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domenica 13 settembre 2015

tra detective e walkers...

archiviata ormai l'estate (nonostante nel tacco peninsulare si continui a sudare parecchio) proviamo a fare un veloce punto su alcune serie televisive che ci hanno accompagnato in questi mesi. Partiamo da quella più vituperata, quella session 2 di True Detective sulla quale si può forse guardare con più lucidità ora che finalmente le ceneri della bomba critica (preceduta da un un'attesa senza pari) sembrano perlopiù essersi depositate. La prima stagione aveva preso tutti in contropiede: ogni puntata - grazie anche alla regia capace di Cary Fukunaga - era stata una sorpresa. I monologhi, la lotta tra bene e il male, gli inseguimenti, i crimini, il Re Giallo. E soprattutto le location: puro southern gothic da esportazione con tanto di acquitrini paludosi, pickup sgangherati e predicatori di campagna. Con la seconda stagione lo scrittore Pizzolatto ha voluto cambiare totalmente registro: virando su uno scenario metropolitano, ha puntato tutto sui personaggi (interpretati da Colin Farrell, Vince Vaughn, Rachel McAdams e da Taylor Kitsch) preferendoli nettamente alla trama. Il risultato finale sono stati otto episodi che il grande pubblico non ha ben capito (o non ha voluto capire, spinto com'era dal battage ostile e sardonico esploso in rete). Eppure c'era tanto di buono, in questa ennesima rivisitazione cupa dei protocolli più classici del noir. Interpreti dotati, aree urbane corrotte dal cemento e dal male e una scrittura che non si peritava di attingere ai capisaldi del genere. Forse non filava tutto liscio e nella commistione di cose messe a cuocere qualche particolare andava perduto sfilacciando il disegno complessivo, ma d'altronde non capita così di continuo anche leggendo i romanzi di Ellroy? Dacché mondo è mondo, il noir contiene molteplicità e sfaccettature raramente a somma zero: noi abbiamo apprezzato alcune trovate francamente superlative (Vaughn che morendo nel deserto parla con i fantasmi del suo passato) e il finale asprissimo solo marginalmente lenito dalla speranza [spoiler] delle due donne in fuga con prole, ma siamo disposti a sostenere che i posteri rivaluteranno l'intero prodotto, e con grande godimento.
Due parole invece su Mr. Robot, assai intrigante prodottino figlio della penna di Sam Esmail - che per ora, bontà sua, nel curriculum aveva soprattutto il fatto di essere il fidanzato di Emmy Rossum - che oltre ad aver generato un discreto nugolo di fan in tutto il mondo rappresenta anche il ritorno sul piccolo schermo di Christian Slater, attore dall’invidiabile sequela di insuccessi seriali alle spalle (Mind Games, Breaking In, The Forgotten ecc). Il protagonista però non è lui (e meno male!) bensì Rami Malek, che interpreta Elliot, un abile esperto informatico che in termini di socialità fa sembrare il vecchio dottor House un compagnone. Di giorno Elliot lavora controvoglia in un’azienda di sicurezza informatica, mentre di notte diventa una sorta di vigilante digitale, uno che ti hackera anche il telecomando della tv per sapere tutto di te e, nel caso tu non sia uno stinco di santo, smascherarti e metterti con le spalle al muro. La svolta nella cupa vita di Elliot arriva quando il misterioso Mr. Robot (che è Slater) lo recluta nel suo esaltato gruppo di hacker segreti per buttare giù una megacorporazione malvagissima, la stessa che Elliot dovrebbe proteggere al lavoro. Un fracco di cose buone, teorie complottiste e nevrosi quotidiane del mondo contemporaneo ottimamente raccontate con forse qualche scadimento onirico di troppo e un certo allentarsi del finale (i risvolti alla Fight Club sono in fondo manifesti sin dal primo episodio) ma nel complesso decisamente una signora serie!
Altro telefilm assai maltrattato è poi Fear The Walking Dead, spin-off nonché antefatto dell'acclamata (e spernacchiatassima tra i detrattori) The Walking Dead, basata sul fumetto omonimo di Robert Kirkman, Tony Moore e Charlie Adlard. Facendo faville in termini di audience con le sole due prime puntate (la terza va in onda proprio oggi) Fear... si sposta dai paesaggi verdi della Georgia e della Virginia alle aride strade di Los Angeles per raccontare come è cominciata la misteriosa apocalisse a cui Rick e soci sono sopravvissuti. Il periodo di tempo coperto è quello in cui lo sceriffo Grimes era in coma. La storia, però, ruota attorno a personaggi nuovi. La protagonista è Kim Dickens (Deadwood, House of Cards) nel ruolo di Madison, consulente scolastica di un liceo e madre di due adolescenti: Nick, con problemi di droga, e Alicia, perfetta solo all'apparenza. C'è poi il suo nuovo compagno, Travis (Cliff Curtis, già visto in mille pellicole tra cui Training Day), con cui è appena andata a vivere insieme e che insegna inglese nella stessa scuola. Anche Travis ha un figlio ribelle e imbronciato, che non digerisce la nuova vita del papà e ha deciso di restare con la madre. Il già pessimo equilibrio familiare viene sconvolto dal diffondersi di una misteriosa epidemia, che trasforma le sue vittime in zombie. Seguono prevedibili fughe, città nel panico e poliziotti inermi davanti a una minaccia sconosciuta (e a prova di proiettile).
La serie è afflitta dai soliti difetti di casa-Kirkman, ovvero una certa lentezza letale nello svolgimento e una compiaciuta tendenza a incaponirsi con le sottotrame da soap-opera, però esattamente come per la serie madre non ci si può esimere dal guardarla, magari facendo altro durante la visione ma comunque restando con gli occhi stancamente incollati agli sviluppi di quella che, nel bene e nel male, è e resterà una saga seminale nella storia del piccolo schermo. (continua)

giovedì 7 maggio 2015

...meglio chiamare Saul!

ci siamo avvicinati con un certo sospetto a Better Call Saul, attesissima costola di quel Breaking Bad che è sicuramente una delle serie di maggior successo di tutti i tempi nonché quella che ha convinto l'intero globo terracqueo che anche i prodotti per il piccolo schermo possono avere un'inattaccabile dignità narrativa. Abbiamo quindi approcciato allo spin-off con qualche dubbio perché temevamo un effetto fiaccamente emulativo ma, con indubbio sollazzo, il nostro scetticismo si è rivelato infondato ed è andato a farsi friggere sin dalla visione del primo minuto del primo episodio dei dieci stagionali.
Vince Gilligan, penna geniale cui si deve l'universo di Breaking Bad per la AMC, ha saputo ripetere il miracolo sfruttando la popolarità di uno dei comprimari più amati, il pacchiano e intraprendente avvocato della mala Saul Goodman (Bob Odenkirk). La serie a lui dedicata è appunto uno spin-off, ma è anche prequel della serie madre, della quale gli appassionati tornano per magia a respirare le atmosfere, i ritmi e gli intrighi. Merito della fotografia saturata che immortala gli sconfinati spazi desertici accarezzati dalla chiarità azzurra del New Mexico e di una selezione musicale davvero azzeccata come colonna sonora, ma anche e soprattutto del protagonista - un Oderkirk miracoloso nella sua interpretazione, capace di infondere grinta e frustrazione ad un personaggio intenso e contraddittorio - nel cui percorso esistenziale lo spettatore è in grado di leggere l'humus dell'epopea shakespeariana a venire.
La storia narra il passato dell’avvocato male in arnese, ma Saul incontra numerose vecchie conoscenze sulla sua strada. Sicché, per i drogati in astinenza delle vicende di Walter White, domande del tipo Cosa faceva Mike prima di diventare un nonno killer? oppure Come ha fatto Tuco a diventare signore della droga? trovano finalmente una risposta. [qualche SPOILER] Eppure il serial ha un suo precipuo fascino che funziona in maniera assolutamente autonoma, slegata da ciò che accadrà nelle puntate di Breaking Bad. Anzi, rispetto a quello, dal punto di vista meramente drammaturgico ci è sembrato che Better Call Saul possegga addirittura una compattezza e una linearità decisamente più riuscita. Il James M. McGill (nome vero di Saul Goodman nella finzione) è esattamente il personaggio che conosciamo, ma ci è riservata l’emozione di scoprire i come e i perché della sua genesi, inciampato in una malavita che finirà - suo malgrado - per tirarlo fuori da un’infinita sequenza di beghe finanziarie ulteriormente funestati dalla bassa autostima; fino a che, dalle ceneri dell’avvocato goffo e sfigato che lavora nel retrobottega di un nail parlour asiatico, la seconda identità di Saul Goodman emergerà come una potente chimera.
E se era straordinariamente iconico il look con cappello e occhiali da sole di Walter White, insegnante di chimica al liceo che si trasforma prima in tecnico di laboratorio per uno spacciatore messicano e poi in narcotrafficante (pluriomicida, compresa l’organizzazione di una strage di complici in carcere, per evitare «soffiate»), qui il vestiario di Saul Goodman è particolarmente indovinato e definisce perfettamente lo spirito e i toni tragicomici della sua parabola. I capelli, le giacche: la sua ascesa - e caduta - sono la storia di un uomo ridicolo. Ma decisamente irresistibile.

martedì 28 aprile 2015

colt fumanti e guepiere...

Strange Empire è una serie western targata CBC Television che ha esordito nello scorso ottobre in Canada. A causa anche di una fiscalità particolarmente agevolante nei confronti dell'industria audiovisiva la wilderness canadese è infatti nell'ultimo decennio al centro di una profonda rivalutazione cinematografica, venendo spesso preferita dalle produzioni a stelle e strisce (e non solo) per fiction e lungometraggi ambientati nell'antica Frontiera.
Realizzazione, manovalanza e teatri di posa di quelle lande non hanno ormai davvero nulla da invidiare ai cuginetti americani: in questo caso stiamo parlando di una sostanziosa serie divisa efficacemente tra vendette, stivali, speroni e colt fumanti. Ma, soprattutto, trattasi di un prodotto ad altissima rilevanza di quote rosa. Le protagoniste pressoché assolute del primo ciclo di storie (13 puntate) sono infatti tutte donne. La maggior parte dei loro uomini sono morti, mentre i pochi sopravvissuti cercano di ottenere il controllo ostacolando e prevaricando le controparti in una dura e cruenta battaglia: le donne qui combattono duramente per ritrovare la loro indipendenza e per costruire una vita in cui le loro (disfunzionali) famiglie possano crescere sane e libere.
Creata da Laurie Finstad-Knizhnik, la serie è ambientata al confine col Montana nell’anno 1860. Le tre attrici che impersonano i caratteri forti sulle vicende dei quali si snoda la storia sono Cara Gee, Melissa Farman e la Tattiawna Jones di Black Orphan. Cara Gee interpreta Kat, una donna che, dopo aver perso sia il figlio che il marito, lotta per proteggere la sua famiglia surrogata. Melissa Farman veste i panni di Rebecca, una giovane molto intelligente che svolge la professione medica mentre a Tattiawna Jones toccano i panni di Isabelle Slotter, una donna straziata dalla perdita del suo bambino. Tra gli interpreti maschili troviamo Aaron Poole (noto interprete canadese) nei panni di John Slotter, un protettore violento che è sposato con Isabelle.
Ottime location, begli scontri e intelligente tenuta, con un unico e purtroppo marchiano limite: quello di una prospettiva palesemente televisiva, e ciò sia detto stavolta in un'accezione tristemente italiana del termine (ché in linea di massima quando si tratta di piccolo schermo al di fuori dei nostri confini sappiamo bene di trovarci davanti a sceneggiature accuratissime e costumi studiati nel dettaglio). Qui, a fronte di una trama che non si perita di picchiare duro, alcuni cliché sembrano talvolta un po' tirati via con troppa facilità (quante puttane del west simili a quelle di Strange Empire abbiamo visto su grande e piccolo schermo?) e la coolness di alcuni personaggi sa tanto di tempi moderni (Hell on Wheels ci aveva insegnato quanto possono essere lerci e "scasciati" i pionieri), il che mette qualche volta in stand-by la sospensione dell'incredulità.
Però detto questo, che cacchio, ce ne fossero da noi di serie simili!

mercoledì 15 aprile 2015

...bentornato scavezzacollo!

(anche oggi, come spesso nell'ultimo periodo, abbastanza di frettissima - nuovi esami medici e cazzi vari incombono, perché purtroppamente siamo costretti a tornare sotto i ferri molto presto, per cui non ci si stupisca di spudorati ricicci di post ormai anziani - però due parole sul nuovo, fiammante Daredevil della Netflix vogliamo dirle: abbiamo visto i primi cinque episodi, e ci sembra che finalmente il cornetto della Marvel abbia avuto la trasposizione filologicamente corretta ed estremamente noir che si meritava: rappresentazione cruda e realistica di Hell's Kitchen, poteri ed abilità dell'eroe plausibili e azione ritmata il giusto, con qualche picco di sana iperviolenza. Una nota di sicuro merito anche agli interpreti: splendido e garbatamente muscolare il protagonista Charlie Cox e bella e deliziosa Deborah Ann Woll nei panni di Karen Page, ma come spesso in questi casi la figura del gigante la fa il cattivo, qui un monumentale Vincent D'Onofrio nel ruolo di un inquietante oltreché spietatissimo Kingpin. Che dire? Una stradannata, entusiasmante serie da non perdere!)

lunedì 30 marzo 2015

zombi tamarri in saldo!

trasmessa da SyFy negli Stati Uniti dallo scorso settembre, Z Nation è a tutti gli effetti la sorella rozza e sguaiata, divertente (ma impresentabile), della più blasonata The Walking Dead, e la cosa non stupisce affatto considerando che la produzione alle spalle del progetto è quella della famosa/famigerata Asylum - la stessa di quella sublime accozzaglia di carcarodonti e computer grafica anni '90 qual è Sharknado, per intenderci!
Z Nation parte in medias res, cioè tre anni dopo l’outbreak zombi. Il mondo è catapultato nel più totale sconquasso e i pochi sopravvissuti si arrangiano sfuggendo come possono ai letali ambulanti squarta-interiora (che qui corrono rapidi come podisti dopati). Un soldato, la cui resistenza in vita nel serial sarà l'equivalente di quella d'un gatto in tangenziale, assolve a una suprema e mirabile missione: portare in un laboratorio della California il carcerato Murphy cui è stato inoculato con successo quello che potrebbe essere il vaccino contro l’epidemia resurrettiva.
Le sorti dell’umanità sono quindi affidate alle mani di un manipolo ben assortito di sopravvissuti guidati verso la destinazione da un bimbominkia militare - unico superstite di una basa artica dell’NSA, autosufficiente e ipertecnologica. Lungo il tragitto, i nostri (anti)eroi se la vedranno con ogni genere di debosciati: banditi, cannibali, mercanti di armi, sette pseudo-religiose, comunità di sole donne e scienziati pazzi. E ovviamente non-morti, tantissimi non-morti: non c’è puntata in cui non si debba affrontarne qualche plotone con grande e fragoroso eccidio di carne putrefatta; gli zombie qui muoiono in maniera crudele e altisonante (persino falcidiati dalla Campana della Libertà di Philadelfia).
Fermo restando che da queste parti, pur non essendo ancora riusciti a mollare The Walking Dead (col suo sviluppo depresso e piagnone, fatto di cinque stagioni lente e iperpsicologiche; e sarebbe pure ora di decidersi, ma purtroppo ci siamo incaponiti e quindi teniamo duro!), siamo assolutamente convinti che gli zombie possano (e  debbano) anche essere divertenti e cazzuti; duole però purtroppo constatare che qui le cose funzionano sino a un certo punto. Il problema è che Z Nation proprio non ce la fa. Ci prova, ogni tanto pare riuscirci, ma in soldoni finisce sempre per floppare. Per sopperire alla dichiarata mancanza di un approfondimento verticale delle dinamiche in campo (uno dei protagonisti se ne esce con un esplicito «odio i dilemmi morali»), gli autori raggruppano la banda di protagonisti e gli danno un obiettivo chiaro (portare dall’altra parte del paese il paziente-cavia, per l'appunto). Un’idea semplice semplice semplice, che contiene in sé un enorme potenziale di trasformazione della storia in un road movie svelto e sincopato, zeppo di morti e saturo di location.
Solo che, a fronte di quell'intento cazzaro e smaccatamente tamarro tipico della Asylum, il racconto non è votato (non solo, per lo meno) alle trovate grafiche più eccentriche, alla suspense più pura (laddove spesso il parente nobile la sacrifica in favore delle lacrime di Rick) e alle battutaccie ad effetto che donerebbero alla serie un colore precipuo ed originale. Invece  Z Nation, pur contenendo barlumi di tutto ciò, risulta alla fine un prodotto stucchevole che conferma quanto sia pressoché impossibile formulare un'alternativa valida all'opera made in Kirkman. O si offre una prospettiva completamente "altra" (si vedano le inglesi Dead Set e In the Flesh) o si gioca consapevolmente e ironicamente con tutti i cliché del genere (un esempio su tutti è Death Valley di MTV) o si corre il rischio di essere banali e approssimativi. E la cosa si fa ancora più palese quando non si hanno i mezzi a disposizione della AMC che, non a caso, lancerà presto uno spin-off del suo prodotto principe intitolato Fear The Walking Dead.
Insomma, qualche puntata divertente, un po' di ottime intuizioni e numerosi bei momenti, ma resta la sensazione di un colpo morto in canna (o di un corpo morto, visto il caso!)

mercoledì 25 marzo 2015

e i vampiri sono ancora in tv...

Quando le serie televisive sui vampiri sembravano aver detto tutto quanto c'era da dire sui lividi succhiasangue di origine mitteleuropea, ci pensa il canale FX a tentare di rinvendirne il mito grazie a esagerate iniezioni di emoglobina e qualche effettaccio di grana grossa.
The Strain, nuovo serial per il piccolo schermo diretto (solo il pilot) e ideato dal maestro dell’horror Guillermo Del Toro, si mette decisamente alle spalle i vampiri romantici e fighetti che tanto successo hanno mietuto in tempi recenti per guardare con occhio smaliziato ai B-movies classici del genere nonché al Dracula letterario (ma anche, di più, al Nosferatu di murnaoniana memoria).
Tratta dal fumetto e dalla trilogia di romanzi firmati dallo stesso Del Toro, la serie ha come protagonista il dottor Ephraim Goodweather, responsabile del Centro Controllo Epidemie della Grande Mela, alle prese - oltre che col proprio doloroso divorzio - con la diffusione di una epidemia virale che sembra presentare gli esatti sintomi di un’antica e malefica forma di vampirismo. Protagonista femminile è la Dottoressa Nora Martinez, una brillante biochimica che si trasformerà in una coraggiosa guerriera quando l’epidemia minaccia di distruggere la razza umana.
Smaccatamente legata a meccanismi narrativi già abbondantemente scandagliati da cinema e letteratura, la serie non ha di sicuro nell'originalità il suo punto di forza, finendo di fatto per essere troppo dipendente dagli escamotage del regista di turno quando deve giocarsi qualche carta in termini d'innovazione - se passi lentamente vicino a un tizio morto e la musica sale di intensità, evidentemente il tizio non sarà poi così morto, il che non aiuta la sospensione volontaria dell'incredulità - detto ciò, però, The Strain fa egregiamente il suo sporco lavoro e porta a casa qualche ora di godibilissimo e spaventevole divertimento.
Costruita dapprincipio come un ritmato contagion-movie, con in più l'aggiunta di una creatura mostriforme davvero cazzuta e perturbante, la serie tiene desta l’attenzione senza problemi lungo tutto  l'arco della prima stagione, suggerendo quasi sempre dove andrà a parare ma senza per questo invogliare lo spettatore a cambiare canale. Che per un prodotto del genere, dopo anni di ammorbanti canini a punta in salsa teen, è decisamente cosa buona e giusta.

martedì 16 dicembre 2014

nel bel mezzo di un macabro gelo...

Televisione, piccola dannata meraviglia: piaccia o non piaccia è indubbio che ormai è lì, in quella stramaledetta scatola catodica, che i romanzi moderni trovano l'humus ottimale per germinare, progredire e dipanarsi indottrinando un pubblico sempre più scaltro ed esigente (tranne in Italia, ovvio, terra di santi, carabinieri e preti in bicicletta - Gomorra e Romanzo Criminale a parte, of course!).
Ne avevamo parlato nel post dedicato allo splendido True Detective nonché in quello attorno a Hell on Wheels (e sarebbe ora di parlare quaggiù anche di Homeland, che giunta alla sua quarta stagione riesce meglio di qualsiasi trattato a spiegare al mondo la politica estera degli americani) e da quei giorni l'offerta (anche europea) è andata moltiplicandosi facendo sembrare i produttori nostrani, ancora attaccati a Bibbie e Professoresse che ci provano ancora, dei veri sconsiderati. Eppure, nonostante tutto, oggi è tempo di festeggiare perché finalmente arriva in Italia - su Sky Atlantic - un altro gioiello straniero: quel Fargo che 19 anni dopo l'omonimo film ne riprende l'allure e la macabra vena noir per regalarci un capolavoro lungo dieci episodi. I fratelli Coen, allora registi, stavolta grazie al finanziamento della rete americana FX si sono ritagliati i ruoli di autori e produttori e il risultato finale (chi vi scrive, come migliaia di altri fanatici delle serie tv odierne, se lo è già puppato in lingua originale) è davvero da sturbo!
A farla breve - e senza rivelare più del dovuto - la storia si srotola nei meandri di una remota provincia innevata del Minnesota, un posto in cui non sembra poter accadere nulla di più di una fuga di un cervo in mezzo alla strada ghiacciata e invece (proprio come nel lungometraggio originale) qui si consumano delitti efferatissimi e intrighi zeppi di impressionante cattiveria: tutti incastonati in una trama che, pur sfruttando con sapienza la pacatezza degli scenari, inanella strepitosi colpi di scena e tiene inchiodati alla sedia.
Il cast è di prima grandezza: lo Hobbit Martin Freeman è lo smarrito protagonista intorno al quale ruota l’intera vicenda mentre al suo fianco troviamo la brava Allison Tolman perfetta erede della McDormand originale (sia per la scarsa avvenenza, sia per l'apparente inettitudine). A tenerle bordone spunta l'agente Colin Hanks, nella vita figlio di Tom Hanks, già trentasette anni, un libro d'oro con poche pagine ma un futuro da character assai promettente. E poi la selva di personaggi interessanti e ben costruiti che compongono le fila del paese: Oliver Platt, Keith Carradine, Adam Goldberg e persino Bob Odenkirk, il Saul di Breaking Bad in attesa del suo spin-off. Ma il vero mattatore della serie, già premiata agli Emmy Awards e con cinque candidature ai Golden Globe 2015, è senza ombra di dubbio Billy Bob Thornton, impassibile e spietato vendicatore, che non sopporta né gli sciocchi né i profittatori ma persegue una morale tutta sua, una morale perversa e criminale che non di rado sembra evocare odor di zolfo e zoccoli equini.
Ironia, tensione, grottesco e puro spirito noir si mescolano abilmente lungo tutti gli episodi (anche se compare un riferimento importante al Fargo originario, la serie è antologica, e la prossima stagione, in preparazione, vedrà medesimi ambienti ma personaggi e interpreti nuovi di zecca), ma quello che stupisce della scrittura - affidata alla penna dell'incredibile Noah Hawley - è la capacità di ricreare quasi a tavolino ciò che era stato uno dei temi cardine del film, la perfetta integrazione cioè tra una cittadina piatta e ordinaria e un gruppo di eventi (e di personaggi) bizzarri e straordinari. È lo stesso concetto della tagline della pellicola, che recitava «molte cose possono capitare nel bel mezzo del nulla». Fatevi un regalo, non perdetelo!

venerdì 14 novembre 2014

la lunga coda degli '80

House of Cards fatti da parte. Se oltreoceano il web continua a sfornare prodotti di fattura impeccabile (oltreché d'inarrivabile scrittura) come la famosa serie con Kevin Spacey, qui da noi la lunga coda degli anni Ottanta continua imperterrita a lavorare alla costruzione di un inverosimile immaginario trash talmente sopra le righe da rasentare sovente il sublime (senza arrivare nemmeno a sfrisarlo, sia chiaro!). È il caso del nuovo parto di una star ufficiale di quel periodo, la mitica Gorilla Lory Del Santo, che con The Lady - dieci episodi di supergnocche, auto fuoriserie e fusti depilati che sembrano essere stati catapultati direttamente dall'ultimo festino del Lele Mora dei bei tempi andati - aggiunge un tassello fondamentale alla storia dell'orrido di questo paese. Provate a darci un'occhiata, Costantino Vitagliano nelle vesti di un Marlon Brando «maranza» è un guilty pleasure assoluto!

venerdì 19 settembre 2014

irresistibilmente gotici!


(ieri rintoccavano i cinquant'anni dalla prima messa in onda sul canale ABC della serie cult La famiglia Addams. L'occasione ci offre il destro per rispolverare un vecchio post sull'argomento)
C'è una famosa coppia di coniugi televisivi che dagli anni sessanta nutre il suo cimiteriale matrimonio con un affiatamento fatto di temporali notturni, alberi natalizi colmi di scheletrini e pranzetti familiari dove gli occhi di tritone sostituiscono le fragole. Si tratta di Morticia e Gomez de La famiglia Addams, nati dalla fantasia di Charles «Chas» Addams, il grande disegnatore americano del New Yorker che impose le sue creature quasi ininterrottamente dal 1933 al 1988 sulla rivista più prestigiosa degli States. Definito il cantore della normalità dell’efferatezza, è stato un artista prolifico, capace d'imporre uno stile di comicità gotica dove l’assurdo viene considerato normale (qui una splendida galleria). Aveva cominciato fin da bambino a dipingere scheletri mentre a 10 anni affrescava con fantasmi le pareti di una casa abbandonata nella natia Westfield in New Jersey. Più tardi popolava il suo mondo di defunti, gnomi, streghe, scienziati dementi e un originale clan familiare per le pagine di una delle riviste più intellettuali d’America: il New Yorker. Era il 1932 e le sue vignette erano l’appuntamento fisso della settimana: bizzarre, truculente ma né crudeli né ciniche, permeate di un’innocenza che ne evidenziava l’umorismo sofisticato che trovò subito un largo seguito tra i lettori - ma che divenne davvero popolare quando nel 1964 la rete ABC produsse i telefilm con John Astin e l'indimenticabile Carolyn Jones.
L'elemento del successo della famiglia Addams era l’originale impasto di ilare minaccia che traspariva dalle striscie in bianco e nero. Addams riempiva le sue vignette, linde e rifinite, di una pletora di precoci criminali, borghesi in atteggiamento sospetto, mostri in libera uscita, eventi soprannaturali, situazioni vagamente orrorifiche viste e descritte come eventi normali. I membri della sua famiglia (a)tipica coltivano le loro perversioni con domestico, soave fervore, in una sorta di mondo rovesciato in cui i vizi si ribaltano in virtù. Come dimenticare, ad esempio, l'irresistibile Morticia Addams? Una donna che cura con amore una mostruosa serra di orchidee carnivore e si fa servire da un maggiordomo di cui è rimasta solo una mano e che lei chiama affettuosamente «Mano» - splendidamente interpretata prima dalla Jones e poi da Anjelica Huston in due film (senza contare i seguiti spuri con una impacciata ma fascinosa Darryl Hanna) - , Morticia è madre e moglie esemplare, non importa se anziché educare i figli secondo le buone maniere li spinge a mangiare con le mani, insegna loro i rudimenti dell’avvelenamento e regala loro minighigliottine per bambole ed attrezzi di tortura medievale. Il successo degli Addams nel mondo sta tutto qui: il loro è un sistema chiuso con le sue regole au contraire che consentono infinite soluzioni. Una sorta di gioco, dunque, che nel gusto ammiccava al neogotico ottocentesco e che, nel 1991, si riaccese esplodendo anche al cinema.
«Chas»
Il progetto cinematografico The Addams Family fu voluto da un giovane e fiducioso produttore di Hollywood, Scott Rudin, che da piccolo non si perdeva una puntata dei suoi surreali beniamini.
Affidata ad un regista allora debuttante, Barry Sonnenfeld (che poi di strada ne ha fatta parecchia), la produzione del film fu finanziata da uno studio cinematografico in grandi difficoltà economiche, la Orion. Il terzetto era animato da poco più che buone intenzioni ma si aggiunsero loro due attori di buona reputazione come Anjelica Houston ed il compianto Raul Julia, entrambi entusiasti in quanto fan dei fumetti degli Addams fin dall’adolescenza, poi arrivò il caratterista Christpher Lloyd, reso famoso dalla serie di Ritorno al Futuro ed il film finalmente poté decollare. Alla sua uscita la pellicola guadagnò ben 118 milioni di dollari, riportando indelebilmente in auge il culto per gli Addams. Per chi volesse, sul tubo è disponibile la rara pellicola tv che nel 1977 riunì, incredibilmente a colori, il cast originale.
(fonti: la rete)

lunedì 1 settembre 2014

la faccia nel vento di Sam...

Sam ragazzo del west: trattasi di un originale anime d'impianto country-western ideato nel 1973 dal duo Soji Yamakawa e Noboru Kawasaki, dotato - nella versione nostrana - di una delle più incisive sigle eseguite da Nico Fidenco.
L'assoluto protagonista della serie è il mezzosangue Sam (Isamu nell'originale: 荒野の少年イサム, Koya no shōnen Isamu è infatti il titolo nativo dell'opera, che si srotola lungo due stagioni invero abbastanza slegate tra loro) un giovane alle prese con il manifesto razzismo che impregna la rozza società occidentale di fine '800. Figlio di una giovane pellerossa e di un maestro giapponese, il ragazzo girovaga senza meta per il deserto cercando di ritrovare il padre scomparso. Salvato e accolto da una troika di sanguinosi tagliagole (da cui apprende l'utilissima arte di maneggiare il revolver), Sam comprende però presto l'abominio in cui la sua giovinezza sta consumandosi e abbandona pertanto i malviventi al loro peregrinare in cerca di banche da svaligiare per continuare la sua ricerca disperata. Il suo viaggio sarà duro e doloroso, ma il cammino gli permetterà d'incontrare gente d'ogni risma (escamotage abbastanza classico che permette agli autori di passare in rassegna tutti i topoi del genere: dalla puttana dal cuore d'oro al vecchio cercatore di pepite). 
C'è poco altro da dire su questo indimenticabile cartone animato, approdato in Italia alle idi degli anni 80 e capace di trattare temi forti come il razzismo e la perdita dell'infanzia (senza lesinare in tensione e crudeltà) guardando ora all'estetica dei film di Sergio Leone e ora al patetismo melodrammatico di Senza Famiglia. Il doppiaggio italiano dell'epoca risulta come al solito impeccabile e nel complesso la cura della casa nipponica circa i vari personaggi che compongono il nocciolo della narrazione si mantiene su livelli qualitativi più che apprezzabili, quantunque siano evidenti - visti con gli occhi smaliziati di un consumatore odierno di audiovisivi - i limiti della costruzione della storia, sovente schematica quando non abborracciata; ma sono oggi palesi anche le carenze della pura costruzione dinamica del prodotto, al pari della pressoché totalità dei cartoni animati provenienti dal Sol Levante in quegli anni vittima di numerose tare produttive dovute in massima parte alla velocità di realizzazione (staticità delle figure, imperizia nelle anatomie, fondali ripetuti all'infinito). Ma colpisce ancora oggi il grado di violenza subita dal protagonista, nonché l'ingenua ma sincera poesia toccata in alcuni episodi.

venerdì 25 luglio 2014

consigli contro l'afa...

(come promesso facciamo un breve break delle nostre ferie per suggerirvi un po' di begli audiovisivi per le vostre serate estive; presto, appena possibile, ci riaffacceremo con il listone di letture sotto l'ombrellone)
• Zulu. A leggerne in giro i pareri sono pressoché unanimi. Presentata lo scorso anno a Cannes e mai tradotta quaggiù in terra italica, questa pellicola diretta dal regista francese Jérôme Salle pare essersi meritata inesorabilmente l'archiviazione sotto la voce «poliziesco di pessima fattura». E in effetti, a volerne dare una esclusiva lettura dall'interno del canone, dal punto di vista della pura detection il film non offre spunti granché interessanti e anzi, nel raccontare di una nuova droga che sbanca tra i viziati ragazzi bianchi di Città del Capo facendoli impazzire sino a diventare assassini, è forse proprio il ricorso eccessivo agli stereotipi del thriller di matrice anglosassone che finisce per frenarne lo slancio, impedendo all'intero progetto di decollare verso quelle strade personali che pure s'intravedono nella buona mano del regista. Eppure vi sono altresì validi motivi per non gettare subito a mare quest'opera tratta dall'omonimo romanzo di Caryl Férey (pubblicato in Italia da Mondadori). Anzitutto la presenza di un cast solido e capace in cui primeggiano Forrest Whitaker e Orlando Bloom (quest'ultimo, bicipiti pompati e tatuaggi ovunque, per la prima volta si esibisce in un ruolo sfatto e problematico riuscendo, incredibile dictu, a convincere). E poi l'ambientazione: il Sudafrica post-Aparthied che fa da sfondo alle vicende regala alla storia una strana allure esotica che sovente presta il fianco a riflessioni non banali su razzismo e segregazione (con tutto che, sia chiaro, stiamo parlando di un "semplice" poliziesco e quindi non ci si aspetta dalla trama necessariamente abissi di profondità). Amalgama la ricetta una dose spettacolare di iperviolenza che, quando non scade nello splatter, regala allo spettatore momenti di pura tensione. Insomma, da rivalutare.
• The Bridge. Il «ponte» eponimo è quello al confine fra Messico e Stati Uniti ed è proprio su quel ponte che prende il via la splendida serie ideata da Meredith Stihem (Homeland). Un ponte sul quale viene ritrovato un cadavere sul cui assassinio vengono chiamati a investigare sia un detective messicano, Marco Ruiz (Demiàn Bichir, già visto in Weeds) che uno americano, Sonya Nord (Diane Kruger, uno spettacolo dai tempi di Troy). I due dovranno lavorare fianco a fianco per risolvere l’intricato caso che li porterà sulle tracce di uno spietato serial killer. Ad ogni nuovo delitto, la coppia si trova di fronte ad un nuovo “messaggio” inviato loro dall’assassino, e in una lotta contro il tempo (e senza esclusione di colpi) si ritroveranno a ricostruire tutti i tasselli del puzzle per catturarlo e impedirgli di uccidere ancora. Trasmessa esattamente un anno fa anche da noi in contemporanea con gli Stati Uniti, The Bridge, proprio come la fortunata The Killing (trasmessa in Italia sempre da FoxCrime), si basa su una serie nordica. È infatti il remake americano di Bron, serie tv del 2011 ambientata e realizzata al confine fra Danimarca e Svezia (su un altro “ponte” che separa due Stati). La seconda stagione sta macinando in questi giorni sfracelli in termini di ascolto.
• Penny Dreadful è un'altra bella serie, stavolta all'insegna dell'horror condito con zaffate di erotismo tutt'altro che velato. Per le strade di una Londra in piena fase vittoriana si aggirano contemporaneamente i più strani casi umani che la letteratura abbia mai partorito; può capitare di incontrare Dorian Gray o Frankestein et similia. Le vite di questi bizzarri individui finiscono per intrecciarsi con quelle, apparentemente più normali, di Ethan, un americano affascinante quanto indisponente, Malcom, un nobiluomo che non ha da tempo notizie della figlia scomparsa, Brona, un'avventuriera e Sembene, un tipo alquanto strano. A cercare di ripristinare l'ordine nel mondo ci pensa Vanessa, bellissima e misteriosa cacciatrice di creature non umane. Ma è giusto dare la caccia a quelli che, magari un po' sbrigativamente, la società ha bollato come dei mostri? La sofferente creatura del (qui molto giovane) dottor Frankenstein sembrerebbe riflettere, e far riflettere lo spettatore, sulla sua effettiva condizione di emarginato, di alienato, di essere a cui viene negato l'amore ed il rispetto. E la stessa Vanessa, di tanto in tanto, non si dimostra come una paladina della giustizia, ma piuttosto come un essere destinato a vivere perennemente in bilico tra bene e male, oscurità e luce. La serie trae ispirazione da un'omonima collana di novelle di genere horror che nella vecchia Londra potevano facilmente essere reperiti all'irrisorio prezzo di un penny. Penny Dreadful ha debuttato sul piccolo schermo nel maggio del 2014 riscuotendo da subito grande attenzione di pubblico e critica sia per il rimando immediato alla Lega degli straordinari gentlemen sia per l'effetto nostalgia generato dal richiamo dichiarato ai Mostri classici della Universal.
Infine • Blue Ruin, terso e atipico revenge-movie indipendente a firma Jeremy Saulnier che l'anno scorso stregò i festival di mezzo mondo (anche il Torino Film Festival) e che merita sicuramente, senza appello, un ripescaggio tra i guilty-pleasure estivi.
Permeata di un nerissimo e desolante umorismo, questa lucida odissea nel grottesco americano è un vero e proprio viaggio nelle case piene di armi e nelle leggi senza senso che negli Stati Uniti fanno da quadro a storie come quelle di Dwight Evans, protagonista senzatetto che vive di espedienti nel Maryland. Costui dorme nella sua vecchia Pontiac blu, si lava nei bagni delle case vuote, rovista nei cassonetti della spazzatura in cerca di cibo. Nel momento in cui scopre che l’assassino dei suoi genitori sta per tornare in libertà, decide di mettere in atto un’irrazionale vendetta.
Il regista è bravo e scrupoloso nel prendere la distanza giusta dal suo anti-eroe mentre ce lo mostra perseverare nei suoi istinti peggiori, noncurante dei rischi a cui tutto ciò lo espone. Frecce, fucili, carabine, e verso il finale persino quella che sembra una mitragliatrice. Blue Ruin mette in scena un bagno di sangue in cui affoga un'America rurale dove persone senza alcun peso sociale, pura white-trash che la crisi contribuisce solo a moltiplicare, lottano l'un contro l'altro armati senza alcuna regola, anche quando non ne hanno (come nel caso del protagonista) alcuna attitudine o destrezza. Dwight è disposto a tutto pur di portare la sua vendetta a compimento, e utilizzerà ogni arma e ogni metodo per pareggiare i conti. Finché non si fa prendere la mano, e lo spettacolo si farà folle e definitivo.
à tout à l'heure

domenica 18 maggio 2014

Gomorra, la serie: la accendiamo!

Dio che palle le critiche su Gomorra, nuova serie tv che Sky - a otto anni dal libro di Saviano e a sei dallo splendido film di Matteo Garrone - ha realizzato con grande dispiego di mezzi!
Com'era prevedibile, un fiume di (abbastanza sterili) polemiche ha accompagnato lavorazione e messa in onda delle prime puntate (sinora 4 su un totale di 12): il primo a schierarsi contro l'ennesima narrazione criminale di Napoli è stato il sindaco Luigi De Magistris, arrivato a chiedere che una parte dei diritti di cessione della serie venisse data a Scampia per iniziative benefiche. Il trailer ha fatto imbestialire anche gli A67, apprezzato gruppo di rap e rock alternativo attivo a Scampia, che sul loro blog hanno scritto: «la cosa che fa più male è la mistificazione di chi ha avallato e ha collaborato a questo schifo. Non si può e non si deve far passare questa operazione di business come l’urgenza di raccontare un territorio». Mentre, in queste due prime settimane di programmazione, i social network traboccano dello sdegno velenoso e dell'orrore dei residenti per la mercificazione del loro dramma quotidiano… come se occultare una fiction rendesse meno doloroso l'oltraggiosa carie mai curata che dilania un paese intero.
La verità è che Gomorra è, tecnicamente, una serie-bomba per gli standard italiani nonché, paragonata a ciò che accade nelle televisioni straniere, un prodotto eccelso in grado di competere senza vergogna in un ipotetico campionato internazionale dell'intrattenimento e anzi, chiunque si occupi di scrittura e cinema non può che emozionarsi dinanzi all'altissimo pregio (sinora) sfoggiato nel lavoro di Stefano Sollima (una garanzia: è lo stesso a cui fu affidato l'adattamento tv di Romanzo Criminale) e dei suoi partner Claudio Cupellini e Francesca Comencini che lo alternano dietro la mdp sotto l'egida organizzativa di Cattleya, Sky e La7.
Ambientata a Scampia, nella periferia nord di Napoli - già terra della sanguinosa faida tra il clan DiLauro e gli scissionisti - sullo sfondo delle vele, i giganteschi edifici di edilizia popolare nati tra gli anni 60 e gli anni 70 e vittima di un profondo degrado, la fiction s'impernia sulla rivalità di due fazioni malavitose: quella dei Savastano e quella dei Conte. Standard di recitazione elevatissimi (gli attori, tutti campani e poco conosciuti, parlano un dialetto difficilmente accessibile a chiunque abiti oltre il valico del Po) e ricostruzione perfetta del coté camorristico che strazia quelle aree, gli episodi sono piccoli gioielli pregni di ritmo, azione e adrenalina, partiture equilibratissime che mescolano con sapienza la giusta dose degli ingredienti necessari ad appassionare un pubblico non necessariamente solo nostrano.
Il resto - le grida inorridite, gli strepiti e le ipocrisie di una classe politica che sinora ha saputo financo colludere con il potere della mafia - è tutta fuffa (sulla presunta magnificazione del Male, lo stesso Saviano ha rilasciato dichiarazioni condivisibilissime: «Guardare alle serie televisive come a un ufficio stampa del Male è uno sguardo un po' superficiale. Possono al massimo dare spunti a chi ha già scelto di essere un criminale. Si torna sempre al punto di partenza: alla realtà che ha fatto fare una scelta del genere. Il film non può mai essere un'educazione al crimine. La realtà è già oltre, non è la fiction che può indurre qualcuno a intraprendere la strada del crimine nella vita. La materia su cui intervenire è quella realtà, non il film che la racconta»).
Finalmente, era ora che anche in Italia il piccolo schermo si desse una scrollata per mettere finalmente a nanna i vari santini incentrati su preti, carabinieri e cantanti degli anni Cinquanta (e, vi prego, qualcuno tappi la bocca una volta per tutte a Garko e la Arcuri: i loro telefogliettoni in salsa siculo-mafiosa, quelli sì sono indegni di un paese civile!)

lunedì 3 febbraio 2014

killer seriali nella Louisiana...

Sulla carta True Detective, nuova serie HBO che la rete sta osannando come il capolavoro televisivo dell'anno, non avrebbe nulla di particolarmente sbalorditivo. Trattasi infatti dell'ennesimo drama a fosche tinte ambientato nella provincia americana più sperduta. Il solito, tenebroso crime che gioca sulla contrapposizione dei personaggi principali, una coppia di poliziotti agli antipodi - uno umbratile e deduttivo, l'altro rude e più alla mano - che sembrano la trasposizione per il piccolo schermo dello Yin e Yang cinese. E poi c'è un'indagine poliziesca che di certo non si sdipana a partire da un evento tra i più originali: l'avvio della vicenda è dato infatti dall'omicidio di una prostituta, un delitto che nei prodotti di genere suona come pura routine.
Eppure - perché c'è un EPPURE grosso così - è sempre sulla carta che si trovano le risposte a tanto (giustificato) clamore. Anzitutto la sceneggiatura: Nic Pizzolatto, che ha interamente scritto e congegnato la serie, è un autore pieno di talento (ne parlammo qui, all'epoca dell'uscita italiana del suo splendido romanzo che purtroppo comprarono davvero in pochi) che, oltre ad essere un superlativo, efficacissimo scrittore southern, ha pure nel sangue quelle lontane venature italiche che ce lo rendono simpatico.
Poi c'è la regia del bravo Cary Fukunaga, (regista di Jane Eyre) che firma tutti gli otto episodi della prima stagione, conferendo uniformità stilistica al progetto e di fatto sancendo una nuova, importante declinazione del feedback tra tv e cinema: invece di imprigionarsi nella cadenzata serialità degli episodi, True Detective è architettato come un vero e proprio film, spezzettato in otto tranches a uso e consumo del piccolo schermo (infatti, ulteriore rivoluzione, ogni stagione prevederà protagonisti nuovi di zecca in storie confezionate nelle medesime modalità).
E qui veniamo al pezzo forte, appunto, i protagonisti. I nomi in campo dicono molto: alla garanzia impressa dal marchio HBO (basti pensare alla magnificenza di Boardwalk Empire) bisogna aggiungere il volto (e il talento) di Matthew McConaughey, da qualche anno passato dall'essere il sexy-bietolone delle commediole romantiche all'attore impegnato di Dallas Buyers Club, nonché la poliedrica e indomita bravura dell'evergreen Woody Harrelson, uno che di strada dai tempi di Cheers - passando per Natural Born Killers e Non è un paese per vecchi - ne ha fatta tantissima.
E così il piatto è servito: nella serie, splendida, interamente ambientata in una Lousiana angosciante e livida, il primo veste i panni di Rust Cohle, ruvido e solitario detective con un passato tragico che deve dare la caccia a un serial killer mentre il secondo, al suo fianco, interpreta Martin Hart, uno che si definisce un “regular-type dude” ma potrebbe avere qualche fantasma nell'armadio.
La loro storia si srotola su un arco temporale lungo 17 anni, tra due piani diversi: da un lato c'è l'indagine nel 1995, mentre a cornice di essa troviamo i medesimi protagonisti sottoposti a un interrogatorio dalla polizia nel 2012, quando il caso viene riaperto. Si deduce che tra i due non corra più buon sangue e che, apparentemente, il caso sia stato risolto. Ma l'ennesimo ritrovamento di cadavere fa capire che non è così.
È innegabile un certo - voluto - deja vù. Quasi un'atmosfera alla Hannibal in salsa cajun. Ma non è importante. Perché ciò che funziona, in True Detective, ciò che lo rende un prodotto davvero differente rispetto a qualsiasi cosa sia passato in televisione sinora non è tanto ciò che viene raccontato quanto il come.
La squadra produttiva opta infatti per un incalzare dimesso, infarcito di dialoghi sovente criptici (chi si aspetta azione e pistolettate, cambi direzione, questa serie non fa per lui). E il regista punta la macchina da presa costantemente sui due eroi riluttanti, l'uomo di famiglia incline al tradimento (Harrelson, la cui giovane amante è una tra le più cliccate teen-star del momento: Alexandra Daddario) e il detective geniale ma borderline (McConaughey), depresso e in lotta con la bottiglia. A quest'ultimo sono riservate le sentenze più oscure e nichiliste dell'intero svolgimento, e la tensione, tra santeria, psico-sfere e omicidi rituali, cresce a dismisura. Uno spettacolo.

venerdì 24 gennaio 2014

i pionieri incazzati di Kostner...

Dobbiamo all'ostinazione del direttore di Rete4 Giuseppe Feyles l'anelato sbarco anche sui nostri schermi di Hatfields & McCoys, splendida miniserie western in tre puntate diretta da Kevin Reynolds (Robin Hood) che si è guadagnata una carrettata di premi in patria e che ha saputo rilanciare (giustamente!) la carriera di un grande looser della cinematografia a stelle e strisce: quel Kevin Kostner che assurse a divo incontrastato di Hollywood proprio con un western (Balla coi Lupi) per cominciare un'inarrestabile china discendente per via di un altro western (Wyatt Earp di Lawrence Kasdan, massacrato da critica e pubblico negli anni '90 e in realtà, a modesto giudizio di chi scrive, non poi così malaccio) per oggi ritornare decisamente in auge e meritarsi un Emmy ed un Golden Globe grazie a una interpretazione solida, quella nel ruolo di uno dei capofamiglia protagonisti, sapientemente scritta e portata avanti dall'attore con mestiere e convinzione. Ma la miniserie può contare in realtà su un nutrito comparto di bravi interpreti: Tom Berenger (che in qualche maniera si ricongiunge qui col Kostner sconosciuto e "suicida" de Il Grande Freddo) e Bill Paxton in primis, ma anche Powers Boothe, Lindsay Pulsipher e Mare Winningham (quest'ultima già compagna di Kostner proprio in Wyatt Earp).
Tra gli innumerevoli motivi d'interesse di questo prestigioso prodotto televisivo, oltre al linguaggio decisamente «adulto» (non ci sono pistoleri agghindati in maniera fantasiosa, né duelli estetizzanti e inverosimili: in questo western le pallottole fanno male per davvero, la Frontiera è un posto aspro e crudele e sembra di sentire il fetore delle stalle e dei saloon tanto la messa in scena è rigorosa), risiede in realtà nella faida che funge da perno della storia: quella - assolutamente documentata - esistita tra il clan degli Hatfield e quello dei McCoy.
Queste due famiglie, sorta di Montecchi e Capuleti d'oltreoceano, rientrano di diritto tra le famiglie assassine che hanno fatto la storia del crimine statunitense. Non si tratta, si badi bene, di banditi rinomati o di efferati serial killer, ma di due «semplici» (ancorché numerose) famiglie di pionieri residenti nella stessa zona, tra il West Virginia e il Kentucky, che hanno impiegato decenni prima di riuscire a convivere senza pestarsi i piedi (o spararsi nella schiena).
il clan degli Hatfield televisivi...
La storia ebbe avvio, pare, nel 1865, quando Asa Harman McCoy decise di unirsi all’Esercito dell’Unione durante la guerra civile americana e per questo iniziò a venir disprezzato da molti dei residenti della zona, tra i quali alcuni membri della famiglia Hatfield (la serie sul background della contesa si attiene abbastanza fedelmente agli eventi reali, romanza giusto un poco sull'amicizia virile tra i due capofamiglia quando erano commilitoni tra le fila dei confederati). In guerra Asa Harman si ruppe una gamba e perciò mandato a casa: il 7 gennaio del 1865 venne ritrovato senza vita in una caverna poco distante dalla sua abitazione. Di quell’omicidio furono incolpati gli Hatfield e da quel momento i rapporti tra le due famiglie iniziarono a deteriorarsi.


...e quello, non meno minaccioso, degli Hatfield reali.
Pochi anni dopo, nel 1878, ci fu una violenta discussione per via di un maiale, di proprietà di Floyd Hatfield. Un bel giorno quel maiale entra nella proprietà di Randolph McCoy e quest’ultimo ritiene giusto appropriarsene. La vicenda finì davanti ad un giudice di pace, Anderson Hatfield, che diede ragione agli Hatfield, di cui era anche parente. Fondamentale fu la testimonianza di tale Bill Staton, imparentato con entrambe le famiglie. I McCoy non accettarono di buon grado la decisione del giudice e circa due anni dopo, i fratelli Sam e Paris McCoy assassinarono Staton, facendo passare l’omicidio come legittima difesa. Da quel momento successe di tutto.
Le innumerevoli ramificazioni delle due famiglie passeranno molti anni a venire a farsi la lotta e, in alcuni casi, persino ad unirsi in matrimonio, come nel caso di Roseanna McCoy e Johnse Hatfield e, successivamente, di quest’ultimo con la cugina di Roseanna, Nancy McCoy. Nel 1882 Ellison Hatfield venne ucciso con 26 coltellate da tre fratelli di Roseanna McCoy, successivamente uccisi da alcuni componenti della famiglia rivale. L’escalation di violenza raggiunse il suo culmine nel Capodanno del 1888: una posse composta da membri degli Hatfield circondò una casa dei McCoy e fece fuoco contro un’intera famiglia che in quel momento stava dormendo. Randal McCoy riescì a salvarsi, ma la moglie e due dei suoi figli rimasero uccisi.
Altri episodi di violenza si susseguirono ancora fino al 1891, quando le due famiglie decisero che troppo sangue era stato versato e che era giunto il momento di stabilire una tregua e mettere una volta per tutte la parola fine alle violenze. E ciò, miracolosamente, accadde.
Il film di Reynolds è assolutamente equilibrato nel mostrarci l'assurda follia che ha finito per abitare ambo le parti senza mai simpatizzare né per l'una né per l'altra delle due fazioni (anzi, pur riconoscendo al personaggio di Kostner un certo gradiente cool in più rispetto all'avversario impersonato da Paxton, il regista è attentissimo a non celare gli aspetti più violenti e razzisti del personaggio, che sovente si macchia di crimini odiosi «per il bene della famiglia»).
Gran bella serie, insomma. Ce ne fossero (e ce n'è, altroché, ma sempre in U.S.A. Ché noi quaggiù va bene Don Matteo;-)