lunedì 30 giugno 2008

e la chiamano estate...

Estate, il Gargano brucia. Nei campi di pomodori si trascina il dramma dei braccianti, giorno dopo giorno. La fatica, la fame, la sopraffazione e il caldo sono interrotti da improvvise esplosioni di violenza. Dove ci sono gli schiavi ci sono anche gli aguzzini, nel nostro caso agli ordini del Pellicano, sovrano assoluto e crudele che ha costruito un piccolo inferno sulle terre avute in eredità dal padre.

Ferro e fuoco: E la chiamano estate

Purke! Si' accussì feténde che non t'importa di mmiskarte ck'sta stirpe d'u dijavele... All'inferno fernisce, tu ck'i donnacce che mi porti inde 'u litte, razza de figghje de puttàne...
L'estate sul Gargano significa da sempre sole, mare, spiaggia, vacanze. Ma non è tutto, purtroppo, perché a pochi chilometri dagli ombrelloni tutto cambia e l'estate diventa fatica disumana, privazioni, sfruttamento e violenza. Omar Di Monopoli ci trasporta in una delle tante zone d'ombra che i nostri tempi ci hanno regalato per raccontare una storia di ordinaria (ancora purtroppo) brutalità e disegnare un efficace ritratto di alcuni dei meccanismi che vediamo al lavoro ogni giorno intorno a noi.
Il fatto che, in mani capaci, il lato oscuro dell'Italia contemporanea possa trasformarsi in letteratura ha smesso da tempo di essere una sorpresa - ammesso che lo sia mai stato - e Ferro e fuoco lo ribadisce. Omar Di Monopoli riesce particolarmente bene nel creare un'ambientazione in cui far muovere i suoi personaggi, che diventa il tratto distintivo del libro insieme alla capacità dell'autore non tirarsi indietro di fronte a descrizioni e passaggi molto duri mantenendo comunque un'asciuttezza di tono e un'economia di parole, quelle sì, rinfrescanti. (qui recensione originale)

Marco Dellantonio

comincia il tour (de force)


Allora, ci siamo: ho il libro tra le mani. Giovedì sarà nelle librerie di tutta la penisola. Intanto comincia il tour promozionale: quest'estate batto la mia regione (che l'estate bollente ha trasformato in un tripudio di feste, appuntamenti e cotillons), poi da settembre procedo verso la linea del Piave... ecco le prime date certe:

Venerdì 4 Luglio - Libreria Caforio a Manduria (TA)
Sabato 12 Luglio - Notte bianca di Melpignano (LE)
Venerdì 25 Luglio - Giovani Idee a S. Pancrazio Salentino (LE)
Martedì 29 Luglio - Piazzetta di Torre Columena (TA)
Mercoledì 6 Agosto - Castellaneta Marina (TA)

sabato 28 giugno 2008

Molto Ferro sul Fuoco...


Il libro è uscito ma la circolazione nelle librerie comincerà da giovedì prossimo. Intanto oggi c'è una breve intervista di Benedetta Marietti al sottoscritto su D di Repubblica.

venerdì 27 giugno 2008

The way of McCammon...

Robert McCammon arriva in Italia negli anni ottanta per mezzo della defunta casa editrice Interno giallo, esordendo con il suo decimo romanzo all’attivo, Mine, e il conseguente Boy’s life - per non dire dei tanti racconti sparsi in varie antologie. Quando Interno giallo diventò una collana della Mondadori, che ne assorbì il marchio, comparvero da noi numerosi altri romanzi dello scrittore dell’Alabama. La critica ha sempre riconosciuto il talento ribollente dell’autore di Baal (suo vero primo romanzo), senza però che il grande pubblico gli conferisse invece il medesimo risalto di un King o un Simmons. McCammon è un cercatore di storie intrise di un passato che è il segno tangibile del passo umano, spesso fallace, assorbito nelle sue ambizioni o pressapochismi, e lo dimostra nel suo personale progetto nella trilogia di Speaks the nightbird, che non ha ottenuto il successo meritato. Ne La via oscura, finalmente disponibile nelle librerie nostrane grazie a Gargoyle Books, la struttura fantastica con tinte horror diventa lo specchio in cui si riflette il volto deformato dell’America del profondo sud, negli anni cinquanta e sessanta, in un periodo infuocato dal razzismo e dall’eccesso religioso. Il diverso è individuato in tutto ciò che non si comprende, in un contesto arcaico dove la colpa è un cancro che lacera il petto degli uomini e donne, intrisi di paure e dubbi, svelando il cuore stesso di un paese, palpitante di contraddizioni e cosciente della propria violenza indotta. Ambientato nell’Alabama cupa di metà Novecento, crescono Billy Creekmore e Wayne Falconer. Il primo, un giovane mezzosangue di famiglia umile, ha ereditato la capacità di entrare in contatto con le anime di colore che vagano senza pace, riportandole al loro riposo eterno nell’aldilà; il secondo, è figlio di un predicatore, Jimmy Jed Falconer, popolarissimo nei suoi tour per le sue cure con il solo tocco delle mani. Quando i Falconer arrivano a Hawthorne, la cittadina della famiglia Creekmore, Billy e Wayne si conoscono e provano istantaneamente una reciproca ostilità. Misteriosamente condividono entrambi lo stesso sogno di un acquila di fumo che lotta con un serprente di fuoco, come di un’antica entità maligna, il mutaforma delle leggende indiane, che li chiama a sé. Lo stile inossidabile di McCammon inchioda il lettore con una prosa ammaliante raccontandogli di questo vero e proprio viaggio iniziatico sullo sfondo di un paesaggio deforme e ottenebrante. Ottimo. (fonte parziale: fantasymagazine)

Robert McCammon
La via oscura
(Gargoyle Books), pp.488, € 16,50

giovedì 26 giugno 2008

Orlando e i tetti di Manduria...



Prima di «Into the wild»


Henry David Thoreau nacque a Concord [Massachusetts] nel 1817 (morì nel 1862). Studiò a Harvard in cui si laureò (nel 1837), ma dopo alcuni anni dedicati all'insegnamento (1837-1841) nella scuola privata fondata dal fratello John, preferì fare della sua vasta cultura un uso strettamente personale. Sue uniche forme di 'impiego' furono in seguito il lavoro intermittente nella fabbrica di matite del padre (1841-1843), e la gestione parziale di casa Emerson in cambio dell'ospitalità. Thoreau trascorse tutta la vita nella quieta Concord - qui fu assistente di Emerson e collaborò alla rivista «The Dial»-, facendone la capitale di un pianeta della mente, da cui si allontanò solo per rare sortite. Una gita fluviale con il fratello divenne Una settimana sui fiumi Concord e Merrimack (A week on the Concord and Merrimack rivers, 1849), mentre da altre trasse I boschi del Maine (The Maine woods, pubbl.1864), e Cape Cod (pubbl.1865). Nel 1845 si allontanò dalla propria casa per stabilirsi sulle rive del vicino lago Walden: restò due anni: si dedicò alla scrittura e all'osservazione della natura, «vivendo in profondità e succhiando tutto il midollo della vita». Il resoconto è nelle pagine di Walden o la vita nei boschi (Walden or the life in the woods, 1854), a metà tra il saggio e il diario. Convinto della necessità di un ritorno alla natura come presupposto per un rinnovamento spirituale, il protagonista vive da solo per due anni nella capanna che si è costruito; seguendo la scansione delle stagioni narra la sua esperienza fisica e mentale: vari capitoli sono dedicati alle attività manuali richieste per la sopravvivenza, all'osservazione della natura e a una accorata denuncia dei mali politici che accompagnano il progresso. Un vero breviario di nordamericanismo, per la celebrazione della purezza e della vita rurale, dell'individualismo. Walden condanna la società industriale e la spossatezza civile e culturale del vecchio mondo. La solitudine del protagonista diventa un esperimento politico e estetico: il tentativo di ritrovare la dimensione mitica dell'esistenza quotidiana.
Nel 1847, Thoreau lasciò la capanna per tornare a vivere con Emerson e la sua famiglia a Concord. Nel 1846 Thoreau fu incarcerato in seguito al suo rifiuto di pagare la tassa che il governo imponeva per finanziare la guerra al Messico, da lui giudicata ingiusta e contraria ai principi degli Stati Uniti. Thoreau portò avanti con estrema lucidità una accurata autoanalisi, riportato nei 14 volumi de Il diario (The journal) tenuto dall'età di venti anni fin quasi alla fine della vita, e pubblicato postumo. L'articolarsi del Walden in stagioni dell'anno o in situazioni che riflettono momenti della vita e dell'economia del lago, fa di esso una specie di manuale dell'autoconsapevolezza. Thoreau seppe sviluppare un intimo colloquio con la natura, apprese a leggere la segreta vita boschiva non con il semplice godimento dell'esteta ma con l'attenzione del classificatore di fenomeni naturali: la pioggia, il fuoco, le orme lasciate sulla neve dagli scoiattoli o dagli indiani. Dal microcosmo di Walden, in cui costruì la sua capanna, coltivò il suo orto, tagliò i suoi ceppi di legna, Thoreau comprese il disagio esistenziale che si infiltrava nelle coscienze della nascente borghesia, intuì l'assurdità di un sistema economico che favoriva una iniqua distribuzione delle ricchezze tra le classi. Questo disagio lo portò più volte, nella sua vita, a forme impetuose di ribellione e lotta contro il sistema. Con radicale individualismo. L'orrore di fronte all'invasione del Messico da parte degli Stati Uniti, la morte dell'abolizionista John Brown, lo scandalo della schiavitù, lo portò a pronunciare discorsi appassionati e a scrivere numerosi pamphlets. Il più famoso di questi è forse quello intitolato Disubbedienza civile (Civil disobedience, 1849): il rifiuto della logica del potere è espresso in forma così limpida che fu letto con entusiasmo da Lev Tolstoj, e fu poi adottato da Gandhi come manifesto di ribellione non violenta. Anche la beat-generation e il pensiero radicale nordamericano degli anni '60 hanno visto in Thoreau un autore di riferimento: per la profonda conoscenza delle religioni orientali, del pensiero mistico indiano, per l'illuminato equilibrio tra cultura e natura.

Balla coi lupi 2 (la vendetta)

Le sorprese non finiscono mai. Pare che Simon Wincer sia stato scelto come regista per portare sullo schermo The Holy Road, romanzo di Blake che è appunto il seguito del bel film di Costner, in cui l’ex luogotenente dell’esercito John Dunbar, accettato come fratello da una tribù di Sioux Lakota e sposato con Alzata con Pugno con tre bambini, deve riuscire a vivere con i terribili ricordi del passato. Nei panni del protagonista, al posto di Kevin Costner, vedremo probabilmente Viggo Mortensen. (ci può stare, anche se Costner era Costner...)

mercoledì 25 giugno 2008

Tyrannosaurus Zombie...


Il My Space ufficiale dell’artista californiano Rob Zombie ha mantenuto la promessa dei giorni scorsi e ha cominciato a pubblicare i disegni per il lungometraggio (che sarà però in live-action) Tyrannosaurus Rex. Quello che vedete quassù è il primo disegno che Zombie ha deciso di mostrare ai suoi fan, ma ce ne saranno sicuramente altri nei prossimi giorni. Speriamo non sia la solita boiata post-modernista in cui si gioca coi generi solo perché non si hanno idee ma che invece si tratti di una grande, trashissima storia cazzuta!!!!

martedì 24 giugno 2008

Addio a Ridge!

Da non crederci: è venuto improvvisamente a mancare Claudio Capone, mitica voce di un sacco di attori famosi che ha accompagnato l'adolescenza di migliaia e migliaia di teledipendenti italiani essendo da sempre anche la voce off dei Superquark targati Piero Angela. Era stato inoltre Luke Skywalker nella saga di Guerre Stellari, nonché John Travolta in Face/Off, Steve Guttenberg nella saga comica di Scuola di Polizia e ancora Alan Alda, John Malkovich, Martin Sheen e Chuck Norris. Ma lo ricordiamo soprattutto per il suo ruolo in tv dove aveva prestato la voce al Ridge di Beautiful, a Don Johnson di Miami Vice e a Frank Ashmore in Visitors (ma è davvero sterminata la lista di volti noti che il pubblico nostrano ha saputo apprezzare anche grazie a Capone)… 
Un grosso vuoto si apre nel mondo del doppiaggio, e uno altrettanto grosso nel cuore di chi ha passato centinaia di soporiferi pomeriggi ascoltandolo declamare con la consueta calda signorilità le gesta di leopardi e zebre nella Savana...
Ciao Claudio...
(qui un bel ricordo di Italo Moscati)

lunedì 23 giugno 2008

Querelle (chi ha copiato chi?)...


Qui, sul blog dello sceneggiatore di fumetti Roberto Recchioni, una gustosissima discussione sul diritto d'autore e il plagio delle opere d'arte. È una di quelle interminabili session tra internauti che fa sentire tutti tanto intelligenti (soprattutto quelli che si guardano bene dal parteciparvi) e che secondo me sono il sale della democrazia nella rete...

Fuga (dalla ) vittoria (Ah, no, quella è la Nazionale!)

Fuga per la vittoria (Escape to Victory) è un film del 1981, diretto dal grande regista John Huston. Il film è ancora oggi marchiato a fuoco nella memoria di tanti, soprattutto grazie alla presenza di calciatori-simbolo dell'epoca al fianco degli attori principali, tra cui il celeberrimo Pelé. Liberamente ispirato alla partita della morte tenutasi a Kiev il 9 agosto 1942 tra una mista di calciatori della Dynamo e della Lokomotiv e una squadra composta da ufficiali dell'aviazione tedesca Luftwaffe (esiste un film russo del 1962 che ne parla, dal titolo Terzo tempo), è una delle migliori pellicole sul gioco del calcio, sport praticato con scarso successo da Hollywood. Il mitico John Huston dirige un'opera che parla di valori sportivi ma anche di amicizia in un contesto ambientale di sicura presa emotiva come il conflitto mondiale. Il calcio come incrocio primitivo, battaglia per la sopravvivenza - nato per sostituire quelle giostre medievali non più congeniali all'uomo civile moderno - per Huston torna a mostrare la sua carica primordiale. Si esulta quando Stallone decide di abbandonare il piano di fuga pur di restare a inchiodare l'avversario, e non si può provare un brivido quando l'ufficiale nazista non riesce a trattenersi dall'applaudire le imprese atletiche dei calciatori nemici. Girato con particolare cura, si avvale di un cast all'altezza (molto bravi Michael Caine, Max Von Sydom e il giovane Sly Stallone) e di pregevoli riprese sportive (memorabile il gol di Pelè).

venerdì 20 giugno 2008

Gli affari prima di tutto!

Gere scaricato. Il Gruppo Fiat si scusa con la Cina per la pubblicità sulla Delta: «Nessun intento politico»
La scelta dell'attore Richard Gere, noto per l'adesione al buddismo e alla causa del Tibet, per la pubblicità della Lancia Delta, non ha nessun intento politico nè nasconde la volontà di interferire con il sistema politico cinese. Lo afferma una nota del gruppo Fiat, in merito alle notizie secondo cui la pubblicità della nuova Lancia Delta potrebbe turbare la sensibilità del popolo cinese.
Ansa di Venerdì 20.06.2008 ore 14.31
(senza parole, davvero!)

Monaco Murante (ieri)


giovedì 19 giugno 2008

sta arrivando il nuovo Punitore!

Sequel del film The Punisher, trasposizione cinematografica del 2004 sull’omonimo personaggio dei fumetti interpretato da Thomas Jane e John Travolta (nel ruolo di villain) che ha avuto un discreto successo ai box office. The Punisher (il Punitore) è uno dei primi antieroi del fumetto americano: un violento giustiziere nato sugli albi dell’Uomo Ragno a metà anni ‘70, che ebbe un grosso seguito di pubblico durante gli anni ’80, con diverse serie a fumetti a suo nome (The Punisher, The Punisher’ War Journal e The Punisher’ War Zone, da cui il sequel prende il titolo).
Se il primo episodio raccontava le origini del personaggio (il poliziotto Frank Castle diventa un implacabile cacciatore di criminali dopo che la moglie ed i figli sono stati uccisi dalla Mala) miscelando il genere di Action con quello di Commedia nera, il sequel sarà invece un noir urbano molto più violento ed oscuro del precedente capitolo; il villain principale del film sarà Jigsaw/Mosaico, un criminale orribilmente sfigurato proprio a causa del Punisher, il quale è anche il più famoso tra i nemici del vigilante sugli albi a fumetti. 
qui il link.

mercoledì 18 giugno 2008

Francesco Dimitri - Pan de noantri!

Non sono mai stato particolarmente attratto dal fatato mondo di J. M. Barrie, e dopo una prima, sconsiderata infatuazione (durata all'incirca fino al remake de Il pianeta delle scimmie, direi) ho smesso di appassionarmi al gotico caramelloso di quel - comunque geniale - regista che è Tim Burton. Ecco perché, ravvisando questi due numi tutelari nella quarta di copertina, mi ero avvicinato con una certa diffidenza al romanzo Pan (Marsilio) di Francesco Dimitri. Eppure, una volta superato una intro forse un po' macchinosa, questa curiosa commistione di horror e fantastico, capace di mescolare con disinvoltura una cifra che spazia dall'ironico al macabro mentre ci racconta una storia corale ambientata in una Roma forse mai così dark, mi ha molto divertito. Dimitri (un quasi esordiente: attivo da tempo nel mondo editoriale, ha una sfilza di piccole pubblicazioni saggistiche alle spalle e un romanzo edito l'anno scorso con Gargoyle Books) mette a cuocere tanta carne al fuoco: magia, antropologia, paganesimo, leggende urbane, mentalismo, esoterismo, addirittura qualche spruzzata di teen-novel, riuscendo nell'oneroso intento di attualizzare (rivisitandola) la favola di Peter Pan e padroneggiando ben 419 pagine sempre sul crinale di una pericolosa deriva didascalica (e che invece l'autore by-passa con maestria - grazie anche all'evidente mestiere!). Lo stile è volutamente scarno, privo di orpelli, pensato apposta per una divulgazione diretta e popolare (alla maniera, per intenderci, dei grandi story-tellers anglosassoni - o, per fare un esempio: del buon vecchio King). Consigliatissimo per chi dalla letteratura non si aspetta necessariamente un (orrore!) messaggio...

PAN
Francesco Dimitri - (Ed. Marsilio)

Tramonto con finocchio selvatico (ieri)



Adieu Rigoni Stern!

I funerali sono stati celebrati ieri pomeriggio ad Asiago, nel vicentino, alla presenza di pochi familiari. Il grande letterato italiano, gravemente malato, è morto l'altro ieri sera nella città in cui era nato e nella quale era tornato a vivere subito dopo la guerra ma, per sua stessa volontà, la famiglia ha mantenuto il più stretto riserbo sulla notizia.  Nato nel 1921 ad Asiago, Mario Rigoni Stern era noto al grande pubblico soprattutto come autore di Il sergente nella neve (premio Bancarellino 1963), libro autobiografico in cui raccontava le drammatiche vicende vissute durante la campagna di Russia, di cui fu fra i pochi sopravvissuti.

King tra realtà e finzione...

Colorado, Stati Uniti. Il celebre scrittore Paul Sheldon parte in macchina per consegnare all'editore il suo ultimo romanzo, ma un'improvvisa tempesta di neve lo fa uscire di strada. Svenuto e gravemente ferito viene tratto in salvo dall'ambigua Annie Wilkes, un'ex infermiera che, per ironia della sorte, è proprio un'accanita lettrice dei suoi libri. L'uomo, costretto a rimanere su una sedia a rotelle, si ritrova così prigioniero nella casa di questa donna che ben presto mostra segni di squilibrio mentale. Nella sua follia Annie non perdona a Paul di aver «ucciso» Misery, il suo personaggio preferito; così, tramite orribili sevizie e torture, lo obbligherà a farla rivivere con un nuovo romanzo.
Sarebbe riduttivo affermare che Misery è solo un ottimo thriller, trattandosi di fatto (in barba a chi ancora guarda a King come a uno scrittore solo «di genere») di un dettagliato "resoconto esplorativo" della mente delle persone. Da meticoloso osservatore della specie umana qual'è, Stephen King si diverte un mondo a scoperchiare gli anfratti più bui della psiche per mostrarceli nudi e crudi nella loro terribile, estatica vertigine. Navigando con superba maestria nelle oscure acque della follia, l'autore attraversa le lande del dolore e della morte per poi visitare gli immensi abissi di quella parte del cervello dove dimora la creatività, in un appassionante gioco di specchi tra lo scrittore vero/lo scrittore del romanzo/e il lettore. Semplicemente splendido e agghiacciante!
MISERY
di Stephen King (Sperling Paperback)

martedì 17 giugno 2008

Larmonia, un corto di Mirko DiLorenzo...

Redford con la gobba!

Che strana idea è venuta agli organizzatori del Tuscan Sun Festival: far leggere ad un attore - non italiano per giunta - le poesie del nostro Giacomo Leopardi.
L’abbinamento è ancora più curioso se si tratta di un attore di fascino e classe come Robert Redford. Vi immaginate i versi di Leopardi diventare quasi piccoli slogan pubblicitari nell’italiano americanizzato di Redford (va però aggiunto, per completezza di informazione, che il cineasta statunitense in gioventù ha studiato e lavorato in Toscana)? Qualche dato in più: la performance si svolgerà l’8 agosto a Rieti, nell’ambito della manifestazione citata, che durerà dal 2 al 10 agosto.
(fonte 055news)

lunedì 16 giugno 2008

cinquanta!

Parklife...

Considerato dagli estimatori come una delle colonne portanti del brit-pop, Parklife è l’album che ha decretato il successo planetario della band inglese, trainato dalla freschezza del suo singolo di lancio, lo storico hit Girls & Boys. Pur non essendo, nonostante le corone d’alloro, il lavoro più completo dei Blur (Damon Albarn e soci daranno il meglio di sé a partire dal 1997 in poi), Parklife fa sfoggio di una vena creativa incontrollata, tuttora insuperata dalle nuove realtà emergenti britanniche. Accanto al singolo citato trovano spazio sul carrozzone scanzonato i brani Tracy Jackson - un omaggio alla tradizione musicale d’oltremanica (Kinks e XTC su tutti) - To the end - romantica ballata caratterizzata da un coro femminile alla Laetitia Sadier (è la prova generale in attesa del capolavoro The Universal che arriverà solo un anno più tardi) - ed infine Trouble in the message centre - pezzo che ricorda da vicino le melodie dei primi R.E.M. e il ritmo “fast” di Iggy Pop. Correva l’anno 1994; la guerra infinita che li vedeva contrapposti agli Oasis era appena incominciata. Il brit-pop era l’unico credo e l’importante era sopravvivere, d’altronde come cantava lo stesso Albarn «la strada è come una giungla». Lunga vita ai jeans strappati e ai poster dei calciatori. (fonte per alcune porzioni della rece: il cibicida)
BLUR
Parklife
(1994, Food)

domenica 15 giugno 2008

(1988/2008) per brevità chiamato Artista.


Esattamente vent'anni fa una quieta overdose si portava via un piccolo-grande genio pugliese: Andrea Pazienza moriva in quel di Montepulciano lasciando il fumetto italiano orfano di una delle penne migliori della letteratura (sì, la sua era «letteratura disegnata»!) e un talento visionario unico e irripetibile. Nessuno come il vecchio, deragliato Apaz seppe rappresentare l'inquietudine scalena di quei terribili anni ottanta tutti da bere... Ciao, Andre'!

venerdì 13 giugno 2008

La magia delle piccole cose...


Craig Thompson è un fumettista acclamatissimo in patria, e Blankets è probabilmente il suo irripetibile capolavoro (ben 592 pagine di «narrativa disegnata»), un'opera che si è guadagnata lodi sperticate da parte della stampa specializzata di mezzo mondo e che ha fatto innamorare uno stuolo sterminato di fan. Ambientato nello scenario di un austero inverno nel Wisconsin, Blankets è un raro esericizio nel genere del fumetto autobiografico che possiede la sostanza e la chiarezza di articolare la struttura narrativa con una delicata commozione, ed esplora la rivalità dei fratelli Craig e Phil, cresciuti in una isolato paese, e il primo, romantico innamoramento di Craig con Raina. In un settore rumoroso, sdolcinato e mediocre, Blankets è un’esperienza di viaggio attraverso l’adolescenza di Craig Thompson, segnata da uno zelo religioso e da alienazione, ma anche con un senso di speranza che separa Thompson da suoi contemporanei. Con Blankets, come con Good-bye, Chunky Rice (precedente opera dell'autore e best-seller nei paesi anglosassoni) prima, Thompson dimostra un’abilità unica di esplorare i temi del desiderio della disperazione senza mai perdere il suo ottimismo. Il risultato è un lavoro sincero e onesto disegnato dall'inchiostro di una penna di raffinata eleganza, una delle più ambiziose e originali graphic novels mai pubblicate nel mondo dei comics. Ancora più importante è il fatto che Blankets sia il documento di una scoperta e di un'auto-realizzione, entrambi universali e illuminanti.
L’AUTORE: L’americano Craig Thompson, nato nel 1975, ha all’attivo solo due “graphic novel”, cioè due romanzi a fumetti, ma in patria ha vinto numerosi premi prestigiosi, come l’Harvey Award. Oltre alla sua attività di disegnatore di fumetti, è anche un richiestissimo illustratore e grafico, e ha collaborato, tra l’altro, con Nickelodeon, DC, Dark Horse, Marvel, OWL e National Geographic Kids.

ve lo ricordate?

È di qualche anno fa. Ma ogni volta è una sorpresa: ma come hanno fatto a pensarlo?

giovedì 12 giugno 2008

Campagna per la raccolta differenziata.


È finalmente operativa la campagna promozionale per la Raccolta Differenziata da me realizzata per il distretto in cui vivo. Posto l'anteprima delle affissioni cittadine, sperando che l'intero progetto (parlo della raccolta, ovvio, non della mia idea grafica) abbia il successo che si merita.

Ah, la vecchia Giardiniera!

mercoledì 11 giugno 2008

scheletri estivi...

«Salud comandante.»
Henning alzò il cartone di vino rosso e fece un brindisi alla placca di bronzo che ricordava il luogo dove il primo ministro Olof Palme era stato assassinato sedici anni prima. Si accovacciò e passò un dito sulle lettere in rilievo.
«Dannazione Olof» disse. «Le cose stanno andando male. Di male in peggio.»
Aveva l'impressione che la sua testa fosse sul punto di scoppiare, e non era colpa del vino. Le persone che passavano in Sveavägen camminavano con lo sguardo fisso a terra e alcuni si tenevano le tempie fra le mani.
All'inizio della serata si sarebbe soltanto detto che fosse in arrivo un temporale, ma l'intensità di energia elettrica nell'aria era aumentat gradualmente in maniera impercettibile, e ora era quasi insopportabile. Neppure una nuvola nel cielo della sera, neppure un tuono in lontananza, nessuna speranza di un temporale liberatorio. L'informe campo elettrico era effimero, ma si percepiva.

L'ESTATE DEI MORTI VIVENTI
di John Ajvide Lindqvist (Marsilio)

manca una sola settimana!!!!



ubi consistam?

Un posto tranquillo, illuminato bene è una raccolta di racconti di Ernest Hemigway (estratti più di un decennio fa dalla Mondadori dalla più completa raccolta i 49 racconti). Il linguaggio scarno e lavorato, il ritmo oscillante tra il dialogo diretto - sfrondato quasi completamente dei «disse» e dei «rispose» - e i flash descrittivi sul mondo circostante, sono le caratteristiche che fecero dello stile di Hem un prodotto profondamente innovativo per l'epoca e che influenzò tantissimo (e ancora influenza) generazioni di scrittori.
Ossessionato da un serpeggiante machismo - ma anche dalla propria inettitudine - lo scrittore amava trasporre nelle sue pagine il sentimento di perenne «perdita» che lo attanagliava (era convinto di avere troppo talento e di averlo utilizzato troppo poco). Nel racconto intitolato Un idillio alpino troviamo questo identico concetto espresso nel dialogo fra due turisti reduci da un'escursione in montagna.
«M'ero scordato il sapore della birra.»
«Io invece no,» disse John.
«Su alla baita, ci ho pensato un bel po'.»
«Mah,» dissi io, «adesso ce n'abbiamo.»
«Non si dovrebbe mai fare alcuna cosa troppo a lungo.»
«No. Siamo rimasti lassù troppo a lungo.»
«Troppo maledettamente a lungo,» disse John. «Non è bene fare una cosa troppo a lungo.»
Questo tema, di qualcosa che «si protrae troppo a lungo» - sia l'attesa della morte o sia la mancanza di birra - spunta con tanta frequenza e insistenza qua e là, in tutta l'opera di Hemingway, da indurci a ritenere che si tratti di un sintomo ben preciso. Il sintomo di un malessere che affligge alcuni personaggi hemingweyani - quelli cioè che vivono la vita con spirito da "dilettante" nel senso più vasto del termine, in netto contrasto con quei pochi "eroi" che invece vivono da professionisti, quale che sia la loro vocazione, quali che siano il loro mestiere e il loro talento. Gli uni, i dilettanti, sono destinati alla sconfitta - morale o materiale - sono insomma dei falliti, mentre gli altri - i professionisti - saranno invece dei vincitori, anche quando "non prendono nulla" (Winners Take Nothing è un celebre titolo di Hemingway) e saranno, anche quando soccombono, degli invitti. L'invitto (The Undefeated) è appunto il titolo di uno dei maggiori racconti di Hemingway. È la storia di un anziano torero alle sue ultime armi, Manuel Garcia. Quando Manuel Garcia, appena uscito dall'ospedale, si presenta a un impresario di corride, la sua posizione di "professionista" si delinea dalle primissime battute.
«Perché non ti cerchi un impiego e non ti metti a lavorare?»
«Non voglio lavorare. Sono un torero.»
Anche ai consigli dell'amico Zurito, che gli chiede perché non la smette e non si taglia la coleta (cioè la treccina caratteristica dei toreadores) Manuel Garcia risponde con la stessa tenace semplicità: «Non lo so. Ma devo.» E poi alla fine (sconfitto ma invitto) anche sul tavolo operatorio troverà in punto di morte la forza di opporsi al taglio di quel segno emblematico della sua professione e della sua illusione. Dilettante è, dunque, bene spesso sinonimo di "fallito" nel mondo di Hemingway. E il malessere che affligge i suoi falliti è soprattutto una "noia" di tipo speciale, diversa dalla noia romantica degli eroi di Stendhal, dal tedio filosofico di Leopardi, o dalla inerzia di Oblomov, per fare tre esempi disparati. La noia di marca hemingweyana deriva dalla mancanza di un ubi consistam, di un perno intorno al quale ruotino il senso del dovere, l'impegno, l'ideale insomma di una vita professionalmente vissuta. (dalla rete)

martedì 10 giugno 2008

Il Sud come tavola pittorica (by Orlando)

Bad news!


La notizia è dolorosa per tutti anche se non è stata ufficializzata. Ma siti americani la danno per vera. Il mito del cinema (detto anche «occhi più belli della Terra») Paul Newman, classe 1925, ha un tumore ai polmoni. L’attore soffre da diversi mesi e da tempo non si vede in giro anche se aveva cercato di nascondere la malattia con alcune scuse come perdita di capelli e piede d’atleta. Gossipblog spiega che uno dei familiari ha espresso tutto il suo dolore con la frase: «È terribile, sta morendo». Grandissima tristezza per i fan del Cinema con «C» maiuscola.

lunedì 9 giugno 2008

Superman compie 70 anni


Zitto zitto, quatto quatto, oggi l'Uomo d'Acciaio compie 70 fottutissimi anni. Portati bene, direi, anche se con qualche acciacco. Auguri, ragazzo!

domenica 8 giugno 2008

Bosco di Rosamarina (ieri)

Vivere per niente, morire per...

Il rischio di sfornare una cazzata immane c'era tutto. Superato il giro di boa dei sessanta e nonostante una tempra formidabile per un fisico di quell'età (però la faccia non sembra quasi più la sua, che c'entri l'abbuffata di anabolizzanti?), resuscitare l'eroe simbolo dell'amministrazione Reagan poteva risultare per il buon vecchio Sly una classica zappata sui piedi. Certo, i dialoghi sono spesso risibili, la CG utilizzata per le esplosioni sembra talvolta frutto del lavoro di un dilettante, e la sceneggiatura - isolata dal fluire della pellicola - è in soldoni di una spiazzante ingenuità, epperò... Epperò va detto che John Rambo, quarta incarnazione (a vent'anni esatti di distanza dall'ultima) dell'indomito veterano del Vietnam fa il suo porco lavoro e in certi momenti lo fa pure dannatamente bene. Spogliato di tutte le manfrine narcisistiche (via la scena ricorrente in ogni episodio della vestizione con bandana in bella vista!), via lo sbandieramento inutile di tutta la panoplia d'armi in dotazione all'eroe (compare solo l'arco con le frecce), il Rambo dei giorni nostri è finalmente diventato un taciturno e disincantato eremita che torna alla guerra alla maniera di certi personaggi hemingweyani, che finiscono tautologicamente cioè per «fare quello che fanno perché sono ciò che sono». E allora si parteggia per Stallone quando in un guizzo di istintiva brutalità riempie di piombo alcuni pirati birmani e si continua a stare con lui quando, per liberare la bella di turno, si attacca ad una mitragliatrice e fa una carneficina di cattivoni (rappresentati tutti, alla maniera dei radiodrammi anni cinquanta, coi ghigni tirati e la sigaretta in mano). Inoltre, quasi rispecchiando un crollo di illusioni che evidentemente appartiene allo stesso attore (qui anche regista) John Rambo è un film che spinge come non mai sul pedale dello splatter, versando litrate di emoglobina sin dai primi minuti. Regia appena sufficente ma ottima fotografia, e in più il film si concede il lusso di puntare il dito sul dramma civile che da più di mezzo secolo attanaglia la popolazione Birmana. Consiglio: spegnere il cervello e sedersi in poltrona a goderselo. Bentornato Sly!