Visualizzazione post con etichetta VISIONI. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta VISIONI. Mostra tutti i post

martedì 6 ottobre 2015

patate nello spazio...

senza stare a farla troppo lunga, ché di recensioni di questo film - anche dettagliate - la rete pullula, ci preme unirci al coro di appassionati cinefili di genere sci-fi pienamente soddisfatti da The Martian aka Sopravvissuto, nuovo film «spaziale» con Matt Damon nei panni del naufrago sul Pianeta Rosso: una pellicola che funziona e che, al netto dei soliti WTF e qualche anelito patriottico smagato, diverte alla grande!
Ridley Scott, alle prese con uno script non suo - autore il Drew Goddard della premiata scuderia Joss Whedon - e tratto dal meticoloso romanzo di Andy Weir, un ingegnere informatico reinventatosi scrittore, si dimentica di essere il profeta dei futuri distopici di Alien e Blade Runner per fare al meglio quello in cui è da sempre insuperabile: modellare la materia in forma cinematografica (non dimentichiamoci che ha praticamente inventato i videoclip musicali!). E la storia di un moderno Robinson Crusoe dimenticato su Marte a seguito di una violenta tempesta non era certo - sulla carta - quanto di più appetibile per un regista abituato all'azione e ai movimenti corali. Invece sir Scott imbrocca finalmente il taglio giusto (il suo nome sarà negli annali della Settima Arte, nessuno lo nega, ma negli ultimi anni aveva un po' azzoppato la sua reputazione con alcune mezze ciofeghe) regalandoci un popcorn-movie perfetto, due ore e quindici di sollazzo magnificamente gestito che avvincono lo spettatore e lo restituiscono alla realtà sazio e persino un tantino rasserenato (ovvio, dura poco: viviamo tutti, come diceva Thoureau, una vita quietamente disperata!).
Levigata di tutti i pipponi meta-ingegneristici che appesantivano l'opera cartacea di riferimento, l'avventura del botanico-astronauta Mark Watney (il mascelluto Damon è perfetto per questo ruolo, con quegli occhi da bravo ragazzo con cui berresti volentieri una birra) è anzitutto scorrevole e ben scritta, una sceneggiatura in grado di calibrare abilmente il senso di pericolo e di scoperta (su Marte si muore come niente fosse e non c’è alcunché di romantico nella descrizione della quotidianetà sul Pianeta Rosso) mescolandolo con la leggerezza del racconto e la simpatia del protagonista senza per questo deteriorare l’impalcatura scientifica (cui pare abbia contribuito in parte persino la NASA stessa) che sorregge l'intero progetto. Una pellicola da godersi senza troppi scrupoli, quindi, col merito di un cast "stellare" (per l'appunto) in cui il buon Damon ritrova la bella e brava Jessica Chastain come in Interstellar, e il surplus di una compilation musicale anni Ottanta davvero da sturbo. Via, correte in sala!

domenica 27 settembre 2015

nelle fauci dell'oscura Babilonia...

sorprendente pellicola forse meno nota ma molto celebrata dei fratelli Coen, vincitrice della Palma d'oro come miglior film al Festival di Cannes 1991, Barton Fink - È successo a Hollywood è una commedia grottesca e brillante sull'ansia creativa e sulla voracità distruttiva della terra dei sogni in celluloide: un posto che sin dai suoi albori ha comprato, creato e poi distrutto il genio per puro istinto di autodeterminazione (sublime, a tal riguardo, la figura di uno scrittore corroso dall'alcol - interpretato da un calzante John Mahoney - che rimanda dichiaratamente al gigantesco William Faulkner, che nella realtà si trovò costretto per qualche anno della sua fulgida carriera a vendere l'anima a Hollywood).
John Turturro, qui in una delle sue più significative interpretazioni, è un commediografo svagato e supponente che vive a New York. Se ne infischia delle critiche benevole autoproclamandosi  rappresentante dei ceti sociali più vituperati. Quando, assieme ai primi successi di critica e botteghino, le sirene della Babilonia hollywoodiana giungono alla sua porta con l'offerta di scrivere un film sul wrestling interpretato da Wallace Beery (siamo negli anni Trenta, e tale richiesta venne effettivamente fatta anche a Faulkner), l'imperioso Turturro tentenna. Dapprima è restio, ma poi, soprattutto in virtù della vile pecunia, accetta l'incarico venendo alloggiato in un albergo un tempo rinomato e ormai in evidente declino. Conosce così il vicino di stanza che dice di essere un rappresentante ma che si rivelerà un pazzo furioso e verrà poi in contatto con un grandissimo scrittore ammirato da tutti e finito come lui al soldo dell'industria cinematografica (è il Faulkner di Mahoney che qui si chiama Mayhew ma è in tutto somigliante al vecchio vate del Mississippi). Quest'ultimo però, completamente sfatto dall'etilismo, deve parecchio della sua fama alla pragmaticità della propria assistente la quale passerà una notte con il commediografo protagonista della vicenda. Un misterioso omicidio scuoterà il tedioso tran tran e al termine della stesura della sceneggiatura il lavoro di Barton Fink verrà puntualmente rifiutato.
I Coen mescolano con perizia formale e grande abilità compositiva l’horror, il thriller à la Hitchcock, i classici delle letteratura anglosassone, la Bibbia, il fascismo, l’omosessualità, la schiavitù, l’ingresso degli Stati Uniti nel Secondo Conflitto Mondiale e naturalmente una vitrea e velenosa prospettiva su Hollywood. Ben lungi dall'accrocchiare tanta roba in funzione meramente postmodernista, i due bravi fratelli cineasti elaborano una visione in grado di calare lo spettatore al fianco del protagonista nel suo viaggio dalla elitaria e snobissima New York alla Hollywood della mercificazione più indegna delle grandi major, pronte, queste ultime, a rendere Barton uno dei tanti schiavetti alla loro mercé. Il commediografo, aggiogato all’Hotel Earle (un meraviglioso riferimento all’Overlook Hotel di Shining con tanto di  tappezzeria “organica” sui colori del verde e dell’ocra, l’assenza/presenza di coinquilini di cui registriamo l’esistenza solo dalla fila ordinata di scarpe da lucidare fuori dalla porta nonché dagli orribili suoni “viscerali” provenienti dalle camere) come in un degenere ventre materno che lo accoglie giorno dopo giorno sempre più degradato, insicuro e sconfitto, troverà piena consapevolezza del proprio disfacimento grazie all'incontro con la follia del suo unico vicino di stanza: un John Goodman stupefacente nei panni di un serial-killer completamente fuso e dispensatore di massime proverbiali. Un cult-movie assolutamente da recuperare.

martedì 22 settembre 2015

senza nessuna pietà...

ispessito da venti chili di ciccia e da un folto barbone color piombo Pierfrancesco Favino è il protagonista (nonché produttore) dell'interessante Senza nessuna pietà, debutto alla regia dell'attore italiano Michele Alhaique transitato con discreto plauso critico nella sezione Orizzonti della Mostra del cinema di Venezia del 2014. La pellicola ha numerosi punti a suo favore, e, per quanto non soddisfi appieno, gli va dato atto di aver saputo percorrere direttrici narrative non consuete per gli standard filmici nostrani.
Noir che sfuma ben presto in una storia d'amore amara e senza scampo, Senza nessuna pietà impressiona per la cupa qualità della fotografia digitale e per l'attenzione verso lo scavo interiore dei due personaggi principali, vedi il già citato Favino, tendenzialmente monoespressivo e sofferente nel ruolo principale di Mimmo, un muratore capace di improvvisi scatti di violenza, e la bella e brava Greta Scarano nei panni della lolitesca meretrice al centro della storia. Costretto da vincoli di sangue a lavorare come lacchè per un piccolo boss della periferia capitolina (l'usuraio Santili, un Ninetto Davoli assai calzante), Mimmo sfodererà tutta la sua insofferenza per gli ambienti del crimine in cui è cresciuto nel momento in cui si ritrova a gestire la bella escort Tania, assoldata dai malviventi per il piacere di Manuel, odioso primogenito del capo (Adriano Giannini, sempre perfetto in questi ruoli da figlio di puttana). Il bruto e la bella quando si incontrano recitano infatti parti sbagliate nella commedia della loro vita, maschere dalle quali cercano di svincolarsi a fatica, forse senza esserne consapevoli. Dietro il robusto e burbero Mimmo si cela un uomo solo, timido, che ha paura del buio e dei rapporti col mondo. La bionda e - apparentemente - ochissima Tania è in realtà una donna fragile ed empatica. Mimmo e Tania si scoprono così l'uno il riflesso dell'altra: ed è per questo che sono pronti a tutto per salvarsi, sino al triste e irrimediabile epilogo.
Esordio sentito e coraggioso, talora onestamente naïf, il film cattura per l’urgenza di raccontare quel che resta di una funerea periferia d'una città traslabile ovunque, popolata da un’umanità che rivendica con i mezzi del Caso un destino segnato. E se la tenuta noir finisce presto per sfiatare e disgregarsi (a parte l'amore tra i due - che sboccia in maniera forse troppo immediata, con modalità affidate esclusivamente ai moti interiori dei pur fantastici interpreti principali - quello che disturba l'appassionato è l'assenza di un abbraccio sentito dei canoni del genere: poche sparatorie, nessun senso di rivalsa e in fondo una trattazione del male stereotipata che non arriva davvero a stringere il cuore dello spettatore scafato) è sul versante della tensione drammaturgica che il film si dimostra abile, andando a ripescare senza vergogna prospettive e topoi pasoliniani (la Ostia sgangherata avvolta dai tramonti mozzafiato in cui vivono le badanti cubane è quella in cui Pierpaolo passava le sue notti d'amore e morte e lo stesso Davoli è, se vogliamo, una "figura" che rappresenta auerbachianamente Pasolini e la vita di borgata). Memorabili le prove d'attore, anche di quelli dei personaggi secondari (oltre al citato Davoli anche un mutevole Claudio Gioè nonché la bella e mai dimenticata Iris Peynado). Senza nessuna pietà inscena con squarci di buio e notevoli sprazzi improvvisi di luce una complessa - benché imperfetta - vicenda tra "salvatore" e "salvata." Un incontro che in principio è scontro e che purtroppo, forse per ingenuità del pur bravo regista, tralascia l'approfondimento di una relazione tormentata che si sarebbe prestata a maggiori sfaccettature. Ma vale assolutamente una visione. Con voto finale alto per il coraggio.

domenica 20 settembre 2015

i gironi avvelenati di Taranto...

quando nel 2009 uscì nei cinema MarPiccolo di Alessandro di Robilant, la città di Taranto non l'accolse granché bene. Anzi. Forse perché a chi vive ogni giorno in un cimitero non fa piacere che qualcuno glielo ricordi. Descritto per meri fini commerciali come una sorta di Gomorra in salsa pugliese, il film è in realtà un intenso racconto in soggettiva: quello d'un adolescente cresciuto in uno dei quartieri più degradati di Taranto, il Paolo VI, sotto un cielo soffocato dai miasmi mefitici delle ciminiere dell'Ilva che da sola produce un decimo dell'intero inquinamento europeo.
Tiziano, il coriaceo protagonista del film (Giulio Beranek, bella faccia malandrina che si accompagna a una capacità espressiva assai rara per un esordiente) è un giovane alle prese con la devastazione fisica e morale che contamina ogni anfratto della sua città, dibattendosi tra loschi giri di malavita di borgata e inutili battaglie della popolazione per ottenere una vita decorosa (o almeno una morte con qualche dignità: la diossina nell'aria provoca nella città un continuo moltiplicarsi delle affezioni tumorali e non c'è famiglia che non abbia in casa un malato di cancro). Né l'amore di una compagna (la portentosa Selenia Orzella, in seguito anche scrittrice per Aliberti) né la rete di affetti familiari (disfunzionali come da prassi) che lo circonda gli eviterà il carcere, ma il futuro gli offrirà un'occasione di riscatto attraverso la lettura e la consapevolezza.
 Liberamente ispirato dal romanzo Stupido (Rizzoli) di Andrea Cotti, [tra gli autori della sceneggiatura assieme a Leonardo Fasoli e Maddalena Ravagli], MarPiccolo possiede un discreto ritmo e l'indubbia capacità di restituirci un'istantanea verosimile e mai edulcorata di una fetta di Puglia completamente avulsa dai successi che nell'ultimo decennio hanno reso la regione governata da Vendola la nuova mecca del turismo che conta. Ricorrendo ad una fotografia cromaticamente satura, Di Robilant mostra una notevole abilità nel definire un composito disegno di degrado urbano che, senza infingimenti, mette in scena l'agonia di una terra sventrata dal «progresso» industriale e ridotta - anche e soprattutto grazie a una classe politica inadeguata e corrotta - a un pantano di sogni andati in malora. Girato con pochi mezzi, ma decisamente ben distribuiti, MarPiccolo è una pellicola caratterizzata da grandi scatti di energia (come la rapina fatta in casa del rass Tonio, interpretato dall'affilatissimo Michele Riondino, all'epoca specializzato in ruoli da malamente e oggi rinomato young Montalbano) che mette al centro personaggi mossi da una rabbia indomita quanto autodistruttiva (coinvolgenti in questo senso anche le scene di baruffa durante la detenzione).
L'empatia ha però un rovinoso crollo quando la dimensione del film inforca con spudoratezza l'abbrivio della denuncia sociale facendosi ingenuo, sino a risultare persino noiosamente pedagogico: non si può davvero sentire l'invito a preservare la propria intelligenza dallo squallore attraverso la cultura per voce della monolitica maestrina che ha a cuore il destino di Tiziano, né sembra meno artefatto lo stimolo a non lasciarsi fottere da un potere che spinge al conflitto tra i poveri gridato dall'educatore Giorgio Colangeli. Però nel complesso il film ha una sua vivace tenuta e sicuramente affascina, e chi è cresciuto in quei luoghi guarda i panorami avvelenati dal mostro siderurgico con un certo ineludibile magone. Indovinato e calzante il post-rock (un po' emo) dei Mokadelic come colonna sonora. Opera interessante, da vedere.

mercoledì 9 settembre 2015

the last picture show...

Pellicola ad elevato gradiente di lirismo «old style», L’ultimo spettacolo traduce in un bianco e nero perfetto la vena nostalgica che satura il libro di Larry McMurtry da cui il regista Peter Bogdanovich trasse nel 1971 la sceneggiatura per rendere omaggio alla provincia americana più estrema, rappresentando il tramonto di uno stile di vita (e di un tipo di cinema) che andava estinguendosi di pari passo col mito della Frontiera (magistrale, in tal senso, l’ultimo spettacolo cui assistono i due protagonisti pricipali del film, un'immagine che si eleva a epitome e metafora di un crepuscolo straziante).
Girata con abile gioco di primi piani fissi e morbide dissolvenze che simulano con efficacia la profondità bidimensionale del cinema dei fifties, l'opera di Bogdanovich mette in scena le infinitesimali peripezie di un gruppo di abitanti d'una cittadina nel Texas più sperduto, sul finire degli anni Cinquanta. L’onnipresente vento che turbina impetuoso lungo le scabre vie del paesino assurge a vero e proprio motore della vicenda, trascinandosi via in un soffio perennemente malinconico le speranze e le ambizioni dei protagonisti. I giovani del paese, tra i quali i due amici Sonny (un intenso Timothy Bottoms) e Douane (Jeff Bridges al primo ruolo importante), sognano improbabili tresche col mondo femminile ma mentre Sonny è legato a Charlene, una ragazza che non gli interessa e che ha come unico bersaglio il matrimonio, Douane è legato invece con grande trasporto a Jacy (la bellissima Cybill Shepherd), cheerleader ricca e viziata che anima la libido di chiunque nel paese.
La vita dei due inseparabili amici ruota attorno alla sala da biliardo di Sam, che è anche proprietario dell'unico cinema presente in quelle miserabili lande nonché padre di Billy, un ragazzo ritardato cui Sonny è legatissimo. Nel vuoto pneumatico di questa provincia dimenticata da Dio le giornate si consumano tutte uguali, ma le vite dei protagonisti subiscono ciclicamente degli scossoni; assistiamo così alla frustrazione di Lois, la madre di Jacy, che cornifica il marito con l’unico uomo interessante del paese. La donna metterà in guardia sua figlia circa il legame con Douane, troppo povero per dargli la felicità: Jacy le darà ascolto recandosi dapprima ad una festa in piscina - dove si denuderà davanti ad altri ricchi figli di papà - per imparare quindi a darsi ad altri uomini con spregiudicatezza. Mentre il tempo scorre inesorabile e su tutto aleggia l'ombra del passato che non passa mai veramente, Sonny finirà nelle braccia di Ruth, attempata consorte del suo coach, e invece Jacy, stufa di Douane, lo mollerà per andare al college.
Tra i mille rivoli di questo menage sentimentale sarà Sonny, alla fine, a zavorrare per sempre la sua esistenza al piccolo microuniverso conosciuto mentre Douane cercherà di affrancarsene arruolandosi per la Corea. Ma la loro amicizia resterà salda, in un finale toccante, mesto e commovente. (il film alla fine degli anni Ottanta vide lo stessa regista alle prese con un seguito, di minor successo, dal titolo Texasville).
Magnifico il parco-attori che oltre alle giovani promesse (mantenute) succitate vede sfilare l'immenso Ben Johnson (Sam il leone) e Ellen Burstyn (Lois Farrow, la madre di Jacy). Da segnalare l'atmosfera assai azzeccata, contrappuntata da musiche perfette e costumi ineccepibili - dalla radio dello scassatissimo furgone di Sonny capita di ascoltare nostalgiche melodie dei bei tempi, come Cold, Cold Heart cantata da Tony Bennett.
Il film si meritò due Premi Oscar l'anno successivo all'uscita: per il miglior attore non protagonista (Ben Johnson) e per la miglior attrice non protagonista (Cloris Leachman), che impersona Genevieve, l'inserviente della tavola calda. È stato scelto assieme ad altre cinquecento pellicole per essere conservato nel National Film Registry, che conserva film culturalmente, storicamente o esteticamente significativi. Titolo originale The Last Picture Show. (in Italia lo pubblica Mattioli, gran bel libro!)

domenica 6 settembre 2015

la zeta di Zaccaria...

adattamento del romanzo omonimo scritto nel 1975 da Robert C. O'Brien, Z for Zachariah è un film post-apocalittico uscito nell'agosto di quest'anno (lo si è visto al solito Sundance) ed è diretto da Craig Zobel (regista della disturbante pellicola indie Compliance).
Come il Robert Neville di Io sono leggenda o il padre senza nome de La strada, anche qui la bellissima Margot Robbie (una che anche quando fa le boccacce colpisce dritto al cuore!) cerca di sopravvivere in solitudine in un ormai arcinoto contesto da dopo-bomba, ma la sua vita cambia radicalmente quando due uomini, interpretati da Chris Pine e Chiwetel Ejiofor, giungeranno alla sua fattoria isolata dal contagio. Ovviamente entrambi s'innamoreranno di lei, cosa che innescherà una sequela di intrecci e conflitti gestiti con ammirevole verosimiglianza, anche se, a dirla tutta, il film in sé delude. La cornice sci-fi, infatti, è solo un contenitore come un altro poiché de facto la pellicola è imperniata su un triangolo amoroso e se la visione non si fa pesante nonostante la pressoché totale assenza di azione e solo grazie alla oggettiva incisività degli interpreti.
Peccato, perché in Z for Zachariah la questione della scienza contro la religione (toccata di sguincio poiché il personaggio femminile è figlia di un pastore ed è fortemente condizionata dal suo credo) è sicuramente un tema intrigante e, per quanto magari non destinato ad un largo pubblico (soprattutto se pagante), avrebbe potuto aggiungere un quid di originalità invero impattante sul prodotto finale. Il film invece si limita a gettare sul tavolo alcuni ottimi argomenti, nonché a suggerire una serie di dinamiche psicologiche foriere di qualche sviluppo imprevedibile (due galli nello stesso pollaio, uno giovane e ribelle, l'altro nero e esperto di ingegneria: poteva scoccare qualche scintilla in più!), lasciando allo spettatore - rinomatamente pigro - troppa libertà di movimento. Non abbiamo alcuna spiegazione o retroscena riguardo l'ecatombe, né siamo messi al corrente con chiarezza circa il fatto che la valle in cui il trio si trova ad operare resti immune al contagio, sicché il film fornisce stimoli interessanti ma poi li smarrisce per strada aggrappandosi a una drammatizzazione in fondo sterile e stereotipata. Se è vero che i quesiti sull'animo umano (cosa faremmo se fossimo gli ultimi esemplari in vita sulla terra, ci abbandoneremmo alla violenza o sapremmo ricostruire la società? E quanto di noi saremmo disposti a svendere per arrivare al bersaglio?) soggiacciono velatamente a ogni cambio di passo del film, una certa tendenza a ballare intorno alle risposte sembra un po' impallare la storia. E questo spiace, perché il film ha dalla sua una certa armonia che non rende mai grevi i pur numerosi momenti di recitazione "da camera".
Il personaggio della Robbie è un po' troppo in là con gli anni per risultare sempre credibile nei suoi tentennamenti (nella storia originale era una sedicenne), per cui la sua mancanza di esperienza talvolta stride con le straordinarie curve in dotazione, ma le va dato atto di possedere una sorprendente qualità angelica che riesce non di rado ad abbindolare anche lo spettatore più smagato. Pine è invece più che efficace nella parte di un opportunista dalle motivazioni discutibili (cioè, dinanzi alla Robbie forse non c'è tanto da interrogarsi: desiderarla è più che naturale) e aggiunge tensione reale a uno svolgimento piuttosto lento, mentre Ejiofor (12 anni schiavo) fornisce indubbiamente la consueta prestazione intensa e introspettiva. Ci si sarebbe aspettata più carne al fuoco, soprattutto considerando le coordinate iniziali del progetto, ma il film ha comunque qualche bella immagine toccante e a visione terminata non si ha l'impressione di aver perso del tempo. Un po' poco, però, per la promozione piena.

giovedì 3 settembre 2015

baffo torvo Kevin...

pellicola del 2015, è stata probabilmente la sorpresa migliore della sezione Midnight dello scorso Sundance. Cop Car è il nuovo film di Jon Watts, il regista di quella mezza boiata che è stata Clown (un horror con non poche frecce nel suo arco, ma con troppi difetti di natura strutturale per passare l'esame con la sufficienza) e pertanto, date le premesse, poco c’era da sperare. Invece… invece Cop Car è quel film che non ti aspetti. 
Sorta di Stand by me in chiave ridotta, il film racconta la storia di due giovani ragazzi che trovano una macchina della polizia abbandonata e decidono di prenderla in prestito per farci un giro. Tuttavia, quando lo sceriffo della contea (un luciferino, sempre inquietante Kevin Bacon con baffacci e canotta d'ordinanza: un must) li scopre, alla gioia si sostituiranno conseguenza brutali. L'operina è davvero ben confezionata, con qualche pennellata amara da black-comedy che ricorda alcune cose dei Coen e una bella serie di performance da parte degli attori in gioco. «È un film scritto molto bene, tanto che già leggendo il copione immaginavo come sarebbe andata. Siamo molto soddisfatti del risultato ottenuto», ha dichiarato Bacon, uno che oggettivamente non smette di sperimentare ruoli anche sgradevoli, sfidando (con successo) il gusto del cospicuo seguito di appassionati della sua recitazione minacciosa e sempre profonda.
Ottima prova anche dei bambini/ragazzetti che fanno da fulcro alla vicenda. Sovente nei lungometraggi di questa fatta personaggi così hanno ruoli scritti coi piedi, assoggettati a dinamiche prevedibili, necessarie solamente alla progressione narrativa della storia. Di fatto non capita tanto di rado che i ragazzetti finiscano per compromettere la veridicità dell'intero lungometraggio, ma per fortuna stavolta non è proprio il caso. Shea Whigham (Man) e Camryn Manheim (Bev) sono giovani attori davvero dotati, capaci di indossare i panni dei loro personaggi senza strafare: assistiamo con convinzione alla loro crescita all'interno dell'arco degli eventi e come loro noi siamo spettatori di un mondo adulto incomprensibile e violento, Piccola perla, da vedere subito!

lunedì 24 agosto 2015

8 film che hanno reso agosto meno infernale (o forse no)

(No, non siamo ancora tornati operativi al cento per cento, però volevamo cominciare a scaldare i motori per settembre provando a srotolare una manciata di pellicole che abbiamo visto - o rivisto - durante questa torrida e crudele estate).
1) Giovani si diventa è un intrigante film sull’età adulta e sulla diversa percezione del tempo che ogni generazione si porta appresso. Una pellicola dai molti momenti spassosi capace di intavolare una riflessione sull'abuso dei social e sull'odierno concetto di esperienza che regola le nostre vite ma anche sull’orizzontalità e sulla verticalità con cui impastiamo il nostro quotidiano. Ben Stiller e Naomi Watts sono una tipica coppia newyorkese che, alla soglia dei 40 inverni, fatica a trovare gli stessi stimoli che alimentavano la loro giovinezza. L'incontro con una coppia di neo-sposini ventenni (Amanda Seyfried e Adam Driver) darà lorò la scarica di adrenalina che stanno cercando, ma sarà anche l'occasione per capire che essere giovani non è soltanto una questione anagrafica. Il regista candidato all'Oscar Noah Baumbach mette a segno una commedia forse imperfetta ma notevole, che - almeno nella prima parte - evoca le atmosfere dei migliori film di Woody Allen regalandoci numerosi spunti interessanti sull'età che avanza. Peccato solo per un secondo tempo oggettivamente fiacco, con la caduta delle maschere molto poco convincente e uno Stiller costretto a reiterare all'infinito il proprio personaggio di nevrotico standard. Esaltante quando si ironizza sulle differenze tra le epoche (i quarantenni iper-tecnologici e sempre connessi per sembrare giovani e i ventenni innamorati dei vinili e dei taccuini moleskine perché fanno figo) il film sembra un po' sfiatato quando aggredisce il nodo centrale della storia, ovvero la focalizzazione del discorso sul valore intrinseco delle cose: siamo proprio sicuri che ogni canzone equivalga a un’altra, che i Goonies valga Quarto potere, che tutto ciò che è già stato scritto, composto, filmato etc., sia a nostra disposizione, senza prezzi da pagare o apprendistati da superare? La commedia non riesce nemmeno a formularla correttamente, questa domanda, ma balena taciuta nello spettatore e questo è in fondo già un buon risultato.
2) Fantastic Four nella nuova, ennesima versione rivisitata lo aspettavamo con quel misto di curiosità perversa e certezza dello svacco. A dirla tutta non ci voleva granché per aspettarsi il flop che infatti in America è arrivato puntuale, anche perché oggettivamente, al netto di una prima parte dotata di qualche frisson scientifico (anche se infarcito di troppe tecno-bubole), la pellicola sbaglia decisamente l'approccio: quei quattro supertizi sullo schermo non sembrano proprio quelli creati da Kirby e Lee e tutte le dinamiche che hanno fatto grandi quei personaggi (gli scazzi tra Johnny e Ben, l'amore tra Reed e Sue) restano appena abbozzate, compresse in un mare di dialoghi che non c'entrano il bersaglio. Ogni potenziale - che pure si avverte, perché il regista Josh Trank non è un fesso - deraglia in un mare di semplificazioni e locations claustrofobiche (il film è quasi interamente ambientato nel laboratorio del Baxter Building). Dispiace, anche per il bel cast ordito, ma sembrava scritto già nell'annuncio di lavorazione, che questo film avrebbe preso questa terribile piega.
3) Night Moves ce lo eravamo perso tempo fa perché, semplicemente, non si può stare dietro a tutto. E mal ce ne incolse, poiché trattasi di un solido noir dell'anima che immortala con cognizione e abilità le paludi della mente che si celano dietro ogni idealismo estremo. I "movimenti notturni" del titolo sono riferiti al nome di una barchetta con cui un trio di scalcagnati ambientalisti radicali mettono a segno un attentato, ma è evidente che la regista Kelly Reichardt (avevamo già parlato di lei e del suo strano e toccante western) ammicchi ai moti che alimentano lo spirito dei tre personaggi che nel film si incontrano per mettere in atto la più grande protesta della loro vita: far esplodere una diga idroelettrica. Harmon è un ex marine, radicalizzato dal servizio prestato oltreoceano. Dena ha abbandonato il mondo dell’alta società, disgustata da quel consumismo in cui è nata. Infine Josh, figlio del ceto medio che lavora in una fattoria biologica, è un militante formatosi da solo e impegnato nella difesa della Terra con qualsiasi mezzo necessario. Lo spettatore assiste al momento in cui i tre eco-terroristi si incontrano, comprano 200 kg di fertilizzante con ammonio, organizzano le tappe dell'attentato e così via. Poi, quando calano le tenebre e la barca dev'essere condotta alla diga, si scivola man mano verso una tensione che è sottilissima eppure palpabile (interessanti le performance degli attori, con consueta prova superlativa per un Jesse Eisenberg controllato ma ormai a rischio tic).
4) di Wild avevamo letto tanto e perlopiù bene, a maggior ragione visto che stiamo parlando del più recente lavoro di Jean-Marc Vallée, cineasta che ci aveva favorevolmente colpito con Dallas Buyers Club; dobbiamo purtroppo constatare che invece trattasi di grande bluff e questo nonostante l'ottima prova di una Reese Witherspoon sempre più convincente e la sceneggiatura (addirittura!) di quel furbone di Nick Hornby. La storia, vera e con rimandi immediati a quella di Alex Supertramp (ma senza l'alone mitico di quest'ultimo) narra di una ragazza rimasta sola con il proprio fratello dopo la morte improvvisa della madre (dal padre i due si erano allontanati anni prima per eccesso di violenza) e la fine del proprio matrimonio. Persa nella dipendenza dall'eroina e ossessionata dal sesso, la protagonista decide di affrontare il Pacific Crest Trail a piedi, più di 1.600 Km in totale solitudine macinati in più di due mesi nel tentativo di rivedere il proprio approccio alla vita e determinata a superare con un'impresa che pare superiore alle sue forze il gap esistenziale in cui sembra essersi bloccata, ma alla pellicola manca il nerbo e l'identità per raccontare una vicenda siffatta, nonché una maniera personale di affrontare l'immersione totale nella wilderness. Perchè Vallée conduce la propria protagonista più nelle stagioni che nei luoghi, sorvola le particolarità degli ambienti per guardare sempre da vicino il personaggio cosìcché gli unici paesaggi visibili sono ripresi nelle maniere più convenzionali. Più che un film di grandi scenari Wild è un film di vedute, uno in cui la pioggia suggerisce scene tristi, la neve momenti teneri e la violenza del caldo attimi pericolosi. Peccato, mannaggia!
5) Wicked Blood è una pellicola di quest'anno che probabilmente non vedremo mai nei nostri lidi e forse tutto sommato è cosa buona e giusta, perché trattasi di un prodotto che ha nella sua faretra numerose frecce appuntite ma anche un bagaglio indicibile di grossolani errori. Scritto e diretto da Mark Young, regista di qualche talento, il film racconta la storia di un diroccato paesino del sud gestito da un losco signore della droga, Frank (Sean Bean, caratterista di mille pellicole e nome noto di Game of Thrones). Lo spettatore segue la protagonista Hannah (Abigail Breslin, la ex bambina di Little Miss Sunshine), un'adolescente disincantata che dietro l'attitudine emo cela un'intelligenza spietata (lo capiamo vedendola consumare la sua passione per gli scacchi), mentre si appresta a lavorare nell'azienda di famiglia (è nipote del boss) per tirar su qualche soldo. In un'atmosfera che richiama non di rado il Missouri diruto e illegale di Winter's Bone, la giovane comprenderà presto che avere a che fare con il proprio clan criminale può essere davvero pericoloso. Lew Temple e Alexa Vega appaiono in ruoli di supporto e la Breslin si conferma attrice dotata anche se deve fare attenzione ai copioni che accetta, mentre è sempre divertente vedere Sean Bean in azione, soprattutto quando imita il solido accento strascicato degli stati del deep-south. Il resto delle prestazioni non riserva nulla di spettacolare, ma ci sono sicuramente cose interessanti: alcune immagini sono ben costruite, le ambientazioni perfette e il ritmo è notevole, ma la trama sembra talvolta un po' confusa e qua e là il dialogo sembra riferire al pubblico ciò che sta già vedendo. Le caratteristiche dei personaggi di contorno così come le dinamiche esistenti tra di essi spesso sono suggerite a parole più che mostrate sullo schermo, come se il budget miserrimo avesse tarpato ogni estro creativo anche in fase di scrittura. Tutte le scene si svolgono in una serie limitata di luoghi, il che  favorisce in chi guarda una certa sensazione di "svolgimento in trappola". Il motociclista Bill Owens (James Purefoy) che ha una parte importante nella risolutiva retata finale che è (dovrebbe) rappresentare la catarsi di chiusura riassume pregi e difetti del film quando dice: «Io sono una piccola parte di una grande operazione». Ecco, il film ha tutte le carte in regola per affascinare, ma sarebbe stato bello vedere il resto della "operazioni più grande".
6) L’A.S.S.O. e cioè l'Amica Sfigata Strategicamente Oscena (adattamento equilibrista di DUFF, Designated Ugly Fat Friend), non è più la secchiona vestita scrausa degli anni '80, nè quella problematica dei '90 o ancora l'emo patibolare d'inizio millennio, piuttosto è una ragazza sveglia e dalla lingua sciolta, un geek pensante che solo una società votata al culto della popolarità transeunte come la nostra può ancora emarginare. Classico teen-movie dai non pochi meriti, L’A.S.S.O. nella manica è una gustosa sorpresa che rimescola i canoni del genere e inventa nuovi archetipi aggregando le più popolari della scuola assieme alle sfigate per rivitalizzare la concezione stessa di looser (non è più qualcuno che non riesce a rilucere per limiti congeniti ma una persona semplicemente interessata ad altro) e provare a raccontare ai ragazzi - ovvero il target primario del film - una storia d’amore che superi il concetto di “conquista” di un modello di bellezza che appare inarrivabile e ruoti invece intorno alla compatibilità. Il risultato, grazie anche all’uso di un umorismo sagace, è quasi eccelso. Pur avendo tra le mani una storia decisamente già narrata (evidenti gli echi di My fair Lady), il cineasta americano Ari Sandel riesce a rendere il racconto frizzante e contemporaneo. Perché se apparentemente si parla "solo" di amicizia e sentimenti, la pellicola sonda in maniera non sciocca anche il cambiamento di questi ultimi ai giorni nostri, e come tutto sia divenuto più multimediale e pericoloso per gli adolescenti. Ogni passo falso o giudizio negativo può divenire mainstream in pochissimi secondi e il cyber bullismo nelle scuole è divenuto sempre più diffuso. Ovviamente non si tratta di un capolavoro ma si sorride senza sensi di colpa e la protagonista Mae Whitman (già figlia del presidente in Indipendence Day) dimostra la giusta verve. È pura Hollywood addomesticata, s'intende, ma svolazza leggero leggero.
7) Strangerland è la riprova del fatto che, messi da parte botulino e Scientology, Nicole Kidman è ancora una grande attrice (noi non l'abbiamo mai dubitato). A metà strada fra il dramma e il thriller psicologico, il film diretto da Kim Farrant ha debuttato qualche mese fa al Sundance Festival e, benché apparentemente molto lontana dai circuiti mainstream del cinema hollywoodiano, non è comunque una pellicola destinata a passare inosservata, considerando i nomi di spicco che ne compongono il cast: oltre alla Kidman, brava e intensa, anche Hugo Weaving e Joseph Fiennes in grande spolvero. La storia verte su due coniugi che tentano di rimettere insieme i pezzi del loro matrimonio avviando una nuova esistenza nella remota e desertica città australiana di Nathgari. Mentre si avvicina una terribile tempesta di sabbia, la vita della coppia è sconvolta quando i loro due figli scompaiono nel deserto. Mentre Nathgari viene avvolta da una polvere rossa e densa, ad aiutare la coppia nella ricerca arriva l'agente di polizia David Rae. Presto appare chiaro che qualcosa di terribile è accaduto ai due ragazzini. Tragedia familiare a tinte forti il film ha momenti pesanti ma anche interpretazioni da Oscar. Noi, a dispetto di qualche tempo morto, lo promuoviamo in pieno.
8) Le belve, storia di due giovani imprenditori del traffico di stupefacenti che si mettono contro il cartello messicano, lo avevamo visto di sfuggita quando uscì, nel 2012. Ricaptato in tv con gli occhi di oggi e metabolizzata un po' la cotta verso lo scrittore che c'è dietro il romanzo iniziale (Don Winslow, bravo come pochi ma pure un po' ripetitivo) il film si lascia ancora guardare ma oggettivamente ha dei limiti che rendono nulli i pur numerosi punti a favore: pulp fino al midollo, Le belve è una "storiaccia" tutta droga, sesso e ambizione, e per raccontarla Oliver Stone (uno che quando vuole sa esattamente dove piazzare la mdp) è quasi obbligato ad usare tutti gli strumenti (ab)usati in anni e anni di cinematografia del genere. A cominciare ovviamente dall'uso della voce off, quella di Ofelia - fidanzata di entrambi i protagonisti - che non solo sa di muffito ma inanella perle di saggezza imbarazzanti: all'inizio ci avvisa che potrebbe non essere viva sino alla fine, poi c'introduce uno ad uno i personaggi, i suoi due amanti («Chon fa sesso, Ben fa l'amore»), i collaboratori e i nemici. Scritta con incredibile pigrizia, la pellicola ha una confezione impeccabile, laccata e sfacciatamente cool: ma non basta la professionalità a salvare un'operazione che sa di posticcio lontano un chilometro.

giovedì 2 luglio 2015

cavalli selvaggi (ma senza McCarthy)

a ottanta anni suonati, l'attore premio Oscar Robert Duvall non è decisamente stanco del ruolo del cowboy burbero e poco disposto al compromesso: dopo averlo interpretato un numero abbastanza esagerato di volte (la migliore, forse, in quell'Open Range che riportò Costner nei nostri cuori) ne ha rivestito di recente i panni per il dramma multigenerazionale Wild Horses (2015), un western contemporaneo che il roccioso attore ha anche scritto e diretto per il grande schermo.
Duvall interpreta qui con la solita struggente convinzione il personaggio di Scott Briggs, un macho, bigotto proprietario di un grande ranch in Texas in cerca di riscatto con i suoi tre figli adulti (tra cui un ottimo Josh Hartnett, sempre - ci secca ammetterlo! - figaccione nonostante l'avanzare dell'età), uno dei quali (James Franco, ormai - vivvaddio! - abbonato ai ruoli un po' borderline) ha cacciato di casa a fucilate 15 anni prima dopo averlo sorpreso nella stalla nel cuore della notte assieme a un giovane rancher omosessuale di nome Jamie, in seguito scomparso. Ma mentre l'anziano vaccaro deve fare i conti con il crepuscolo avanzante della propria esistenza, una nuova inchiesta sulla scomparsa del ragazzo, allestita con impegno e caparbietà dalla Ranger locale (Luciana Duvall, nella vita moglie della star, purtroppo dotata di capacità interpretative equivalenti a quelle di uno stoccafisso), capovolge i suoi accurati piani di affossamento della verità, disvelando lentamente tutti i segreti del passato.
Si scorge prepotente l'impronta dei melodrammi regionali di John Sayles nel mix di tragedia domestica, umorismo machista e mistero sotterraneo che sorregge la storia. Ma se nulla si può eccepire al Robert Duvall attore, abilissimo a indossare i vestiti dell'ennesimo uomo posto di fronte una inevitabile resa dei conti (tonalità che già caratterizzava il suo magistrale L'Apostolo, uno dei capisaldi della cinematografia southern-gothic), come narratore e regista questa volta perde il filo - e la nostra attenzione - una volta di troppo diluendo le vicende in un mare di conversazioni poco brillanti e lacerti di trama un po' banali.
I momenti migliori sono sicuramente i confronti tra Duvall e il figlio gay Franco, interpreti formidabili che rappresentano diverse epoche culturali e che sono perfettamente in grado, con pochi guizzi, di rimestare nelle acque torbide di un rapporto padre-figlio contuso da sviste d'amore e di peccato. C'è un genuino dolore e una sincera speranza nei loro scambi, ma tutto il loro potere è diluito dalla stranamente inconcludente forza motrice della pellicola. Peccato, comunque interessante.

lunedì 29 giugno 2015

rotolando lenti nel buio minerale...

non ci sono, in realtà, «piccoli incidenti» in Little Accidents (2014), un oscuro drama minerario diretto dalla giovane regista e scrittrice statunitense Sara Colangelo e tratto da un suo precedente cortometraggio premiato al Sundance.
Il film, che vede tra i protagonisti Elizabeth Banks e Josh Lucas, è ambientato sugli Appalachi, in una sperduta città della West-Virginia colpita da un gravissimo incidente: dieci uomini sono deceduti sottoterra  mentre cercavano carbone per conto di una multinazionale. Il disastro ha lasciato un solo superstite, Amos Jenkins (Boyd Holbrook in una performance toccante, mai sopra le righe). Ma la pellicola, intensa e molto ben realizzata anche se naturalmente soggetta alla letargica scansione ritmica tipica degli indie americani, racconta altre vicende, in primis - ed è il secondo «incidente» tutt'altro che minuto - la storia della sparizione del figlio di uno dei dirigenti dell'azienda di estrazione.
Mesi dopo l'incidente il minatore sopravvissuto viene dimesso, ancora in parte paralizzato ma in grado di camminare. Le famiglie delle vittime vorrebbero che testimoniasse circa le cattive condizioni di lavoro di modo da ottenere un congruo risarcimento, mentre il resto della città teme la chiusura dell'unica fonte di sostentamento del paese e lo vorrebbe silente. Al suo devastante travaglio, molto ben reso, si aggiunge - viaggiando in parallelo - quello dell'adolescente Owen (Jacob Lofland uno dei due dotatissimi ragazzi del film Mud), il cui padre è stato ucciso nell'incidente e che introietta con il classico mal di vivere dei ragazzini un dolore che si porta appresso in famiglia già da prima della scomparsa del genitore, dovendo infatti occuparsi di un fratello, Jimmy (Beau Wright), che ha la sindrome di Down. I destini dell'uomo e dell'adolescente finiranno per incrociarsi con quello della madre del ragazzo scomparso (la bella Banks, smessi finalmente i panni di allegrona cheerleader di tante commediole, dimostra di saper recitare con piglio ammirevole) e tutti finiranno, quasi faulknerianamente, per pagare il proprio pegno di dolore alla vita.
La Colangelo è assai brava a evocare l'atmosfera di questo minuscolo mondo montano, con tutti i comfort di quei pochi che hanno svoltato e l'amarezza e la disperazione che ricoprono invece gli operai alla stregua della polvere che quotidianamente questi immettono nei propri polmoni (la lunga striscia degli Appalachi, come ci ricordano i bellissimi racconti di Pancake, è tra le zone più depresse dell'intera nazione). La regista lascia che le cose si aggroviglino per accumulo tra paesaggi fronzuti e brume industriali, salvo srotolare il bandolo della matassa con lineare naturalezza. I segreti e le sofferenze di ognuno dei personaggi, grazie e soprattutto in virtù della bravura di un ottimo cast, vengono a galla con plausibilità, anche se la mano forse tecnicamente ancora poco sciolta dietro la macchina da presa qualche volta fa sentire il suo peso, togliendo qualche dose di empatia alla tragedia. Ma restano impresse l'angoscia e l'incomunicabile lotta interiore delle parti in gioco. Il direttore della fotografia Rachel Morrison e il resto della squadra di produzione, tra cui lo scenografo Chris Trujillo e costumista Meghan Kasperlik, hanno saputo catturare un senso di rassegnazione e stanchezza che alla fine, anche se non tutto quadra, resta attaccato alla pelle di chi guarda. Nel complesso un sì: molte cose valide e decisamente un augurio di eccellenza per il futuro dell'autrice.

venerdì 26 giugno 2015

all'ombra del conflitto in Texas...

ambientato nel sud degli Stati Uniti poco dopo il flagello della guerra civile, Echoes of War (2014) è un western-drama che difficilmente vedremo nelle nostre lande, perché trattasi di puro film indipendente girato con quattro dollari bucati ma che - come spesso in questi casi - ha dalla sua una serie di notevoli sorprese (così come, sia chiaro, un bel po' di limiti derivanti quasi essenzialmente dal fatto che la pellicola era in origine pensata come un cortometraggio cui il piccolo aumento di budget iniziale ha dato quella spinta affinché il progetto lievitasse ma con qualche toppa).
Ambientata in Texas, la storia vede James Badge Dale (World War Z, Lone Ranger) nei panni di Wade, un ex-soldato confederato di ritorno dal conflitto, il quale si presenta un giorno al ranch di suo cognato cacciatore Seamus (Ethan Embry), dove, morta malamente la sorella, vivono ancora assieme al padre la nipote Abigail (Maika Monroe, attrice in crescente quotazione dopo il successo dell'horror It Follows) e il piccolo Sam (Owen Teague). I cascami della guerra appena terminata corrompono ancora il territorio e le famiglie rimaste hanno vissuto tempi davvero grami: fame e carestia hanno reso nemici gente cresciuta fianco a fianco, e tra clan confinanti i rapporti hanno inevitabilmente preso una brutta piega. Al suo arrivo, Wade è costretto a registrare un certo lassismo da parte del cognato riguardo le ruberie dei McCluskeys, famiglia di cowboys una volta benestante che le vessazioni dei guerriglieri hanno reso indigente. Seamus, piuttosto che provocare una faida, è incline a lasciar loro depredare parte delle sue trappole contando sulla propria abilità a procacciarsi comunque il cibo, ma invece Wade, contagiato dalla violenza del fronte e abituato a farsi rispettare con il sangue, decide di regolare i conti alla sua maniera. Sarà tragedia.
Diretto da Kane Senes e sceneggiato da John ChrissEchoes of War ha dalla sua una chiara definizione degli elementi in campo, con pochi personaggi dipinti con plausibilità, e una concezione adulta e mai apotropaica della violenza. Se è vero, come molti lamentano in rete, che la promessa di un western (con cavalli, indiani e pistolettate) naufraga in un pugno di momenti di vera azione a scapito di molti dialoghi e tanta riflessione, va detto che le interpretazioni sono decisamente a fuoco e tutti gli attori riescono molto bene nei loro ruoli (protagonista a parte, cupo e minaccioso il giusto, è un grande  William Forsythe a farla da padrone: con la sua faccia leoniana - il regista romano scoprì l'attore oggi sessantenne con C'era una volta in America - dona un vigore oscuro e seriamente minatorio alla sua parte, regalandoci un padre capoclan sempre incazzato e tirannico che non scade mai nella macchietta). Alla fine, come da manuale, il redde rationem finale netterà con il dolore e con le fiamme l'accumulo di sgarbi e tradimenti. Notevole, con qualche imperfezione di script: la storia dei fidanzatini, novelli Romeo e Giulietta che si amano tra famiglie avverse, resta un po' sospesa e ci si aspetterebbe uno scarto fuori dai cliché.

venerdì 19 giugno 2015

santuario in celluloide...

l'idea di Sanctuary (Santuario), è abbastanza noto, scaturì dal proposito di William Faulkner di scrivere un libro capace di renderlo ricco (il futuro premio Nobel aveva infatti già dato alle stampe opere seminali come L'Urlo e il furore e Mentre morivo, senza riuscire mai a guadagnarci un soldo): da ciò la messa a punto del suo più famoso romanzo, uno scritto ad alto gradiente sensazionalistico (perlomeno per gli standard dell'epoca), allestito secondo schemi che anticipano il pulp e che, dato alle stampe nel 1931, portò finalmente al suo autore il successo mettendo fine a gran parte dei suoi problemi economici.
In Santuario il grande bardo del Mississippi affronta, in modo incredibilmente attuale, i temi del Male e della corruzione morale con quel piglio epico e quel tipico incedere pregno di similitudini baroccheggianti che diventarono da subito la caratteristica principale del gotico meridionale. Il libro produsse a Oxford, ridente cittadina del sud in cui Faulkner viveva, uno scandalo notevole e, come scrisse Fernanda Pivano, «amici e parenti lessero il libro di nascosto, avvolgendolo in carte pesanti mentre lo portavano dal negozio di MacReed a casa, e subito andando a protestare dall'autore. Era fin troppo evidente, oltre tutto, che l'autore mostrava di conoscere un po' troppo da vicino gli ambienti che in quegli Anni Rosa sembravano malfamati: i contrabbandieri di alcool, i bordelli, le maîtresses».
Ma soprattutto quel gran parlare di sé spalancò allo scrittore le scintillanti porte di Hollywood: a parte le numerose sceneggiature di film importanti come Acque del Sud e Il Grande Sonno di Howard Hawks (cui Faulkner partecipò col solito distacco/disprezzo di matrice sudista, accettando il lavoro solo per potersi permettere un alto tenore di vita), fu proprio Santuario a ingolosire la settima arte: già nel 1933 il regista Stephen Roberts trasse dal romanzo una prima, abbastanza riuscita trasposizione intitolata Perdizione (The Story of Temple Drake), che spezzettata in più parti è visibile sul tubo, mentre Tony Richardson ne realizzò una seconda versione nel 1960 (da noi giunse col nome di Il Grande Peccato) anch'essa presente in rete. Quest'ultima, invero un po' raffazzonata, mescola nello scandire delle vicende anche parte del seguito letterario dell'opera, quel Requiem per una monaca che William Faulkner diede alle stampe nel 1951 mescolando gli stili (parte del libro è scritto per il teatro, al punto che Albert Camus ne fece una spettacolare versione per il palco).

martedì 16 giugno 2015

ex-machina, o dei nuovi Prometei...

risplende prepotente la stella del Frankenstein di Mary Shelley, portandosi appresso tutta la sua prometeica arroganza, su questo Ex-Machina, nuovo, intenso thriller a sfondo fantascientifico diretto nel 2015 da quell'Alex Garland scrittore e sceneggiatore che ha sovente (e non di rado fruttuosamente) coadiuvato l'opera del regista inglese Danny Boyle (suoi gli script di The Beach ma anche di 28 giorni dopo e Sunshine) e qui al battesimo di fuoco dietro la macchina da presa.
Il film, solido, molto ben recitato e costruito quasi esclusivamente su una trinità attoriale degna di un kammerspiel, si impernia sulle vicende di Nathan, un programmatore miliardario che coinvolge un suo giovane impiegato nel testing della sua più ambiziosa invenzione: un robot-donna dotato di un’avanzatissima intelligenza artificiale. Il ragazzo dovrà trascorrere una settimana in compagnia dell’androide in un’isolata e splendida villa di proprietà del suo datore di lavoro. Ma dopo i primi giorni Caleb (questo il nome dell'ignaro protagonista) comincia a realizzare che ci sono un po' troppe cose che non tornano: le frequenti ubriacature del capo, le troppe stanze della magione cui egli non ha accesso e alcune strane confessioni di Ava, la donna sintetica, compongono lentamente un mosaico più inquietante di quello palesatosi all'inizio.
La pellicola, con piglio classico e sommessamente goticheggiante (nonostante la patina orgogliosamente high-tech), esplora i grandi temi della consapevolezza di sé, della scienza che sfida la morale e della potenza delle emozioni al pari, appunto, del romanzo ottocentesco della Shelley. Attraverso una prospettiva lucida e raramente fuori fuoco, Garland s'interroga senza troppi patemi sul ruolo  dell’intelligenza artificiale nel prossimo futuro, ma lo fa utilizzando la riflessione sull'argomento come grimaldello per varcare il sottilissimo - e mai troppo approfondito dall'arte - confine tra ciò che separa la verità dalla menzogna.
Non siamo pertanto di fronte a un'opera che regala un punto di vista innovativo o sorprendente sull’interazione uomo/tecnologia (per quello, a dirla tutta, ci aveva pensato l'anno scorso il bellissimo Her), quanto piuttosto davanti a un film che sfrutta i temi cari al genere per parlare essenzialmente di violenza personale. Infatti la storia di Caleb (Domhnall Gleeson), scelto per trascorrere una settimana a casa di Nathan (Oscar Isaac) brillante sviluppatore di un motore di ricerca in grado di sapere tutto di chiunque (facile pensare a Google), si trasforma da subito in una lotta prima sopita e poi manifesta tra tre personaggi in cerca di manipolazione. In mezzo allo scontro tra le due figure maschili - come non segnalare lo stacco tra la fisicità «alfa» di Nathan e quella più efebica di Caleb? - si posiziona l'eterno femminino costituito (in chiave robotica) da Ava (cui il bel volto etereo dell’attrice Alicia Vikander aggiunge un tocco di efficace freddezza)
Eppure, nonostante le dinamiche narrative (e grafiche: si noti il design «svedese» degli ambienti) siano apparentemente votate alla speculazione filosofica, Ex Machina intraprende presto un interessante cambio di rotta trasformando l'usuale «umano inferiore però più furbo della macchina» ne «l’umano inferiore soggiogato dalla macchina». Il film diviene così non tanto un’indagine sulle implicazioni dell'arroganza scientifica e sul valico oltre il quale essa non dovrebbe andare, bensì un’osservazione sulla natura delle pulsioni umane e su quanto la macchina, imitandole, finisca per apparire più vera degli esseri umani veri.
Ex Machina allestisce una serie di trappole che diventano ben presto letali soprattutto per coloro che le hanno tese, rendendo labili non solo i ruoli, ma anche i delicati equilibri che regnano tra le componenti in gioco. Se lo stupore per l'impalcatura modernista offusca l'ovvietà che qualche volta traspare dagli assunti concettuali alla base della storia (in fondo aveva già detto tutto Pinocchio), sul lato dell’azione e della conflittualità psicologica invece il film consegna al pubblico un riuscito thriller di relazioni umane, con qualche sopresa anche per i più appassionati Sci-Fi, che dimostra ancora una volta come Garland sia decisamente in grado di cogliere l'esplosiva violenza che sta alla base delle relazioni umane odierne.