domenica 24 maggio 2015

secessione a stelle e strisce per Wright

«Le donne barbute ballavano nel fango. I piedi sproporzionati, cafoni, che non riuscivano a star fermi, che saltellavano e piroettavano lungo quel tratto scivoloso di strada allagata. Una melma gialla incollata all’orlo del vestito, alle braccia macchiate dal sole, alle guance villose, raggrumata in grosse monete terrose sopra le gale ricamate del petto, come medaglie di eroi appuntate malamente. Cadeva una pioggia fredda e insistente sulle colline sperdute, sui campi ancora fumanti, sugli alberi scabri, deformi, dove la luce - vaga e incerta - si accaniva per procurare al giorno la qualità granulosa di un dagherrotipo appannato». Comincia così Amalgamation Polka, quarto romanzo dell'eclettico Stephen Wright e caso letterario negli Stati Uniti. Incipit brutale e grottesco per un titolo carpito da una celebre litografia (satirica) di E.W. Clay che ritrae un gruppo di eleganti donzelle bianche che flirtano e ballano con altrettanti cavalieri afro-americani. Il romanzo è infatti incentrato sul conflitto politico che ha spaccato l'America segnandone la sua seconda nascita, ottantant'anni dopo quella Rivoluzione che aveva proclamato l'uguaglianza degli uomini (senza risolvere di fatto il dramma della schiavitù). La formazione peregrina del giovane Liberty Fish lungo le strade del paese riecheggia ambientazioni degne di Twain, ma non è sbagliato intravedervi anche il portato letterario di Faulkner o di McCarthy, soprattutto quando si tratta di descrivere la guerra nella sua nefanda bellezza: l'autore la dipinge con tale pulsante realismo che in certi momenti sembra di essere là, in mezzo al granturco schizzato di sangue, aggrappati alla spalla di Fish che avanza in mezzo ai cadaveri dei soldati massacrati. La guerra per Liberty diventa allora anche un viaggio a ritroso nelle proprie radici sudiste, guidato dalla curiosità di conoscere l'orrore della schiavitù e il mondo che la propria madre - una progressista del sud - ha rigettato violentemente. In questo grumo di questioni irrisolte, Liberty vuole sdipanare la matassa, e lo fa raggiungendo la casa dei nonni - Redemption Hall, nome che evoca atmosfere bibliche - appena in tempo per incocciare ciò che ne rimane. Wright non si concede alcuno sguardo romantico verso il Vecchio Sud in decadenza, fornendo al suo più rappresentativo esponente - il nonno Asa Maury - una follia lucida e implacabile (ce lo descrive intento a escogitare una fatidica «soluzione finale» per il problema della razza che trasformerà il nero in bianco). Splendido romanzo di formazione di un piccolo Tom Sawyer e saga travagliata di una ricca famiglia del Sud, Amalgamation Polka è un affresco portentoso della società americana dell'Ottocento, violenta e ingenua, arcaica e attualissima. Tanto di cappello anche al lavoro di traduzione di Adelaide Cioni, che deve aver faticato non poco per rendere il tono generale del romanzo.

Amalgamation Polka
Stephen Wright (Stile Libero Einaudi)

venerdì 22 maggio 2015

torna il giallo in libreria...

Torna in una nuova edizione, sempre corredata dalla preziosa prefazione di Andrea Camilleri, il manuale di scrittura giallistica di Patricia Highsmith. Un vero e proprio vademecum del thriller, che insegna a tessere la trama di una storia da brivido, ma è anche un manuale di scrittura di più ampia portata, capace di condurci per mano nell’officina di uno scrittore.
La grande giallista americana ci svela come è strutturato un thriller e ce ne mostra gli strumenti creativi attraverso saggi sul metodo di scrittura e la costruzione del plot, sulla capacità di osservare e appuntare particolari per poi richiamarli alla memoria, e ci guida perfino passo passo nell’analisi di uno dei suoi stessi romanzi, L’alibi di cristallo. (noi dell'osannata autrice a stelle e strisce avevamo parlato qui e qui)

Come si scrive un giallo
Teoria e pratica della suspense
Patricia Highsmith (Ed. Minimum Fax)

giovedì 21 maggio 2015

l'amore in primavera sa essere mostruoso...

Puglia. Regione ad elevatissimo tasso di oleografia. Complice l'intraprendente e meticoloso lavoro di enti turistici e aziende di promozione locale, il Tacco d'Italia è assurto nell'ultimo quindicennio a vera cartolina del Belpaese, sicché il cinema nostrano, titillato dal pungolo sacrosanto di una commission decisamente agguerrita (l'Apulia Film, appunto), ha risposto senza farsi troppo desiderare all'indubbio richiamo scenografico di queste lande contribuendo in breve a (ri)disegnarne i contorni. Se non fosse che però, a parere di chi scrive, da potenziale eden del nuovo rinascimento nostrano su pellicola la regione ha finito per diventare quasi null'altro che l'enorme, smielato set di ogni dannatissima commediola romantica partorita - con una miopia davvero imbarazzante, diciamolo! - dall'industria della celluloide italiota (noi, a dirla tutta, ci stiamo provando da anni a fare quaggiù un film diverso, ma i finanziamenti continuano a saltare e comunque questa è tutta un'altra storia).
In tutti i modi, a volte accadono fatti inaspettati: ad esempio, capita che dagli U.S.A. arrivino cineasti di un certo rilievo (ancorché giovani) e decidano di utilizzare le competenze cinematografiche che la Puglia ha intanto fatto proprie (e su questo anche i detrattori più scafati converranno) per imbastire una storia horror proprio sotto i cieli azzurrissimi della regione più a levante della penisola.
Spring è il secondo, stranissimo film degli autori di Resolution, Justin Benson e Aaron Moorhead, interpretato da Lou Taylor Pucci, Nadia Hilker, Vanessa Bednar. È stato presentato nel settembre 2014 al Toronto International Film Festival, e il mese successivo al London Film Festival ed è quasi interamente - a parte un incipit a stelle e strisce - girato in territorio italiano.
La storia si svolge in un paesello dell'Italia del sud (Polignano a Mare, nel barese, un posto fantastico) ritratto invero abbastanza plausibilmente nonostante qualche eccesso folkloristico che per un pelo non scavalla il pericoloso crinale della macchietta (in alcune interviste gli autori hanno fatto sapere di averci tenuto a realizzare un film in cui l'Italia non sembrasse partorita da un episodio de I Griffin, e sostanzialmente ce l'hanno fatta, a parte, per esigenze di script, posizionare in bella vista il Vesuvio sul mare che diede i natali a Domenico Modugno).
Spring è una storia d'amore con risvolti horror fra l'attore che nel remake di La casa leggeva incautamente il libro del Male e una bella morona dalle origini nebulose e un tremendo segreto celato nel cuore. Siamo insomma a ben guardare dalle parti della più insulsa tradizione dei vari Twilight, epperò il prodotto finale risulta qui scritto, diretto e interpretato da gente di un certo talento. La pellicola non si vergogna infatti di raccontare l'ennesimo d'amor fou in salsa purulenta, facendolo però in maniera sentita, mai stucchevole, e inventandosi una mitologia derivante sì da Lovecraft ma a modo suo originale ed intrigante, non tirandosi indietro in quel paio di momenti in cui bisogna mettere sul piatto la deformazione mostruosa e viaggiando piuttosto agilmente su binari a metà fra l'horror, la rom-com e la poetica indie tutta disincanto e ironia mortifera. E quando si arriva al dunque, incredibile ma vero, i personaggi non si lasciano andare all'idiozia e decidono invece di affrontare la questione di petto, veleggiando verso un finale che funziona proprio in ragione di ciò, oltre che per la notevole intesa fra i due attori principali (che però presi in solitaria sono assai sciapi, va detto). Insomma, non un capolavoro, anzi, proprio per niente: però è una bella storia lineare messa in scena cavando il sangue dalle rape, con effetti speciali a basso budget che funzionano e un discreto piglio nell'architettare i movimenti di macchina.
Segnaliamo infine, pur nella benevolenza degli intenti, il solito limite dell’immaginario yankee riguardo al tema italico: i villici abitanti del paesino sono tutti rigorosamente vestiti e affaccendati come nel dopoguerra, le masserie sprigionano come da convenzione sprazzi insopportabili di un realismo magico che da queste parti in realtà disdegniamo, e, ciliegina sulla torta, gli autoctoni sono dipinti come creature perfettamente bilingue, in grado di parlare sia l'italiano che l'inglese come manco un interprete delle Nazioni Unite - il che, come sa bene chiunque sia mai passato al sud, è praticamente una chimera. Voto medio, con sortite grafiche decisamente interessanti che fanno bene al cuore e momenti d'involontario imbarazzo per lo spettatore.

mercoledì 20 maggio 2015

apulia inside...

Trentacinque racconti diversi nel genere, nel respiro, nel passo, che partendo dalla Puglia come un trerrote (carico di storie invece che di bombole del gas) offrono una lettura veloce, che passa dal noir al verismo, dalla docufiction al fantasy, firmata da una squadra di autori pugliesi scelti con cura nel panorama nazionale. Gli autori del libro, curato da Michele Galgano, sono: Giuliana Altamura, Cosimo Argentina, Pino Aprile, Sabrina Barbante, Antonella Caprio, Cristina Cardone, Cristiano Carriero, Vittorio Catani, Gianluca Conte, Fernando Coratelli, Maurizio Cotrona, Nino G. D’Attis, Tommy Dibari, Omar Di Monopoli, Raffaello Ferrante, Pietro Frenta, Gabriella Genisi, Lucia Tilde Ingrosso, Nicola Lagioia, Elisabetta Liguori, Alessandra Macchitella, Carlo Mazza, Giuseppe Merico, Adelmo Monachese, Francesco Muzzopappa, Renato Nicassio, Raffaele Niro, Leonardo Palmisano, Giuliano Pavone, Nicky Persico, Osvaldo Piliego, Vincenzo Sardiello, Davide Simeone, Simona Toma, Alessio Viola e Cristina Zagaria.
Il blog letterario Inchiostro di Puglia nasce nella primavera del 2014 grazie a un’idea di Michele Galgano (un lettore, non uno scrittore), un emigrato dalla Puglia a Milano, che, proprio perché lontano da “casa”, sente l’urgenza di costruire una guida sentimentale della sua terra. Il blog inizia a raggiungere un numero insospettabile di lettori, sia forti sia acerbi. Il progetto cresce e, nella sua semplicità, diventa un punto di riferimento per le librerie e per tutte le realtà culturali più attive sul territorio. Inchiostro di Puglia mette in rete: autori-lettori-librai. E tutto parte da un’idea e da una manciata di racconti. Ma quelle di Inchiostro di Puglia non sono descrizioni, sono storie. Messe insieme formano un mosaico da mostrare ai pugliesi - quelli che sono rimasti nella propria terra e quelli che l’hanno lasciata - ma anche a tutti i viaggiatori che non si accontentano delle bellezze da guida turistica e che della Puglia vogliono scoprire anche l’anima più vera e profonda e a chi ha magari solo voglia di stendersi su un divano, una panchina o sedersi in poltrona ed evadere, lontano da casa. In un anno sul blog sono state pubblicate tre serie di racconti, attraversando tutta la regione senza un ordine preciso. Questo libro proporrà invece un percorso geografico strutturato, riprendendo gli stessi scritti - rielaborati e in alcuni casi ampliati - e arricchendo la raccolta con nuovi lavori inediti.

Inchiostro di Puglia
AA. VV. (Caracò Editore)

martedì 19 maggio 2015

ammirami!

improponibile anche solo immaginare di aggiungere una sillaba al pressoché unanime tripudio di giudizi entusiastici che come una marea montante sta dilavando ogni dubbio sul remake/reboot di Mad Max: il vecchio George Miller, dopo anni di pinguini danzanti e maialini logorroici, ha preso il toro per le corna e ha mostrato all'intero globo terracqueo che se c'è da spaccare i culi con il western-apocalittico niente è meglio del suo stradannatissimo talentaccio aussie, perché quel genere, che Iddio l'abbia infinitamente in gloria, l'ha inventato lui e tutti gli altri al suo cospetto sono e resteranno semplicemente degli epigoni.
Con tutta la presunzione dei grande maestri, il settantenne cineasta australiano prende infatti trent’anni di letteratura, cinema e videogames costruiti attorno al modello da lui stesso creato con il secondo, seminale episodio della serie (Mad Max 2) e li centrifuga con stile e sorprendente abilità in una nuova pellicola che attacca lo spettatore alla poltrona per scaraventarlo di peso in due magnifiche ore di ritmo mozzafiato e irraggiungibile stupore visivo.
Mad Max: Fury Road, sviluppato attorno al personaggio che aveva reso grande Mel Gibson e che qui rinasce col muso perennemente imbronciato (che però funziona alla grande!) di quel torello di Tom Hardy, ripesca le premesse e la mitologia sulle quali la prima trilogia aveva edificato le proprie fondamenta aggiornandole e reinventandole in un sublime gioco al rialzo: inseguimenti al cardiopalma e feroci scontri tra rombanti veicoli truccati assurgono anche stavolta a protagonisti assoluti ma il gradiente di polverosi stunt si fa così immaginifico e coreografico da sconfinare quasi in una maestosa poetica da cirque du soleil. Come da tradizione della serie, Miller dissemina il film di richiami ai predecessori ma se ne frega della continuity ferrea per ingurgitare senza alcun problema suggestioni d'ogni tipo: John Ford, Sergio Leone, Cormac McCarthy, Moebius e chi più ne ha più ne metta. L'imperatrice furiosa di Charlize Theron, poi, è oggettivamente una gigantessa (splendida e piena di pathos anche senza un braccio e il cranio affumicato) che da sola merita la visione del film.
Lasciate quindi per una volta a casa i Cahiers du Cinéma e correte a godervi questa sublime fantasmagoria on the road, perché Mad Max: Fury Road è un capolavoro action, è il film del decennio, è un fottutissimo sfracello di metallo e sabbia, sangue e violenza, amore, passione, blindocisterne, benzina, motocicli impazziti, chitarre incendiarie, proiettili, placenta, acqua, erba, valhalla e  checcazzomistateleggendoaffareandatealcinema...
(sopra, una illustrazione di Go Nagai per il primo Mad Max)

domenica 17 maggio 2015

due parole sull'affaire ISBN...

eccoci. Appena tornati da Napoli, ancora claudicanti e decisamente spossati da un intervento cardiaco molto meno allegro e spensierato di quanto ci avessero fatto credere ma comunque ottimisti, determinati e per la prima volta da mesi felici di aver intrapreso una strada terapeutica forse più invasiva dei mille rimedi farmacologici inutilmente esperiti ma con buona probabilità (gesti scaramantici di ogni tipo!) finalmente risolutiva.
Chiarito ciò, in qualità di autore italiano tra i più "anziani" (e longevi, se permettete) del catalogo delle edizioni ISBN, in questi giorni al centro di un discussissimo flame che come al solito ha visto guelfi e ghibellini digitali dare addosso all'untore di turno, ci sentiremmo di aggiungere due parole al bell'intervento di Massimo Coppola sul sito della casa editrice: abbiamo avuto l'onore di contribuire sin dall'inizio a questo progetto editoriale originale e innovativo sulla cui qualità crediamo davvero in pochi possano obiettare, e altresì riteniamo sarebbe davvero da ingrati (oltreché miopi) considerare il medesimo solo guardando al mero strascico d'insolvenza economica che ne sta decretando in queste settimane la precoce e (a quanto pare) inevitabile fine. Lo diciamo tra l'altro senza alcuna posa intellettuale e anzi precisando che siamo noi stessi parte lesa, giacché apparteniamo a quella folta schiera di autori che ancora attende alcuni emolumenti dalla casa editrice col codice a barre in copertina.
Eppure l'ovvia incazzatura per quei pochi spiccioli ancora in sospeso non può offuscare l'entusiasmo, la passione e l'apertura che ci sembra abbiano corroborato quell'idea imprenditoriale: quando chi scrive venne contattato da Coppola, Papi e Formenton, a cui avevamo inviato il nostro primo manoscritto, la neonata casa editrice stava già tracciando un proprio personalissimo solco all'interno di un mercato librario stantio e pericolosamente ripiegato su sé stesso (come di fatto si è dimostrato di voler continuare a essere). In ISBN, i nostri lavori sono stati subito ben accolti, efficacemente discussi ed editati, rivisti, limati e, i primi tre, persino pagati ragionevolmente e con svizzera regolarità; la loro diffusione ci ha permesso di girare in lungo e in largo la penisola entrando in contatto con realtà culturali  e con modelli ispirativi che non ci saremmo mai sognati di conoscere e ci hanno fatto incontrare con il pubblico, quello vero, quello che - assurdo pensarlo oggi - ancora entrava in libreria a comprare volumi!
Certo, proprio qualche mese fa, mentre le prime avvisaglie del naufragio si facevano evidenti, abbiamo allentato i rapporti con Milano sino ad un (consensuale e civilissimo) abbandono, ma non potremmo mai recriminare niente a chi per un po' di anni ci ha permesso di giocare a fare le rockstar: trasferte pagate con rigore, qualche discreto benefit, corsie privilegiate negli ambienti che contavano e qualche attenzione particolare sui media. Ci si sentiva cullati e stimolati alla sfida, in ISBN. E non era cosa da poco. Certo, i tempi sono poi velocemente cambiati e l'intero sistema è collassato, però sarebbe davvero comico oggi identificare nella giovane e scaltra ISBN l'epitome di un malaffare che ha desertificato l'industria culturale di questo nostro sfortunato Belpaese. Insomma, muso duro davanti a chi non paga, poco ma sicuro, non ci sogneremmo mai di suggerire ai nostri colleghi autori e traduttori in credito di stipendio di mordere il freno e abbandonare la battaglia (perché, ripetiamo, è anche una nostra battaglia), ma stiamo attenti a chi si è impantanato in una palude che ha origini antiche e a chi invece ha fatto e continua a fare il furbo per difendere il proprio sepolcrale status quo. Massimo non è diventato certo ricco coi suoi/nostri libri. E la prova inconfutabile di questo sta nel fatto che quando il business funzionava i pagamenti erano regolari ed eseguiti con scrupolo impressionante, e possiamo testimoniare che non si badava a spese per il bene di un autore ma anche e soprattutto per quello del suo lavoro. Pertanto, non diciamo sciocchezze. A morte ISBN, viva viva ISBN!

domenica 10 maggio 2015

core ingrato...

Nel festeggiare il post numero 2300 (da non crederci: sono infatti ormai quasi sette anni che Sartoris tira la carretta!) segnaliamo, a causa di forza maggiore, una temporanea chiusura di questo spazio.
Al titolare del blog tocca infatti sottoporsi a un piccolo intervento cardiaco, qualcosa che a dirla tutta lo getta non poco nello sconforto (trattasi di operazione ormai di routine, una semplice ablazione alle condutture che portano all'atrio, nella speranza di sconfiggere in maniera definitiva quelle odiose aritmie che negli ultimi tempi ci hanno fatto penare per ore e giorni al pronto soccorso; una sciocchezza? Non precisamente, ma neanche, pare, qualcosa per cui stare in fibrillazione - appunto! - come invece stiamo nostro malgrado: è che l'idea di stendersi su un tavolo operatorio e farsi aprire il petto non è propriamente un'ipotesi che si affronta con leggerezza, neanche quando ci si atteggia a duro del Road House come talvolta - per ischerzo, s'intende - abbiamo fatto su queste pagine). Insomma ci si rivede, speriamo presto, quanto prima. Altrimenti, tranquilli, un ritorno in versione walking dead non ve lo leva nessuno :-))

sabato 9 maggio 2015

una Proposta che non si può rifiutare...

«Portami tuo fratello maggiore morto, e io ti renderò tuo fratello minore, vivo!»: questa è la secca, brutale proposta che Charles Burns, un fuorilegge catturato dalla polizia di frontiera australiana, si sente fare nei primissimi minuti del film The proposition, di John Hillcoat, un epico e viscerale lungometraggio western che va ad inserirsi a pieno diritto in quel particolare filone (si vedano su tutto le serie televisive Hell on wheels e ancor più Deadwood) che ridipinge il West - siamo in Australia, d'accordo, ma i riferimenti visivi sono platealmente quelli - con toni decisamente più cupi e realistici di quanto non fossimo abituati ai tempi di Bonanza. Per quanto riguarda il cast, accanto al capitano Stanley, interpretato da un ottimo Ray Winstone (attore britannico visto in The departed e in mille altri ruoli da caratterista con le palle!), c’è la brava Emily Watson (Gosford Park), perfetta nella parte della mogliettina inglese. Ad interpretare Charlie Burns c’è un Guy Pearce (infiniti i suoi ruoli di rilievo, ma ci piace sempre ricordarlo in Memento) barbuto e smagrito, sorprendentemente in ruolo con quella sua aura da Cristo lungo il calvario. Da menzionare infine l'eccellente John Hurt, nella parte di un allampanato cacciatore di taglie, anche egli sulle tracce del maggiore dei Burns: l'abominevole Arthur (quest'ultimo un lupigno Danny Huston, figlio di cotanto padre John).
Ambientato in uno spazio brullo e polveroso, la vicenda riesce a regalare scorci naturali di una bellezza estatica (grazie soprattutto alla calda fotografia di Benoit Delhomme) mostrandoci senza infingimenti un outback australiano cattivo e inospitale per quei pochi sfortunati che sono costretti a viverci - e che non a caso assurge a specchio in cui i protagonisti riflettono il nichilismo perverso della propria anima. Davvero non v'è traccia di «buoni» in questa pellicola ferocissima. Di certo non sono tali i bianchi cosiddetti «civili» che torturano e uccidono, né tanto meno i poliziotti crudeli e razzisti oppure il capitano Stanley, perennemente alle prese con un divorante mal di testa che sembra consumarlo almeno quanto l'ansia civilizzatrice che lo muove. I fuorilegge, poi, sono efferati come poche altre volte è capitato di vedere sul Grande Schermo.
Un film quindi indubbiamente violento e “sudicio” che riesce al contempo ad essere poetico e riflessivo come possono esserlo i romanzi di un Roberto Bolano o di McCarthy (del quale, non a caso, il regista ha trasposto l'apocalittico romanzo La strada). Dialoghi ridotti alla canna, ma il silenzio, per mano della cinepresa guidata da Hillcoat e della sceneggiatura di Nick Cave (autore anche delle strepitose, commoventi ballate della colonna sonora) riesce ad esprimere emozioni che le parole faticherebbero a restituirci. The proposition, uscito in Italia direttamente in DVD (toh, come mai non ci stupisce?), grazie alla sua sceneggiatura ha portato a casa il premio Gucci al Festival di Venezia del 2006 e diversi altri premi in giro per il mondo. A modesto parere di chi scrive: una perla da non perdere!

venerdì 8 maggio 2015

la collina dei bambini (incipit)

«La ruspa si zittì a mezzogiorno meno dieci, e Gianni Vincenzi tirò un sospiro di sollievo. - Meno male - , borbottò, - hanno deciso di fermarsi un po' prima, stamani.
Stavano sbancando la cima della collinetta da tre giorni, e quell'ossessivo, fragoroso ruggito non dava tregua, non gli consentiva di concentrarsi sullo schermo del computer. Lavorava all'ultimo capitolo di quello che sarebbe stato il suo secondo libro, e aveva bisogno di pace e di silenzio. Ma neppure coi tappi nelle orecchie riusciva a ottenerli, e non capiva se a disturbarlo davvero fosse quel po' di rumore che trapassava le palline di cera, o la rabbia per la tranquillità perduta. Perduta forse per sempre.»

in Gotico Rurale - Eraldo Baldini (Ed. Frassinelli)

Gesù di nome e Cristo di cognome...

(oggi segnaliamo i racconti di un amico in formato ebook: spudorati che non siamo altri!)
Sette racconti brevi che scandagliano e ragionano su: le vuote giornate di un esodato e di una casalinga poco disperata; un ragazzo che ha pubblicato il suo primo racconto e si confronta con le reazioni dei suoi amici; un muro pieno di scritte che fanno riferimento a tante vite, alcune dense, altre meno; un padre che decide insindacabilmente il nome dei propri figli, a dispetto dell’opinione un po’ disincantata della moglie; un frate che non può far altro che continuare a pregare, anche se ormai tutto sembra perduto; un corteggiamento finito male, nonostante l’attesa; un corteggiamento finito bene, nonostante l’attesa. Ma niente è come sembra e tutto quello che succede è solo un punto di vista. E il vostro?

L'autore Giuseppe Granieri (Galatina, 1981) vive a Copertino, Lecce. Laureato in Scienze della comunicazione all’Università La Sapienza di Roma, è giornalista pubblicista. Scrive di sport e calcio per FcInterNews.it e TuttoMercatoWeb.com. Ha pubblicato i libri Giorgio Faletti e la riscoperta del noir in Italia (Sacco, 2009) e Dal calcio giocato al calcio parlato (Infinito Edizioni, 2013).

Gesù di nome e Cristo di cognome (Ed. goWare)
(qui su amazon)

giovedì 7 maggio 2015

...meglio chiamare Saul!

ci siamo avvicinati con un certo sospetto a Better Call Saul, attesissima costola di quel Breaking Bad che è sicuramente una delle serie di maggior successo di tutti i tempi nonché quella che ha convinto l'intero globo terracqueo che anche i prodotti per il piccolo schermo possono avere un'inattaccabile dignità narrativa. Abbiamo quindi approcciato allo spin-off con qualche dubbio perché temevamo un effetto fiaccamente emulativo ma, con indubbio sollazzo, il nostro scetticismo si è rivelato infondato ed è andato a farsi friggere sin dalla visione del primo minuto del primo episodio dei dieci stagionali.
Vince Gilligan, penna geniale cui si deve l'universo di Breaking Bad per la AMC, ha saputo ripetere il miracolo sfruttando la popolarità di uno dei comprimari più amati, il pacchiano e intraprendente avvocato della mala Saul Goodman (Bob Odenkirk). La serie a lui dedicata è appunto uno spin-off, ma è anche prequel della serie madre, della quale gli appassionati tornano per magia a respirare le atmosfere, i ritmi e gli intrighi. Merito della fotografia saturata che immortala gli sconfinati spazi desertici accarezzati dalla chiarità azzurra del New Mexico e di una selezione musicale davvero azzeccata come colonna sonora, ma anche e soprattutto del protagonista - un Oderkirk miracoloso nella sua interpretazione, capace di infondere grinta e frustrazione ad un personaggio intenso e contraddittorio - nel cui percorso esistenziale lo spettatore è in grado di leggere l'humus dell'epopea shakespeariana a venire.
La storia narra il passato dell’avvocato male in arnese, ma Saul incontra numerose vecchie conoscenze sulla sua strada. Sicché, per i drogati in astinenza delle vicende di Walter White, domande del tipo Cosa faceva Mike prima di diventare un nonno killer? oppure Come ha fatto Tuco a diventare signore della droga? trovano finalmente una risposta. [qualche SPOILER] Eppure il serial ha un suo precipuo fascino che funziona in maniera assolutamente autonoma, slegata da ciò che accadrà nelle puntate di Breaking Bad. Anzi, rispetto a quello, dal punto di vista meramente drammaturgico ci è sembrato che Better Call Saul possegga addirittura una compattezza e una linearità decisamente più riuscita. Il James M. McGill (nome vero di Saul Goodman nella finzione) è esattamente il personaggio che conosciamo, ma ci è riservata l’emozione di scoprire i come e i perché della sua genesi, inciampato in una malavita che finirà - suo malgrado - per tirarlo fuori da un’infinita sequenza di beghe finanziarie ulteriormente funestati dalla bassa autostima; fino a che, dalle ceneri dell’avvocato goffo e sfigato che lavora nel retrobottega di un nail parlour asiatico, la seconda identità di Saul Goodman emergerà come una potente chimera.
E se era straordinariamente iconico il look con cappello e occhiali da sole di Walter White, insegnante di chimica al liceo che si trasforma prima in tecnico di laboratorio per uno spacciatore messicano e poi in narcotrafficante (pluriomicida, compresa l’organizzazione di una strage di complici in carcere, per evitare «soffiate»), qui il vestiario di Saul Goodman è particolarmente indovinato e definisce perfettamente lo spirito e i toni tragicomici della sua parabola. I capelli, le giacche: la sua ascesa - e caduta - sono la storia di un uomo ridicolo. Ma decisamente irresistibile.

mercoledì 6 maggio 2015

i destini di un tiratore...

Kurt Vonnegut è stato il grande cantore della controcultura americana negli anni Sessanta. Scrittore satirico scambiato sovente (con una facile semplificazione) per autore di fantascienza, attraverso le sue originali opere lancia deflagranti strali sulla società capitalistica per mezzo di un umorismo agre, talvolta nerissimo, comunque mai scontato, una cifra stilistica che da decenni affascina non a caso plotoni di nuovi narratori (tra l'altro, Vonnegut è definito spesso dalla critica come uno «scrittore per scrittori»). Nel fitto carniere di romanzi sfornati nell'arco di una lunga e prolifica vita editoriale, Il grande tiratore è uno dei suoi romanzi più nichilisti poiché affronta una storia di miserabili, nella vita dei quali la banale crudeltà delle cose irrompe nei suoi aspetti più tragici.
Il protagonista del libro, infatti, di nome Ruby, uccide accidentalmente, a dodici anni, una donna incinta con una fucilata; tale evento comporterà copiose elargizioni di denaro in un tentativo mai definitivamente «esperito» di rimborso del danno che farà finire sul lastrico la pur ricchissima famiglia. Il ragazzo si getta allora nell'arte cercando di sublimare in qualche maniera, e con qualche successo, la terribile china discendente in cui la propria esistenza (e quella dei suoi cari) è scivolata dopo l'incidente; Ruby verrà riconosciuto come discreto drammaturgo - numerosi spezzoni delle sue commedie sono disseminate nel romanzo - ma ciò non lo salverà dalle umiliazioni di amori difettivi e reiterate sconfitte esistenziali. Vonnegut sembra focalizzare parecchio l'attenzione anche sulla figura del fratello maggiore del protagonista, Felix, del quale Ruby invidia e ammira la normalità (in un gioco di specchi autobiografico: l'autore infatti, ha sempre avuto un atteggiamento simile nei riguardi del suo vero fratello, «più vecchio di me di otto anni, è uno scienziato di successo. La sua specializzazione è la fisica delle nuvole. Si chiama Bernard, ed è più divertente di me», prefazione a Benvenuta nella gabbia delle scimmie, pag. 15).
Non è sicuramente il più rappresentativo dei libri dell'autore di Indianapolis, ma è di certo uno dei suoi più sentiti, quello in cui la sua irrimediabile vena scherzosa (Vonnegut interrompe ad esempio la narrazione per descrivere alcune ricette culinarie; il protagonista, infatti, è, fra le altre cose, un cuoco provetto) si mescola a un'impronta di personalissima amarezza quotidiana facendone un prodotto unico nell'intero corpus vonneguttiano.

Il grande tiratore - Kurt Vonnegut (Ed. Bompiani)

martedì 5 maggio 2015

ancora a bordo della DeLorean...

«Strade? Dove stiamo andando non c’è bisogno di strade!»
L’avete riconosciuta? Ebbene sì, è una citazione tratta da Ritorno al futuro, che quest’anno festeggia trent’anni. In più è proprio il 2015 l’anno in cui Marty McFly atterra con la DeLorean per salvare (di nuovo) la sua famiglia. Non sono ottimi motivi per festeggiare con un nuovo libro di Las Vegas edizioni? Mai lasciare una macchina del tempo nelle mani di uno scrittore Il 13 maggio esce un’antologia di 18 racconti che riunisce e arricchisce la squadra di Las Vegas edizioni.
I racconti sono ispirati a Ritorno al futuro, ma leggendoli scoprai che sono diversissimi tra loro. Il titolo? Prendi la DeLorean e scappa Autori: Davide Bacchilega, Marco Candida, Eva Clesis, Vito Ferro, Roberto Gagnor e Michela Cantarella, Enzo Gaiotto, Manuela Giacchetta, Elia Gonella, Andrea Malabaila, Christian Mascheroni, Gianluca Mercadante, Claudio Morandini, Gianluca Morozzi, Daniele Pasquini, Giorgio Pirazzini, Giuseppe Sofo, Daniele Vecchiotti, Paolo Zardi.
A cura di Andrea Malabaila
Uscita: 13 maggio 2015
Un tempo il 2015 era il futuro. Lo era nel 1985, l’anno di uscita nelle sale cinematografiche di Ritorno al futuro. Lo era nel secondo film della trilogia, con le macchine volanti, l’hoverboard, le scarpe autoallaccianti e una certa nostalgia per gli anni Ottanta. E oggi, che siamo davvero nel 2015, che cos’è rimasto di tutto ciò? Con quest’antologia di diciotto racconti vogliamo festeggiare il trentennale della saga di Zemeckis e portarvi ancora una volta avanti e indietro nel tempo. Siete pronti a partire con noi? Sei curioso? Leggi il primo racconto dell’antologia e fatti qualche risata!
(comunicato stampa della casa editrice)

lunedì 4 maggio 2015

Premio Città di Milano, ecco i finalisti della XVI edizione

Anche quest'anno il titolare del blog prende parte alla giuria del prestigioso Premio Edoardo Kihlgren Opera Prima Città di Milano edizione 2015 (tra l'altro, assieme a personaggini come Ermanno Olmi, Caterina Bonvicini, Isabella Bossi Fedrigotti, Vincenzo Consolo, Moni Ovadia, Antonio Scurati, Roberto Saviano, Cosimo Argentina e tantissimi altri di cui bullarsi cogli amici).
I libri finalisti quest'anno sono:
Nikola P. Savic - Vita migliore, Bompiani
Lorenza Gentile - Teo, Einaudi
Daniele Zito - La solitudine del riporto, Ed. Hacca

La Serata Finale di Premiazione si terrà Martedì 26 Maggio 2015 alle ore 20.30 presso Il Museo Diocesano di Milano, e sarà condotta da Lella Costa e Massimo Cirri.
Ci sarà, inoltre, anche la consegna del Premio Speciale Edoardo Kihlgren Opera Prima – Cariparma Crédit Agricole per una Letteratura Europea, giunto quest’anno alla settima edizione, rivolto ai giovani autori europei esordienti che abbiano pubblicato la loro prima opera tradotta in italiano nel 2014 o nei primi mesi del Le librerie associate a LIM - Librerie Indipendenti Milano - riserveranno nei propri negoziuno spazio destinato ai 3 libri finalisti e offriranno informazioni sul premio e le attività ad esso collegate. Tutte le serate di presentazione saranno a ingresso libero fino ad esaurimento posti.

resti meccanici...


pic by Tofu Minx.

domenica 3 maggio 2015

Texas sporco e corrotto!

Nella sconfinata pletora di patologhe lesbiche afflitte da menopausa, commissari parigini dall'umorismo distorto e poliziotti tetraplegici in grado di investigare senza muoversi dal proprio letto che affollano i romanzi gialli dell'ultimo ventennio, è sempre un grande sollazzo ritrovare nelle pagine del grande James Crumley (venuto a mancare improvvisamente qualche anno fa) il canonico, disincantato detective dal bicchiere facile e la pistola sempre armata di stampo chandleriano.
Ne la terra della menzogna la storia è ambientata in un Texas violento, buzzurro e molto alcolico. Una vicenda dove niente è come appare, e nessuno è chi pretende di essere: i personaggi, come sempre nelle opere di questo straordinario autore, si dividono infatti in cattivi e... cattivi. Il detective a riposo Milo Milodragovitch è andato ad abitare in Texas per amore finendo per comprarvi laggiù un bar, ma per vincere la noia ha ripreso anche la licenza di investigatore privato. Mentre la sua relazione con Betty langue, Milo accetta di occuparsi di casi di ordinaria amministrazione, entrando in collisione con un nero gigantesco (ce n'è sempre uno, nei romanzi di Crumley) che ha appena fatto fuori un noto spacciatore. Considerato un maestro assoluto da scrittori noir del calibro di Michael Connelly e George Pelecanos, ogni libro di James Crumley si porta appresso una languida patina di malinconia vecchio stampo, qualcosa che - oltre al consueto fascino della pura detection - aggiunge alla loro lettura il sapore di un whiskey doppio malto ottimamente invecchiato. Traduzione a cura di Luca Conti (che ve lo dico a fare?).

La terra della menzogna
James Crumley (Ed. Einaudi)