venerdì 19 dicembre 2014

sicilia texana...

«Piazza Dante.
Poggio le mani sui lastricati in ardesia, i miei sedili artigianali, voglio fottermi la frescura ficcatasi nelle fessure buie della pietra. Il caldo s’alza dai capannoni bruciati e le nuvole diventano nere. Io sono nato sotto quelle nuvole nere; ci mangio come i cani quando divorano le carcasse dei buoi nei rettilinei verso Gela, ci mangio pane e uovo, uovo e ciliegini spaccati in due, azzanno anche le ossa del pollo e manco mi scanto, non mi caco nei calzoni. Questo caldo fuori stagione. Le scarpe, rovinate, me le sento avvampare, sembrano zone carsiche erose dal fuoco, nei buchi entrano lucertole minuscole, alzo il piede solo per calpestarle. In Piazza Dante, a Butera, d’inverno, le putìe sono serrate, mentre i bastardi assettati si nascondono nelle loro cucine e i termosifoni tossiscono mosche. Le ali rimaste s’attaccano tra le viuzze, il fieto del troppo friddu si mischia agli scarti del macellaio Sciandrù e le bestemmie, che rimbombano dai soggiorni aperti lungo i vicoli, si sciolgono negli orecchi quando mi calo con la testa dentro l’acqua fredda della fontana.
Solo. Io sono da solo, dentro la piazza.
Palpare la morte di un cristiano non m’aggrada, preferisco gustarmela, succhiare fino al midollo il folclore della dipartita siciliana. Quando s’aprono le case, per mostrare il cadavere con la sua pelle screpolata, livida, come di pollo crudo, mi introduco nella camera ardente casalinga, ad odorare quel profumo di gesso friscu. Gli insetti si inerpicano sul ventaglio delle comari, sfilettano impudichi la trama di raso nero e poi si posano sulla bara: legno bello lucidu, di modo che scintilli la cassa dò muortu. Mi brillano gli occhi a ogni ricorrenza, mi brilla l’anima perché io non sono crepato. Le palpebre delle vecchie che si prefigurano la stessa sorte, l’ambiente, che mi porta a benedire il respiro lesto dei miei anni, le conversazioni sottovoce dei presenti:
“Come minchia è morto?!”
“Come se l’è preso u Signuri?”
“Stava in grazia di Dio?”
“Era un disonesto, sa pigghià ìntra u culu”.
“Era a merda, a merda della sua famigghia”.
Mi interesso agli appellativi, mi inorgoglisce discutere del poveretto, in silenzio, mentre la puzza dei fiori e il rancido sole scolorito sui mobili puntella la comicità dello scenario.
Aspetto il buio.
I completi del “cu murìu”, spacchiusi, scintillanti; le scarpe quasi leccate da una vacca incinta che s’alluminano a contatto con i riflessi del pomeriggio assolato, mentre c’è anche chi sputa sul palmo della mano per rizzittare il capello del morto per poi stuiarsi sui pantaloni dello stesso. Alcuni benedicono, altri condannano e in mezzo a quella scena i corpi, scorticati dai ventilatori, respirano a malapena, con i pantaloni appiccicati alla carne mentre quella stessa carne, che nel poveretto s’era rattrappita per volontà divina, non può riesumarsi nemmeno di fronte all’acqua benedetta, conservata nelle boccette a forma della Madre di Cristo. Nuddu poteva fare il miracolo, poteva succhiare la ciolla dura che ha il sole siciliano! “Cu mori, mori”, chi è morto è morto: non c’è minchia, fiamma, Spirito Santo o ampolle sacre che tengano. Me l’ha sempre spiato solo Zù Gugliemo, l’unico che ha capito cosa fosse u fuocu. Nelle mani buteresi degli Spiteri, i becchini, nelle loro mani da muratori golosi di fosse da scavare, sta il corpo del dipartito. Il rito è sempre il medesimo. La Pilato Mercedes, i crisantemi stagionati colmi di vespe, il loro “ora ca muriu ni faciemmu i sordi”, il percettibile terremoto quando l’auto percorre la scala reale che allaccia Butera Bassa a Butera Alta, affinché i morti raggiungano il cimitero; il cuore secco dei parenti, come piante della macchia tranciate dallo scirocco ossidrico, i Gloria al Padre dentro l’abitacolo della macchina, e non c’è il mare, per i morti, e i parenti dei morti non possono vedere il mare, ché la sepoltura finale non ha quell’orizzonte limpido, e Butera è stinnicchiata in collina.
Io degli Spiteri amo la precisione, la coerenza nel timbrare, con un bollo di cera rossa, la caviglia del muortu, il loro farne una pecora numerata, una di quelle pecore strammate che incontro quando raggiungo Gela. Scappano da una roccia, le bestiole, lasciano pagliericcio fituso e fumoso, scattano dai burroni quasi calciati via dal culo storto del diavulu, insudiciano la provinciale. Altre volte si fanno investire, crepano lasciando la lingua buttata sui denti, penzolante e frisca. Te ne accorgi di notte, mentre viaggi, quando la luna è china e dentro c’ha il futuro degli animali perché deve fartelo vedere.
Per gli Spiteri i morti sono come gli animali: devono essere sacrificati, congelati, mostrati al miglior sguardo sofferto, offerente, e compressi nel proprio nuovo appartamento. Sono le regole, le regole per avere la minchia dura, per differenziare una morte dall’altra, tecnicamente, per imparare ad averla, per fare il becchino, e per coricarsi senza il rischio di scantarsi della propria faccia o del sempiterno aroma di lilium che avvolge anche le onde del Mediterraneo, dove non riusciresti a distinguere il buio del fondale con il buio del dormire! C’avevo empatia, c’avevo distacco partecipato, provavo compassione e versavo lacrime come un copertone che finge di forarsi sotto il vento africano, quello che t’ammacca senza torcerti. I copertoni di gomma nera, abbandonati ai lati della via, poco prima del sentiero per il cimitero: i copertoni che paiono introdurre “il posto” dei loculi costruiti per la decomposizione dei vutrìsi scaricati da dio: il cimitero, la discarica della morte.
Lassù, c’abitava Concetta, mia nonna.
Piccola, una nana lavandaia con l’amore per le uova, le frittate, cattolica sino alla stampa nera sul dito ciccione, dove si incarcava il rosario ad anello. Era un minuscolo cagnaccio, col grasso e la pancia piena di latte, un mammifero carico di figli, una cagnola che si trascina verso il Belvedere per lasciarsi cadere all’ombra del castello normanno.
Di fronte alla sua casa: il castello arabo-normanno, una villa secentesca, un orfanotrofio e un’altra casa colonica, sempre chiusa. Quattro esemplari di solitudine siciliana, quattro catacombe per sotterrare la propria esistenza mentre tutti i cristi a quattro zampe ficcano tra i cespugli incucchiati, e le gazze si affrettano a caricarsi il mangiare che il sole piano piano risucchia. I cardellini, invece, Concetta li faceva ingrassare. “Volatili a forma di baccello di cìciru verde”, diceva. Se n’è andata, Concetta. Morta, con sdillìnio, come frittura di pepi saraceni. C’era il tramonto a Butera, quella volta, mi hanno raccontato. Quel tramonto che s’appiattisce tra le case in una sorta di milza pressata dentro due lembi rozzi di pane cattivo. Oleoso. Freddo. Mia madre Angelina s’era recata, per staccare la corrente, in Via Archimede, dove stava la casa che condivideva con la madre. Aveva scoperchiato il vaso di ceramica, al centro del tavolo della cucina, dove da una vita nonna Concetta conservava i nucatoli, i biscotti di Butera. Fu solo a quel punto che Angelina, una volta raggiunto il salotto, fece la scoperta del corpo della madre. Per terra, con gli occhi spirdati, un uccellino scuro che non riusciva ad uscire dalla stanza.
“Perché te ne sei andata, nonnì?”
“Perché non mi hai lasciato dire le ultime cose?”
Mi ha lasciato negro, a Butera, come la solitudine di un arabo sotto il castello, pronto per essere sacrificato evangelicamente, nella tua dimora, a mangiare biscotti. E quello che mi resta, ora, è raccontare la mia storia. Come sono arrivato fino a qui». 

Lo scuru
Orazio Labbate - (Ed. Tunué)

giovedì 18 dicembre 2014

il re dei «colli rossi»...

Il signore della fattoria comincia con una frase lunga 25 righe. Poi va avanti per 458 pagine senza una sola battuta di dialogo: c'è solo la voce narrante (in prima persona plurale) che incalza come un cingolato preannunciando di continuo il peggio. E quel peggio è ORA. Ma fin dal prologo conosciamo il protagonista: John Kaltenbrunner. Sappiamo che vede la luce nella squallida ritirata d'un treno in corsa, cadendo malamente sulle traversine, e gli avvoltoi gli divorano la placenta prima di essere adottato da un «topo di fiume» (come vengono chiamati i reietti che vivono sui monti Appalachi, rednecks incestuosi che si tengono lontani dagli ospedali quanto dall'ufficio delle tasse, rubano il granturco e forse uccidono gli incauti viandanti). Il ragazzo cresce, com'è facile immaginare, accumulando una discreta dose di rabbia da smaltire. Ma questa è forse una leggenda, una storiella che la vulgata ha diffuso a proprio uso e consumo: la verità, più convenzionalmente, riferisce d'un padre morto prima della sua nascita per un incidente in miniera. Ben presto il romanzo conduce noi e il protagonista in un luogo davvero infernale: un enorme scannatoio di pollame, risorsa unica di Baker, cittadina del Midwest abitata da discendenti dei coloni tedeschi e scandinavi: bianchi straccioni e trogloditi che già in patria menavano le mani volentieri. Frullando con maestria questi pochi elementi, l'autore ci regala un'atmosfera sospesa a metà tra Non aprite quella porta e la scena del suonatore di banjo di Un tranquillo week end di paura. Ma il respiro, la spinta di questo libro è di tutt'altra matrice. Sono i padri della grande letteratura southern aglosassone ad ispirarli (Faulkner, Steinbeck e compagnia sonante), ed è un vero peccato che Tristan Egolf, ex musicista punk e studente controvoglia all'Università di Filadelfia, qualche anno fa abbia deciso di farsi saltare le cervella: ne avremmo viste ancora delle belle, noi lettori.
Questo suo romanzo (qua e là imperfetto e magari troppo lungo, ma è nell'imperfezione che si annida, talvolta, la grandezza!) affronta a viso scoperto l’America sudista, quella vasta area di provincia dove la legge si applica come fa più comodo e la stupidità e il fanatismo religioso regnano supremi dettando i canoni morali e scandendo il tempo dell'indignazione. Il signore della fattoria è «semplicemente» la storia di John, un emarginato, un piccolo, immenso personaggio avulso dal mondo contemporaneo - non fa niente per apparire, non fa niente per dimostrare - che alle ambiguità della parola preferisce la praticità del lavoro, un ragazzo che nella landa desolata delle cose umane non grida, non strepita, decidendo di tacere con ben chiara in mente la devozione alla legge dei «Noi contro Loro». John Kaltenbrunner è un antieroe proveniente da un passato ancestrale rielaborato però con una sensibilità moderna, e, una volta conosciuto, il lettore non lo dimentica facilmente.

Il signore della fattoria
Tristan Egolf - (Ed. Frassinelli)

mercoledì 17 dicembre 2014

una maestosa prospettiva southern...

«Da un po’ dopo le due sin quasi al tramonto del lungo immoto afoso estenuato morto pomeriggio di settembre rimasero seduti in quello che Miss Coldfìeld chiamava ancora l’ufficio perché così l’aveva chiamato suo padre - una buia stanza calda senz’aria con le persiane tutte chiuse e inchiavardate da quarantatré estati perché quand’era ragazza lei qualcuno era convinto che la luce e l’aria mossa portassero calore e che al buio facesse comunque più fresco, una stanza che (come il sole andava battendo sempre più piano su quel lato della casa) si zebrava di lame gialle dense di pulviscolo che Quentin pensava formato di minuscole scaglie della stessa vecchia vernice rinsecchita e morta in via di scrostarsi dalle persiane e sospinta all’interno come dalla forza del vento. C’era una pianta di glicini che fioriva per la seconda volta quell’estate su una graticciata di legno davanti a una finestra, da cui ogni tanto entravano i passeri a folate intermittenti, levando un secco suono vivido e polveroso prima di andarsene: e dirimpetto a Quentin, Miss Coldfield nell’eterno lutto che portava ormai da quarantatré anni, se per una sorella, il padre o un marito mancato nessuno sapeva, seduta così eretta nella dritta seggiola dura tanto alta per lei che le gambe le pendevano ritte e rigide come se avesse stinchi e caviglie di ferro, staccate dal pavimento con quell’aria di rabbia impotente e statica che hanno i piedi dei bambini, e parlava con quella sua cupa voce scarna e stupefatta fin quando si finiva per non poter più ascoltare e il senso stesso dell’udito si confondeva e il sepolto oggetto della sua frustrazione impotente eppure indomabile ricompariva, quasi evocato da quell’offeso ricapitolare, quieto disattento e innocuo, dalla paziente, sognante polvere vittoriosa.

La sua voce non s’interrompeva, semplicemente svaniva. C’era, col suo odore di bara, la velata penombra dolce e stradolce di glicini due volte fioriti sul muro esterno, investiti distillati e iperdistillati dal calmo sole selvaggio di settembre, in cui irrompeva di quando in quando il sonoro nuvoloso frullio dei passeri come un piatto bastoncino flessibile schioccato da un ragazzo con nulla da fare, e l’acre odore di vecchia carne femminile da tempo asserragliata nella verginità mentre la smunta faccia stralunata lo scrutava di sopra il fioco triangolo di pizzo ai polsi e alla gola dalla sedia troppo alta dov’ella pareva un’infante crocifissa; e la voce che non cessava ma svaniva in lunghi intervalli riaffiorandone poi come un rivo, un filo d’acqua sgranato da un’isoletta all’altra di sabbia asciutta, e il fantasma meditava con umbratile docilità come se fosse stata la voce stessa il luogo delle sue apparizioni laddove un altro più fortunato avrebbe avuto per sé una casa. Balzava da un tacito tuono (uomo-cavallo-demone) in una scena pacifica e decorosa come un acquerello da premio scolastico, capelli abiti e barba ancor impregnati d’un debole puzzo di zolfo, con aggruppata alle sue spalle la banda di negri selvaggi simili a belve».

Assalonne, Assalonne!
William Faulkner (trad. di G. Cambon, Ed. Adelphi)

martedì 16 dicembre 2014

nel bel mezzo di un macabro gelo...

Televisione, piccola dannata meraviglia: piaccia o non piaccia è indubbio che ormai è lì, in quella stramaledetta scatola catodica, che i romanzi moderni trovano l'humus ottimale per germinare, progredire e dipanarsi indottrinando un pubblico sempre più scaltro ed esigente (tranne in Italia, ovvio, terra di santi, carabinieri e preti in bicicletta - Gomorra e Romanzo Criminale a parte, of course!).
Ne avevamo parlato nel post dedicato allo splendido True Detective nonché in quello attorno a Hell on Wheels (e sarebbe ora di parlare quaggiù anche di Homeland, che giunta alla sua quarta stagione riesce meglio di qualsiasi trattato a spiegare al mondo la politica estera degli americani) e da quei giorni l'offerta (anche europea) è andata moltiplicandosi facendo sembrare i produttori nostrani, ancora attaccati a Bibbie e Professoresse che ci provano ancora, dei veri sconsiderati. Eppure, nonostante tutto, oggi è tempo di festeggiare perché finalmente arriva in Italia - su Sky Atlantic - un altro gioiello straniero: quel Fargo che 19 anni dopo l'omonimo film ne riprende l'allure e la macabra vena noir per regalarci un capolavoro lungo dieci episodi. I fratelli Coen, allora registi, stavolta grazie al finanziamento della rete americana FX si sono ritagliati i ruoli di autori e produttori e il risultato finale (chi vi scrive, come migliaia di altri fanatici delle serie tv odierne, se lo è già puppato in lingua originale) è davvero da sturbo!
A farla breve - e senza rivelare più del dovuto - la storia si srotola nei meandri di una remota provincia innevata del Minnesota, un posto in cui non sembra poter accadere nulla di più di una fuga di un cervo in mezzo alla strada ghiacciata e invece (proprio come nel lungometraggio originale) qui si consumano delitti efferatissimi e intrighi zeppi di impressionante cattiveria: tutti incastonati in una trama che, pur sfruttando con sapienza la pacatezza degli scenari, inanella strepitosi colpi di scena e tiene inchiodati alla sedia.
Il cast è di prima grandezza: lo Hobbit Martin Freeman è lo smarrito protagonista intorno al quale ruota l’intera vicenda mentre al suo fianco troviamo la brava Allison Tolman perfetta erede della McDormand originale (sia per la scarsa avvenenza, sia per l'apparente inettitudine). A tenerle bordone spunta l'agente Colin Hanks, nella vita figlio di Tom Hanks, già trentasette anni, un libro d'oro con poche pagine ma un futuro da character assai promettente. E poi la selva di personaggi interessanti e ben costruiti che compongono le fila del paese: Oliver Platt, Keith Carradine, Adam Goldberg e persino Bob Odenkirk, il Saul di Breaking Bad in attesa del suo spin-off. Ma il vero mattatore della serie, già premiata agli Emmy Awards e con cinque candidature ai Golden Globe 2015, è senza ombra di dubbio Billy Bob Thornton, impassibile e spietato vendicatore, che non sopporta né gli sciocchi né i profittatori ma persegue una morale tutta sua, una morale perversa e criminale che non di rado sembra evocare odor di zolfo e zoccoli equini.
Ironia, tensione, grottesco e puro spirito noir si mescolano abilmente lungo tutti gli episodi (la serie è antologica, la prossima stagione, in preparazione, vedrà medesimi ambienti ma personaggi e interpreti nuovi di zecca), e quello che stupisce della scrittura - affidata alla penna dell'incredibile Noah Hawley - è la capacità di ricreare quasi a tavolino ciò che era stato uno dei temi cardine del film, la perfetta integrazione cioè tra una cittadina piatta e ordinaria e un gruppo di eventi (e di personaggi) bizzarri e straordinari. È lo stesso concetto della tagline della pellicola, che recitava «molte cose possono capitare nel bel mezzo del nulla». Fatevi un regalo, non perdetelo!

domenica 14 dicembre 2014

day hospital...

(con le faccende mediche ne avremo, purtroppo, ancora per qualche giorno; pertanto, giocoforza, questo spazio resterà dormiente ancora per un po'... epperò nel frattempo sulla rivista Mucchio Selvaggio hanno infilato Aspettati l'Inferno tra le prime cinque migliori letture dell'anno, e queste son soddisfazioni che uno mica le può far passare così, senza verbo proferire :-) [Stay tuned]

martedì 9 dicembre 2014

asylum...

il blog si mette in pausa per qualche giorno. Un piccolo ricovero ospedaliero grava infatti sul vostro affezionatissimo (no, tranquilli, nessun intervento di accrescimento del pene!) ma saremo presto, quanto prima, di nuovo in pista. Au revoir

lunedì 8 dicembre 2014

la ferocia del citizen journalism...

Già solido sceneggiatore di numerose pellicole mainstream, il californiano Dan Gilroy (Real Steel, The Bourne Legacy e il bellissimo The Fall) compie il salto di qualità e dirige il suo primo lungometraggio - ovviamente scritto di suo pugno - facendoselo produrre dal fratello Tony e montare dal fratello Dan. Interpretato dalla moglie Rene Russo, Nightcrawler (Lo sciacallo in Italia, per una volta una titolazione efficace) è di fatto il prodotto di una piccola impresa di famiglia, a cui il coinvolgimento del talentuoso Jake Gyllenhaal, qui in doppia veste di protagonista e produttore, dona quel valore aggiunto che permette all'intero progetto di salire verso gli assoluti vertici dell'autorialità.
Al centro della vicenda Lou, ragazzotto che vivacchia di lavoretti sporchi e curricula inviati nell'oceano senza ritorno dell'attuale mercato occupazionale. Un giorno assiste per caso a un incidente stradale e osservando i reporter d'assalto (gli sciacalli) che ronzano attorno alla tragedia per trasformare in moneta sonante l’immagine più cruda, Lou ha un'illuminazione: si procura una videocamera e un radio-scanner e da quel momento passa le notti accorrendo sui luoghi delle emergenze, per riprendere le scene più cruente e vendere il materiale ai network televisivi. La sua scalata al successo lo renderà sempre più spietato finché, pur di mettere a segno uno scoop sensazionale, arriverà a interferire pericolosamente con l'arresto di due assassini.
Una caduta valoriale sempre più spietata addizionata a una progressiva fame di successo (cui fanno da contraltare una solitudine sempre più ammantata di patologia) sono il vortice nero in cui uno smagrito, convincentissimo Gyllenhaal piomba senza indugio. Lo stupro dell’etica contagia immediatamente Lou - rifiutato dal mondo del lavoro e quindi da ogni possibile modalità di gratificazione sociale - promanando da una Los Angeles sbandata e notturna che accoglie nel suo ventre sfibrato dal traffico e dall'indifferenza ogni sorta d'incidente, sparatoria, rapina e omicidio. E il personaggio della direttrice di rete (impersonata ottimamente dalla Russo) finisce per assurgere a miglior porto d'attracco di cotanta perversione: ingorda e opportunista come lo stesso protagonista, costei condivide con il city journalist un’omessa ferocia votata a risucchiare nel burrone mediatico ogni più minuscolo scampolo del pubblico bue.
La visione di Nightcrawler genera perturbazione, ma anche una sottile, glaciale ilarità - forse più disturbante dell'indignazione retorica che pure sorregge l'opera - soprattutto quando un personaggio estremo come Lou comincia a girare riprese particolareggiate del sangue sull'asfalto alla stregua di un qualsiasi cronista di Studio Aperto. Nel film si sorride per l'atteggiamento svagato con cui il reporter approccia ai moribondi che saranno protagonisti dei suoi servizi («se mi vedi significa che sarà il giorno peggiore della tua vita», dice), ma ben presto quella risata si trasforma nel ghigno raggelato di chi assiste alla spietata radiografia di una contemporaneità che ci ha reso tutti colpevoli.
Gilroy conosce il mestiere, e il battito thriller del film lascia presto dietro di sé l'approccio realistico in favore di un crescendo di tensione squisitamente cinematografico, affidando alle taglienti occhiate catafratte dalle luci al neon dell'attore protagonista il compito di rendere esplicito il parallelo col canide suggerito dal titolo italiano. Educato da un bigino di strategie spicciole di marketing e una miscellanea d'informazioni trovate on line, Gyllenhaal si muove nella notte come un animale in attesa della carcassa giusta, mettendo a segno la figura di un antipatico, cinico e freddissimo predatore dei nostri tempi. Bestiale!

sabato 6 dicembre 2014

poe...

«Tutti vagamente sanno che il più bel posto del mondo è, o almeno era, il borgo olandese di Vondervotteimittiss. Ma, poiché sorge ad una certa distanza dalle vie maestre e poiché si trova, in un certo qual modo, in una posizione remota, forse solo pochissimi miei lettori l'avranno visitata. Quindi, per soddisfare la curiosità di coloro che non l'hanno mai vista, io credo opportuno dirne qualcosa in particolare, e ciò è veramente ancor più necessario, in quanto proprio con la speranza di guadagnare la simpatia del pubblico in favore dei suoi abitanti, io mi propongo qui di raccontare i disastrosi fatti che di recente sono avvenuti entro i suoi confini.»

Il diavolo nel campanile
da Tutti i racconti
Edgar Allan Poe (Ed. Einaudi)

saturday pic (27): Army of Two...

art by Chris Bachalo.

giovedì 4 dicembre 2014

older generation...

si è spento a 90 anni Giulio Questi (Bergamo, 18 marzo 1924 – Roma, 3 dicembre 2014). È stato un geniale regista, sceneggiatore, attore cinematografico e scrittore italiano.

il tramonto di McQueen...

Sono numerose e contraddittorie le testimonianze riguardanti la figura reale di Tom Horn «assurto a vera leggenda del West» secondo il sito farwest.it, per il quale fu «sicuramente una figura emblematica degli ultimi violenti anni della Frontiera. Partecipò alle azioni che portarono alla cattura del grande Geronimo. Lavorò saltuariamente presso molti rancheros, ma la sua indole avventurosa lo portò presto ad essere aiutante sceriffo (deputy) in Colorado. Lavorò alacremente per circa quattro anni con l’Agenzia Pinkerton, sempre in Colorado, arrestando molti ladri di banche ed assalitori di treni e spedendone al cimitero ben 17, conquistandosi sul campo fama imperitura di bounty hunter». Nel 1980 il cineasta William Wiard ebbe l'acume di affidare la parte principale del suo film dedicato a Tom Horne all'unico attore probabilmente in grado di rappresentarne in maniera efficace lo spirito crepuscolare: quello Steve McQueen a sua volta monumentale simbolo di ribellismo decaduto e ormai prossimo alla morte (un cancro se lo divorerà lo stesso anno, con grande sgomento di più di una generazione di fan).
La pellicola è incentrata sugli ultimi anni del discusso eroe dell'epoca pionieristica, quando finì al servizio di alcuni allevatori del Wyoming come tutore dell'ordine e in seguito all’uccisione (per la verità rimasta misteriosa) di un giovane pecoraio venne impiccato il 20 novembre 1903 a Cheyenne. Nella chiave tipicamente revisionista del periodo, che affidava agli scenari western uno sguardo cupamente malinconico, McQueen fa proprio il fatalismo del personaggio, impadronendosi della sua incapacità di adeguare alla ferocia della modernità una mentalità da cowboy individualista. Finirà nella trappola che lo porterà alla forca con una rassegnazione da eroe brechtiano.
Buona parte del film, con lo scontro e l'eliminazione dei cattivastri, è davvero folgorante, con una resa fotografica che esalta ottimamente il sistematico metodo di caccia al ladro di Horn e il suo agire senza scrupoli in mezzo a un mondo che ormai sta cambiando. Poi il film prende la via giudiziaria e le cose si fanno tristi, struggenti (vedere la faccia di McQueen ormai priva di quel guizzo altero e sornione che la caratterizzava mozza davvero il fiato).
Comunque un film a suo modo unico e spettacolare.

mercoledì 3 dicembre 2014

Lord of flies...

«Il ragazzo dai capelli biondi si calò giù per l'ultimo tratto di roccia e cominciò a farsi strada verso la laguna. Benché si fosse tolto la maglia della scuola, che ora gli penzolava da una mano, la camicia grigia gli stava appiccicata addosso, e i capelli gli erano come incollati sulla fronte. Tutt'intorno a lui il lungo solco scavato nella giungla era un bagno a vapore. Procedeva a fatica tra le piante rampicanti e i tronchi spezzati, quando un uccello, una visione di rosso e di giallo, gli saettò davanti con un grido da strega; e un altro grido gli fece eco.- Ohè! Aspetta un po'!
Qualcosa scuoteva il sottobosco da una parte del solco, e cadde crepitando una pioggia di gocce.»

Il Signore delle Mosche
William Golding (Mondadori)

Poesia nei JukeBox (dal 5 all'8 Dicembre)

(avremo dovuto essere della partita, ma purtroppamente il vostro affezionatissimo è costretto nella propria batcaverna a causa di un morso di ragno radioattivo. Ciò non toglie che chiunque si trovasse dalle parti di Lecce non deve lasciarsi sfuggire l'appuntamento organizzato dagli amici-ci di Coolclub).
Da venerdì 5 a lunedì 8 dicembre le Officine Cantelmo di Lecce ospitano la seconda edizione de La Poesia nei Jukebox, rassegna dedicata alla musica e ai libri con incontri, presentazioni, concerti, reading e un mercatino dedicato alle case editrici e alle etichette pugliesi, con un'ampia esposizione dedicata al vinile e agli oggetti vintage.
L'appuntamento rientra nell'articolato programma di Officine della Musica, progetto promosso dall'Assessorato alle politiche giovanili del Comune di Lecce in collaborazione con Officine Cantelmo e Coolclub con il sostegno di Puglia Sounds.
Tra gli ospiti Alessio Bertallot, Federico Fiumani, Riccardo Sinigallia, Giulio Casale, Andrea Senatore, Nicola Lagioia, gli autori di Inchiostro di Puglia e del Magazzino di Poesia di Spagine. Domenica 7 dicembre, inoltre, La Poesia nei JukeBox incontra e ospita FolkBooks, una panoramica delle più recenti e importanti produzioni culturali del “movimento” che ruota intorno alla musica di tradizione e alle sue rielaborazioni. In programma un ricordo di Rina Durante, scrittrice, militante culturale e grande ispiratrice del primo movimento di riproposta degli anni Settanta, nel decennale della morte, a partire dal suo primo romanzo La Malapianta appena ripubblicato da Zane Editrice; la presentazione del volume Stelle del folk italiano (Manifesto Libri) del giornalista Felice Liperi; la presentazione e proiezione del documentario Kore la danza di Persefone di Azzurra Lugari con Maristella Martella e le danzatrici della compangia Tarantarte. «Da oggi la nostra poesia è nei jukebox di tutta l'America» è la frase che il poeta Allen Ginsberg pronunciò ascoltando la musica di Bob Dylan. Sintesi perfetta di un rapporto, quello tra musica e letteratura, suoni e poesia, da sempre molto forte che nel tempo si è espresso in modi diversi.
La Poesia nei JukeBox si propone di tracciare un percorso nella storia della musica attraverso la voce degli autori, la ricerca sonora, i romanzi e i libri che trasudano musica. Un appuntamento senza generi che spazierà dalla tradizione all’innovazione, dalla poesia alla musica cantautorale, dal rock all'elettronica per conoscere autori e musicisti.
Questo il programma completo:
• venerdì 5 dicembre ore 19.00 - Inchiostro di Puglia con Paolo La Peruta, Simona Toma, Gianluca Conte, Luciano Pagano, Elisabetta Liguori ore 20.30 - Ennio Ciotta intervista Alessio Bertallot ore 22.00 - Andrea Senatore presenta Vulkan a seguire dj set Alessio Bertallot
• sabato 6 dicembre ore 19.00 - Nicola Lagioia presenta La Ferocia ore 20.30 - Daniele De Luca intervista Federico Fiumani ore 21.30 - Band Officine della Musica ore 22.30 - Federico Fiumani in concerto ore 23.30 - Riccardo Sinigallia in concerto a seguire - dj set
• domenica 7 dicembre ore 17.00 - Ricordando Rina Durante a cura di FolkBooks ore 18.30 - Felice Liperi presenta Stelle del folk italiano a cura di FolkBooks ore 19.30 - presentazione e proiezione Kore la danza di Persefone a cura di FolkBooks ore 21.00 - Il magazzino di poesia di Spagine a cura di Mauro Marino (Fondo Verri) ore 22.30 - Sullo Zero di e con Giulio Casale a seguire - dj set
• lunedì 8 dicembre dalle 10 alle 20 - Mercatino Un appuntamento dedicato alle case editrici e alle etichette pugliesi, con un’ampia esposizione dedicata al vinile e agli oggetti vintage, strumenti musicali, libri e con gli showcase di alcuni gruppi pugliesi (Fonokit, Playontape, NonGiovanni, Caterina Da Siena, Moustache Prawn) che presenteranno tra interviste e live acustici le loro ultime produzioni.
INGRESSO GRATUITO
Info: lapoesianeijukebox.org - 0832303707 - 0832304896

martedì 2 dicembre 2014

...leggete di tutto, mascalzoni!

In primis furono le camere chiuse, ma chiuse chiuse, dove non passava nemmeno uno spillo a contenere morti ammazzati che ti facevano saltare in aria il cervello a forza di spremerti per capire l’inghippo (come aveva fatto l’autore a infilarli lì dentro?). E allora non c’era altro che aspettare con ansia crescente la famosa riunione finale in cui formidabili segugi, capaci di far passare dalla cruna dell’ago il classico cammello insieme a un brancata d’elefanti, ti risolvevano il problema lasciandoti a bocca spalancata (ma guarda un po’, non ci avevo pensato), anche se qualche volta la soluzione si presentava talmente cervellotica che ti scappava giulivo un vaffa di tutto cuore.
Erano, quelli, i tempi d’oro (l’ho già scritto ma lo ripeto) dei lungagnoni elementari, dei ciccioni orchideati, dei nobili monocolati, delle zitelle marpleolate, sferruzzanti e cavalline, dei pretucoli ombrelliferi, dei vocioni arcontoni, delle teste d’uovo, dei piccoletti fumantini, dei dottoroni sanscritoni, degli scienziatoni belloni che avrei concesso un matto affogato all’avversario sulla scacchiera per essere lì, a seguirli nelle loro diaboliche imprese.
E che imprese! Con gli occhi fissi sul maggiordomo sospetto, la polizia dall’aria perennemente ebete, i gemelli che ogni tanto spuntavano improvvisi, lettere anonime esplosive, il passato tremendo che non ne voleva sapere di rimanere lì dov’era e ritornava funesto, una miscela robusta di veleni che irrigidivano al solo fiuto, false piste, insieme ad un incrociarsi di orari inestricabili da far perdere la bussola al lettore più smaliziato. E, insomma, tutti fermi e immobili, qualche passeggiatina, via, senza troppa fatica, la pioggia, il lampo, il tuono il miagolio del gatto, un pizzico di gotico a scivolare brividoso lungo la schiena. Chi correva a rotta di collo erano le famose cellule grigie che non stavano ferme un minuto, tutte a ballonzolare come in una frenetica macarena.
Il movimento venne dopo con gli assatanati della hard boiled americana che se si riposavano un attimo era per riprendere fiato. Il delitto riportato alla gente che lo commette (ovvia!), come disse quel tizio niente male. Una sbirciatina dentro ai personaggi e poi tutto fuori, corse, agguati, inseguimenti, da un posto all’altro da una città all’altra. Che ci sia il sole, la neve, il vento o la burrasca importa assai. Basta mulinar gambe o pigiare sull’ acceleratore. E cazzottoni, ginocchiate nelle palle, manganellate in testa, pistolettate impazzite. Già, la pistola, che diventava quasi un personaggio pure lei dotato di vita propria, per toglierla agli altri.
Via il villaggio antico e sonnolento, largo alla città terribile e selvaggia. Via ai pasticcini, al tè, al rosolio, alle torte fatte in casa, largo alle bistecche al sangue, alle patatine fritte, ai salsicciotti fumanti, al whisky, al bourbon, al cognac, ai liquori forti che ti spaccano lo stomaco insieme al fumo denso di sigarette micidiali che fanno tossire anche il lettore. Via alle zitelle pettegole, agli omini buffi coi baffi, agli strimpellamenti violineschi, al bon ton, al lindore, alla pulizia, largo al maschione virilone o malinconico, bastardo o integerrimo, stravaccato in uffici polverosi con i piedi sulla scrivania, a femmine fatali, a bambole che ti fanno girare la testa, a scontro di bande sanguinolente, a poliziotti marci, a locali notturni gremiti di fauna animalesca, al linguaggio duro e violento. D’accordo, ho banalizzato semplificando all’eccesso. D’altra parte, per esempio, il creatore del ciccione orchideato ha messo insieme, furbescamente, i due aspetti infilando, accanto al pachiderma poltronista, un puledro che non sta mai fermo.
Poi (uso il “poi”, solo per convenienza, che spesso le letture sono in concomitanza) mi sono buttato sugli oscuri meandri della psiche, sul giallo cosiddetto psicologico. Con un pizzico di tremore che qualche problemetto ancestrale me lo devo essere portato dietro sin dalla nascita. Dicevo del giallo psicologico e psicanalitico, dove all’autore non interessa tanto il fattore esterno della vicenda, quanto quello interno dei personaggi: i loro sogni, i desideri, i dubbi, le paure, gli incubi. Del presente e, soprattutto, del passato che riemerge (anche qui) sempre terribile con l’angoscia che ti stringe alla gola ad ogni voltar di pagina e grassa se alla fine rimani soltanto con un allegro tremore alle mani.
Aggiungo il giallo umoristico che solleticava la mia innata natura paesana alla risata, allo scherno, alla presa in giro (sempre in tono amichevole e perfino affettuoso). Non che in altri libri, pure della golden age, manchi l’umorismo. Basta seguire certi tipi che il sorriso l’hanno stampato addosso. Parlo del giallo (inteso in senso lato) sgangherato, cucito su personaggi strambi e sgangherati che ti fanno sganasciare con i loro piani geniali immancabilmente buttati all’aria. Parlo di quelle storie pulpesche dove l’incasinamento verbale mischia insieme l’assurdo, il grottesco, l’horror e chi più ne ha più ne metta come in una frenetica cavalcata selvaggia.
Non mi sono fatto mancare niente. Neppure i polpettoni dalle caterve di sangue e sperma e di morti ammazzati, sparati, spaccati, sbudellati, segati, randellati, sezionati che ti sbucano da tutte le parti, perfino dal water nel momento più delicato e intimo della giornata. E nemmeno i gialli storici che spaziano per ogni dove, dal paleolitico ai giorni nostri, in cui celeberrimi personaggi, in altre faccende affaccendati, sono costretti a seguire, obtorto collo, orme sanguinose (e mi immagino gli accidenti sottovoce).
Voglio dire che ho battuto diverse strade, diverse vie piuttosto dissimili fra loro. E, dunque, il pistolotto finale è solo un invito a chi mi segue a non adagiarsi su un solo cliché di lettura. Siate curiosi, sperimentate, amate la diversità delle storie e della vita.
Insomma, leggete di tutto, mascalzoni!                         [by Fabio Lotti]

lunedì 1 dicembre 2014

un tramonto che fa paura...

Texarkana, sonnolenta cittadina che spacca in due il confine tra lo stato del Texas e quello dell'Arkansas, nel 1946 venne sconvolta da una serie di efferati omicidi per i quali non si trovò mai il colpevole. L'assassino ottenne il soprannome de il killer fantasma, mentre al caso giudiziario aperto toccò l'inquietante definizione di Omicidi al chiaro di luna di Texarkana.
Realizzato nel 2014 in low-budget, The Town That Dreaded Sundown è il remake de La Città che aveva paura, originale pellicola del 1976 diretta da Charles B. Pierce che alle truci, reali vicende del fantasma si ispirava regalando di fatto se non l'intuizione quanto meno lo stimolo per una riformulazione dell'idea di boogeyman ai Carpenter e ai Cunningham di là da venire.
Diretto da Alfonso Gomez-Rejon, il nuovo lungometraggio colpisce per la serie di trovate fotograficamente accattivanti e per la capacità di creare atmosfere cupe e perturbanti attraverso soluzioni registiche davvero prodigiose (colori accesi seguiti da saturazioni estreme, cambi repentini di prospettiva e illuminazioni fulminee del soggetto in campo), ma difetta in maniera imperdonabile a livello di script. L'autore della sceneggiatura Roberto Aguirre-Sacasa, infatti, pur ammantando il racconto sin dai primi istanti di un'efficace tensione à la Zodiac e soprattutto identificando un metodo rivoluzionario per realizzare un remake (ovvero parlando della pellicola originale come di un oggetto funzionale al film stesso, con i personaggi legati alla lavorazione di quell'opera che diventano parte integrante del mistero fulcro della vicenda), finisce per commettere un errore fatale: non dà alcuno spessore alle pedine del suo gioco regalando de facto allo spettatore una selva di personaggini informi, smunti e senza storia. Fortunatamente - e qui sta il valore aggiunto della pellicola - Gomez-Rejon è un cineasta capace di cui sentiremo ancora parlare (proviene dalla tv americana migliore, quella di American Horror Story) che riesce a farsi carico di ogni lacuna scrittoriale ricompattando sulle proprie spalle il prodotto finale.
E così ciò che va sfarinandosi a livello di carattere e motivazioni, finisce miracolosamente per raggrumarsi negli stupendi campi totali (talvolta anche aerei) che il regista snocciola tra un'omicidio e l'altro, nella toccante rappresentazione funerea ed angosciante del microcosmo urbano della cittadina, nella gelida atmosfera di allarme perpetuo che si respira in ogni dannato secondo del film.
The Town That Dreaded Sundown è, in soldoni, un solido slasher ad alzo zero, non un capolavoro ma sicuramente il prodromo di una visione del cinema di genere che potrebbe in un futuro molto prossimo stupirci per davvero. Prodotto da Ryan Murphy (American Horror Story) e Jason Blum (Paranormal Activity) nel cast troviamo attori come Addison Timlin, Travis Tope e Veronica Cartwright; questo è anche l'ultimo film con Ed Lauter: l'attore è morto nell'ottobre del 2013.