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lunedì 24 agosto 2015

8 film che hanno reso agosto meno infernale (o forse no)

(No, non siamo ancora tornati operativi al cento per cento, però volevamo cominciare a scaldare i motori per settembre provando a srotolare una manciata di pellicole che abbiamo visto - o rivisto - durante questa torrida e crudele estate).
1) Giovani si diventa è un intrigante film sull’età adulta e sulla diversa percezione del tempo che ogni generazione si porta appresso. Una pellicola dai molti momenti spassosi capace di intavolare una riflessione sull'abuso dei social e sull'odierno concetto di esperienza che regola le nostre vite ma anche sull’orizzontalità e sulla verticalità con cui impastiamo il nostro quotidiano. Ben Stiller e Naomi Watts sono una tipica coppia newyorkese che, alla soglia dei 40 inverni, fatica a trovare gli stessi stimoli che alimentavano la loro giovinezza. L'incontro con una coppia di neo-sposini ventenni (Amanda Seyfried e Adam Driver) darà lorò la scarica di adrenalina che stanno cercando, ma sarà anche l'occasione per capire che essere giovani non è soltanto una questione anagrafica. Il regista candidato all'Oscar Noah Baumbach mette a segno una commedia forse imperfetta ma notevole, che - almeno nella prima parte - evoca le atmosfere dei migliori film di Woody Allen regalandoci numerosi spunti interessanti sull'età che avanza. Peccato solo per un secondo tempo oggettivamente fiacco, con la caduta delle maschere molto poco convincente e uno Stiller costretto a reiterare all'infinito il proprio personaggio di nevrotico standard. Esaltante quando si ironizza sulle differenze tra le epoche (i quarantenni iper-tecnologici e sempre connessi per sembrare giovani e i ventenni innamorati dei vinili e dei taccuini moleskine perché fanno figo) il film sembra un po' sfiatato quando aggredisce il nodo centrale della storia, ovvero la focalizzazione del discorso sul valore intrinseco delle cose: siamo proprio sicuri che ogni canzone equivalga a un’altra, che i Goonies valga Quarto potere, che tutto ciò che è già stato scritto, composto, filmato etc., sia a nostra disposizione, senza prezzi da pagare o apprendistati da superare? La commedia non riesce nemmeno a formularla correttamente, questa domanda, ma balena taciuta nello spettatore e questo è in fondo già un buon risultato.
2) Fantastic Four nella nuova, ennesima versione rivisitata lo aspettavamo con quel misto di curiosità perversa e certezza dello svacco. A dirla tutta non ci voleva granché per aspettarsi il flop che infatti in America è arrivato puntuale, anche perché oggettivamente, al netto di una prima parte dotata di qualche frisson scientifico (anche se infarcito di troppe tecno-bubole), la pellicola sbaglia decisamente l'approccio: quei quattro supertizi sullo schermo non sembrano proprio quelli creati da Kirby e Lee e tutte le dinamiche che hanno fatto grandi quei personaggi (gli scazzi tra Johnny e Ben, l'amore tra Reed e Sue) restano appena abbozzate, compresse in un mare di dialoghi che non c'entrano il bersaglio. Ogni potenziale - che pure si avverte, perché il regista Josh Trank non è un fesso - deraglia in un mare di semplificazioni e locations claustrofobiche (il film è quasi interamente ambientato nel laboratorio del Baxter Building). Dispiace, anche per il bel cast ordito, ma sembrava scritto già nell'annuncio di lavorazione, che questo film avrebbe preso questa terribile piega.
3) Night Moves ce lo eravamo perso tempo fa perché, semplicemente, non si può stare dietro a tutto. E mal ce ne incolse, poiché trattasi di un solido noir dell'anima che immortala con cognizione e abilità le paludi della mente che si celano dietro ogni idealismo estremo. I "movimenti notturni" del titolo sono riferiti al nome di una barchetta con cui un trio di scalcagnati ambientalisti radicali mettono a segno un attentato, ma è evidente che la regista Kelly Reichardt (avevamo già parlato di lei e del suo strano e toccante western) ammicchi ai moti che alimentano lo spirito dei tre personaggi che nel film si incontrano per mettere in atto la più grande protesta della loro vita: far esplodere una diga idroelettrica. Harmon è un ex marine, radicalizzato dal servizio prestato oltreoceano. Dena ha abbandonato il mondo dell’alta società, disgustata da quel consumismo in cui è nata. Infine Josh, figlio del ceto medio che lavora in una fattoria biologica, è un militante formatosi da solo e impegnato nella difesa della Terra con qualsiasi mezzo necessario. Lo spettatore assiste al momento in cui i tre eco-terroristi si incontrano, comprano 200 kg di fertilizzante con ammonio, organizzano le tappe dell'attentato e così via. Poi, quando calano le tenebre e la barca dev'essere condotta alla diga, si scivola man mano verso una tensione che è sottilissima eppure palpabile (interessanti le performance degli attori, con consueta prova superlativa per un Jesse Eisenberg controllato ma ormai a rischio tic).
4) di Wild avevamo letto tanto e perlopiù bene, a maggior ragione visto che stiamo parlando del più recente lavoro di Jean-Marc Vallée, cineasta che ci aveva favorevolmente colpito con Dallas Buyers Club; dobbiamo purtroppo constatare che invece trattasi di grande bluff e questo nonostante l'ottima prova di una Reese Witherspoon sempre più convincente e la sceneggiatura (addirittura!) di quel furbone di Nick Hornby. La storia, vera e con rimandi immediati a quella di Alex Supertramp (ma senza l'alone mitico di quest'ultimo) narra di una ragazza rimasta sola con il proprio fratello dopo la morte improvvisa della madre (dal padre i due si erano allontanati anni prima per eccesso di violenza) e la fine del proprio matrimonio. Persa nella dipendenza dall'eroina e ossessionata dal sesso, la protagonista decide di affrontare il Pacific Crest Trail a piedi, più di 1.600 Km in totale solitudine macinati in più di due mesi nel tentativo di rivedere il proprio approccio alla vita e determinata a superare con un'impresa che pare superiore alle sue forze il gap esistenziale in cui sembra essersi bloccata, ma alla pellicola manca il nerbo e l'identità per raccontare una vicenda siffatta, nonché una maniera personale di affrontare l'immersione totale nella wilderness. Perchè Vallée conduce la propria protagonista più nelle stagioni che nei luoghi, sorvola le particolarità degli ambienti per guardare sempre da vicino il personaggio cosìcché gli unici paesaggi visibili sono ripresi nelle maniere più convenzionali. Più che un film di grandi scenari Wild è un film di vedute, uno in cui la pioggia suggerisce scene tristi, la neve momenti teneri e la violenza del caldo attimi pericolosi. Peccato, mannaggia!
5) Wicked Blood è una pellicola di quest'anno che probabilmente non vedremo mai nei nostri lidi e forse tutto sommato è cosa buona e giusta, perché trattasi di un prodotto che ha nella sua faretra numerose frecce appuntite ma anche un bagaglio indicibile di grossolani errori. Scritto e diretto da Mark Young, regista di qualche talento, il film racconta la storia di un diroccato paesino del sud gestito da un losco signore della droga, Frank (Sean Bean, caratterista di mille pellicole e nome noto di Game of Thrones). Lo spettatore segue la protagonista Hannah (Abigail Breslin, la ex bambina di Little Miss Sunshine), un'adolescente disincantata che dietro l'attitudine emo cela un'intelligenza spietata (lo capiamo vedendola consumare la sua passione per gli scacchi), mentre si appresta a lavorare nell'azienda di famiglia (è nipote del boss) per tirar su qualche soldo. In un'atmosfera che richiama non di rado il Missouri diruto e illegale di Winter's Bone, la giovane comprenderà presto che avere a che fare con il proprio clan criminale può essere davvero pericoloso. Lew Temple e Alexa Vega appaiono in ruoli di supporto e la Breslin si conferma attrice dotata anche se deve fare attenzione ai copioni che accetta, mentre è sempre divertente vedere Sean Bean in azione, soprattutto quando imita il solido accento strascicato degli stati del deep-south. Il resto delle prestazioni non riserva nulla di spettacolare, ma ci sono sicuramente cose interessanti: alcune immagini sono ben costruite, le ambientazioni perfette e il ritmo è notevole, ma la trama sembra talvolta un po' confusa e qua e là il dialogo sembra riferire al pubblico ciò che sta già vedendo. Le caratteristiche dei personaggi di contorno così come le dinamiche esistenti tra di essi spesso sono suggerite a parole più che mostrate sullo schermo, come se il budget miserrimo avesse tarpato ogni estro creativo anche in fase di scrittura. Tutte le scene si svolgono in una serie limitata di luoghi, il che  favorisce in chi guarda una certa sensazione di "svolgimento in trappola". Il motociclista Bill Owens (James Purefoy) che ha una parte importante nella risolutiva retata finale che è (dovrebbe) rappresentare la catarsi di chiusura riassume pregi e difetti del film quando dice: «Io sono una piccola parte di una grande operazione». Ecco, il film ha tutte le carte in regola per affascinare, ma sarebbe stato bello vedere il resto della "operazioni più grande".
6) L’A.S.S.O. e cioè l'Amica Sfigata Strategicamente Oscena (adattamento equilibrista di DUFF, Designated Ugly Fat Friend), non è più la secchiona vestita scrausa degli anni '80, nè quella problematica dei '90 o ancora l'emo patibolare d'inizio millennio, piuttosto è una ragazza sveglia e dalla lingua sciolta, un geek pensante che solo una società votata al culto della popolarità transeunte come la nostra può ancora emarginare. Classico teen-movie dai non pochi meriti, L’A.S.S.O. nella manica è una gustosa sorpresa che rimescola i canoni del genere e inventa nuovi archetipi aggregando le più popolari della scuola assieme alle sfigate per rivitalizzare la concezione stessa di looser (non è più qualcuno che non riesce a rilucere per limiti congeniti ma una persona semplicemente interessata ad altro) e provare a raccontare ai ragazzi - ovvero il target primario del film - una storia d’amore che superi il concetto di “conquista” di un modello di bellezza che appare inarrivabile e ruoti invece intorno alla compatibilità. Il risultato, grazie anche all’uso di un umorismo sagace, è quasi eccelso. Pur avendo tra le mani una storia decisamente già narrata (evidenti gli echi di My fair Lady), il cineasta americano Ari Sandel riesce a rendere il racconto frizzante e contemporaneo. Perché se apparentemente si parla "solo" di amicizia e sentimenti, la pellicola sonda in maniera non sciocca anche il cambiamento di questi ultimi ai giorni nostri, e come tutto sia divenuto più multimediale e pericoloso per gli adolescenti. Ogni passo falso o giudizio negativo può divenire mainstream in pochissimi secondi e il cyber bullismo nelle scuole è divenuto sempre più diffuso. Ovviamente non si tratta di un capolavoro ma si sorride senza sensi di colpa e la protagonista Mae Whitman (già figlia del presidente in Indipendence Day) dimostra la giusta verve. È pura Hollywood addomesticata, s'intende, ma svolazza leggero leggero.
7) Strangerland è la riprova del fatto che, messi da parte botulino e Scientology, Nicole Kidman è ancora una grande attrice (noi non l'abbiamo mai dubitato). A metà strada fra il dramma e il thriller psicologico, il film diretto da Kim Farrant ha debuttato qualche mese fa al Sundance Festival e, benché apparentemente molto lontana dai circuiti mainstream del cinema hollywoodiano, non è comunque una pellicola destinata a passare inosservata, considerando i nomi di spicco che ne compongono il cast: oltre alla Kidman, brava e intensa, anche Hugo Weaving e Joseph Fiennes in grande spolvero. La storia verte su due coniugi che tentano di rimettere insieme i pezzi del loro matrimonio avviando una nuova esistenza nella remota e desertica città australiana di Nathgari. Mentre si avvicina una terribile tempesta di sabbia, la vita della coppia è sconvolta quando i loro due figli scompaiono nel deserto. Mentre Nathgari viene avvolta da una polvere rossa e densa, ad aiutare la coppia nella ricerca arriva l'agente di polizia David Rae. Presto appare chiaro che qualcosa di terribile è accaduto ai due ragazzini. Tragedia familiare a tinte forti il film ha momenti pesanti ma anche interpretazioni da Oscar. Noi, a dispetto di qualche tempo morto, lo promuoviamo in pieno.
8) Le belve, storia di due giovani imprenditori del traffico di stupefacenti che si mettono contro il cartello messicano, lo avevamo visto di sfuggita quando uscì, nel 2012. Ricaptato in tv con gli occhi di oggi e metabolizzata un po' la cotta verso lo scrittore che c'è dietro il romanzo iniziale (Don Winslow, bravo come pochi ma pure un po' ripetitivo) il film si lascia ancora guardare ma oggettivamente ha dei limiti che rendono nulli i pur numerosi punti a favore: pulp fino al midollo, Le belve è una "storiaccia" tutta droga, sesso e ambizione, e per raccontarla Oliver Stone (uno che quando vuole sa esattamente dove piazzare la mdp) è quasi obbligato ad usare tutti gli strumenti (ab)usati in anni e anni di cinematografia del genere. A cominciare ovviamente dall'uso della voce off, quella di Ofelia - fidanzata di entrambi i protagonisti - che non solo sa di muffito ma inanella perle di saggezza imbarazzanti: all'inizio ci avvisa che potrebbe non essere viva sino alla fine, poi c'introduce uno ad uno i personaggi, i suoi due amanti («Chon fa sesso, Ben fa l'amore»), i collaboratori e i nemici. Scritta con incredibile pigrizia, la pellicola ha una confezione impeccabile, laccata e sfacciatamente cool: ma non basta la professionalità a salvare un'operazione che sa di posticcio lontano un chilometro.

giovedì 25 giugno 2015

10 libri southern gothic che devi assolutamente leggere...

dopo il duplice listone sul cinema southern gothic (il primo qui e il secondo qui) e quello sulla declinazione in chiave splatter-gore dei suoi modelli, oggi proviamo a stilare un decalogo di letture -  tutte reperibili in italiano - in grado di esplicitare le coordinate basiche del genere (famiglie disfunzionali in odore d'incesto, un elevato gradiente di fanatismo religioso che non di rado si mescola alla magia nera e al vudù, un certo disfacimento morale che ben si assomma al clima torrido e bruciato dal sole delle storie e, ovviamente, l'ambientazione delle medesime all'interno dell'area meridionale degli USA).
• Santuario (Adelphi), di William Faulkner. Ne parliamo spesso, e con gli occhi lucciconi, quaggiù, e non potrebbe essere altrimenti: romanzo sensazionalista del grande bardo del Mississippi, che lo scrisse con il dichiarato intento di guadagnarci un po' di vile pecunia, il libro definisce toni ed atmosfere che saranno poi replicati all'infinito nella letteratura americana meridionale dei decenni a venire. André Malraux dette di questa cruda vicenda una definizione rimasta famosa: «L’irruzione della tragedia greca nel romanzo poliziesco». Siamo nel Sud, negli anni della depressione e del proibizionismo. Un gruppetto di piccoli gangster capeggiati dal degenerato Popeye ha trasformato una vecchia bicocca in una distilleria clandestina. Una sera, in cerca di whisky, si presenta, accompagnata da un coetaneo, Temple Drake, una studentessa diciottenne «non più proprio bambina, non ancora donna». Intorno alla sua bellezza acerba, al suo corpo involontariamente sensuale, si condensano tutte le tensioni dei presenti. Popeye, che è impotente, in una famosa scena di crudo realismo, la violenta con una pannocchia e poi, nel crescendo parossistico, uccide uno dei suoi complici. Popeye fugge trascinando Temple con sé. Il distillatore di alcol complice di Popeye viene arrestato per omicidio ma non arriverà in carcere perché la folla inferocita lo brucia vivo. Popeye intanto porta Temple a Memphis affidandola alla tenutaria di un bordello. Qui la ragazza scopre la sua naturale inclinazione verso il male e sprofonda nella vergogna. Nello stesso tempo però s’innamora più o meno di un giovane al quale Popeye la costringe a darsi, lui presente. Temple troverà la forza di fuggire quando avrà perduto anche la sola persona con la quale aveva stabilito quel tenue legame affettivo. Un libro necessario.
• La saggezza è nel sangue (Garzanti), di Flannery O'Connor. «Il libro fu scritto di gusto e, se possibile, bisognerebbe leggerlo nello stesso umore. È un romanzo comico che tratta di un cristiano suo malgrado e, in quanto tale, serissimo, perché tutti i romanzi comici d'un qualche valore debbono trattare questioni di vita e di morte». Con questa particolare avvertenza ironica la monumentale scrittrice di Savannah accoglie chiunque legga il suo primo romanzo (ne scriverà solo un altro, il Cielo è dei violenti), un libro edito per la prima volta nel 1952 grazie al quale l'autrice riuscì a conquistare una fetta sterminata di lettori nel mondo ma anche a suscitare un numero indescrivibile di polemiche e critiche. Perché Wise blood (letteralmente «Sangue saggio») è un testo che racchiude un'ironia atroce e tagliente: un romanzo capace di sbeffeggiare un certo tipo di religiosità attraverso una prospettiva nuova e profondissima, quella della O'Connor appunto, che nel 1952 non era ancora famosa ma che fu in grado di manipolare argomenti scottanti come il fanatismo e l'ipocrisia cattolica con strumenti stilistici che influenzeranno generazioni intere di scrittori. Flannery O'Connor diventò con questo libro una delle voci più geniali della letteratura americana del Novecento. La storia di Hazel Motes, il giovane «cristiano suo malgrado» che predica la «Chiesa della Verità senza Gesù Cristo Crocefisso» è oggi un caposaldo del genere. Hazel, detto Haze, (il cui nome significa “nebbia” e il cognome mote, la pagliuzza, che si vede negli occhi degli altri) fin da piccolo si convince che il mezzo per evitare Gesù «consistesse nell’evitare il peccato» e quando arriva a Taulkinham, meta del suo viaggio in treno, (dove «nessuno prestava attenzione al cielo», nero puntellato da strisce d’argento simili a impalcature) dà inizio alla sua predicazione. Sulla sua strada Haze incontrerà un altro predicatore che finge di essere cieco dopo aver provato ad accecarsi senza esserci riuscito, e incontrerà il giovane Enoch Emery, che «aveva il sangue che la sapeva lunga». Procedendo nel suo itinerario per strade, pensioni, e bar che sono parte del mondo comico e buffo che è il Sud, il protagonista proseguirà integro e determinato nel raggiungimento del suo obiettivo. Ma la sua stessa integrità lo condurrà proprio dove non vuole essere condotto: dal nichilismo alla Redenzione. Capolavoro.
• A sangue freddo (Garzanti), di Truman Capote. «Tutto il materiale di questo libro non derivato da mia osservazione diretta o è stato preso da registrazioni ufficiali o è il risultato di colloqui con le persone direttamente interessate, e molto spesso di tutta una serie di colloqui che si sono protratti per un tempo considerevole». Scrittore, sceneggiatore, drammaturgo ed esponente di spicco del jet set, Capote è stata una delle personalità più originali e acute del suo tempo. La portata rivoluzionaria di questo suo reportage in chiave narrativa è rimasta ineguagliata, soprattutto per la sua capacità di ridefinire stilemi e modalità compositive. Quando fu pubblicato, nel 1966, A sangue freddo suscitò una serie di polemiche di carattere letterario ed etico-sociale. L'autore venne accusato, tra l'altro, di voyeurismo cinico, per aver voluto registrare «oggettivamente» un fatto di cronaca nera, anzi di violenza gratuita, avvenuto nel cuore del Middle West agricolo: lo sterminio brutale di una famiglia da parte di due psicopatici. Nel libro, la visione puntuale delle dinamiche della vicenda, ottenuta grazie all'assidua frequentazione dei colpevoli, giustiziati dopo un processo durato sei anni, è filtrata e riscattata attraverso una così sapiente e originale elaborazione stilistica, che questo testo del polimorfo e dotatissimo scrittore costituisce ancora oggi un termine di riferimento di ogni problematica «oggettualistica», non soltanto narrativa. Seminale.
• Il cuore è un cacciatore solitario (Einaudi), di Carson McCullers. Quando la McCullers, fondamentale scrittrice USA, nata e cresciuta in Georgia (1917-1967), scrisse questo romanzo aveva solo ventitré anni. Ma la maturità della sua voce risulta ancora oggi impressionante. Scritto in un momento di grave infermità, lo pubblicò nel 1940: il libro affronta con potente lirismo i temi dell'alienazione e della solitudine. Riconducendoli ad un universo poetico che potrebbe fare il paio con le fotografie di Walker Evans o ancora meglio con le tele di Edward Hopper. Le prime pagine del romanzo sembrano infatti restituire al lettore l'opera forse più conosciuta del repertorio del grande pittore precisionista, Nighthawks (i nottambuli), un locale asettico, dalla cui immensa vetrata emergono quattro anime, il barista e tre avventori al bancone, il primo di spalle, altri due uno accanto all'altra ma non di meno soli, isolati, privi di slancio. Così nel romanzo: quattro protagonisti gravitano intorno alla figura del sordomuto John Singer, un mite e tranquillo orologiaio (come il padre della scrittrice nella realtà), passivo interlocutore scelto come depositario delle angosce di tutti gli alienati e disadattati di una piccola città del profondissimo sud. Prigioniero del silenzio, John non può ascoltarli ma, impossibilitato a farsi carico delle loro pene, arriva a giustificarne la violenza e i ricorrenti vizi per mezzo dei quali queste figure tragiche tentano di lenire la propria incurabile solitudine. Tenta di leggere faticosamente le parole sulle loro labbra e di rispondere col movimento delle mani affusolate per alleggerire il fardello del loro tristo destino («Il ricco lo considerava ricco quanto lui, il povero lo paragonava a se stesso… Ognuno descriveva il muto quale lo voleva»). E paradossalmente, il silenzio di Singer finisce per fornire una qualche risposta alle urla represse di chi gli sta attorno: poiché i suoi occhi sembrano comprendere «altro» (segreti, dolori, aspirazioni e sconfitte). Tra il muto e i quattro comprimari (un vedovo proprietario di un piccolo caffè, una strana ragazzina con la passione per la musica, un fallito agitatore socialista col vizio dell’alcol e un medico nero marxista e disilluso) si stabilisce un delicato equilibrio che finirà tragicamente: Singer, perduto l’amico, verrà a sua volta travolto dalla solitudine arrivando a togliersi la vita con uno sparo. Straziante.
• La via del tabacco (Fazi), di Erskine Caldwell. Il meridione di Caldwell è un Sud atavico e rurale, privo di aloni romantici: sconfinate distese di terra fiaccate dalla siccità e da un sole perennemente a perpendicolo, fette di mondo popolate da un'accozzaglia di poveracci cui la ferocia della Grande Depressione ha sottratto ogni prospettiva futura, gente ridotta allo stato brado da una crisi economica che ha fagocitato torme di nullatenenti costringendoli a vivere di stenti mentre una ristretta cricca (la solita) di maggiorenti rimpinguava impunita le proprie casseforti. Attraverso un'ironia sottotraccia che non si perita di sfiorare il grottesco, questo grandissimo scrittore ha avuto il coraggio di mostrare alla ridente e fiduciosa America la propria faccia più oscura, quella più torbida e sgradevole, descrivendo il baratro di degradazione in cui l'uomo precipita quando è costretto a mollare gli ormeggi della dignità. La Via del tabacco fu il li che regalò in breve un posto d'onore nell'Olimpo della Grande Letteratura (assieme sicuramente a il piccolo campo, altra opera rappresentativa dell'autore). La vicenda narrata dal libro è da intendersi come una dirompente denuncia al sistema capitalistico e descrive, con piglio espressionista non privo di elementi comico-grotteschi, i drammi - quelli sì, molto realistici - della povertà, dell'ignoranza e dei contrasti razziali tra la gente delle campagne degli Stati del Sud. Protagonisti sono quindi questi «poveri bianchi» della Georgia («white-trash» è la definizione corrente), caratterizzati da un'ottusità quasi parodistica, figlia di un'estrema miseria materiale e morale. Il fulcro del racconto è la famiglia Lester: la moglie Ada, la cui unica aspirazione è avere un vestito e un cappello nuovi, la vecchia nonna sempre alla ricerca di cibo e tabacco, la piccola Pearl, infantilmente atterrita dal marito cui suo padre l'ha letteralmente venduta, Dude, il figlio sedicenne un po' svalvolato, e Bessie, la predicatrice quarantenne che se lo è sposato. Ma su tutti campeggia il capofamiglia Jeeter che da anni si ostina a coltivare il cotone, rifiutandosi di andare a lavorare in fabbrica - dove potrebbe guadagnare abbastanza da mantenere la famiglia. Unico e inesorabile.
• Figlio di Dio (Einaudi), di Cormac McCarthy. Il romanzo è un’esplosione di macabra e “impietosa” pietà: Lester Ballard, il protagonista, è uno dei tanti poveri bianchi che abitano le catapecchie e i cortili del Sud rurale americano: le campagne fuori del tempo e dalla storia, dove la vita è scandita da linciaggi e pubbliche impiccagioni, dove promiscuità e incesto sono la regola, dove la miseria e l’abiezione rendono incongrua, quasi surreale, la sporadica comparsa di un’aula di tribunale o di una stanza di ospedale. Nello spazio di una breve e gelida stagione, Ballard, il freak e solitario contadino, amante della caccia e del whisky, si trasforma in un cacciatore di uomini: da feticista a stupratore, poi assassino e necrofilo. Ma Lester Ballard è un uomo come gli altri, un figlio di Dio, la sua ferocia non ha bisogno di pretesti e tantomeno di giustificazioni per rivelarsi. Figlio di Dio è la cronaca terribile e appassionante della sua ultima stagione di caccia nonché della sua lenta trasformazione in un animale, il ritratto di un “povero bianco” non voluto dalla società. McCarthy, potentissimo scrittore del Tennessee, è unico nel suo stile: la sua penna riesce ad essere prima estremamente lirica e docile nel raccontare il clima del sud, le sue montagne, la sua natura per poi divenire estremamente violenta, macabra e impietosa quando racconta di stupri, incesti e necrofilia. Un finale tutt’altro che scontato è il giusto epilogo ad un romanzo che poteva essere concepito solo dall'unico, degno erede di Faulkner. Abbacinante.
• Un gelido inverno (Fanucci), di Daniel Woodrell. la storia di Winter's bone (titolo originale) mette magnificamente in scena una fiaba poetica e cupissima ambientata nella peggiore white-trash del Missouri, un popolo di rednecks che sbarca il lunario smerciando crack asserragliato in bellicosi clan familiari in mezzo agli antichi boschi di Ozark, una terra che racchiude in sé molte delle contraddizioni della (ex) Potenza Mondiale - né Sud, né Nord, il Missouri vive da sempre una profonda, sanguinaria lacerazione interna: è la regione in cui spadroneggiarono i ribelli dopo la Guerra di Secessione e che non a caso diede i natali a figure mitiche e ribalde come Jesse James e Bloody Bill Anderson. «Sono una purosangue, una Dolly fatta e finita!», ribadisce spesso Ree, la diciassettenne protagonista del libro, che s'impunta a indagare sul padre scomparso nella valle omertosa: e da questa affermazione si può capire quanto tosto sia il personaggio e quanto la trama riesca, con pochi agili step, a definire un dramma d'impianto classico che pesca a piene mani dal genere statunitense d'elezione: il western. Come in un epico western, infatti, Ree dovrà affrontare i bifolchi che (forse) gli hanno ucciso il genitore per capire che fine ha fatto questi, un raffinatore di anfetamine di mezza tacca che prima di sparire ha impegnato la casa in cui lei si prende cura - con abnegazione degna d'una mamma-orsa - dei due fratellini e della madre catatonica. Una magnifica storia punteggiata da sceriffi, avversità, fazioni contrapposte, confini da varcare e montanari violenti. Un'elegante, fascinosa e struggente discesa negli inferi dell'America meno scontata.
• Crepuscolo (Ed. Gea Schirò), di William Gay. Il giovane Kenneth Tyler e sua sorella Corrie si ritrovano a scoprire che la bara del loro padre defunto è stata profanata. Ma scoperchiando altre tombe capiscono che c'è di peggio: cadaveri evirati, morti composti in fogge oscene. A dedicarsi alle perverse pratiche necrofile è l'impresario funebre, tale Fenton Breece. Mentre sua sorella vorrebbe ricattare il becchino, il ragazzo è invece ossessionato dall'idea di consegnarlo al giudizio della legge e degli uomini. Deve però sfuggire a Granville Sutter, un criminale assunto da Fenton Breece per recuperare - ad ogni costo - le prove incriminanti. Comincia così l'avventurosa fuga per la salvezza del giovane Tyler, un inseguimento per le tortuose lande dell'Harrikin, oscura terra di nessuno. Si riverberano gustosi echi faulkneriani in questo splendido Crepuscolo (ma anche tanto McCarthy e forse ancor di più è lo spettro della somma Flannery O'Connor a presidiarne le palpitanti pagine), un romanzo gotico ambientato in un Tennessee sporco e affascinante, cupo e polveroso, firmato da uno scrittore in patria molto frequentato che risponde al nome di William Gay, non a caso accomunato dal critico Tony Earley ai grandi padri della southern literature sulla New York Times Book Review. «Gay scrive con la pazienza e la saggezza di un uomo che è stato testimone di momenti durissimi e ha imparato che la paura, nevrosi e violenza non faranno tornare prima la serenità. lui guarda alla bellezza e alla violenza con equanimità e fa un resoconto dettagliato della lotta tra il bene e il male che il cuore dell’uomo racchiude». È autore dei romanzi The Long Home e Provinces of Night e della raccolta di racconti I Hate to See That Evening Sun Go Down. Crepuscolo è il suo unico libro tradotto in italiano.
• La morte corre sul fiume (Adelphi), di Davis Grubb. Un delinquentello che fredda i due commessi d'una banca del West Virginia e fugge col malloppo per poi farsi arrestare, meritandosi il patibolo; diecimila dollari scomparsi nel nulla e il segreto della loro ubicazione nelle esclusive mani del figlioletto del condannato a morte; un predicatore assassino-seriale con le scritte LOVE e HATE (amore e odio) tatuate sulle nocche che anela spasmodicamente al denaro, convinto di commettere crimini per conto dell'Altissimo; e poi ancora le lugubri filastrocche infantili, le ombre che si allungano sui costoni delle acque torbide, e il perbenismo ipocrita della gente inzuppato nell'afoso torpore del villaggio di Cresap's Landing, galvanizzato dalla fame e dall'avidità in un'epoca di crisi profonda come la Grande Depressione: questi e molti altri ancora gli elementi che rendono magistrale La morte corre sul fiume, strepitoso romanzo del 1953 di Davis Grubb per anni rubricato - con un certo sprezzo - alla voce «thriller» e che invece, inserendosi di prepotenza nella migliore tradizione southern-gothic, risulta molto di più che un giallaccio infarcito di futili richiami all'opera di Steinbeck: infatti, attraverso uno spericolato percorso fra i giunchi e le tife del fiume Ohio, questo libro ha la capacità di mettere a fuoco uno spaccato della provincia più rurale e puritana degli USA, una nazione forgiata dalla perpetua dicotomia tra peccato ed espiazione e dall'ambigua lotta tra bene e male. Modulata in un'affascinante barcamenarsi tra tempo reale e flashback, la narrazione passa dalla visione disincantata degli adulti e quella inconsapevole dei bambini (John e Pearl, i due veri protagonisti della storia) ed è quasi sempre in terza persona - ad esclusione di una porzione nel finale in cui il piccolo John si sostituisce al narratore esterno. La scrittura è impreziosita da uno stile moderno, ritmato e pregno di metafore che ben si adattano alla rappresentazione di una comunità perfettamente in simbiosi con i moti della natura lussureggiante che la circonda. Dal libro, tutto giocato sul nugolo di tensioni tra i personaggi che sottotraccia s'intersecano in un crescendo di suspense, venne tratto nel 1955 un altrettanto magnifico film a firma Charles Laughton, con Robert Mitchum e Shelley Winters protagonisti, una pellicola in grado di rendere in maniera sapiente l'humus espressionista su cui regge l'intera storia grazie ad un bianco e nero e ad una fotografia degni di Murneau, perfetti nel restituire il contrasto tra la serenità ancestrale della natura e il furore indemoniato della caccia e della fuga.
• L'avvoltoio (Piemme), di Tim Franklin. Il famoso pezzo Sweet Home Alabama raggiunse il successo nei tardi Settanta grazie all’interpretazione dei Lynyrd Skynyrd. Di quel pezzo ormai storico basta ascoltare l'attacco (le prime note sono davvero conosciutissime) per vedersi comparire davanti agli occhi una serie di frames che cinema e letteratura ci hanno indiscutibilmente insegnato a legare a una determinata area geografica: quella del Sud degli Stati Uniti. Paludi mefitiche, locali frequentati dalla peggiore teppaglia, bifolchi sbevazzoni e stivali di cuoio fetenti: cose di questo genere, tipiche istantanee di un immaginario southern che ritornano prepotenti anche leggendo questo folgorante romanzo di Tom Franklin. Non è un thriller (il titolo italiano è fuorviante) ma è uno dei migliori romanzi americani recenti: un dramma della lealtà e della solitudine nello stato rurale del Mississippi, il luogo dove «la terra sapeva come coprire i torti della gente» - e lo sa ancora. Protagonisti due uomini, oggi quarantenni e un tempo amici: Larry Ott, bianco, stravagante solitario americano che vive in una casa isolata e sconta il sospetto dei suoi concittadini per la sparizione di una ragazza, venticinque anni prima, e Silas “32” Jones, nero, agente in servizio nella cittadina di Chabot, dove è tornato dopo essersene andato poco più che ragazzo per studiare e giocare a baseball (“32″, il nomignolo, era il suo numero di maglia). L'autore, in poco meno di 400 pagine ricche di pathos, riesce a fotografare con smagliante vividezza il crogiolo di tare che impedisce a questa nostra sgangherata umanità di progredire verso il meglio. Un istante di riflessione, almeno finché un nugolo di avvoltoi non comincerà a svolazzare sulle nostre teste o che un kudzu ci avvolga e non ci lasci più respirare: allora, avremo capito che il tempo a nostra disposizione è così poco. Bellissimo romanzo, un tributo all’amicizia e alle diversità. Consigliatissimo.

giovedì 22 gennaio 2015

8 southern-horror che devi assolutamente vedere...

dopo il duplice listone sul southern gothic (il primo qui e il secondo qui), oggi segnaliamo otto titoli - alcuni a loro modo dei classici - che hanno saputo declinare in chiave splatter-gore le coordinate che tipicizzano cotanto genere (famiglie disfunzionali in odore d'incesto, un elevato gradiente di fanatismo religioso che non di rado si mescola alla magia nera e al vudù, un certo disfacimento morale che ben si assomma al clima torrido e bruciato dal sole delle storie e, ovviamente, l'ambientazione delle medesime all'interno dell'area meridionale degli USA).
Del resto, sia chiaro, già il southern-gothic immaginato dai suoi più eminenti creatori conteneva in nuce una discreta dose di orrore e raccapriccio (si pensi alla stupenda novella di Faulkner, Una rosa per Emily, in cui la protagonista eponima uccide il proprio amante e lo conserva per decenni mummificato nella propria magione), ma il cinema più recente ha saputo impadronirsi di alcuni di questi tropi narrativi per estremizzarne il lato "perturbante".

Non aprite quella porta (Tobe Hooper, 1974)
Uno dei capolavori horror per antonomasia, simbolo di un’epoca e icona cult del filone slasher. Pellicola low budget girata nell’arco di un mese dall’allora trentenne Hooper, regista texano alle prese col suo secondo lungometraggio (il primo era Eggshells, del 1969), il film concretizza per i posteri l’assunto per il quale nemmeno il più alto dei budget potrà mai sostituire un pugno di ottime idee. Gli Stati Uniti si portavano in quegli anni la ferita lancinante della guerra del Vietnam, la “sporca guerra” che ferì la coscienza collettiva di un’intera nazione: Hooper manipolò questo trauma insufflandolo in un filmetto indie capace di scioccare il pubblico attraverso la tecnica del falso documento.
Contrariamente a ciò che afferma la voce over all'inizio del film, infatti, la storia macabra e rivoltante di cinque ragazzi finiti nelle grinfie di una famiglia di redneck macellai (tra i quali spicca il freak Leatherface), non ripropone affatto accadimenti reali. Come Psyco, Deranged e Il silenzio degli innocentiNon aprite quella porta è solo parzialmente ispirato alla storia del serial killer del Wisconsin Ed Gein, il quale riutilizzava la pelle delle sue vittime per confezionare con essa oggetti ed indumenti. Gli interni della casa e in particolare il grottesco salotto della famiglia furono ricreati prendendo spunto da quelli filmati dalla polizia durante un sopralluogo a casa Gein con tale verosimiglianza che tutt'oggi le biblioteche della cittadina di Burkburnett, Texas, e della vicina Wichita Falls, situate nei pressi della zona in cui la storia è stata ambientata, ricevono regolarmente richieste di copie originali di articoli di giornale legate agli eventi narrati nel film. Sud sporco, gotico e terribile. VOTO 10

• Fraylty - Nessuno è al sicuro (Bill Paxton, 2001)
Mentre da mesi l'FBI dà la caccia al killer seriale chiamato «Mano di Dio», un giovane si presenta all'ufficio del capo delle investigazioni affermando di conoscere l'identità del maniaco e raccontando una storia che ha inizio molti anni prima nella sua casa: è la storia di Fenton Meiks, di suo fratello Adam e della missione assurda e sanguinaria del loro padre.
Caratterista texano con una discreta carriera alle spalle (da Aliens a Titanic passando per il grottesco, validissimo Near dark), Bill Paxton esordisce alla regia con questo Frailty - Nessuno è al sicuro e ci regala un thriller ricco di suspense e venature horror, dosando con cautela l'uso degli effetti spettacolari e lo spreco di emoglobina che hanno inflazionato il genere. Il regista - con buona tecnica realizzativa e sapiente gioco di sceneggiatura, che s'incrina giusto un pelo sul finale - preferisce soffermarsi sulla pazzia che si annida nella quotidianità (impersonando egli stesso un innocuo padre di famiglia che si dice improvvisamente «illuminato» e pronto a uccidere spietatamente per conto nientemeno che dell'Altissimo), forse più spaventosa e disturbante di qualsiasi evento soprannaturale. Il film, una piacevole quanto inaspettata sorpresa per gli amanti del genere, oltre a meritarsi un ottimo riscontro al botteghino ha ricevuto i commenti entusiasti di James Cameron e Sam Raimi, ma soprattutto del «Re» Stephen King. Notevole l'apporto di un giovane, ma già talentuoso, Matthew McConaugheyVOTO 9

• La città che aveva paura (Charles B. Pierce, 1976)
A Texasarkana, placida cittadina di confine nel Sud, una notte una coppia di amanti, appartatisi in auto, viene ritrovata brutalmente massacrata e la polizia brancola nel buio, non avendo la più pallida idea su chi possa essere l'autore del delitto o sul movente. Tre settimane dopo, altri due giovani innamorati vengono uccisi con le stesse modalità ma questa volta l'assassino viene intravisto dal vicesceriffo Ramsey: si tratta di un uomo bianco incappucciato. Il capitano Morales, convinto di trovarsi di fronte a un serial killer, dissemina le strade di agenti sotto copertura e auto della polizia, con la speranza di catturarlo prima di un eventuale terzo delitto.
Ispirato a una storia vera, il film di Pierce è un thriller vecchio stampo di eccellente fattura che non di rado vira verso il western moderno (la presenza nel cast di Ben Johnson, già uno de Il Mucchio Selvaggio di Peckinpah, ne garantisce in qualche modo la germinazione). L'ambientazione anni '40, al pari di una fotografia ottimamente curata, danno alla pellicola un'allure di bella tensione sospesa (che qualche volta però, è bene dirlo, rasenta la catatonia). Per gli standard dell'epoca, comunque, resta un film inquietante e morbosamente spigliato. I vari omicidi sono ben rappresentati, violenti ma senza mai eccesso di sangue; tosto il look dell'assassino, che ispirerà Jason in L'assassino ti siede accanto. Remake del 2014 di cui parlammo quiVOTO 8

• Intervista col vampiro (Neil Jordan, 1994)
In una stanza d'albergo a San Francisco un giovane giornalista ascolta la storia di Louis: ricco latifondista del Sud tormentato dalla perdita di moglie e figlia che riemerge dalle acque del Mississippi dopo esser stato morso da un vampiro. Siamo nel 1791. Sulle rive del fiume, abbandonato da qualche parte fra la vita e la morte, il narratore della vicenda ammira lo splendore dell'alba per l'ultima volta. Lestat, questo il nome dell'assalitore, ben presto diviene suo mentore e compagno di caccia. I due incominciano a mietere vittime alla "Taverne du chat noir" e in seguito negli ambienti nobili di New Orleans.
Grande fascino nella ricostruzione d'epoca, nelle scenografie e nei costumi per una sontuosa regia che celebra un'estetica "in costume" di grande impatto visivo: Intervista col vampiro, tratto dal romanzo di Anna Rice (qui anche nelle efficaci vesti di sceneggiatrice), è una vera e propria fiaba oscura e sanguinolenta - non priva però di divagazioni etiche, incentrate soprattutto nella figura di un Louis perennemente afflitto dal rimorso. Il film gronda di una potente carica drammatica che flirta ostentatamente col genere per regalarci una delle rappresentazioni dei vampiri più efficace dai tempi del Nosferatu di Murnau. E se Jordan si dimostra abilissimo nel manovrare ambienti e situazioni, sfruttando con la giusta parsimonia gli ottimi effetti speciali, di rilievo sono anche le prove di un magneticamente sobrio Pitt e di un Cruise follemente sopra le righe. Torbido, esagerato, maestoso Sud. VOTO 9

• The Skeleton key (Iain Softley, 2005)
Pellicola asciutta anche se debolmente strutturata, The Skeleton Key affronta un argomento, la magia nera, in realtà scarsamente frequentato dal grande schermo (anche se Angel Heart, da noi inserito nel primo listone dedicato al southern-gothic, è una gemma davvero preziosa all'interno del sottogenere). In questo caso l'approccio del regista al mondo stregonesco passa inizialmente attraverso un punto di vista quasi antropologico sottolineando, con occhio scettico, il modo di attribuire le disgrazie individuali a malocchi e le cure ai rituali di purificazione da parte di certa credenza popolare. Così tra polvere di mattoni per impedire al Male di passare, incantesimi a base di erbe essiccate e piume di corvo e vecchi vinili con registrazioni di inquietanti rituali, la giovane infermiera a domicilio protagonista (interpretata da una convinta - ma forse poco convincente - Kate Hudson) compie un plausibile passaggio da uno stato di assoluta negazione ad una pressoché completa certezza dell'esistenza del soprannaturale.
Colpisce con efficacia l'ambientazione della Louisiana (una delle ultime opportunità di vedere New Orleans prima della tragedia "Katrina") grazie ai cui abiti umidi e swinganti il teatro dell'azione si sposta in una casa maledetta con fattaccio annesso che forse abbiamo visto già troppe volte al cinema, ma alla quale il potenziale sgualcito del deep south che incornicia gli eventi regala un fascino e una tensione non indifferente. Ad una prima parte dall'andamento piatto ed eccessivamente preparatorio, in cui le premesse si dilatano senza soddisfare necessariamente le attese, segue una resa dei conti che ribalta le carte in tavola ammantando di nero la parola fine e riscattando la gratuità di alcune scelte di regia (i brutti flashback in puro stile videoclip in primis). Insomma, troppo levigato ma non del tutto innocuo. Sicuramente una visione valida. VOTO 7

• The Devil's Reject (Rob Zombie, 2005)
Scompaginato da un frastornante montaggio ad altissimo voltaggio visivo, La casa dei 1000 corpi - il primo lungometraggio di Rob Zombie - era un film all’insegna dello shock e della contaminazione estetica, forse un po' troppo pensato a tavolino. Con La casa del diavolo (codardo quanto arbitrario titolo italiano che «ripulisce» The Devil’s Rejects, «i rifiuti del diavolo»), il regista mostra di aver imparato la lezione e costruisce un film interamente basato sulla gestione delle identificazioni.
Se in un primo momento lo spettatore simpatizza infatti con la famiglia Firefly asserragliata nella fattoria come in un fortino western e detesta i poliziotti capitanati dallo sceriffo Wydell (un invasato William Forsythe), successivamente chi guarda prende le distanze anche da Otis e Baby (Bill Moseley e Sheri Moon, entrambi inopinatamente 'in parte'), fino a riconoscere la sostanziale interscambiabilità dei ruoli di vittime e carnefici. Ma il gioco degli specchi si fa ancora più complicato: una volta raggiunta la parità morale tra inseguitori e inseguiti (gli uni e gli altri ugualmente ammirabili/detestabili), sono le istanze narrative a determinare per chi parteggerà lo spettatore. Con magnifica imprevedibilità, Rob Zombie spariglia di continuo le carte in tavola: prima ci inchioda alla brutalità della vendetta personale, poi ci soccorre con un intervento gratuitamente liberatorio e infine, in una sequenza semplicemente maestrale, ci lancia in una corsa forsennata contro la legge. E il tutto è gestito con maturità stilistica che non può non emozionare: ralenti alla Peckinpah, montaggio iperframmentato, scelte musicali azzeccatissime: ogni soluzione risulta perfettamente integrata in un’opera digrignante e disperata, al contempo attacco frontale alle istituzioni e canto del cigno di un’utopia radicalmente eversiva. The Devil’s Rejects rappresenta l’America sperduta e senza più certezze, l'America contemporanea, un posto in cui padri e figli, alleati, rifiutano la morale dell’autorità, crivellandola di colpi e scagliandocisi contro con furibonda irruenza suicida, come in un romanzo del più sanguigno Cormac McCarthy. Due sequenze dannatamente esaltanti: l’omicidio iniziale di Abbie sulle note di Midnight Rider della Allman Brothers Band e il tiratissimo finale sull’incalzante, irresistibile accelerazione ritmica di Free Bird dei Lynyrd SkynyrdVOTO 10

• We are what we are (Jim Mickle, 2014)
Appena fuori da un paesino sperso nella fitta boscaglia del Delaware vive la famiglia Parker, riservatissima e timorata di Dio. Durante un nubifragio la madre viene colta da un malore e annega in una pozzanghera mentre l'esondazione porta alla superficie resti all'apparenza umani. La tragedia calata improvvisamente sui Parker devasta l'uomo di casa isolandolo ancor di più nella sua burbera religiosità e costringe le giovani figlie Iris e Rose ad assumersi responsabilità che sino a quel momento avevano scansato. Intanto la polizia indaga sui resti rinvenuti e presto un segreto per secoli gelosamente custodito tra i confini della proprietà di famiglia verrà alla luce, dando luogo a risvolti truci e assai terrificanti…
Il buon Jim Mickle rielabora in chiave personale una pellicola di Jorge Michel Grau, Somos lo que hay, per declinarla - con successo - in puro stile southern-gothic (per quanto, ovvio, il Delawere non sia esattamente nel Sud degli USA, ma l'«attitude» impressa al lungometraggio è esattamente figlia di quella cultura che ha fatto grandi autori come la mai troppo osannata Flannery O'Connor). Rimasticando il già ottimo materiale di partenza, il cineasta statunitense si appropria con maestria della prospettiva dell'originale made in Mexico per delineare un inquietante apologo sui mostri che popolano gli interstizi della più profonda provincia americana: fustigata da una pioggia perenne che ne avvolge i contorni in una ancor più angosciosa cappa plumbea, la storia dei Parker si sdipana lenta e inarrestabile, mettendo in rilievo con la giusta gradualità tutto l'orrore che si cela dietro la pervasiva facciata di rispettabilità ostentata con orgoglio d'altri tempi (e in fondo, a ben guardare, motore dell'intera vicenda è forse proprio la conflittuale concezione del tempo tra due generazioni: quella di Mr Parker che non ha alcun interesse ad adeguarsi al presente ostinandosi a celebrare il rito per la cena in abiti ottocenteschi imponendolo anche ai propri figli, e quella delle giovani Iris e Rose, poco più che adolescenti e in quanto tali anelanti una vita normale, più o meno consapevolmente decise a svincolarsi dall'anacronismo inoculato loro dall'appartenenza al clan: un moto di sfida che finirà per conflagare al termine del film con esiti a dir poco granguignoleschi)VOTO 10

• The Gift (Sam Raimi, 2000)
La placida ritualità d'una oscura provincia della Georgia, profondo south degli Stati Uniti, viene sgretolata dalla sparizione della giovane (e assai garibaldina quando si tratta d'infilarsi in un letto) Jessica King, fidanzata del preside della scuola locale nonché figlia del più autorevole uomo d'affari di Brixton: brancolando nel buio, le autorità si decidono a ricorrere al «dono» paranormale della chiaroveggente Annie la quale - dopo un passo falso iniziale - viene macabramente pilotata sulla giusta traccia. Il principale indiziato risulta un marito rozzo e violento uso a tradire (e picchiare) la moglie, una delle clienti della maga. Ma le cose non stanno come sembrano.
Bel thriller paranormale dall'impianto narrativo solido, The Gift si segnala anzitutto per la grande attenzione per i particolari del talentuoso (ma oggettivamente un po' discontinuo) regista Sam Raimi, in particolar modo nelle scene di matrice smaccatamente visionaria: buona parte del merito della riuscita del film è sicuramente dovuta alla lineare sceneggiatura scritta a quattro mani da Tom Epperson e dall'eclettico Billy Bob Thornton (all'epoca consorte di Angelina Jolie). Il cast poi è davvero da sturbo: spiccano la sempre immensa Cate Blanchett, un finalmente convincente Keanu Reeves in versione «redneck», il premio Oscar Hilary Swank, e le eterne promesse del cinema americano Giovanni Ribisi e Katie Holmes. Nota di merito anche per il montaggio sapiente di Bob Murawski e Arthur Coburn, in grado di regalare un giusto numero di shock - ma soprattutto di sfruttare al meglio la maestosa e decadente bellezza del paesaggio rurale della terra di Harry Crews e Flannery O'Connor per dar corpo a una originale storia di perversione e omicidio. VOTO 9

giovedì 15 gennaio 2015

altri 10 southern-movies che non puoi perderti...

poiché con tutta evidenza dieci-dicasi-dieci titoli di opere cinematografiche sono effettivamente pochini per approfondire un argomento così sfaccettato e quintessenziale come il southern-gothic, abbiamo pensato di proporne altrettanti in questo nuovo, rutilante «Listone» che è da considerare, a tutti gli effetti, una propaggine aggiuntiva a quella prima sequela di classici del genere. (sia chiaro, presto o tardi vi toccherà anche un elenco esclusivamente letterario, e pure lì ci sarà da divertirsi, poiché a fronte dei due o tre maestri conclamati esiste una ragnatela assai composita e articolata di ottimi e talentuosi epigoni che hanno dato tanto alla causa del gotico sudista :-) si vada ora a incominciar...

Baby Doll - La bambola viva (Elia Kazan, 1956)
Film che all'epoca perturbò parecchio gli animi, si deve all'atto unico del solito, immenso Tennessee Williams, 27 vagoni di cotone, dal quale il regista preleva di peso i dialoghi e le ambientazioni ma ne ritocca in parte i personaggi principali operando manipolazioni evidenti soprattutto sulla figura femminile. La pellicola narra la storia di un matrimonio fra un quarantenne (il nasuto Karl Malden) e una sedicenne (Carol Bakerr bella e platinata) in una cittadina del profondo Mississippi. Il marito della giovane dirige un cotonificio sull'orlo del fallimento ma soprattutto entra in conflitto con il proprietario di una azienda limitrofa che gli insidia la moglie (un già carismatico Eli Wallach). Tenterà di vendicarsi, ma ne pagherà dolorosamente il fio.
Film intelligente e inconsueto, seppe far parlare di sé per le situazioni piccanti (erano anni in cui la sola idea di un rapporto adulterino, per di più con una moglie-bambina, faceva decisamente scandalo!) e rappresenta una raffinata incursione nel territorio del grottesco da parte del regista di Fronte del Porto. Probabilmente il film eroticamente più spinto mai distribuito negli USA fino a quell'anno, fece guadagnare una delle quattro nomination agli Oscar alla fresca protagonista (un'altra andò invece alla splendida fotografia in bianconero del grande Boris Kaufman). Atmosfere decadenti da vecchio sud, putridume morale sornionamente diffuso: c'è la villa squallida e pencolante dalla nobile facciata dove una volta regnava un'aristocrazia ormai sepolta, e c'è il clima torrido, allentato e carico di fortori di quella parte di America; i negri accoccolati, la serva epicamente svanita. Bellissimo. VOTO 9

La via del tabacco (John Ford, 1941)
Tratta dal sublime, sporchissimo e tagliente romanzo di Erskine Caldwell, tra i padri del genere, è uno dei meno noti lungometraggi del maestro del western - anche perché in Italia il film uscì con otto anni di ritardo (e con tagli per 14 minuti da parte dalla "censura democristiana" del 1949) a causa del profumo di lascivia di cui sono intrise numerose scene.
Ford, nel raccontare la storia dei discendenti di una famiglia disagiata che ha sperperato tutti i propri averi e quindi vive ora nell'apatia senza alcuno scrupolo morale, punta su una linea di idillio figurativo che sovente attinge alla commedia, passando con abilità dalla malinconia all'umorismo aguzzo, dalla satira alla tenerezza. Splendido bianco e nero di Arthur C. Miller. Consueta sinfonia per il grande schermo opera di un inarrivabile genio del cinema. VOTO 10

Piano... piano, dolce Carlotta (Robert Aldrich, 1964)
Concepito inizialmente come seguito del riuscitissimo Che fine ha fatto Baby Jane? (Whatever Happened to Baby Jane, 1962), con le due stesse protagoniste, Bette Davis e Joan Crawford. Ma quando quest'ultima s'ammalò gravemente di polmonite venne scritturata Olivia de Havilland e la sceneggiatura divenne qualcos'altro, persino migliore del capostipite: una vecchia casa della Louisiana piena di ombre, un'anziana e rancorosa zitella preda degli incubi (si sospetta abbia barbaramente ucciso un suo antico amante: se questo non puzza di Faulkner lontano un miglio!), due ospiti che tentano di farla impazzire inscenando trucchi spaventevoli e una vecchia e infida governante sono gli ingredienti di una vicenda che incatena alla sedia lo spettatore e offre alla divina Davis l'ennesima, sfolgorante prova d'attrice. Anche qui quattro nomination dall'Academy, una delle quali per la fotografia di Joe Biroc. Il soggetto è di Henry Farrell, autore del romanzo che è all'origine del citato Baby Jane; storia gotica e intinta in una strana misoginia che molto deve a Les DiaboliquesVOTO 9

La lunga estate calda (Martin Ritt, 1958)
Nella corposa sequela di ribelli dalla faccia da schiaffi impersonati dal grande Paul Newman (la terra gli sia lieve!) si merita sicuramente un posto di rilievo il personaggio di Ben, vagabondo piantagrane de La lunga estate calda. La fama di piromane segue questo personaggio anche quando - messa da parte temporaneamente la sua esistenza raminga - decide di mettersi a lavorare per conto di Willy Varner, dispotico padrone di ogni cosa: delle terre, degli uomini, delle bestie e anche della sua famiglia (i figli Clara e Jody, quest'ultimo un ragazzo ingenuo ed emotivamente instabile) che tiene a comando con rigore spartano. Tra Ben e Willy si stabilisce una sorta di simbiosi che è al tempo stesso composta di reciproca ammirazione, sudditanza malsopportata e sfida aperta: come due capibranco si annusano e si rispettano ma la tensione tra i due è palpabile. Un giorno Jody, invidioso, perde la testa, chiude in una stalla papà Willy e appicca il fuoco.
Tratto da La carne di William Faulkner il regista Martin Ritt (che con l'attore aveva già fatto Hud il selvaggio) realizza un film torbido e passionale affidandosi, oltre che alla maschia presenza di Newman, a grandi interpreti come Joanne Woodward (che su questo set s'innamorò degli occhi più belli di Hollywood dando luogo a uno dei rapporti più longevi del cinema) e un monumentale Orson Welles in una delle sue migliori performance d'attore. La sceneggiatura di Irving Ravetch e Harriett Frank Jr coglie in pieno lo spirito “torrido e assolato” del vecchio Sud di matrice faulkneriana (pur ammorbidendone di parecchio la visione morbosa: era pur sempre il 1958!). Amore, gelosia, passione, ambizione, avidità, frustrazione: questi gli ingredienti dell’affresco che culminerà nelle concitate sequenze finali. VOTO 10

La gatta sul tetto che scotta (Richard Brooks, 1958)
Sempre Tennessee Williams come fonte letteraria e di nuovo un grande Newman sullo schermo, coadiuvato stavolta da un altro paio di occhi irresistibili, quelli della meravigliosa Liz Taylor. La storia s'impernia sulle vicende di una famiglia del Mississippi, dove un autoritario barone terriero malato di cancro festeggia il suo 65° compleanno insoddisfatto dei due figli, uno dei quali è un avido bruto e l'altro un ex atleta nevrotico che rifiuta di dormire con la bella moglie (nel testo scritto era impotente e forse omosessuale). L'adattamento - purgato e ripulito per il pubblico cinematografico di quegli anni - della commedia di Williams, ebbe grande successo di critica e pubblico poiché il regista Brooks era davvero un gigante nel dirigere gli attori. La pellicola si guadagnò ben sei nomination ai premi Oscar ma non ne vinse nessuno. Non sappiamo dire quanto lo spirito del tempo sapesse cogliere il profondo dramma (la disfunzionalità sessuale ed affettiva, la rivalsa verso i padri, la sconfitta delle ambizioni) celato in quella che sembra a primo acchito una storia di amori negati e inseguimenti famigliari, ma almeno Newman meritava sicuramente una statuetta per la sua incredibile prova d'attore. VOTO 10

Riflessi in un occhio d'oro (John Huston, 1967)
Tratto da un caposaldo della letteratura sudista (ne parlammo qui) firmato da Carson McCullers, il film mette a cuocere a fuoco lento un discreto groviglio di personaggi infelici e inquieti. Le coordinate narrative: in una base militare della Georgia, il maggiore Penderton (impersonato da chi? Dal grande Marlon Brando, chi altri?) è sposato con l’affascinante Leonora (eccola, ancora lei, una Liz Taylor sempre bellissima e anzi qui deliziosamente curvy), la quale tradisce il marito dopo averne scoperto le tendenze omosessuali. Convinto che l’amante della moglie sia un giovane soldato, il maggiore Penderton, armato di pistola, commetterà un errore che gli costerà carriera e sanità mentale.
Girato in parte a Roma presso gli studi Dino De Laurentis e in parte negli Stati Uniti in una base aerea militare a Long Island, Riflessi in un occhio d’oro è un film intricato dal punto di vista psicologico e narrativo e che, sostanzialmente, gira intorno a due “incidenti”: il giovane soldato che vede Leonora nuda e il maggiore che scopre l’esistenza del giovane soldato. La logica interna del film è costruita su questi due episodi apicali, che diventano i poli sui quali l'intera vicenda si srotola, una vicenda in cui tutti guardano tutti. Huston fa come i suoi personaggi: guarda, ma non giudica. Lasciando agli spettatori la responsabilità di parteggiare e, se ne sono in grado, comprendere quanto l'animo umano possa essere labirintico. VOTO 9

I guerrieri della palude silenziosa (Walter Hill, 1981)
Agli inizi della sua carriera il bravo cineasta americano Walter Hill era con tutta evidenza ossessionato dallo schema dell’Anabasi di Senofonte. L'idea di un manipolo di uomini sperduti e braccati che lottano per trovare la salvezza è infatti alla base del suo successo più clamoroso, il mitico I Guerrieri della Notte (1979), nonché - fatti i dovuti distinguo - dell'altrettanto famoso I cavalieri dalle lunghe ombre (1982). Ma è soprattutto nella pellicola cronologicamente posta al centro di questi due capisaldi dell'action-drama che il saccheggio dal prestigioso modello si fa smaccato: in I guerrieri della palude silenziosa (volgare richiamo italiano al primo film di cassetta del regista, in realtà in originale il lungometraggio in questione si chiama Southern Comfort, come il noto liquore degli Stati Confederati) un gruppo di soldati dilettanti appartenente alla Guardia Nazionale (tra cui spiccano gli ottimi Keith Carradine, Powers Boothe e Fred Ward) è impegnato in una blanda esercitazione negli acquitrini della Louisiana, territorio della minoranza francofona cajun, una popolazione estremamente gelosa della propria privacy. Esaltati quanto inesperti e goffi, i soldati sparano (a salve) su un gruppo di cacciatori cajun, dando luogo ad una serie di equivoci che sfocerà da parte degli abitanti del luogo in una vera e propria caccia all'uomo all'ultimo sangue. La tranquilla scampagnata si trasforma così in un incubo alla Deliverance (da noi Un tranquillo weekend di paura, altro esempio di traduzione opinabile del titolo) e se in quel seminale film il tranquillo borghese americano medio scopriva la propria ferocia sopita, qui è un certo «rambismo» d'accatto ad essere messo in discussione. I soldati, messi alle strette dai cacciatori bifolchi (inquietanti i ritrovamenti degli scalpi, gli animali scuoiati, le capanne cadenti e fetide) cadono uno dopo l'altro nelle loro trappole, escogitate con un sadismo disarmante. Gli inseguitori non si vedono mai, sono ombre ingombranti, moleste, inarrestabili, presenze che finiscono per far riaffiorare nel gruppo di prede la pazzia e l'odio reciproco. Magistrali le inquadrature naturalistiche in cui gli scorci palustri, sommersi da un velo di acqua torbida da cui emergono radici e tronchi scamozzati, sono soffocati dai grovigli di vegetazione. Le inquadrature finali sono tesissime e ritmate, accompagnate da ossessive ballate folk che accompagnano scene di combattimento molto cruente. Chiude una incisiva sequenza che mostra un maiale squartato che sembra alludere al probabile destino dei superstiti. Brion James, già replicante in Blade Runner, è uno dei cajun cattivi. In sottofondo, la chitarra struggente di Ry CooderVOTO 10

Riflessi sulla pelle (Philip Ridley, 1990)
Anni quaranta: il piccolo Seth vive in mezzo al nulla canadese circondato da adulti squallidi e un po' pazzi. Replica la loro crudeltà sugli animali (ad esempio gonfia le rane e le fa esplodere a sassate) e finisce per dare addosso a una vicina inglese, convinto trattarsi di una vampira. Il ritorno a casa del fratello maggiore (un imberbe Viggo Mortensen) segnerà l'avvio di un susseguirsi di eventi tragici.
L’esordio registico dello scrittore Philip Ridley, pur imperfetto e non sempre scorrevole, si specchia perfettamente nei suoi racconti gotici per l’infanzia (e nella sceneggiatura de I Corvi di Peter Medak): un linguaggio lynchano e iperrealista viene asservito a una cupa visione del mondo rappresentando un pessimismo che, attraverso la malvagità dell’uomo, si fa apologo sulla morte dell’innocenza. Riflessi sulla pelle è una pellicola sulla fine dell'infanzia segnata da quel momento in cui ci si rende conto che il boogeyman non esiste, ma che il Male permea tutto quello con cui abbiamo a che fare e non è, semplicemente, ascrivibile a una determinata cosa o persona. L’urlo finale del novenne, al termine di un viaggio mefitico oltre la linea d'ombra dell'adolescenza, è uno dei momenti più agghiaccianti della storia del Cinema, proprio perché contamina il luogo della purezza (l’infanzia) e, allo stesso tempo, lo carica di un dolore esistenziale che nel nostro immaginario non dovrebbe appartenergli. Altre figure simboliche sono felicemente indecifrabili (le due gemelle che emettono strani versi, il feto mummificato), tutto feconda l’amara riflessione sull’esistenza, sulla sua atrocità riflessa nell’invecchiamento, i cui riflessi “argentei” possiamo vedere, anche, sulla pelle di un altro Seth, figlio della bomba di Hiroshima. Pervasa da un inquietante commento sonoro e da una fotografia pittorica (si pensi alle opere straordinarie di Andrew Wyeth), con echi fra infanzia e fantasy horror, l’oscurità risuona più potente. VOTO 8

Mezzanotte nel giardino del bene e del male (C. Eastwood, 1997)
Nel 1997 lasciò di stucco in parecchi la decisione di Eastwood, l'ultimo dei grandi registi classici nonché estremo baluardo della virilità cinematografica (dallo straniero senza nome per Leone sino all'ispettore Callaghan dei film di Siegel quelli da lui interpretati sono sempre eroi iper-tosti, ai limiti del fascismo), di dirigere una pellicola come Mezzanotte nel giardino del bene e del male, la cui affollata ridda di protagonisti per lo più contraddice le convenzioni di ogni machismo riconosciuto e codificato.
La storia vede il giornalista newyorchese John Kelso (un efficace John Cusack, dotato al solito di una sola espressione qui però funzionalissima al ruolo di eroe-per-forza) inviato nel profondo sud dalla rivista Town and Country per un servizio sul più sontuoso evento mondano dell'anno: giunto nella cittadina di Savannah, Kelso si ritrova però in una situazione che non si attarda a definire un «Via col Vento sotto mescalina». Elegante città della Georgia, Savannah, infatti, conserva ancora intatta - con le sue villette aristocratiche, i viali alberati - quell'atmosfera indolente tipica dei bei tempi che furono, un epoca in cui l'essere o meno invitati ai ricevimenti nelle magioni dei gentiluomini più influenti faceva la differenza. Ora il cittadino più in vista è Jim Williams, un parvenu dai modi azzimati, i cui party natalizi sono rinomatissimi. Ma il figuro è anche un pederasta, e quando il suo irascibile amante Billy Hanson (un ancora poco noto Jude Law in versione redneck), viene trovato stecchito la storia assume i connotati di un thriller (anomalo però, giacché la supposta colpevolezza del dandy impersonato da Kevin Spacey viene di fatto consegnata alla responsabilità dello spettatore). Legittima difesa o omicidio volontario, quindi? Mentre il dramma si srotola, esplodendo in ironiche rappresentazioni da cartolina in puro stile southern gothic, John Kelso decide di trattenersi in città per scrivere un libro sulla vicenda. Inizia così a indagare incrociando nella sua ricerca personaggi d'ogni tipo: dalla bella e moderna Mandy (Alison Eastwood, figlia del regista) a Lady Chablis, iconoclasta trans «abbronzato» che si esibisce in esilaranti spettacoli di cabaret, sino a Minerva, sacerdotessa voodoo che elabora le sue pratiche magiche nel cimitero cittadino - il giardino del bene e del male del titolo - la mezzora antecedente la mezzanotte a favore del bene, quella successiva a favore del male. Il vecchio zio Clint, alla sua regia numero venti, dirige con pacata maestria un gruppo di attori bravi ed affiatati in uno dei film sicuramente più interessanti del suo carnet (invero denso di capolavori). Dramma giudiziario e commedia al contempo, Mezzanotte nel giardino del bene e del male è tratto dall'omonimo best-seller di John BerendtVOTO 9

Blake snake moan (Craig Brewer, 2006)
Una pellicola in puro stile southern-gothic, questo eccellente Blake snake moan, il «lamento del serpente nero» che in gergo blues (il titolo è prelevato di forza da un pezzo degli anni Venti di Blind Lemon Jefferson) simboleggia la rabbia di chi è divorato dal tradimento.
La storia vede la giovanissima Rae (una Christina Ricci davvero esuberante, capace di mettersi a nudo - in tutti i sensi - davanti alla cinepresa) vittima di un serio disturbo del comportamento sessuale che prevede la soddisfazione compulsiva del desiderio e per il quale diventa un vero e proprio bersaglio per ogni maschio del piccolo sobborgo agrario in cui vive, nel profondo sud del Tennessee. A salvarla dal vortice di vizio e depravazione s'incaricherà l'anziano Lazarus (Samuel L. Jackson), un rude contadino di colore - nonché bluesman - abbandonato dalla moglie (è lui il cantore del blake snake moan del titolo), che rapisce e relega nella propria casa la focosa Rae. Il suo intento non è solo di sottrarla ad abusi più o meno consensuali, ma di renderla conscia delle proprie libertà e dignità di persona, cercando così di darle una possibilità di riscatto.
In questa vibrante pellicola diretta da Craig Brewer nel 2006 (da noi naturalmente uscita direttamente in dvd, perché non sia mai che la popolazione afflitta la letargia catatonica possa venire scossa da un prodotto troppo discostante dal piattume paratelevisivo imperante) la Ricci fa un lavoro magnifico nel ruolo della ninfomane ribelle dal passato zeppo di abusi, facendone un personaggio torbido ma che nel profondo dell'animo vorrebbe solo riuscire a provare un sentimento vero (ci riuscirà alla fine con Justin Timberlake, qui nella parte di un vulnerabile terrone preda di attacchi d'ansia). In slip bianchi e poco altro indosso, l'attrice passa buona parte del film attaccata a una grossa catena, riuscendo a renderla una cosa credibile (siamo nel deep south, d'altronde, e queste cose succedono anche da noi!). Solita prova maiuscola per Samul Jackson, che per interpretare il contadino chitarrista ha imparato davvero a suonare lo strumento, e colonna sonora da sturbo: una succulenta compilation di pezzi che rendono il film una sorta di vero e proprio disco d'ascolto. VOTO 9