martedì 20 giugno 2017

la recensione dell'Ircocervo...

È difficile trovare le parole giuste per iniziare questa recensione: probabilmente, le ha sottratte tutte Di Monopoli. Nella perfida terra di Dio è un romanzo ipnotico e ammaliante, un pozzo in cui precipiti vertiginosamente e dal quale non vuoi più uscire. Leggerlo è stato come farsi trasportare dalle acque impetuose di un fiume in piena, senza la possibilità di alcunché a cui aggrapparsi per porre termine alla corsa. Immerso nelle sue pagine, il tempo smette di scorrere alla stessa maniera di sempre, le ore scivolano via e non capita di distrarti un attimo. La storia si dipana, la lingua ti agguanta, e in una giornata duecento pagine svaniscono, la lettura termina, prima che fossi pronto ad accettarlo. Un prodigio, verrebbe da credere. Non si spiegherebbe altrettanto. Omar Di Monopoli ha scritto un romanzo bellissimo e dal respiro epico, che si legge tutto d’un fiato. (qui il seguito)

sabato 17 giugno 2017

sul Nuovo Quotidiano...

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oggi su ilLibraio.it parlo di Tryon...

Omar Di Monopoli, in libreria con Nella perfida terra di Dio, ci parla di un romanzo cult, "La festa del raccolto" di Thomas Tryon, mirabile esempio di letteratura gotica.
Torna su ilLibraio.it la rubrica #LettureIndimenticabili
Un piccolo borgo agricolo sperso in mezzo al fittume dei boschi e all’ampiezza sconfinata dei campi di grano, legami con il resto del mondo ridotti praticamente allo zero, antichi cerchi di pietre in spettrali radure affossate nella vegetazione, una serie di eventi enigmatici e via via sempre più minacciosi, un probabile culto esoterico volto a perpetrare il male nel corso dei secoli… no, per quanto la trama gli somigli parecchio non sto parlando di Grano rosso sangue (sciatto horror paratelevisivo diretto dal regista Fritz Kiersch nel 1984) tratto da una short-story di Stephen King intitolata A child of corn, ma del romanzo cui il Re del terrore deliberatamente si ispirò (plagiandone, a ben guardare, più di una buona fetta), in Italia pubblicato nei tardi Sessanta col titolo La festa del raccolto (Harvest Home è invece il titolo originale).
Il suo autore, Thomas Tryon, era un attore appartenente alla rinomata scuderia Disney che dopo aver partecipato a classici della fantascienza come Ho sposato un mostro venuto dallo spazio raggiunse il culmine della sua carriera con la nomination per il Golden Globe per Il cardinale di Otto Preminger. (il resto qui)

giovedì 15 giugno 2017

bellissima intervista su Malesangue...

Conosco Omar Di Monopoli da dieci anni: da quando cioè ha esordito con Isbn col suo primo romanzo Uomini e cani. Adesso, dopo altri due romanzi e una raccolta di racconti, Omar è approdato a Adelphi con l’ultimo Nella perfida terra di Dio. Posso dire di far parte della nutrita schiera di suoi lettori che ha esultato alla notizia del passaggio, qualche mese fa: per me Omar, che vive a dieci chilometri da dove vivo io, è stato un punto di riferimento costante, e la sua scrittura una sorta di sorella maggiore per la mia - per chi non l’avesse mai incontrata: bisogna immaginare il muro di una bellissima chiesa barocca però abbandonata, nelle cui crepe (di questo muro) crescono dei rigogliosi cespuglietti di malerba; oppure si provi a evocare il suono ubersaturato di chitarre collegate ad amplificatori per basso di certo stoner rock anni ’90 - altro esempio per dire, pure, che i romanzi di Omar andrebbero letti con orecchie interiori, oltre che con gli occhi: perché se gli occhi rimandano a paesaggi da gotico appulo-americano, la sonorità dell’italiano desueto di questo William Faulkner di Terra d’Otranto, che ingloba e rivomita lingue locali acide e senzadio, è un’avventura nell’avventura. Di questo e altro abbiamo parlato con Omar nel corso della conversazione che potete leggere di seguito.
Inizierei dallo stupore di leggere le tue parole rivestite dal completo tipografico di Adelphi (un sobrio gessato, direi). Ti avevo lasciato bardato dal rossosangue dei dorsi Isbn, con quei caratteri secchi e puntuti, e ora sei tutto aggraziato e pulito. Il che rispecchia pure, se vogliamo, il passaggio dall’ultrapop Anni Zero di Massimo Coppola al classico dei classici e senzatempo di Roberto Calasso; passaggio in cui la tua opera non perde nulla, anzi, al contrario acquista un’identità, un’aura nuova - un po’ quello che è successo a M.P. Shiel con La nube purpurea, passato dal “genere” di Urania all’autorialità forte di Adelphi; Adelphi che peraltro ti ha collocato nella stessa collana, Fabula, in cui escono Bolaño e Carrère, tanto per fare i nomi di due autori che indagano il male da una prospettiva simile alla tua, forse. Come ti senti? È un sogno, è tutto vero? Come calzano questi panni nuovi?
Caro mio, non smetto di ripeterlo, in questi giorni, e quindi lo ribadirò anche qui: è ovviamente un salto quantico, una cosa che mi rende orgoglioso. Pure, sperando di non sembrare troppo presuntuoso, credo si tratti in fondo di uno sviluppo naturale (non dovuto, intendiamoci, ma naturale!) giacché la Isbn era, per lo meno agli esordi, una sorta di Adelphi in sedicesimo: una casa editrice insomma con un catalogo curato e vivo, con una sua precipua identità anche grafica oltre che filosofica (solo decisamente più pop rispetto alla monumentale casa in cui adesso ho l’onore di essere ospite). Poi le cose sono andate a ramengo ma è inutile stare a riparlarne: io so solo che probabilmente non sarei mai entrato nello studio di Calasso se prima non avessi incontrato l’entusiasmo di Papi, Coppola e Formenton in Isbn, coi quali sono cresciuto come autore. Il resto è cronaca, anche giudiziaria, e credo sull’argomento si sia detto abbastanza…
Ma entriamo in questa perfida terra di Dio. Dicevo dell’indagine del male. Racconti una terra arsa dal peccato, e grottescamente. Questo ti accomuna soprattutto a Flannery O’Connor, e per conseguenza/nipotanza a una serie come True Detective - pure, direi, per certi paesaggi nostri, di queste parti, che ne ricordano certi altri americani. Solo che qui non ci sono detective, solo villain e aguzzini (a parte forse Antonia e figli, che pure non paiono tanto per la quale). Niente e nessuno, insomma, che possa indagare il male, a parte forse il lettore. Ma anche dando per buona quest’ipotesi: mi sembra che a prevalere sia sempre il caso, in ogni sciagura occorsa ai tuoi personaggi – Nuzzo becca la sua “illuminazione”, senza apparente motivo come fosse un colpo di sole, in un giorno come tanti; Narcissa ’cappa nu uài che ne sconquassa la vita per un’ingenuità di ragazza; Tore è preso, per quanto già malamente, nelle tràstule di Carminicchio, che forse è l’unico a dare un aiuto volontario al suo destino perché si metta in moto… Un caso che incattivisce e imbestia e non prevede redenzione, ad ogni modo.
Sì, hai ragione. In questo ho sicuramente subito l’influenza dell’incommensurabile maestra Flannery O’Connor, coi suoi folli personaggi immersi in una realtà intrisa di religiosità deforme e deformante, una sorta d’integralismo che rasenta il fanatismo più bieco salvo poi venire contraddetto dall’onnipotenza di un fato spesso infame e irrimediabilmente beffardo. Ma non ti nascondo che, ancor più che a True Detective (pure, in qualche maniera richiamato tramite la citazione in esergo – un pezzo degli Handsome Family, autori della colonna sonora della serie) ho guardato con grande attenzione alla tradizione delle Murder Ballads, le ballate di morte di matrice anglosassone rese immortali da Nick Cave e da Johnny Cash e che prevedono l’assassinio e il castigo privo di qualsivoglia redenzione. Ecco, defraudare i colpevoli di qualsiasi forma di redenzione mi è parso, sin dai miei primi romanzi, una componente fondamentale del mio lavoro di scrittore. (qui tutto il resto)

su Radio24...

(guarda qui il breve video)

mercoledì 14 giugno 2017

su Zonadidisagio...

Omar Di Monopoli è uno scrittore originale che negli anni si è costruito un linguaggio incendiario e riconoscibile.
La conferma di ciò sta tutta Nella perfida terra di Dio, l’ultimo romanzo dello scrittore pugliese appena pubblicato da Adelphi. La casa editrice di Roberto Calasso scommette poco sugli autori italiani. Ma quelle rare volte che lo fa non sbaglia mai.
Nella perfida terra di Dio è il romanzo più crudele e incandescente di Omar Di Monopoli. Incandescente nella trama, nei personaggi e soprattutto nella lingua. Contaminando il dialetto con una scrittura dall’impasto diretto di un italiano letterario che non ha nessuna intenzione di fare sconti alla storia, Di Monopoli ci porta nella Puglia, precisamente sul confine tra il salento e il brindisino, per raccontarci attraverso una serie di personaggi malavitosi di ieri e di oggi come nella perfida terra di Dio l’essere umano dà il peggio di sé.
I personaggi che danno vita alle numerose storie criminali e di malaffare sono tanti. Ognuno di questi ha la sua particolarità. Mbà Nuzzo, che perde il senno credendosi un santone e predica Gesù promettendo guarigioni. Tore Della Chucchiara, il latitante che torna dopo anni per rivedere i due figli Gimmo e Michele. Un ruolo fondamentale nel romanzo lo giocano le suore delle Sorelle del Martirio che hanno a che fare con i possedimenti di Nuzzo e che tra le mura del convento nascondono segreti inenarrabili e terribili che poco hanno a che fare con la volontà di Dio. C’ è anche il Carmine, il boss locale, con un passato torbido e un presente con cui deve fare terribilmente i conti.
Omar Di Monopoli, intrecciando il passato e il presente, racconta tutta la violenza che esplode in questa terra cattiva dove la malavita e gli interessi dei clan uccidono la speranza di ogni rinascita. In una terra devastata dalla droga, martoriata dalla guerra intestina dei clan, si svolge la storia crudele che lascerà al lettore un amaro in bocca.
Nella perfida terra di Dio si legge come un noir ma è soprattutto un libro in cui l’orrore della vita, quello che tocchiamo con mano ogni giorno, emerge in tutta la sua violenza immanente.
Omar Di Monopoli ha davvero scritto un bel libro in cui tutta la crudeltà incandescente e spietata di cui siamo fatti noi esseri umani, soprattutto quando non riusciamo a mettere un freno alle ambizioni e all’avidità, emerge in tutta la sua cattiveria attraverso tutti i personaggi di questa storia in cui il male trionfa sul bene, perché come scriveva Emil Cioran «l’uomo è il cancro della terra».
Nella terra perfida di Dio ogni giorno inghiottiamo il nostro grammo quotidiano di orrore. Nella terra perfida di Dio ci siamo finti tutti. Prima che l’oscurità sia definitiva, sarebbe il caso di preservare l’ultimo bagliore. Se ne siamo ancora capaci. Nicola Vacca (qui l'originale)

su Sherlock Magazine...

«Lasciamo da parte Peckinpah, Tarantino, Faulkner, O’ Connor e compagnia bella ai quali il nostro è stato accostato. Lasciamoli riposare in pace e veniamo a Omar Di Monopoli.
Ho conosciuto l’autore attraverso i suoi libri Uomini e cani, Ferro e fuoco, La legge di Fonzi, pubblicati dalla Isbn e il suo blog (peccato che abbia smesso di scriverci). L’ho conosciuto e apprezzato soprattutto per la ricerca e la voglia di costruirsi un linguaggio tutto suo.
Siamo nel Salento. Presente e passato che si alternano. C’è Mbà Nuzzo, un pescatore santone preso dalle apparizioni di “maestose creature dalle ali di fuoco”, visioni che lo hanno fatto sentire un eletto. Accusato dalla figlia Antonia di avere lasciato morire la moglie senza nessuna cura, moglie, a sua volta, di Torre della Cucchiara latitante che ritorna dopo tanti anni dai figli Gimmo e Michele. Ci sono le suore, le Sorelle del Martirio (martiri davvero certe novizie e un ragazzone, il “giovane idiota” ), intestatarie del terreno di Nuzzo, che nascondono terribili segreti. C’è il nuovo boss Carmine che la deve far pagare al suo vecchio protettore.
La brutalità della vita la si osserva dappertutto. Nei rapporti umani violenti, negli scontri, nelle guerre fra i clan per la droga o per mantenere il comando, nei combattimenti clandestini dei cani. Direttamente, voglio dire. Ma già si insinua fin dall’inizio come nel figlio più piccolo di Tore. Seguendolo nella sua caccia alla rana siamo introdotti in una specie di scena horror tra animali infilzati “su lunghi spuntoni aguzzi e aculei di fil di ferro arrugginito”: lucertole, cervi volanti, cavallette, fringuelli. Il bambino sta scontando la sua infanzia. La violenza è già lì, nella stessa terra “cattiva”, spoglia, arida, deserta, polvere e monnezza insieme con i corvi neri che gracchiano “suggerimenti funerei”. La violenza espressa in tutte le sue forme, fisica e morale, le frustate, il cilicio, la pedofilia, lo stupro. Quasi tutti (o tutti?) i personaggi hanno subito all’inizio della loro esistenza qualche ferita nel cuore. (continua qui)»

martedì 13 giugno 2017

oggi su Style del Corriere della Sera

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oggi l'anima della frontiera...

(oggi esce il nuovo romanzo di Matteo Righetto. Un amico di questo blog e sicuramente uno spirito affine - per poetica, per indirizzo estetico - al lavoro del vostro affezionatissimo. Su Il Giornale l'articolo di lancio del volume parla, tra l'altro, anche di Nella perfida terra di Dio).

L'editore lo presenta come un «western letterario», e la copertina è a metà fra la locandina di un film di Duccio Tessari e un albo di Ken Parker. Molto pop. E va bene così. Anche nel caso del nuovo romanzo di Omar Di Monopoli Nella perfida terra di Dio (Adelphi) i giornali hanno parlato di «western gotico», tirando in ballo nomi di un certo peso: Sam Peckinpah, Quentin Tarantino, William Faulkner... Forse è una moda editoriale. Uuhmmmm... No. L'anima della frontiera di Matteo Righetto - di Padova, 45 anni, cinque romanzi, di cui uno, La pelle dell'orso, lo scorso anno è diventato un film con Marco Paolini - non è un western padano, va molto al di là. È un romanzo senza aggettivi di genere, anche se i personaggi se ne vanno in giro a cavallo, cappello a tesa larga in testa e Werndl-Holub sempre carico in spalla. E anche se l'esergo porta una frase di Cavalli selvaggi di Cormac McCarthy e ci porta dalle parti della Trilogia della frontiera. Qui siamo dalle parti della Val Brenta, incuneata tra l'Altopiano di Asiago e il massiccio del Grappa. L'anno in cui tutto inizia è il 1888. Il luogo, Nevada: sembra il nome di un deserto, è quello di una manciata di casupole inerpicate sui versanti vertiginosi della riva destra della Brenta. I De Boer sono una famiglia di contadini montanari. Come tanti, da quelle parti, tirano avanti coltivando tabacco sui terrazzamenti sostenuti coi muri a secco, le «masiere», che s'innalzano sui pendii delle montagne fino a 400-500 metri sul livello del fiume. Di tabacco si muore, sostiene la scienza. Di tabacco si vive, ha sempre detto la gente del Brenta. (continua sul sito del giornale)

lunedì 12 giugno 2017

1° perfida settimana: un resoconto...

con Dario Goffredo a Manduria, Parco archeologico
con Rotino e De Summa a Bologna, libreria Coop Ambasciatori
Bologna, libreria Coop Ambasciatori
A Torino con Petunia Ollister, Lib. Bodoni
a Carpi con Alessandro Beretta e Sandro Campani
A Milano con Alessandra Tedesco,  Radio24
con Marco Rossari a Milano, Gogol&Company
Lecce, libreria Palmieri

venerdì 2 giugno 2017

intervista sull'Ircocervo...

Nella perfida terra di Dio, dice il titolo (gran bel titolo, aggiungo). Ma qual è questa perfida terra?
Ha a che vedere con la superstizione popolare, che permea tanto il romanzo tanto quanto l’intera mia regione (basti pensare alle miriadi di processioni religiose - ogni paesino ne ha una tutta sua - che non di rado sono costellate di riferimenti folcloristici al limite del paganesimo) e poi volevo richiamare un certo afflato biblico, lo stesso che anima la letteratura sulla quale mi sono formato e che vede nei grandi maestri del sud degli Stati Uniti i suoi capostipiti (è il cosiddetto Southern Gothic: un filone «sudista» da cui traspare una prospettiva particolarmente cruenta e appassionata del mondo). Infine, è ovvio che la landa “perfida” cui faccio riferimento nel titolo è, oltre che la mia Puglia, per estensione anche l’intera terra degli uomini: un posto meraviglioso in cui succedono di continuo cose orribili.