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mercoledì 31 maggio 2017
mercoledì 21 ottobre 2015
figlio di cotanto padre...
«E mi sentii me stesso più di come mi fossi mai sentito, come se gli anni che avevo vissuto fino a quel momento avessero formato su di me degli strati di pelle e muscolo che altri vedevano come se fossi io mentre quello vero era rimasto sempre al di sotto e scrivere - anche scrivere male - avesse sbucciato questi strati e allora seppi che se volevo restare sveglio e vivo in questo modo, se volevo restare me, avrei dovuto continuare a scrivere».
I pugni nella testa
Andre Dubus III - (Ed. Nutrimenti)
lunedì 5 ottobre 2015
delitti tra il vero e la finzione...
«Mi è stato chiesto di raccontare la mia versione delle scienze forensi in merito alla fiction e ho provato a farlo in questo libro. L’idea è stata di mettere nero su bianco qualche dritta utile per chi abbia voglia di scrivere un giallo o un thriller o qualcosa in cui a vario titolo c’entrino le scienze forensi, magari una sceneggiatura. Qui può trovare uno spunto, un suggerimento, qualche esempio su come avvicinare l’argomento e due o tre cose che invece sarebbe meglio non fare.
Il libro vorrebbe essere utile anche a chi legge: ho iniziato a studiare le scienze forensi perché, da giornalista specializzata in serie Tv e spettacolo ma con un passato nella cronaca, mi ritrovavo a chiedermi se tutto quello che vedevo sul piccolo schermo fosse frutto della fantasia sfrenata degli sceneggiatori o se ci fosse qualcosa di vero. E anche da lettrice di gialli e thriller qualche domanda mi è capitato di farmela: ricordo come fosse ieri (e non era ieri, ne sono certa) l’incredulità mista a (morboso) interesse nel leggere i romanzi di Patricia Cornwell. Vero o falso? E poi c’era questa cosa di Jack Lo Squartatore che non mi mollava. Perché Jack Lo Squartatore è passato alla storia con “solo” cinque vittime? Praticamente è più conosciuto di Ted Bundy che ne ha ammazzate cinquanta, di persone. Non che sia un primato onorevole, certo. Ma la domanda sorgeva comunque spontanea. Così, ho abbandonato la pur utilissima Wikipedia optando per testi scientifici e studi approfonditi.
Per evitare che la tensione salga alle stelle: alcune cose sono più vere del vero e altre sono false come una moneta da tre euro. Nei romanzi e nelle serie Tv sono i ruoli ad essere più o meno strattonati a uso e consumo delle esigenze narrative. Proprio come diceva il detective in pensione del nyPd.
Scienziati forensi con poteri decisionali praticamente infiniti negli Stati Uniti pare non ne abbiano ancora visti.
E Jack Lo Squartatore è più famoso di Ted Bundy perché, ad oggi, il suo caso è ancora aperto mentre Ted è finito sulla sedia elettrica nel 1989».
Dietro la scena del crimineMorti ammazzati per fiction e per davvero
di Cristina Brondoni (Las Vegas edizioni)
uscita: 22 ottobre 2015
lunedì 28 settembre 2015
le vite di James (incipit)
«Il racconto ci aveva tenuti attorno al focolare col fiato sospeso, ma a parte l'ovvia osservazione ch'esso era raccapricciante, come doveva essere una strana narrata la vigilia di Natale in una vecchia casa, non ricordo che suscitase alcun commento finchè qualcuno disse ch'era quello il primo caso in cui s'imbatteva d'una simile esperienza toccata a un fanciullo. Si trattava bene, se ben ricordo, di un'apparizione in una casa altrettanto vecchia di quella in cui eravamo riuniti per l'occasione - una visione spaventosa apparsa ad un bambino che dormiva nella camera di sua madre e che l'aveva svegliata terrorizzata; svegliata non per vincere il suo spavento e per farsi teneramente riaddormentare, ma perchè lei stessa, prima di riuscirvi, si trovasse davanti alla medesima visione che l'aveva sconvolto.
Fu questa osservazione a provocare da parte di Douglas - non immediatamente, ma più tardi nella serata - una risposta che ebbe l'interessante conseguenza su cui richiamo la vostra attenzione. Qualcun altro aveva preso a raccontare una storia non particolarmente interessante ed io mi accorgevo ch'egli non ascoltava. Ciò mi fece capire che anch'egli aveva qualcosa da dirci e che si trattava soltanto di aspettare. Aspettammo infatti due sere: ma quella sera stessa, prima che ci separassimo, egli accennà a quel che aveva in mente.
- Sono d'accordo nei riguardi del fantasma di Griffin o di quel che fosse, che l'essere apparso prima al bambino d'un'età così tenera, aggiunge alla vicenda un fascino particolare. Ma per quanto ne so, non è la prima volta che un fenomeno tanto affascinante coinvolge un bambino. Se la presenza d'un bambino dà effettivamente un altro giro di vite, che ne direste di due bambini?»
Giro di Vite - Henry James (Oscar Classici Mondadori)
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mercoledì 23 settembre 2015
l'attacco di Canada...
«Prima di tutto parlerò della rapina commessa dai nostri genitori. Poi degli omicidi, che avvennero più tardi. La rapina è la più importante, perché fece prendere alla mia vita e a quella di mia sorella le strade che da ultimo avrebbero seguito. Non si capirebbe nulla della storia se prima non si parlasse di questo.
Se c'erano due persone sulla terra delle quali nessuno si sarebbe mai aspettato che potessero rapinare una banca, quelle erano i nostri genitori. Non avevano niente di strano, e ovviamente non erano dei criminali. Nessuno avrebbe pensato che fossero destinati a fare la fine che fecero. Erano persone normali: anche se, naturalmente, questo modo di pensare perse tutta la sua validità nel momento in cui fecero la rapina in banca».
Canada - Richard Ford (Ed Feltrinelli)
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sabato 19 settembre 2015
fulmini a Kansas City...
«Era una domenica mattina, la temperatura insolitamente
mite per dicembre. Un gruppo di musicisti sedeva sul bordo
del marciapiede di fronte a una pensione di Des Moines,
in Iowa.
Des Moines era una tappa di quello che all’epoca era
noto come il Circuito Balaban e Katz. Negli anni Trenta,
inserirsi nei vari circuiti spettacolistici era per un musicista
la maniera di vedere tante città, tanti panorami diversi. Il
Circuito Balaban e Katz, per esempio, partiva da Kansas
City e saliva fino a Lincoln, in Nebraska; poi a Omaha; di
lì a Des Moines, quindi a nord verso Minneapolis e St.
Paul; poi scendeva di nuovo a sud passando per Madison,
in Wisconsin, e per Milwaukee, per arrivare a Chicago,
quindi a Springfield, nell’Illinois, a St. Louis, e, dopo un
passaggio a Jefferson City in Missouri, di nuovo a Kansas
City. In quel girovagare se ne sentivano di musiche e anche
di parlate; e insieme a quelle, si incontravano tante donne.
Il rischio c’era, sempre, ma era l’avventura che valeva bene
tutti quei chilometri e quella fatica. Una volta sceso da quei
vagoni, ti stiracchiavi, se c’era tempo ti tiravi un po’ a lucido,
poi, con comodo, raggiungevi la sala da ballo, montavi
lo strumento, sistemavi la sedia pieghevole di legno, tiravi
fuori gli spartiti, ti accordavi, ti rilassavi; arrivata l’ora, il
jazz si scatenava da te come un lampo, un puledro scarmigliato.
E a quel punto ti sentivi vivo; era allora che dal tuo
strumento sgorgavano fascino, grazia, audacia; era allora
che la tua mente riluceva come oro del Klondike.
Per uomini come quelli, come per tanti altri, Kansas City
era la Mecca. Era stata per anni una vera città aperta,
grazie alla predominanza dei gangster locali e al regime
corrotto istituito dal boss politico Tom Pendergast; e proprio
in quegli anni era diventata terreno propizio alla creatività
febbrile che si manifestava sulle pedane delle orchestre.
Nel 1941, però, Pendergast si era ormai visto confezionare
un bel completo a strisce e la vibrante aura notturna
di Kansas City era in declino. La musica ormai aveva
cominciato ad andarsene dalla città, prendendo a ovest, a
nord e a est insieme con i musicisti, i quali, a Kansas City,
non avevano mai conosciuto né la Depressione né la disoccupazione.
Dalla fine degli anni Venti e per tutti i Trenta
avevano potuto suonare, sfidarsi, fare baldoria a tutte le
ore del giorno e della notte. In quella città-miracolo del
jazz, i vari stili e lo swing venivano minati e scavati come
vene aurifere o pozzi petroliferi e, se non tutte le notti, di
certo con costanza sufficiente a permettere che lì il ritmo
venisse sottoposto a un trattamento diverso, meno uniforme,
a uno swing che aveva un carattere tutto sud-occidentale.
Con il suo battito pulsante riusciva a cantare, oltre
agli inviti, ai richiami, alle grida e ai lamenti della carne,
anche l’anima.»
Fulmini a Kansas CityL’ascesa di Charlie Parker
Stanley Crouch (Ed. Minimum Fax)
lunedì 14 settembre 2015
gli orrori rurali di Baldini e Fabbri
«Enrico distoglie per un attimo lo sguardo dalla strada, cerca il pulsante del condizionatore e lo preme. Il ronzio cessa.
- Perchè hai spento, papà? - gli chiede Andrea. - Fa caldo.
L'uomo sorride, abbassa i finestrini della station wagon e l'aria irrompe e mulina dentro l'abitacolo. - È un caldo buono, profumato. Lo senti?
Il bambino si stringe nelle spalle. Annusa odori, più che profumi, un misto di sentori sconosciuti. Guarda fuori. La luce è forte, quella di un pomeriggio d'estate. Forte e gialla. La macchina corre in un mare di grano. Lui non ha mai visto una distesa simile, dorata, accarezzata da un vento secco che la fa muovere come se fosse davvero la superficie di un oceano strano, creato da uno di quei pittori che si divertono a cambiare i colori, a trasformare la realtà con la fantasia e l'estro di un'idea, di un momento, di un'allucinazione.
La strada deserta si srotola davanti a loro, stretta, come se si fosse fatta minuscola per non disturbare le piante, vere dominatrici di quel mondo.
Enrico rallenta, si rilassa sul sedile, si sgranchisce le vertebre del collo. - Siamo quasi arrivati - dice.»
Quell'estate di sangue e di luna
di Eraldo Baldini e Alessandro Fabbri (Einaudi)
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venerdì 11 settembre 2015
zombi de noantri...
«La sera in cui la morte tornò, gli alberi del viale che Adriano Karaianni percorreva ogni giorno per andare in ospedale si ricoprirono improvvisamente di fiori. Al mattino non li aveva notati, i rami erano ancora spogli, ed era strano perché di solito la primavera arriva di notte, quando dormono tutti. L’inverno finiva. Il verde scattò, le auto si rimisero in moto, e l’aria fredda che filtrava da fuori gli sembrò di colpo più nuova. Rabbrividì. Da sempre le cose che iniziano gli facevano paura.
Il giorno precedente, durante la prima ecografia, aveva provato la stessa inquietudine. Maria era incinta da quindici settimane, ma il cuore del bambino batteva già in modo furioso. Sul monitor si vedeva soltanto una specie di girino addormentato. Poi la ginecologa aveva alzato il volume e dalle casse era uscito un fruscio così fragoroso che si era chiesto come facesse un cuore di neanche un millimetro a essere già così vivo.
A quell’ora, il traffico era un groviglio di creature metalliche e semafori. Un istante prima che si togliesse il camice, Maria lo aveva chiamato per ricordargli di comprare il latte. Era tardissimo, ma forse il supermercato era aperto. Si guardò nello specchietto. I capelli erano già grigi. Aveva compiuto trentotto anni da un mese. Un gigante alto quasi due metri e pesante un quintale. Il bambino lo avrebbe visto così. Accese l’autoradio. Dietro di lui qualcuno suonò il clacson. Si rimise in movimento. Alla fine della strada, sulla sinistra, dopo una rotonda, vide l’insegna gialla. Le vetrine erano ancora accese e c’era un posto libero, non doveva scendere nel parcheggio sotterraneo. Si avviò a passi veloci nel portico, superò i carrelli e varcò l’ingresso. Un uomo in giacca e cravatta, due guardie giurate e una cassiera in grembiule, in piedi davanti alle casse, si voltarono a guardarlo.
- È aperto? Devo prendere solo una cosa, faccio in un attimo.
- Rimanga lì che gli blocchiamo l’uscita.
- Gli blocchiamo a chi, scusi?
- C’è un vecchio tutto nudo che non si fa prendere. Salta come un indemoniato.
- Come tutto nudo? Sono medico, magari sta male.
Un frastuono violento giunse dal fondo. Qualcosa di pesante era crollato. L’uomo in giacca e cravatta alzò la mano sinistra indicando verso il banco della gastronomia. Adriano notò che gli mancava una falange dell’anulare.
- Eccolo! L’ho visto! È là in fondo.
Una delle guardie scattò. Anche gli altri si mossero. Adriano sentì dei passi attutiti, rapidi. Fu in quell’istante che, per la prima volta, lo vide. Se ne stava là in piedi, immobile, a non più di cinque metri da lui. Nudo, dentro un corpo consunto di vecchio, magro e pallido come una betulla d’inverno. Aveva lo sguardo spaurito di uno catapultato in un altro universo. Lo guardò. Si guardarono. Sosteneva il suo sguardo, perplesso e incuriosito, ma pronto alla fuga.»
I primi tornarono a nuoto - Giacomo Papi (Ed. Einaudi)
Il giorno precedente, durante la prima ecografia, aveva provato la stessa inquietudine. Maria era incinta da quindici settimane, ma il cuore del bambino batteva già in modo furioso. Sul monitor si vedeva soltanto una specie di girino addormentato. Poi la ginecologa aveva alzato il volume e dalle casse era uscito un fruscio così fragoroso che si era chiesto come facesse un cuore di neanche un millimetro a essere già così vivo.
A quell’ora, il traffico era un groviglio di creature metalliche e semafori. Un istante prima che si togliesse il camice, Maria lo aveva chiamato per ricordargli di comprare il latte. Era tardissimo, ma forse il supermercato era aperto. Si guardò nello specchietto. I capelli erano già grigi. Aveva compiuto trentotto anni da un mese. Un gigante alto quasi due metri e pesante un quintale. Il bambino lo avrebbe visto così. Accese l’autoradio. Dietro di lui qualcuno suonò il clacson. Si rimise in movimento. Alla fine della strada, sulla sinistra, dopo una rotonda, vide l’insegna gialla. Le vetrine erano ancora accese e c’era un posto libero, non doveva scendere nel parcheggio sotterraneo. Si avviò a passi veloci nel portico, superò i carrelli e varcò l’ingresso. Un uomo in giacca e cravatta, due guardie giurate e una cassiera in grembiule, in piedi davanti alle casse, si voltarono a guardarlo.
- È aperto? Devo prendere solo una cosa, faccio in un attimo.
- Rimanga lì che gli blocchiamo l’uscita.
- Gli blocchiamo a chi, scusi?
- C’è un vecchio tutto nudo che non si fa prendere. Salta come un indemoniato.
- Come tutto nudo? Sono medico, magari sta male.
Un frastuono violento giunse dal fondo. Qualcosa di pesante era crollato. L’uomo in giacca e cravatta alzò la mano sinistra indicando verso il banco della gastronomia. Adriano notò che gli mancava una falange dell’anulare.
- Eccolo! L’ho visto! È là in fondo.
Una delle guardie scattò. Anche gli altri si mossero. Adriano sentì dei passi attutiti, rapidi. Fu in quell’istante che, per la prima volta, lo vide. Se ne stava là in piedi, immobile, a non più di cinque metri da lui. Nudo, dentro un corpo consunto di vecchio, magro e pallido come una betulla d’inverno. Aveva lo sguardo spaurito di uno catapultato in un altro universo. Lo guardò. Si guardarono. Sosteneva il suo sguardo, perplesso e incuriosito, ma pronto alla fuga.»
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lunedì 7 settembre 2015
battito meridionale...
«Fratè,» disse Rancio Fellone da sotto lu fico «e che te ne vuoi annà senza manco salutare».
Capa di Ciuccio lo spignette fino a lu fico.
Mò steva davanti a lu Fellone ca lo guardava cu nu sorriso ca vuleva essere amichevole senza ca ci riusceva.
«Stevo pazzianno apprima cu Caterina» dicette lu Fellone.
«Che vai trovanno» ci chiese Lorenzo.
«Solo ca ci bevimo nu bicchiere a la salute nuestra, ca ti sì addimostrato ommo. Poi te ne vai ndò ti pari, ca nun songo affari ca mi riguardano».
Lorenzo nun lo crereva e la proposta ci pareva strana. Pirò si risponneva ca no, sicuro lo stroppiavano di mazzate e accussì si perdeva pure l’appuntamento cu Caterina.
Nu bicchiere si poteva pure faci.
Macari lu Fellone era meno bastardo di chello ca pareva.
E poi int’a na mezz’ora arrivavano li musicisti a pruvà li strumenti, pirciò pericoli ne curreva pochi.
«Va buono» disse Lorenzo.
Lu campu di girasoli - Andrej Longo (Adelphi)
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venerdì 4 settembre 2015
il «maiuscolo» di Pynchon
«Palle-di-Neve han disegnato i loro Archi Volanti, costellando i Fianchi dei Capanni non meno che quelli dei Cugini, involando Copricapi nel Vento frizzante soffiante dal Delaware: le Slitte son sospinte al coperto e i loro Pattini asciugati e ingrassati con cura, le scarpe deposte nel Vestibolo sul retro, una Calata con le calze ai piedi sulla grande Cucina, in finalizzato Fermento fin dal Mattino, interpunto dai tinnenti Coperchi di vari Bricchi e Pentole fragranti di Spezie per Pasticci, Frutta sbucciate, Grasso di Rognoni, Zucchero caramellato... e i Fanciulli, sempre quasi di Volo, tra gli Schiaffi ritmati di Cucchiaio con Pastella, avendo ghermito per blandizie o rapina quanto loro possibile, proseguono, come ogni pomeriggio di questo nevoso Avvento, verso una Stanza accogliente sul dietro della Casa, arresa da anni ormai ai loro spensierati Assalti.»
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lunedì 13 luglio 2015
DeLillo (incipit)
«Ora il sonno lo abbandonava più spesso, non una o due bensì quattro, cinque volte la settimana. Che cosa faceva in quei momenti? Non passeggiava a lungo dentro gli arabeschi dell’alba. Non aveva un amico tanto intimo da sopportare il tormento di una telefonata. Cosa dirgli? Era una questione di silenzi, non di parole.
Cercava di leggere fino ad addormentarsi, ma riusciva solo a sentirsi più sveglio. Leggeva scienza e poesia. Gli piacevano le poesie scarne collocate minuziosamente nello spaziò bianco, file di tratti alfabetici impressi a fuoco nella carta. Le poesie lo rendevano cosciente del proprio respiro. L’essenzialità della poesia gli rivelava in un attimo cose che normalmente non notava. Questa era la sfumatura di ogni poesia, almeno per lui, di notte, in quelle lunghe settimane, un respiro dopo l’altro, nella stanza ruotante in cima all’appartamento a tre piani.»
Cosmopolis - Don DeLillo (Einaudi)
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martedì 30 giugno 2015
satira cupa e feroce made in USA...
«Ogni volta che un potenziale grosso investitore arriva per il tour, lo porto innanzitutto alla Chiusa trapiantata dal canale Erie. Abbiamo buoni duecento metri di canale laggiù e un plastico assai fedele di un accampamento di musi gialli. Mamma mia come siamo diventati rossi quando si è scoperto che il canale invece lo avevano costruito gli irlandesi. Non abbiamo soldi per correggere la svista, per cui più o meno ogni quarto d’ora un marchingegno nelle baracche rilascia una specie di aroma di cibo orientale.
Oggi il mio possibile Socio per la Ricostruzione Storica è il signor Haberstrom, fondatore di Cultura&Abbronzatura. È un’azienda di livello nazionale. Si sono inventati una biblioteca fornitissima all’interno dei locali per cui mentre fai la lampada urli il titolo del libro che ti pare a certe liceali sui pattini. Risaliamo il sentiero, lui è in tuta felpata e fuma il sigaro e io gli dico che ammiro il suo acume. Gli dico che certi uomini sono sognatori e altri esecutori. Mi domanda chi sono io dei due e gli rispondo ammettiamolo, sono il classico tipo che accompagna i sognatori sul sentiero a visitare il Segmento del canale. Lui approva. Dice che ho la testa sulle spalle. Mi tocca il braccio e dice che non vede l’ora di passare qualche istante di raccoglimento al canale perché tanto tempo fa suo bisnonno portava le chiatte e fu ucciso da un asino. Quando arriviamo alla radura si emoziona tutto e sfonda la sagoma di cartone del giocatore d’azzardo cinese. Non per essere volgare ma sento che è in arrivo un assegno bello corposo.
Quando però lo raggiungo vedo che le gang hanno colpito ancora con le bombolette spray, per tutta la mia Chiusa. Haberstrom rimira la scena. Poi mi picchietta addosso la punta sputazzata del sigaro e dice eh no, coi miei soldi te lo sogni, e ridiscende il sentiero come una furia.
Resto lì solo qualche minuto. L’ultima cosa che mi serve è lo sputo di un ciccione sulla cravatta. Penso di mollare tutto. Poi penso alla mia ultima avvilente infornata di curriculum. Duecento invii, zero risposte. Credo che a scorag giare i miei potenziali datori di lavoro sia il fatto che sono un umile Ispettore alla Verosimiglianza da nove anni senza uno straccio di promozione. Penso alla rata della macchina. Penso a quanto Marcus e Howie adorano la casetta giocattolo che non ho ancora finito di pagare. Decido anche stavolta di ingoiare il rospo e tenere duro.»
Bengodi e altri racconti
George Saunders (Minimum Fax)
martedì 23 giugno 2015
l'attacco di Garp...

«La madre di Garp, Jenny Fields, fu arrestata a Boston nel 1942 per aver ferito un uomo, in un cinema. Ciò avvenne poco dopo l'attacco giapponese contro Pearl Harbor e la gente era, allora, molto tollerante nei confronti dei militari - poiché tutti, d'un tratto, eran andati soldati - ma Jenny Fields, dal canto suo, era decisa di non tollerare il comportamento degli uomini in genere e in specie dei soldati. In quel cinema le era toccato cambiar posto tre volte, ma il soldato si spostava anche lui, standole sempre più addosso. Quando Jenny venne a trovarsi dietro una stupida colonna che quasi le impediva di vedere lo schermo, decise che non ci sarebbe mossa una quarta volta. Il soldato si spostò di nuovo e venne a sederle accanto.
Jenny aveva ventidue anni. Aveva piantato l'università senza neanche finire il primo anno, però aveva portato a termine la scuola da infermiera, e far questo mestiere le piaceva. Era una giovane donna di corporatura atletica, dalle guance sempre colorite; aveva i capelli bruni, lucenti, e una camminata che sua madre diceva mascolina: faceva oscillare le braccia; fianchi e sedere erano tanto snelli che, da dietro, sembrava un giovanotto. I seni - secondo lei - erano troppo grossi; Jenny pensava che, ostentando un tal petto, poteva passare per 'una donna facile e dappoco'.»
Il mondo secondo Garp - John Irving (Ed. BUR)
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domenica 21 giugno 2015
l'eterno ritorno di 'mpare Turiddu
«Turiddu Macca, il figlio della gnà Nunzia, come tornò da fare il soldato, ogni domenica si pavoneggiava in piazza coll'uniforme da bersagliere e il berretto rosso, che sembrava quella della buona ventura, quando mette su banco colla gabbia dei canarini. Le ragazze se lo rubavano cogli occhi, mentre andavano a messa col naso dentro la mantellina, e i monelli gli ronzavano attorno come le mosche. Egli aveva portato anche una pipa col re a cavallo che pareva vivo, e accendeva gli zolfanelli sul dietro dei calzoni, levando la gamba, come se desse una pedata.
Ma con tutto ciò Lola di massaro Angelo non si era fatta vedere né alla messa, né sul ballatoio, ché si era fatta sposa con uno di Licodia, il quale faceva il carrettiere e aveva quattro muli di Sortino in stalla.»
Cavalleria rusticana
Giovanni Verga (Ed. Bompiani)
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mercoledì 17 giugno 2015
certe volte si moriva...

«Il mondo aveva i denti e in qualsiasi momento ti poteva morsicare. Questo Trisha McFarland scoprì a nove anni. Alle dieci di una mattina dei primi di giugno era sul sedile posteriore della Dodge Caravan di sua madre con addosso la sua maglietta blu dei Red Sox (quella che ha 36 GORDON sulla schiena) a giocare con Mona, la sua bambola. Alle dieci e mezzo era persa nel bosco. Alle undici cercava di non essere terrorizzata, cercava di pensare: Questa è una cosa seria, questa è una cosa molto seria. Cercava di non pensare che certe volte a perdersi nel bosco ci si poteva fare anche molto male. Certe volte si moriva.
Tutto perchè avevo bisogno di fare pipì, pensò... quando poi il bisogno non era così terribile e in ogni caso avrebbe potuto chiedere a mamma e a Pete di aspettare un minuto mentre lei andava dietro un albero. Stavano litigando di nuovo, sai che novità, ed era per quello che era rimasta un po' indietro e senza fiatare. Era per questo che aveva lasciato il sentiero e si era messa dietro un cespo di vegetazione bella alta. Aveva bisogno di un attimo di respiro, ecco. Era stanca di sentirli bisticciare, stanca di fare la spensierata sempre di buonumore, quando era lì lì per gridare a sua madre: E lascialo andare, allora! Se ci tiene tanto a tornare a Malden e a stare con papà, perchè non lo lasci andare senza tante storie? Ce lo porterei io se avessi la patente, se non altro per avere un po' di pace e tranquillità!»
La bambina che amava Tom Gordon
di Stephen King (Sperling Paperback)
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STRALCI
domenica 14 giugno 2015
un attacco magnifico...
«Oltre lo schermo di cespugli che circondavano la sorgente, Popeye spiava l’uomo che stava bevendo. Un viottolo conduceva dalla strada alla sorgente. Popeye osservava l’uomo, alto, asciutto, senza cappello con calzoni di flanella grigia, lisi, una giacca di tweed sul braccio, che era emerso dal sentiero e s’era inginocchiato per bere alla polla.
La sorgente scaturiva dalla radice di un faggio, e scorreva su uno strato di sabbia ondulata. Era circondata da canne, da cipressi, eriche, un viluppo nel quale i raggi del sole, spezzati, parevano nascere da se stessi. A tratti, vicino eppur misterioso e nascosto, un uccello gorgogliava tre note, poi taceva.
L’uomo che beveva immerse la faccia nei riflessi molteplici della polla d’acqua, smossa dal suo gesto. Quando si rialzò, scorse, confuso col proprio, il riflesso ondulato del cappello di paglia di Popeye, sebbene non avesse udito nessun rumore».
Santuario - William Faulkner (Ed. Adelphi)
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SOUTHERN GOTHIC,
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giovedì 4 giugno 2015
i movimenti del Grande Lettore Ottavio Tondi
«Sebbene l’idea che non vi fosse alcuna differenza sostanziale tra un morto e il personaggio di un romanzo l’affascinasse, Ligeia non si sentiva di sposarla. Tondi insisté, argomentò con nuovi e più estremi esempi, cercando di convincere la ragazza, la quale finì per esasperarsi. Il 12 agosto, chiaramente turbata, gli ordinò di smetterla; non voleva più sentire parlare di quella storia. La si può capire. Io stesso, sul momento, nel leggere per la prima volta quei messaggi, rimasi sgomento. Mi tornarono alla mente persone che avevo perduto, persone che faticavo a mettere sullo stesso piano di chi vive soltanto nella fantasia di scrittori e lettori. Era dunque soltanto questo che Tondi aveva ricavato in tanti anni passati sui libri: un buco della serratura, un semplice origliare?
Avvertivo qualcosa di gelido e indecente in quell’idea, un’aridità che sembrava dare ragione al numero sempre maggiore di persone avverse ai libri, convinte che il toccasana per lo spirito non fosse la lettura ma il tenersi lontano dagli scrittori. La vera conoscenza non era fatta di carta ma di vita vissuta, un genere di vita dalla quale Tondi si era certamente allontanato. E tuttavia chi ero io per biasimarlo? Se adesso valutavo con sgomento le sue parole era solo perché avevo la possibilità di leggerle, e questa possibilità era tutt’altro che innocente. Potevo leggerle soltanto per un motivo infatti, perché avevo violato uno spazio privato, il suo profilo su Panorama.
Anch’io stavo sbirciando nell’intimità di un morto, ecco la verità».
Panorama - Tommaso Pincio (NN Editore)
giovedì 28 maggio 2015
incipit firmato Tartt...
«Tutta la vita Charlotte Cleve si sarebbe sentita in colpa per la morte del figlio, essendo stata sua la decisione di pranzare, in occasione della Festa della Mamma, alle sei del pomeriggio invece che a mezzogiorno, dopo la messa, come i Cleve avevano sempre fatto. Il cambiamento d'orario non aveva mancato di suscitare le proteste dei più anziani della famiglia. E pur trattandosi di una resistenza di principio nei confronti di qualunque novità, Charlotte ebbe in seguito a pensare che avrebbe dovuto tener conto del loro sordo malcontento, segno labile ma infausto di quanto in seguito sarebbe accaduto; un monito oscuro anche con il senno di poi, ma forse, invece, attendibile quanto tutti quelli che ciascuno di noi può sperare prima o poi di ricevere nella vita.»
Il piccolo amico - Donna Tartt (Ed. Rizzoli)
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venerdì 8 maggio 2015
la collina dei bambini (incipit)
«La ruspa si zittì a mezzogiorno meno dieci, e Gianni Vincenzi tirò un sospiro di sollievo. - Meno male - , borbottò, - hanno deciso di fermarsi un po' prima, stamani.
Stavano sbancando la cima della collinetta da tre giorni, e quell'ossessivo, fragoroso ruggito non dava tregua, non gli consentiva di concentrarsi sullo schermo del computer. Lavorava all'ultimo capitolo di quello che sarebbe stato il suo secondo libro, e aveva bisogno di pace e di silenzio. Ma neppure coi tappi nelle orecchie riusciva a ottenerli, e non capiva se a disturbarlo davvero fosse quel po' di rumore che trapassava le palline di cera, o la rabbia per la tranquillità perduta. Perduta forse per sempre.»
in Gotico Rurale - Eraldo Baldini (Ed. Frassinelli)
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giovedì 30 aprile 2015
praticamente un classico...
«Un ragazzo ho mandato alla camera a gas di Huntsville. Uno e soltanto uno. Su mio arresto e mia testimonianza. Sono andato a trovarlo due o tre volte. Tre volte. L'ultima volta il giorno dell'esecuzione. Non ero tenuto ad andarci, ma ci sono andato lo stesso. E non avevo certo voglia. Aveva ammazzato una ragazzina di quattordici anni e posso dirvi subito che non ho mai avuto questa gran voglia di andarlo a trovare né tantomeno di assistere all'esecuzione però ci sono andato lo stesso. I giornali scrissero che era un crimine passionale e lui mi disse che la passione non c'entrava niente. Lui con quella ragazzina ci usciva insieme, anche se era così piccola. Il ragazzo aveva diciannove anni. E mi disse che da quando si ricordava aveva sempre avuto in mente di ammazzare qualcuno.»
Non è un paese per vecchi
Cormac McCarthy (Ed. Einaudi)
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