creatura mostriforme davvero cazzuta e perturbante, la serie tiene desta l’attenzione senza problemi lungo tutto  l'arco della prima stagione, suggerendo quasi sempre dove andrà a parare ma senza per questo invogliare lo spettatore a cambiare canale. Che per un prodotto del genere, dopo anni di ammorbanti canini a punta in salsa teen, è decisamente cosa buona e giusta.

ieri, Torre Columena (Ta)

pic by Bernardino Dimitri.

martedì 24 marzo 2015

il babadook e l'orrore della maternità...

in rete e sulla stampa ne hanno parlato a frotte, e finalmente lo abbiamo visto anche noi.
Passato con discreto clamore nel nostro paese al 32° Torino Film Festival, The Babadook narra le vicende di Amelia (Essie Davis, molto molto brava), una giovane vedova il cui marito è morto in un incidente mentre la portava in ospedale a partorire il figlio Samuel (Noah Wiseman). Madre e figlio vivono insieme: lei è palesemente depressa a causa della scomparsa del coniuge mentre lui è un bambino decisamente difficile (leggasi strano, spaccamaroni e alla bisogna anche aggressivo) di sei anni. La vita dei due è tutt'altro che rosea, soprattutto a causa della condotta talvolta schizoide del bambino e del rapporto troppo apprensivo che la madre gli riserva, fatti che li porteranno lentamente ad isolarsi dal resto del mondo per vivere nella gabbia della propria affettività esasperata.
La situazione si complica quando il fanciullo incappa nella libreria di camera propria in un misterioso libro dal titolo MISTER BABADOOK, uno striminzito tomo denso di immagini assai inquietanti e che sembra più una maledizione che una storia adatta ai bambini.
Dal giorno in cui la madre lo legge al proprio piccolo iniziano ad accadere strane cose in casa, e la stessa donna comincia a subire una trasformazione che ha i connotati di qualcosa di ben di più che un banale crollo psicologico.
Se la maternità e il film del terrore sono un binomio ormai consolidato - sono decine i titoli costruiti sullo spavento e la figliazione, come ad esempio Rosemary’s baby di Roman Polanski (1968), Baby killer di Larry Cohen (1974), Omen di Richard Donner (1976, da cui l’omonimo remake del 2006 per la regia di John Moore) e Grace di Paul Solet (2009) - qui abbiamo un esperimento audace e invero interessante che trascende la semplice avventura horror (anzi, a dirla tutta, sotto quel punto di vista l'attenzione dello spettatore latita sovente) per regalarci una pellicola capace di originali spunti di riflessione sulla difficoltà di diventare madri e sulla rinuncia di una porzione notevole della propria vita (con annesse ambizioni, sogni, affetti e possibilità di carriera) per allevare il sangue del proprio sangue.
Dobbiamo il tutto a Jennifer Kent, ex-attrice che si è fatta le ossa registiche con quel simpaticone di Lars Von Trier sul set di Dogville. Da donna, l'autrice ha evidente dimestichezza con la psiche della protagonista e col suo corpo e non costruisce quindi una storia attenendosi a un ideale manuale Cencelli delle nevrosi (un tot di senso di colpa, un tot di malizia, un tot di irragionevolezza e via così come da insegnamenti dei blockbuster del genere), dedicando invece alla costruzione del personaggio e al suo legame con la prole un carico di sincera e convincente passione.
Tale viscerale trasporto verso l'intero progetto è testimoniato anche dal fatto che la regista ha convinto un discreto numero di persone su Kickstarter a finanziare il film e ha speso i fondi nel modo migliore: circondandosi di collaboratori superlativi. Dalla fotografia espressionista, al suono, all’illustratore Alex Juhasz che ha creato il terrificante libro per bambini “Mister Babadook” su cui si basa la storia, all’incredibile performance della Davis, la Kent ha ostinatamente tirato le redini di un film coerente e conciso, forte di una sceneggiatura a tenuta stagna (scritta da lei e basata sul suo primo cortometraggio Monster) che trasuda amore per il cinema dell'orrore classico (quanto Lon Chaney c'è nella rappresentazione iconica della creatura del male?).
The Babadook quindi, a dispetto del titolo e della promozione internazionale, non è un film sul “mostro” eponimo e neppure la rielaborazione di un brutale incubo d’infanzia: il film si apre con una sequenza ben precisa, una scena a rallentatore dell’incidente nel quale ha perso la vita il padre di Samuel, che si rivela essere un sogno ricorrente nelle già tormentate notti di Amelia. Attraverso quella chiave lo spettatore viene iniziato ad un viaggio in un dolore privato profondissimo e letale, un dolore nel quale chiunque potrebbe con facilità riflettere quello della propria anima. Ottimo!

domenica 22 marzo 2015

il mitico G.M. (4° parte)

Avrei voluto scrivere la seconda parte di Tra il giallo, il rosso e l’arancione ma la Polillo è improvvisamente sparita dalle librerie di Siena con somma incazzatura del sottoscritto (troppe rese, mi hanno spiegato) che ha bisogno di sfogliarli i libri prima dell’eventuale acquisto.
Mi limito, dunque, agli amati Gialli Mondadori che arrivano pure nel paese in cui vivo.
•  Avventura a mezzanotte di Brett Halliday
Questa volta il nostro Brett non solo si è divertito a scrivere una storia ma ci si è buttato perfino dentro. Siamo ad un gran galà del premio letterario Edgar Allan Poe. Volti noti e meno noti con qualche frecciatina in qua e là. Poi l’incontro con Elsie Murray che ha letto tutti i suoi libri. Ergo accompagnamento a casa e la solita idea del salto sul letto. Che va a farsi fottere perché lei ha in serbo il manoscritto “Notte tragica” (giuro) e vorrebbe il suo parere. Bene, leggiamolo. Solo che la ragazza si ritrova strangolata e l’autore dei gialli incasinato perché è l’ultimo che l’ha vista viva.
Fatto sta che Brett ha bisogno dell’aiuto della sua creatura letteraria: Michael Shayne “un uomo alto, slanciato, con i capelli rossi”, maniere spicce, whisky, cognac, Martell o Monnet lungo il gargarozzo. C’è pure un caso di assassinio rimasto insoluto ad infilarsi nella vicenda, raccontata da par suo dal nostro Halliday che, tra l’altro, è sparito.
•  Sherlock Holmes al Raffles Hotel di John Hall Sherlock se la deve vedere con un avvelenamento all’arsenico inserito in certi cioccolatini (solo in certi cioccolatini) di berkeleyana memoria (qui, però, c’era il nitrobenzolo). Un discreto plot da mettere in fibrillazione il lettore con un biglietto che sembra un ricatto, una vecchia storia di simpatia amorosa, un investigatore privato reclutato dalla defunta, una bottiglietta di arsenico trovata in un bidone dell’immondizia, un testamento particolare, dubbi, perplessità, depistaggi, Watson e l’amico dal fiuto d’oro a creare i loro indimenticabili personaggi. Il tutto attraverso una scrittura leggera, piacevole, delicata, pronta a creare una giusta atmosfera di tensione.
•  Seguendo il filone degli apocrifi Sherlock Holmes e l’affare Hentzau di David Stuart Davies. Questa volta non troviamo il grande investigatore intento a snocciolare soltanto le solite acrobatiche deduzioni (ci sono anche queste) ma, soprattutto, lo seguiremo in un continuo, incessante movimento. Racconto d’azione più che di pensiero. D’altra parte meglio così che vederlo impigrire sulla poltrona. Il suo cervello ha bisogno di continue sfide per non morire di noia. Come quella instillata dal colonnello Sapt che arriva addirittura dalla Ruritania, piccola nazione dell’Europa centrale, perché Sherlock possa ritrovare un certo Rassendyl, sosia perfetto del re, ora gravemente ammalato. Solo che il suddetto è scomparso e in giro c’è il conte Rupert di Hentzau che vuole impadronirsi del trono. Abbiamo anche, signori miei, una bella sorpresa. Uno Sherlock più umano che, almeno per una volta, tira ad indovinare ed è lui stesso ad ammetterlo. Leggere per credere.
•  Pezzi d’uomo scelti di Boileau-Narcejac Pezzi d’uomo scelti, ovvero pezzi d’uomo morto trapiantati in corpi vivi che hanno subito terribili ferite. Gambe, braccia, organi interni. Perfino la testa. Sì, proprio la testa. In questo caso del condannato a morte René Myrtil che viene smembrato in sette parti per “rifornire” sette sfortunati, sotto la direzione del professor Anton Marek. Ma ad un certo punto questi operati incominciano a suicidarsi… Perché?
È un romanzo particolare che ha indignato qualche appassionato del giallo classico. Però, insomma, bisogna essere preparati a tutto come lettori. Non si può vivere solo di cellule grigie. Qui c’è il surreale, la suspense arricchita di un pizzico di humour nero, secondo il parere di uno che se ne intende (Mauro Boncompagni). E pure del sottoscritto, se vale qualcosa.
•  I dissimulatori di Bill Pronzini Gli investigatori privati Bill e Tamara devono ritrovare la prima delle tre ex mogli di David Virden per firmare l’annullamento del matrimonio. Cosa piuttosto facile se non ci fosse il piccolo particolare che la donna trovata è, per Virden, quella sbagliata, anche se porta le stesse iniziali e rivela una certa somiglianza. Tra l’altro il cliente sparisce pure… Altro parto riuscito della coppia felice di Pronzini.
•  Lacrime innocenti di Rhys Bowen
Molly Murphy e Daniel Sullivan, capitano della polizia di New York, in luna di miele a Newport in un cottage offerto dal consigliere comunale Brian Hannan. Gli amici sono amici. Però io ti faccio un favore a te e tu fai un favore a me perché c’è qualcosa che mi turba. E questo qualcosa deve essere piuttosto grosso se il suddetto Brian si ritroverà sfracellato su una scogliera, dove anni prima era stata rinvenuta morta una sua nipote. C’è un collegamento fra queste due fini drammatiche? Molly incomincia ad indagare da sola dato che il maritino si è beccato una bella polmonite. Un romanzo dalle tinte gotiche con un pizzico di soprannaturale e la chiusura decisamente classica che vede la nostra detective riunire i possibili colpevoli e smascherare l’assassino.
•  Perry Mason e il siero della verità di Erle Stanley Gardner
Nadine Farr in cura dal dottor Logbert P. Denair per problemi psichici. Sottoposta al siero della verità dichiara di avere avvelenato lo zio Mosher Higley che non voleva farla sposare con l’amato John Avington Locke. La faccenda scotta, urge un parere di Perry Mason, tanto più che il tutto potrebbe essere la conseguenza di una allucinazione provocata dal farmaco. Occorre indagare, fare delle ricerche anticipando l’intervento della polizia. Ma la polizia entra in scena prima del previsto e il nostro famoso avvocato viene addirittura accusato di fabbricare prove false. E allora sono cavoli amari…Tutto ruota intorno alla figura di Nadine, ora ritenuta commediante e cinica, ora brava e buona ragazza, in una relazione strana con lo zio (sembra che l’avesse in suo potere), che poi proprio zio non era. Solito scontro Mason-Burger (difesa e accusa) in tribunale con il giudice che cerca di mettere ordine. Come al solito si batte molto sui dialoghi.
•  La statuetta di terracotta di R. Austin Freeman, Mondadori 2015. Ancora un inedito tirato fuori dalla banda scatenata di Franco Forte e company. Per non farla troppo lunga un furto di diamanti, un avvelenamento da arsenico di un ceramista che poi scompare, frammenti di ossa umane ritrovate nel suo laboratorio. Che il morto sia proprio lui?
Sospettati l’amico Frederick Boles e la moglie, mentre le sue creazioni mediocri vengono addirittura esaltate da un critico d’arte. Raccontato dal dottor James nella prima parte con uno stile preciso, minuzioso e nello stesso tempo evocativo di un’atmosfera “strana”, di inquieta tensione, non privo di spunti sulla Londra del tempo (per esempio sul deterioramento delle sue strade). Continuato dal dottor Christopher Jervis, amico del più noto dottor Thorndyke, vero deus ex machina, che sembra interessato soprattutto ad una statuetta di terracotta. Sua la spiegazione finale estremamente lucida e precisa a spiegare un piano diabolico con colpo a sorpresa. Traduzione superba di Mauro Boncompagni.
Alla prossima (se ci arrivo).
                                                                            [articolo by Fabio "Boss" Lotti]

sabato 21 marzo 2015

uno dei migliori noir di sempre...

«Poi lo avevano arrestato per il furto della Essex a Parkersburg e quegli imbecilli lo avevano sbattuto in galera per un anno senza nemmeno capire che gli scadenti guanti di cotone nel vano cruscotto appartenevano a quella tizia per cui avevano fatto un sacco di chiasso e che era finita su tutti i giornali, quella Stone di Canton, Ohio, una cretina con due figli che lo aveva fatto tanto penare perché era una grassona e ce n'era voluto a trascinarla giù per le scale. Ma il Signore sapeva bene quello che faceva. Lo aveva mandato in quella cella perché un tale Ben Harper doveva morire. E stava per lasciare una vedova e diecimila dollari da qualche parte sul fiume. Magari questa era l'ultima. Magari dopo questa il Signore diceva: Ora basta, Harry Powell. Ora riposa, servo fedele.»

La morte corre sul fiume - Davis Grubb (Ed. Adelphi)

venerdì 20 marzo 2015

greetings from Brindisi, Festival delle Arti...

postmortem...

«Venerdì 6 giugno a Richmond pioveva. L'acquazzone incessante, cominciato all'alba, aveva infierito sui gigli riducendoli a nudi steli e sparso foglie sull'asfalto e sui marciapiedi. Rivoli d'acqua correvano per le strade; nei campi da gioco e nei prati si allargavano grandi pozze. Andai a dormire con il sottofondo della pioggia che scrosciava sulle lastre di ardesia del tetto e, mentre la notte sfumava nella nebbia dell'aurora del sabato, feci un sogno orribile. Al di là dei vetri della finestra striati di pioggia apparve un volto livido, dai tratti informi e inumani come quelli delle bambole fatte con le calze di nylon. La finestra era buia quando la sagoma apparve, simile a uno spirito maligno, intenta a scrutare all'interno. Mi svegliai e fissai l'oscurità. Soltanto quando il telefono squillò di nuovo capii cosa mi aveva destato. Trovai la cornetta senza annaspare.
- La dottoressa Scarpetta?
- Sì?
Allungai una mano verso l'interruttore dell'abatjour e lo accesi.
- Qui Pete Marino. Ne abbiamo trovata un'altra al 52602 di Berkley Avenue. Mi sa che è meglio che venga.»

Postmortem
Patricia Cornwell (Ed. Mondadori)

giovedì 19 marzo 2015

famiglie gotiche e cannibali...

le pagine della Storia del Cinema letteralmente traboccano di famiglie disfunzionali e grottesche, nuclei affettivi retti da dinamiche sovente malate che generano ora effetti appassionatamente comici (basti pensare agli Addams, o più recentemente ai Tenembaum) ora decisamente spaventosi e perturbanti (Non aprite quella porta in primis, ma la lista potrebbe durare sino a notte).
In Spider Baby (1964) ci troviamo in un paesino statunitense ai piedi di Cristo dove, in una stupenda magione goticheggiante vive un esempio più che rappresentativo di questa ineffabile genia di agglomerati parentali dalle pulsioni imprevedibili: si tratta dei Merrye, una inquietante famigliola che nasconde un temibile segreto in cantina. E non è la loro unica stranezza, a ben guardare, dato che tutti i membri del clan sembrano possedere qualche tara mentale che sfocia in alcune terrificanti manie.
Scritta e ben diretta con due lire da Jack Hill - al suo esordio dopo aver lavorato al fianco di Coppola per poi entrare nella factory di Roger Corman. Successivamente si farà un nome con titoli come Sesso in gabbia e soprattutto Foxy Brown che lanciarono la regina dell'exploitation Pam Grier - la pellicola si avvale della recitazione della icona horror (in assoluto declino etilico) Lon Chaney Jr nel ruolo di Bruno, autista e tutore dei tre Merrye, orfanelli degenerati (la loro sindrome, realmente codificata dai manuali medici, prenderà infatti il loro nome), uno dei quali interpretato da un giovanissimo e ipnotico Sid Haig (non per niente presente in La casa dei 1000 corpi, ultimo e forse più efficace esempio di gruppo famigliare con assassinio), che si impone da subito per mascalzonaggine e per un certo livello di erotismo animale presente nel suo personaggio.
Chaney offre la parte migliore di sé e arriva addirittura a cantare il brano Monster Mash che fa da sottofondo ai titoli di apertura decisamente weird (ma l'aspetto ludico dura poco, al contrario degli Addams o de i Munsters, i Merrye infatti sgozzano, uccidono, tagliano orecchi e mangiano carne umana: il tutto con un sorriso ebete sulle labbra).
La spider baby del titolo è Virginia, un'esponente della covata che crede di essere un ragno e non si fa problemi a catturare le persone (viste come dei grossi insetti) nella sua ragnatela per finirli. Il film è un horror dai marcati tratti sexy, sempre percorso da una vena grottesca, che non si perita di ricorrere a un mesmerico umorismo anni sessanta. Ma a parte la volontaria deriva camp, Spider Baby riesce a disturbare, inoculando un vago malessere nello spettatore (non a caso fu un flop al botteghino, troppo avanti per gli standard dell'epoca). Il merito va sia alla bravura del regista nel saper sfruttare al meglio i pochi mezzi a disposizione, sia all'ambientazione e alle scenografie cui si unisce - con proverbiale efficacia - la prova del cast, dei tre ragazzi in particolare: le due sorelle sono davvero azzeccate nel trasmettere con una recitazione sopra le righe una gustosa venatura di letale follia. Non sono pochi poi, ovviamente, i riferimenti ai classici film del terrore che vengono evocati, principalmente, dalla presenza di Chaney, mitico Uomo lupo per conto della Universal. La pellicola è interamente visionabile sul tubo.

mercoledì 18 marzo 2015

freddezza chirurgica...

La capacità di trattare con freddezza chirurgica il Male è qualità che pochi grandi scrittori destreggiano veramente: Derek Raymond (all’anagrafe Robin Cook) è sicuramente un virtuoso esponente di questa accolita. Inglese, nato nel ’31 e morto nel ’94, dopo essere cresciuto nel castello di famiglia nel Kent e aver ricevuto una severa educazione a Eton, Raymond ha rinnegato i privilegi per scegliere la strada (e la notte). Ha scelto Jean-Paul Sartre, le Gauloises, il vino, Dashiell Hammett, Jim Thompson, Georges Brassens e i pub. Ha viaggiato per il globo, cimentandosi nei più disparati lavori. Una girandola di mestieri d'ogni tipo (dandosi persino al traffico di materiale pornografico), prima di approdare finalmente in terra di Francia e trovare là editori disposti a pubblicare i suoi scritti.
In Aprile è il più crudele dei mesi torna l'anonimo sergente londinese protagonista di altri suoi libri incentrati sulla Factory, la stazione di polizia di Chelsea. Questa volta si tratta di scovare chi ha bollito e sezionato con cura un cadavere scoperto in un magazzino abbandonato: un delitto efferatissimo che il governo di Sua Maestà vuol mantenere segreto a tutti i costi. Ma rintracciare il colpevole - ovvio - non basta. Occorre discendere negli abissi di una Londra infernale e mefitica, una metropoli plumbea da cui scaturisce la catena di orrori, e intorno alla quale la penna tagliente di Raymond costruisce un hard boiled potente e al tempo stesso dimesso, in grado di raccontare crimini e malvagità senza mai ricorrere all'effettaccio espressionistico. Seminale.

Aprile è il più crudele dei mesi
Derek Raymond (Ed. Meridiano Zero)

martedì 17 marzo 2015

nelle lordure di Marshland...

vincitore di un fracco di premi lungo l'intero planisfero nonché del prestigioso Goya come miglior film dell'anno in patria (più altri nove riconoscimenti su sedici in nomination), La isla minima è un riuscitissimo thriller iberico dalle atmosfere torride e profondamente southern, un film capace di stringerti la gola evocando la sincopata scansione ritmica dell'arcinota serie americana True Detective ma anche le atmosfere malate e senza dio di Memories of murder del talentuoso Bong Joon-ho.
Firmata nel 2014 dall'ottimo Alberto Rodriguez, la vicenda qui è introdotta da una pletora di suggestive riprese aeree che mostrano il fiume Guadalquivir creare un'ampia zona paludosa in cui strade, canali, campi, meandri e anse fluviali si intersecano sino a disegnare un sorprendente mandala colorato: la trama parte dall'alto per concentrarsi su di una serie di efferati omicidi di adolescenti in una sperduta città di provincia più giù di Siviglia. Siamo nei primi anni Ottanta, e il caso metterà al lavoro due detective della sezione omicidi decisamente mal assortiti. Juan e Pedro, questi i loro nomi, dovranno mettere da parte i loro opposti passati (l'ombra ancora pulsante della indimenticata dittatura è il tratto che maggiormente accomuna quest'opera a quella del sudcoreano) per riuscire a mettere la parola fine agli omicidi.
L'incapacità della polizia locale, il modus operandi del serial killer e la generale aria di omertosa diffidenza con cui le indagini vengono accolte diventano una gabbia funzionalissima a rendere con efficacia le contraddizioni del contesto storico. La Spagna post-franchista è ancora una democrazia fragile, uscita con le ossa rotte da tanti anni di tirannia e ancora provata da un fallito tentativo di colpo di Stato avvenuto nel 1978. In La isla minima la collocazione storica degli eventi narrati diventa quindi fondamentale per comprendere le dinamiche che animano i vari personaggi, tutti con un loro fondo di minacciosa ambiguità, i poliziotti in primis. Ma la pellicola ha una sua intrinseca verosimiglianza anche come mera narrazione noir: la detection appassiona, lo scambio tra character è plausibile e la costruzione dei momenti di tensione regge sino all'ultimo istante. 
Girato con luci soffuse e predominanza di ocra, La isla minima sembra un vecchio film in Super 8 popolato da esistenze segnate da una profonda sofferenza (quella individuale che si accavalla a quella dell'intera nazione) e con due protagonisti diametralmente antitetici che, nonostante questo, si ammirano e si rispettano. I metodi poco ortodossi di uno sono utili come la capacità deduttiva dell’altro, e proprio per questo porteranno alla scoperta della verità. Ma, come ogni noir che si rispetti, non esiste soluzione consolatoria e niente, a ben guardare, è davvero come sembra...
Una bella sorpresa. Affrettatevi a procurarvelo!

lunedì 16 marzo 2015

ancora a Brindisi con l'Inferno...

(oggi saremo a Brindisi per il locale Festival delle Arti: stay tuned)
• 16 Marzo: letteratura 10:00/11:30 Gli studenti delle scuole superiori di Brindisi incontrano lo scrittore Omar Di Monopoli presso la “Cioccolateria Bernardi”. Presentazione del suo ultimo libro Aspettati l’inferno e relativo dibattito. 17:00/18:30 Lo scrittore Omar Di Monopoli presenta il libro Aspettati l’inferno presso “Urban Beat Generation” - Brindisi. Dibattito sull’opera Uomini e Cani. A seguire presentazione del concorso “Fuori dal cassetto” promosso dall’associazione “Testi e Testi”, intervento di autori locali e premiazione del concorso “Gente che scrive”. Entrata libera.
17 Marzo: Fotografia 10:00/11:30 festival delle arti - L’associazione fotografica INPhoto incontra gli studenti delle scuole superiori di Brindisi presso la “Cioccolateria Bernardi”. Dibattito e approfondimento sul ruolo della fotografia italiana nel Novecento. 17:00/18:30 Laboratorio fotografico a cura dell’associazione di promozione culturale “InPhoto” presso “Urban Beat Generation” - Brindisi. Entrata libera.
• 18 Marzo: Street Art 10:00/11:30 Gli studenti delle scuole superiori di Brindisi incontrano il writer milanese PAO presso la “Cioccolateria Bernardi”. Presentazione del progetto “DigaArt” - concorso internazionale che nasce da BrundArt - a cura di Paolo Taurino. 15:00 Workshop esterno con PAO. I writers di Brindisi collaborano con l’artista milanese presso il parco comunale. Esibizioni delle scuole di ballo “Street school” e “Fresh Family Academy”. Dj set by Carl Osce e Andrea Gaws. Entrata libera.
• 19 Marzo: Fumetto 10:00/11:30 L’associazione LaboFumetto di Taranto incontra gli studenti delle scuole superiori di Brindisi presso la “Cioccolateria Bernardi”. 17:00/18:00 Laboratorio gratuito sulla “colorazione ad acquerello nel fumetto” tenuta dallo staff dell’associazione LaboFumetto presso “Urban Beat Generation” - Brindisi. 18:00/20:00 Apertura mostra mercato a cura de “L’angolo del Fumetto” di Lecce. L’esposizione si terrà presso “Urban Beat Generation” - Brindisi. Entrata libera.
• 20 Marzo: Arte culinaria 10:00/11:30 Gli studenti delle scuole di Brindisi approfondiscono le fasi di produzione e lavorazione del cioccolato presso la “Cioccolateria Bernardi”. 17:00/18:30 Esposizione e presentazione di numerose birre artigianali presso “Urban Beat Generation”. Degustazioni gratuite.

sabato 14 marzo 2015

due storie, due piani, due gang...

2013, Valle Caudina e dintorni (Campania).
Peppe “Montana” è un piccolo spacciatore di hashish e marijuana, cresciuto a pane e film di gangster. In particolare, ha un debole per Scarface - da cui il soprannome. Sogna di diventare un boss. Nel tentativo di compiere il grande passo, richiederà l’aiuto dei suoi amici di infanzia: Tonino “a Tiella” (la padella), aspirante chef che si arrangia lavorando come cameriere, afflitto da una sorta di complesso di inferiorità nei confronti di Gordon Ramsay; e Sergio, detto “Sergiolino”, studente universitario figlio di papà, pigro e ampiamente fuori corso, giocatore esperto di Play Station.
In parallelo, Luigi detto “Giggino ‘a Faina”, giunto al culmine dell’ossessione per la provocante e disinibita Angelica, chiederà una mano ai suoi “amici” per riuscire ad andarci a letto. Si tratta di Stefano “o Nanett”, metallaro complottista e ossessionato da massoneria e simili, e Michele “a Tipo”, amante dell’house e delle macchine modificate, come la sua Tipo rossa “tamarrata”. Gli unici due poveracci che in qualche modo gli vogliono bene, solo perché Faina, andando contro la sua natura, non li ha ancora fregati.

«Il romanzo si legge d’un fiato, i personaggi escono fuori benissimo e i dialoghi sono perfetti. Mi dispiace quasi che sia corto, ne avrei letto un altro po’!» Gianluca Morozzi

Bumerang
Aniello Troiano (Ed. Homo Scrivens)

venerdì 13 marzo 2015

western...

(a noi, l'idea di vedere Paolo Bacilieri all'opera col western - come segnalato dall'artista nel suo blog - ci piace e ci intriga assai)

giovedì 12 marzo 2015

un'icona gothica!

nella primavera del 1954, l'anno del declino dei fumetti horror della EC a causa di una ondata di perbenismo moralizzante, le antenne di Los Angeles iniziarono a drizzarsi nella direzione di uno strano nuovo segnale propalato dal trasmettitore della ABC. La parola si propagò in fretta: devi proprio vederlo. E così fu.
In molti, nella nuova società postbellica di un'America già colonizzata da trasmissioni come I Love Lucy e December Bride, presero ad aspettare le undici di sera per vedere qualcosa di finalmente diverso: nessuna canzoncina allegra, nessun siparietto comico, solo un tonante frastuono di musica d'organo e poi, nella livida luce celestrina dell'enorme schermo d'epoca Magnavox in legno chiaro, si materializzava un corridoio obnubilato dalla foschia. In mezzo a quel miasma di ghiaccio secco emergeva lentamente una straordinaria creatura vespoide. Da un bacino minuto sporgeva un seno prosperoso come quello di una dea del sesso, a stento contenuto dalla profonda scollatura assassina di un aderente vestito da sera in rayon nero sbrindellato. La figura sgusciava oltre un candelabro poggiato sul pavimento e fissava lo sguardo dentro la telecamera come un serpente in cerca di una preda. Otto centimetri di unghie parevano sgocciolare da dita affusolate e sensuali. Le sopracciglia erano arcuate, minacciose come boomerang provenienti dall'oltretomba. Avvicinandosi all'obiettivo, la donna sollevava le falangi artigliate e con uno sguardo crudele emetteva un angosciato lamento da banshee per poi salutare il pubblico e presentarsi: «io sono Vampira!»
A Maila Nurmi, trentunenne guardarobiera e spogliarellista, la possibilità di introdurre vecchi film sul settimo canale della KABC-Tv parve l'occasione di una vita. Avvenente modella con velleità cinematografiche, la Nurmi, di origini finlandesi, si era lasciata ispirare da Chas Addams e dai suoi inquietanti fumetti pubblicati sul New Yorker per allestire un costume che riscosse grande successo nel «Bal Caribe», un concorso cittadino a cui l'ambiente artistico losangelino guardava con grande interesse. Lì il figlio del potente dirigente della MGM Hunt Stromberg Jr la notò e ne rimase colpito: stava cercando di architettare un nuovo spazio per il pubblico televisivo notturno (le major non cedevano ancora le proprie pellicole al piccolo schermo, pertanto quelli che si vedevano in televisione erano veri scarti indipendenti come La figlia del demone pipistrello) e quella pin up gotica mozzafiato gli parve ciò che faceva al caso suo. 
La Nurmi non sapeva granché di film sui vampiri, però era una persona assai versatile e dopo aver preso accordi col produttore cominciò a mescolare suggestioni diverse per concretizzare il personaggio che aveva in testa per lo show: prese il fascino di Marlene Dietrich e lo innestò sulle movenze spaventose della regina cattiva di Biancaneve della Disney, poi suggellò il tutto lasciandosi ispirare dalle foto di Theda Bara nonché dalla Dragon Lady dei fumetti di Terry e i pirati. Per il trucco e il costume si rivolse a una rivista di bondage (Bizarre), mentre per strizzarsi ancor di più la vita prese a sfregarsela con un ritrovato naturale che ammorbidiva la pelle prima di costringersi in un tubino di gomma che la faceva sembrare aliena. Il nome “Vampira” fu invece ideato da Dean Riesner, che la Nurmi aveva sposato nel 1949. Riesner era un ex bambino prodigio del cinema muto, poi divenuto sceneggiatore di numerosi film per il cinema e la televisione tra i quali Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo e Brivido nella notte.
Il successo fu subito enorme: articoli su di lei furono pubblicati da Life e da Newsweek e nel 1954 venne nominata per un Emmy Award come «maggiore personalità femminile» dall'Accademia delle Scienze e delle Arti Televisive degli Stati Uniti. Frequentando tutte le feste più in voga dell'epoca, strinse rapidamente amicizia con numerosi attori tra cui Marlon Brando e soprattutto James Dean, all’epoca ancora semisconosciuto e col quale sembra ebbe un flirt.
Nel 1954, dopo soli otto mesi di consensi, inaspettatamente il suo programma venne cancellato dal palinsesto. In breve la KABC-TV creò un altro personaggio, "Voluptua", bionda e sensuale presentatrice di una rassegna di film romantici, impersonata da Gloria Pall. Per la Nurmi fu un danno notevole perché i diritti del suo personaggio appartenevano all'emittente televisiva. Come se non bastasse il 20 giugno 1955 rischiò di essere uccisa da uno psicopatico che la sequestrò nel suo appartamento, tenendola prigioniera per quasi quattro ore. Dopo ripetuti tentativi la donna riuscì a fuggire e a chiamare la polizia con l’aiuto del proprietario di un negozio vicino.
In quello stesso anno l’amico/amante James Dean morì in un inquietante incidente automobilistico e i giornali lanciarono maligne illazioni sul fatto che proprio le frequentazioni con Vampira, la perfida strega, avessero influito negativamente sul destino dell'attore, portandolo a quella tragica fine. Nel 1956 Vampira, ormai separata anche dal marito, viveva con un sussidio di disoccupazione di soli tredici dollari settimanali. Fu allora che venne contattata da un collaboratore del regista Ed Wood per partecipare al film Plan 9 from Outer Space. La Nurmi accettò solo per i duecento dollari di paga. Trovava, infatti, talmente banale il copione del film e la parte assegnatale che volle recitare senza dialoghi, condizione che Wood non ebbe difficoltà ad accettare.
Il revival giunse negli anni Ottanta, quando venne invitata al Late Show e si presentò vestita di nero con lunghe unghie nere, Rollo (il suo adorabile ragno) appollaiato sulla spalla e un cappello nero con occhiali da sole stile anni ‘50. In quell'occasione parlò della sua influenza su eroine dark che l'avevano seguita (la Morticia Addams del telefilm dedicato alla famiglia omonima, ma anche la popputa Elvira che di fatto la sostituì tra gli amanti del gotico orrorifico).
Agli inizi degli anni ‘90 la sua fama lievitò ancora, facendo registrare un susseguirsi di articoli, interviste, approfondimenti legati al personaggio. Un gruppo gothic rock americano, gli Astrovamps, incisero nel 1993 un pezzo in suo onore. Successivamente la Nurmi collaborò come consulente tecnico per il film Ed Wood di Tim Burton, in cui furono ricostruiti tutti gli episodi della lavorazione del film Plan 9 from Outer Space. La parte di Vampira fu interpretata da Lisa Marie, allora compagna del regista. Maila Nurmi ci ha lasciati il 10 gennaio 2008 nella sua casa di Hollywood, all'età di 85 anni.