mercoledì 30 aprile 2008

«Catrame» di Giuseppe Genna

«… ‘tutti noi’ siamo una questione irrisolta… In questo Paese di merda, i terroristi sono ancora il nodo da sciogliere, la cattiva coscienza di una nazione… Renditi conto che chi ora sta governando è ancora sotto la spada di Damocle della nostra questione irrisolta… Prodi, Ciampi… Se ti leggi il memoriale Pecorelli, sono tutti dentro… Tutta la classe dirigente del Paese… Alla Banca d’Italia, contro il candidato del Pci, la Dc aveva schierato Ciampi… Nesi, che adesso sta in Rifondazione, aveva piazzato il figlio di Ciampi alla BNL, la banca dello scandalo dei fondi neri e delle forniture di armi, con uno stipendio da favola… Li tiene in scacco tutti Cossiga, che faceva il ministro dell’interno ai tempi dell’omicidio di Moro… Altroché tecnocrazia… E noi stiamo schiacciati, in attesa dell’indulto…»

CATRAME
Giuseppe Genna - (Mondadori Ed.)

martedì 29 aprile 2008

Falling Angel

Sono sempre stato un fan sfegatato di Mickey Rourke. Tendo a non tener conto del fatto che durante lo scorso decennio l'attore abbia ridotto in poltiglia la propria reputazione (un lavoro che grazie alla frequentazione dei ring ha alacremente condotto in parallelo anche sull'espressione del proprio viso, trasformatasi da splendida rappresentazione iconica del bad-boy anni '80 in un punging-ball al silicone che nulla ha a che invidiare al faccione di mia zia Petunia nei peggiori giorni di scirocco!), aspettandomi sempre un definitivo riscatto/revival delle sue qualità attoriali (nessuno, spero, vorrà mettere in dubbio la sua intensità nel bel noir/horror Angel Heart - dov'era un magnifico detective scalcagnato - o in BarFly, Rumble Fish, L'anno del dragone, Eureka, Johnny il bello, Ore disperate più numerose altre pellicole di quegli anni!). Certo, la recente trasposizione in lungometraggio del fumetto Sin City (dove interpretava lo psicopatico Marv celandosi dietro quintalate di lattice) può aver restituito un po' di smalto alla sua verve, e altrettanto probabilmente faranno Shotkill (tratto da un furibondo giallo di Elmore Leonard) e The Wrestler (storia di un lottatore in disarmo che torna sul ring per morire), entrambi in uscita anche in Italia, però la sensazione è che Hollywood non mai abbia saputo davvero perdonare a Rourke le sue notturne mattane a spese degli hotel di mezzo mondo, la sua rovinosa amicizia con gli Hell's Angels, le scorribande in moto, le botte a Carrie Otis (sua invidiatissima ex-moglie!) e gli strali pieni di boria che gli inimicarono gran parte dei registi più gettonati di fine secolo scorso. Peccato. Peccato per un attore che i critici definirono ai suoi esordi come il «nuovo Brando» e che del grande Selvaggio sembra aver invece ereditato solo il disfacimento fisico e una certa implacabile, distruttiva indisponenza che oggi, proprio come sta accadendo a un altro grande loser del grande schermo, Kevin Costner, sa tanto di scommessa perduta.

lunedì 28 aprile 2008

Quando uno è avanti è avanti!


Ho ritrovato questa foto del murale che avevo fatto nella mia stanza a Bologna, ai tempi dell'università. Avevo qualche chilo in meno (e tanti capelli in più) ed era il 1997. Se penso che oggi per trasformarsi in un Simpson basta un clik!

Orlando (no, non è in Florida!)

sabato 26 aprile 2008

Nelle terre selvaggissime!

Si può dire ancora qualcosa su quest'ultimo, acclamatissimo film by Sean Penn senza incappare in un punto di vista, una posizione critica o una sperticata adulazione che non sia già stata letta/vista/pubblicata da qualche parte in rete oppure sui giornali? La risposta, ovviamente, è un secco e categorico NO, perché in questo ispirato capolavoro il bad-boy di Hollywood ha saputo mescolare in maniera ecumenica gli insegnamenti registici della generazione di cineasti che lo hanno preceduto (da Ford all'ultimo Eastwood, per intenderci) alle laceranti istanze ambientaliste di fine millennio.
A partire da una vicenda autentica, trascritta nelle pagine del libro Nelle terre estreme di Jon Krakauer (in Italia edito da Corbaccio Editore), Penn si confronta direttamente col mito originario americano: l'incontro tra l'uomo e la natura selvaggia. Crea, a sua volta, un mito contemporaneo nel protagonista, giovane uomo dalla personalità al confine tra eroismo e fragilità, nevrosi e ricerca della purezza; un "picaro" dell'anima nipote elettivo dei cavalieri erranti della Beat Generation. Fa di più: osa realizzare un film sul valore della solitudine in un tempo che avverte la solitudine come il massimo pericolo, tanto da esorcizzarla di continuo con i telefonini, o con la "rete".
Il tema della fuga, centrale nella pellicola di Penn, si fonde e si completa con quello della ricerca, che si risolve - senza sconti consolatori per il pubblico - in un finale duro e per nulla banale. Il regista costruisce due ore e mezzo di storia appassionante, con uno stile che trova sin dalle prime sequenze un giusto equilibrio fra classicismo e sperimentazione, e attraverso una sceneggiatura che incede lenta ma potente, riuscendo ad affascinare e coinvolgere nonostante l'assenza un particolare dinamismo sulla scena.
Into the Wild è un film solido e maestoso, le cui piccole ma trascurabili pecche risultano soverchiate da un'altissima qualità tecnica e artistica. L'ultimo, commovente frame (quello che mostra l'autoscatto del protagonista reale Christopher McCandless) contiene in sé - da solo - una potenza estenuante, capace di penetrare oltre qualsiasi difesa dello spettatore per ribollirgli dentro a lungo sino quasi a tantalizzare l'ipotesi - dai! Possibile? - che forse, in fondo, scegliere di morire a quel modo non sarebbe poi così riprovevole. (fonti parziali: gli spietati)

venerdì 25 aprile 2008

Quando si dice disegnare con le palle!


E sempre parlando dell'Uomo Pipistrello, ma quanto sono bravi quelli dello studio Gaijin?
Quello quassù è un loro strepitoso Joker, rubato dalla gallery del sito che contiene chicche molto, ma molto goduriose...

The Dark Knight, ma quant'è bella questa locandina?

giovedì 24 aprile 2008

Nuovo western a fumetti

Billy Wild 1 (001 Edizioni, brossurato, 112 pagine in b/n, € 10,00) testi di Céka, disegni di Guillaume Griffon

Primo tomo di un dittico, un gothic western dal forte sapore sulfureo, tra Sergio Leone e Goethe.
Céka ci presenta nascita, ascesa e miserie del giovane Hans Güt, l’incontro col dottor Linus, vero deus ex machina e misteriosa incarnazione del male. Linus, che dona al giovane l'elisir dell’immortalità in cambio di un servizio teso alla distruzione meta-e-fisica. Quasi un novello Faust, ma coi topoi western in primo piano.
Guillaume Griffon interpreta la lezione grafica di Comés sintetizzandone ancor più il tratto “disturbato” in un bianco e nero lancinante. Molto efficace la messa in scena dei personaggi, grazie a vignette dalle inquadrature niente affatto convenzionali.
Alla fine rimaniamo in spasmodica attesa del secondo conclusivo volume, dove sarà verosimilmente presente il duello coi responsabili morali della (involontaria?) trasfigurazione di Hans, costretto ad assumere nuova identità nel corso della vicenda: Billy Wild, il pistolero.

(da Giovanni LaMantia - redazione ComicUs)

mercoledì 23 aprile 2008

Maschio Adulto Solitario

«Se penso a me diretto a nord mi vedo come uno di quegli animali nei film di Walt Disney mentre camminano nella tormenta di neve abbandonando il caldo della propria tana diretti a testa e orecchie basse verso un punto ignoto del crudele mondo dei cartoon. In realtà non lasciavo niente e non andavo verso niente, l’equazione era bilanciata. Presi un treno, un giorno, da una stazione e scesi in un’altra stazione. I capistazione di entrambe le stazioni ferroviarie avevano berretto rosso e la giacca da carta da zucchero. Un fischio per partire e un fischio per arrivare. La stazione di arrivo era solo un po’ più grande ma da lì sloggiai subito per raggiungere una stazione più piccola, periferica. Poi presi un autobus e venni scaricato davanti a un campo di granturco. Il freddo c’era che mica bastava mettere le mani in tasca; eppure non era molto in là, l’autunno. Intorno avevo foglie marce e l’odore di fertilizzante. Le facce erano anonime e squadrate e le donne fa’ che non avevano gambe e non avevano curve perché si blindavano in impermeabile color nulla e calosce. Avevo un foglietto con il nome della fabbrica e il numero di telefono di un tale conoscente di Anselmo. Ma ’sto conoscente di Anselmo s’era messo con una peruviana e questa gli aveva incasinato la vita e al telefono mi disse cose vaghe ma il senso era chiaro: problemi per entrare in fabbrica zero, ma da lui mani tese manco a parlarne. Anzi, lui non ci lavorava prorpio più, alla Dresden. Lui viveva con ’sta femmina, una specie di califfa e allora… d’accordo.

Ricominciamo da capo, prego.

Ero sceso da un autobus davanti a un campo di granturco e alle mie spalle c’era un cubo di cemento armato grande come il mondo. Non sapevo dove mi trovavo e non lo volevo sapere. Non era importante, capite? Ero fuori sulla parola; dovevo solo trovarmi un rifugio antiatomico e aspettare. Aspettare cosa? Domanda non pertinente: me lo chiedo ancora oggi.»

 MASCHIO ADULTO SOLITARIO, 
Cosimo Argentina - (Manni edizioni).

domenica 20 aprile 2008

Nelle nebbie di Milano


Trasferta milanese in atto (l'editing sul nuovo romanzo incombe).
La vignetta qui sopra appartiene all'ormai consueta valigia personale di «fumettate» degli anni '80.
Enjoy.

sabato 19 aprile 2008

Sta arrivando pure questo!

Frank Miller, geniale fumettista americano autore di numerosi capolavori d'arte sequenziale come 300, Sin City e The Dark Knight Returns, si cimenta dietro la macchina da presa con la realizzazione in celluloide di The Spirit, popolare icona a fumetti opera del mitico Will Eisner. Qui trovate il gustosissimo sito pieno di informazioni, foto e stralci di storyboard (e sta per uscire pure il trailer ufficiale). Iron Man, HellBoy 2, Hulk, Wolverine, il nuovo Punitore e il seguito di Sin City... che magnifica scorpacciata di comics-movie ci aspetta nei prossimi mesi!)

giovedì 17 aprile 2008

Caro vecchio lui...

Un anno fa se ne andava il grande Kurt Vonnegut. Definito spesso come «scrittore per scrittori», ci ha lasciato un eccezionale corpus di opere in cui convergono profondità e sintesi, umorismo e sentimentalismo (con guizzi sempre ammirevoli di fantascientifica surrealtà). La sua era una prosa piuttosto semplice ma sempre immediata, lavorata al cesello. Vonnegut è stato spesso paragonato a Mark Twain, ed egli stesso ha più volte dichiarato la propria smisurata ammirazione per lo stile e l'opera di Twain. Anche la narrazione fantascientifica di Vonnegut non ha nulla a che vedere con il sense of wonder; alieni, invenzioni e paradossi fisici servono semplicemente da pretesto per osservare l'umanità dei personaggi da angoli inconsueti, soprattutto allo scopo di aggirare ogni pregiudizio e tornare in questo modo all'essenza delle cose, con una semplicità che è al tempo stesso la più feroce delle satire. Paradigmatico in questo senso è la Colazione dei Campioni, in cui la voce narrante sembra rivolgersi a un alieno o a un ascoltatore del lontano futuro, a cui occorre spiegare ogni cosa, persino cosa sia un hamburger; e per l'occasione, in onore di correttezza e semplicità, i coloni americani diventano "pirati venuti dal mare" e la piramide mozza rappresentata sui dollari, di cui neppure il Presidente conosce il significato, serve a dire ai cittadini: «nel nonsense è la nostra forza».
Daniele Brolli ha scritto: «In un paese civile Madre notte di Kurt Vonnegut dovrebbe essere diffuso nelle scuole al pari di Se questo è un uomo di Primo Levi. Le osservazioni sulla vita mascherate da filosofia spicciola concentrate nei romanzi di Vonnegut sono una forma di sapienza naturale che una volta tanto nega che tutto debba risalire ad un'ancestralità sorda e bestiale [...] Solo James Thurber e Salinger possono vantare la stessa leggerezza nel parlare delle cose del mondo senza emettere giudizi» (Segrete identità, p.222 Baldini & Castoldi, 1996).

domenica 13 aprile 2008

il treno (perso) delle 3 e 10...

Quel treno per Yuma (2007) è il remake dell’omonimo film del 1957 firmato Delmer Daves, interpretato da Glenn Ford e Van Heflin nei rispettivi panni del bandito Ben Wade e del ranchero Dan Evans. Nella pellicola odierna (diretta da James Mangold) i ruoli finiscono in eredità a Russell Crowe e Christian Bale, e se è vero che budget e promozione hollywoodiana hanno promesso fuochi d'artificio mentre la critica ufficiale per lo più ha unanimemente «sparato» contro il film in questione, andrebbero forse fatti i necessari distinguo.
Mangold riconduce infatti la materia narrata ad una dimensione fondamentalmente adolescenziale mostrandoci tutto attraverso gli occhi di William (Logan Lerman), il figlio quattordicenne di uno dei protagonisti, espandendo in massima misura la componente avventurosa del racconto di Elmore Leonard pubblicato sul “Dime Western Magazine” nel 1953. Una chiave di lettura, questa, che il film si premura di consegnarci in apertura, guidando i nostri occhi - in soggettiva con lo sguardo di William - sulle dime novel (i racconti pubblicati a fascicoli sulle riviste da un dime, la moneta da 10 cent) che il ragazzo tiene a portata di mano sul comodino. Storie schematiche negli assunti ma travolgenti nella progressione drammatica, grondanti sangue e avventura, sentimenti vibranti e pericolo senza tregua. Quel treno per Yuma di oggi è dunque un dime western e solo come tale può essere gustato: la sceneggiatura offre diversi bei dialoghi e un'apprezzabile commistione di ironia e intensità emotiva, elementi che del resto ben filtrano dall'interpretazione dei due protagonisti. Russell Crowe è un attore di grandissima presenza scenica, ma per quanto sempre apprezzabile qui gigioneggia in maniera eccessiva nel ruolo che fu di un bravissimo Glenn Ford, dando oltretutto l'impressione di perdere, di tanto in tanto, le redini della parte - peggiorativo, in questo senso, il doppiaggio di Luca Ward, la cui voce è senza dubbio calzante ma anche eccessivamente impostata, studiata, compiaciuta. Ottimo invece Christian Bale, misurato e intenso nel modo giusto. Interessante la scelta di sottrarre alle inquadrature le classiche riprese panoramiche che hanno fatto grande il genere per focalizzare la messa in scena sui volti (con, però, una inevitabile perdita di ephos, e qui Sergio Leone si rivolterebbe nella tomba!) 
Un ritorno complessivamente felice, quindi, ancorché assolutamente non memorabile, per il cinema dei cowboy, che questa volta risorge dai suoi fasti per riproporre la propria immagine più antica e schietta. Forse questa nuova versione di Quel treno per Yuma non aggiunge granché a quanto era già stato detto in un recente passato (il mitico Gli Spietati, Balla coi lupi, l'ultimo Assassinio di Jesse James), né evidentemente questo film possiede i requisiti per venire accostato ai migliori classici di genere, ma rappresenta senz'altro un valido punto di (ri)partenza per un filone dato per spacciato ormai troppe volte.

venerdì 11 aprile 2008

L'ultimo vero bacio di Crumley

L'ultimo vero bacio è un grandissimo noir, con l'unico difetto di essere pieno zeppo di refusi: un difetto quindi non riconducibile all'autore James Crumley (che è un fottutissimo Signor Scrittore!) ma alla sua beneamata casa editrice Einaudi, la quale ogni due-tre pagine regala al lettore qualche bello sfondone tipografico - il che fa incazzare, e non poco! Detto questo, il romanzo tiene, tiene, tiene. Consideriamo che è stato scritto nel 1978, quindi più di 25 anni fa. In quell’anno, probabilmente, non giravano troppi libri scritti in questa maniera. Il «genere» era naturalmente - ieri come oggi - vivo e popolare, ma c'è una tristezza, una malinconia di fondo che rende unica la scrittura di questa storia. La trama è esile, con colpi di scena che si susseguono a ritmo piuttosto incalzante, ma è la prosa scintillante dell'autore che convince a voltare le pagine con avidità crescente. Il romanzo, pur essendo scritto in prima persona, denota una cura maniacale nella caratterizzazione dei comprimari. Particolarità evidente soprattutto nei primi capitoli, quando, con poche pennellate ci vengono presentati alcuni dei personaggi centrali. Tra loro resta sicuramente nel cuore Fireball Roberts: il cane ubriacone, ma tutte le comparse sono assolutamente splendide, tipo il vecchietto artritico che incontriamo verso la fine del romanzo. Crumley gli dedica poco più di tre righe, ma pare di averlo davanti agli occhi.
C’è una sorta di insoddisfazione esistenziale, un prurito incontrollabile che pervade lo scorrere degli eventi di questo romanzo. C’è una donna da ritrovare. Una madre preoccupata. Un uomo schiacciato dalle sue debolezze. E il tutto germina all'interno d'una delle più classiche road-stories: il protagonista percorre centinaia di chilometri sul suo pickup, si sbronza senza ritegno, parla sporco, picchia, spara e insomma fa tutto (o quasi) quello che ci si aspetta da un investigatore un po' loser visto in dozzine di film americani… (reduce dal Vietnam, il protagonista è un uomo rozzo, dai sistemi poco ortodossi, un tipetto che potrebbe avere più di un grado di parentela con quel Jim Bob Luke presente in Freddo a Luglio di Lansdale. Inutile aggiungere che Lansdale, la cui produzione è successiva, probabilmente ha letto Crumley e ne ha fagocitato l'essenza sino quasi al plagio). Molti i periodi memorabili: «la gioventù resiste a tutto, ai re e alle poesie e all’amore. A tutto, ma non al tempo», «le storie sono come istantanee, immagini che immobilizzano il tempo, dai margini nitidi e ben definiti. Ma questa è vita vera, e la vita comincia e finisce in una sporca pozza di sangue, dal ventre materno alla tomba, un unico grande casino, un barattolo di vermi lasciati al sole». Crumley in un intervista ha detto: «Sono il figlio illegittimo di R. Chandler. Se lui non fosse mai esistito, i miei libri sarebbero completamente diversi. Lui batteva le strade buie di L.A., io l’intrico di autostrade e superstrade che tagliano le montagne del west. Ciò che ci distingue, tuttavia, è soprattutto il diverso atteggiamento nei confronti della morale. A differenza di Chandler, io ho vissuto la guerra del Vietnam e i profondi cambiamenti che essa ha operato nella coscienza sociale degli Stati Uniti. E’ per questo che i miei investigatori non se la passano tanto bene, con la morale corrente, come invece succedeva a P. Marlowe». (fonte parziale: la rete)

giovedì 10 aprile 2008

l'occhio di Orlando




Ho scovato su flickr.com alcune belle foto dei luoghi in cui vivo. Sono immagini dai colori spettacolari, opera di Giovanni Orlando, fotografo del quale il profilo personale non riporta granché. Non ho ben capito nemmeno se è un abitante autoctono o un turista passato occasionalmente in Puglia (nel primo caso io ricordo di aver avuto un compagno al liceo con questo nome e cognome, ma non lo vedo da decenni, potrebbe addirittura esser lui!). Ad ogni modo mi permetto (arbitrariamente, spero l'autore non me ne voglia) di postare alcune delle sue splendide immagini...

lunedì 7 aprile 2008

Watchmen, capolavoro a fumetti!

(In occasione della prima diffusione di immagini dal film in realizzazione - qui -, mi permetto di ricicciare una splendida analisi del capolavoro anni '80 di Alan Moore. L'ho pescata tra gli articoli di Massimo Gardella sul sito Carmilla).

Nel 1986 esce il primo numero di Watchmen, scritto da Alan Moore e illustrato da Dave Gibbons, e il mondo dei supereroi cambia per sempre. Soprattutto perché Watchmen, ripubblicato in un bel volume da Planeta-De Agostini, ribalta la facciata dei supereroi, e ancora di più perché non si tratta di un “fumetto” nell’accezione più pop del termine. L’universo in cui si muovono Nite Owl (Gufo Notturno), Rorscharch, il Dottor Manhattan, il Comico e Spettro di Seta è una distopia della nostra società, un affresco che parte in maniera filologica con i testi di storia dagli anni ’30 e prende un’inaspettata deviazione nel ’59 (anno in cui tra l’altro fu pubblicato Tempo fuori luogo – o Tempo fuor di sesto, per rispettare la citazione shakespeariana del titolo originale Time Out of Joint – di Phiip K. Dick), anno di nascita, o per meglio dire di rinascita, del 37enne fisico nucleare Jonathan Osterman che in seguito a un incidente di laboratorio in cui viene disintegrato in una camera fotonica ritorna nella forma di una coscienza superiore e viene battezzato dal governo degli Stati Uniti (Nixon in carica) come Dottor Manhattan.

L’annuncio dei media - che mette fine all’epoca dei giustizieri mascherati, uomini e donne atletici ma senza poteri di alcun tipo, veri e propri vigilanti in costume aderente che esercitano violenza fisica sui criminali, usando il luogo-città come un gigantesco ring come il primo Batman di Bob Kane - è esemplare: «Il superuomo esiste, ed è americano». 
Nell’escalation nucleare della Guerra Fredda, il Dottor Manhattan è l’arma segreta degli Usa per ostacolare l’imperialismo sovietico, ma non si rende conto di essere uno strumento per i piani di conquista del suo governo. Questo essere straordinario, in grado di vedere i neutrini a occhio nudo, un bambinone senziente alla Salinger elevato al cubo, innocente e con un senso bloccato della morale “umana” e per questo più sensibile delle sue controparti di carne e sangue, è in grado di fondere carri armati e smantellare armi con un gesto delle mani; devastare ampie porzioni del territorio “nemico” con un cenno del capo, fermare il sessanta per cento delle testate nucleari russe in volo verso l’America; può viaggiare da un luogo all’altro senza spostarsi fisicamente, piegare le leggi dello spazio-tempo alla ricerca della sua perduta umanità sensoriale e infine scegliere, nell’86 durante gli anni del reaganismo sfrenato, di andare in esilio volontario su Marte, il pianeta “rosso”, e costruire un santuario di sabbia aliena cristallizzata in una struttura che nemmeno Frank Gehry potrebbe concepire, un mausoleo che richiama – credo volontariamente – la forma estetica del palazzo reale di Jo-Rel, padre del ben più noto Supeman, su Krypton.
Watchmen è un’opera grandiosa. Non è un graphic novel e tanto meno un fumetto, non è un romanzo anche se tra ognuna delle serie di tavole (corrispondenti ai 12 numeri in cui uscì) il talento di Moore come puro narratore di fiction si manifesta in una serie di esercizi letterari complementari all’arte figurativa, con stralci dalla biografia Dietro la maschera di Hollis Mason, il primo Nite Owl, ex vigilante mascherato che racconta aneddoti e retroscena del mondo in cui il lettore è catapultato, e il fallimento dell’utopia di giustizia spicciola (quasi una ragazzata) quando l’annuncio dell’esistenza del Dottor Manhattan ha trasformato i vigilanti in figure desuete.
Ma Osterman-Manhattan è solo uno dei personaggi indimenticabili di quest’opera che rappresenta – parafrasando il titolo di un film di Spielberg – un esempio virtuoso di A.I., Arte Intelligente. 
Nite Owl II, alias Daniel Dreiberg, è figlio di un banchiere facoltoso, laureato in ingegneria aeronautica ad Harvard e appassionato di ornitologia (dopo il pensionamento da giustiziere collabora svogliatamente con alcune riviste del “settore”). Daniel ha investito il proprio denaro nella costruzione di una macchina volante dotata di tutti i gadget che possiamo immaginare nella tecnologia fantasiosa dei fumetti: lanciafiamme, missili terra-aria, schermo anti-radiazioni, modalità stealth, fumogeni eccetera; una specie di Batmobile volante che ha chiamato Cleto (da Anacleto, il gufo del cartone animato Disney sul giovane Artù La spada nella roccia). Immaginate una specie di Lapo Elkann illuminato che sfrutta la sua fortuna per commissionare agli ingegneri Fiat un mezzo di trasporto avveniristico e che si aggira per le strade di Torino in cappa e maschera pestando a sangue spacciatori, stupratori e delinquenti e salvando gente da palazzi in fiamme.
Poi arriva lui, Rorscharsch. Considerato folle dai suoi stessi compagni, estremo nelle scelte di risoluzione del Male (uccide i criminali senza farsi troppi problemi), anarchico fino al midollo e squassato da ossessioni millenaristiche, ricercato dalla polizia per i suoi metodi brutali e tacciato di appartenere ideologicamente all’estrema destra; Rorscharch se ne va a zonzo per New York con un impermeabile alla Marlowe, cappello tipo Borsalino e con il volto celato da una maschera di latex morbido con stampigliata sopra una delle famose “macchie” che gli danno il nomignolo di battaglia. La sua identità e la sua storia, che non riveliamo qui per non togliere la sorpresa della scoperta, sono uno dei capitoli più belli del volume. Impossibile non interrompere temporaneamente la lettura e riflettere sulla sua vicenda, uno di quei personaggi maledetti che gonfiano il cuore per l’empatia della sofferenza da lui patita e che nessuno all’interno dell’impianto narrativo conosce, solo il lettore, che può osservare a distanza la sua evoluzione sapendo che non aveva altra scelta se non essere disgustato dal mondo.
Ed è proprio questo il carattere più forte di Watchmen, la descrizione intima e lucidamente spietata della società contemporanea, evolutasi in un pot-pourris di insensata e crudele volgarità, con la consapevolezza che siamo tutti colpevoli. 
La trama, quasi impossibile da ridurre in sinossi, prende avvio dall’omicidio di Edward Blake, alias il Comico, un altro “eroe” mascherato ucciso nel suo appartamento da un aggressore sconosciuto. Il Comico era stato l’unico tra i vigilanti a comprendere che il mondo stava precipitando in un cinico abisso di violenza, governato dal concetto di guerre preventive che avreebbero sconfessato la possibilità di un conflitto ultimo e definitivo, e lui stesso si era lanciato in imprese considerate “eroiche” dal governo (stragi in Vietnam, assassinii politici e via dicendo) perché conscio che non ci fosse altra via d’uscita.
Qualcuno sta eliminando uno a uno i giustizieri mascherati. Chi sarà? Uno dei loro nemici del passato come Edgar Jacobi, alias Moloch il Mistico, che nell’86 è un vecchio derelitto uscito di prigione e mangiato vivo da un cancro incurabile? L’unico che sembra preoccuparsi della faccenda è Rorscharch, ma viene arrestato dalla polizia dietro una soffiata anonima. E cosa c’entra Shea, lo sceneggiatore di fumetti uscito di casa due anni prima e scomparso nel nulla? Autore di storie deliranti sui pirati che richiamano il William Burroughs de Le città della notte rossa e quasi dadaiste nella loro primitiva e libera violenza, forse memori del Greil Marcus di Tracce di rossetto.
È in produzione la versione cinematografica di questo capolavoro dell’arte contemporanea, firmata dallo Zack Snyder di 300, tratto da Frank Miller. Certo, il giovane cineasta ha svolto un ottimo lavoro interpretativo delle Termopili à la Gotham City, ma il graphic novel di Miller era breve, intenso e perfetto per uno svolgimento narrativo da blockbuster. Nel caso di Watchmen c’è da stare molto attenti... come per It di Stephen King, qui si rischia di banalizzare un capolavoro e trasformarlo in un sottoprodotto di ricezione massificata, il che non significa gloriarsi della “nicchia”, ma non avere rispetto per quella che è e rimane un’opera molto complessa e uno dei rari casi in cui la trasposizione cinematografica non è stat pre-pensata dagli autori.
Moore e Gibbons – strizzando l’occhio a Giovenale – non hanno mai avuto più ragione di così: Chi sorveglia i sorveglianti?

venerdì 4 aprile 2008

Welcome to the jungle 4 (Salento nascosto!)



Egolandia Totale

Bhe' quando ci vuole ci vuole:

Uomini e cani (edizioni ISBN) è nella terna dei finalisti per il Premio Letterario Edoardo Kihlgren Opera Prima 9^ edizione 2008.

Il premio l'anno scorso è andato a Roberto Saviano, il quale quest'anno ritorna in veste di giurato in compagnia di: Mario Andreose, Roberto Angelino, Rosellina Archinto, Alessandro Bertante, Paolo Biscottini, Caterina Bonvicini, Isabella Bossi Fedrigotti, Errico Buonanno, Grazia Casagrande, Vincenzo Consolo, Sergio Escobar, Roberto Gulli, Marco Missiroli, Carlotta Niccolini, Ermanno Olmi, Moni Ovadia, Giulia Puri Negri, Cesare Rimini, Roberto Saviano, Antonio Scurati, Caterina Soffici, Shulim Vogelmann.

Ok, bando alle ciance e dita incrociate... thanks

mercoledì 2 aprile 2008

Welcome to the jungle 3 (Salento nascosto!)

Quando un uomo col fucile incontra un uomo con la pistola...

Gli spaghetti-western ebbero il loro start per mezzo di un semplice poncho: apparteneva ad un personaggio assolutamente unico, entrato immediatamente nella leggenda marchiando a fuoco l'iconografia eroica di almeno tre/quattro delle ultime generazioni: si tratta de l’Uomo Senza Nome, il «biondo» (o «monco») pistolero interpretato da Clint Eastwood nella Trilogia del Dollaro (Per un pugno di dollari, Per qualche dollaro in più ed Il buono, il brutto e il cattivo) diretta da Sergio LeoneUn personaggio capace fra l’altro di esercitare un enorme ascendente anche fuori dal mondo del cinema, tanto che l’autore Stephen King si basò su di lui per tracciare le linee descrittive generali del personaggio di Roland di Gilead, protagonista de La torre nera.
La casa editrice Dynamite Entertainment - di cui abbiamo avuto per le mani ultimamente anche in Italia un progetto editoriale congiunto con Marvel Comics, MARVEL ZOMBI Vs. ARMY OF DARKNESS - sin dal 2005, anno della sua nascita, ha basato i suoi successi sull’adattamento fumettistico di “proprietà” già esistenti, fra le quali ricordiamo personaggi come Ash, Darkman, Highlander, Xena o Red SonjaA queste icone immortali già entrate nei piani Dynamite sta per aggiungersi questo strepitoso personaggio del western all'italiana, con una serie a fumetti a lui dedicata e intitolata Man With No Name: The Good, The Bad And The Uglier.
La serie, che vede ai testi Christos Gage coadiuvato alle matite da Wellington Dias, si configurerà come un vero e proprio sequel alla trilogia classica, e ospiterà sulle sue pagine personaggi e luoghi noti delle tre pellicole. 
L’uscita del primo numero è prevista per maggio del 2008, e l’attesa di vedere quanto fedele riuscirà a essere il prodotto cartaceo all’archetipo di freddezza, cinismo e ambiguità morale del solitario cowboy è spasmodica!
(Fonte: sito paninicomics)

Welcome to the jungle 2 (Salento nascosto!)

martedì 1 aprile 2008

Foto segnaletiche come icone dei Tempi

L'autore è Giacomo Papi, architrave di ISBN Edizioni nonché giornalista di DIARIO. Accusare è una raccolta di 366 foto segnaletiche di personaggi (famosi e non) attraverso le quali si filtra l'intera storia del Novecento: si va da Martin Luther King a Malcom X ad Al Capone per finire con Bill Gates, colto mentre guidava in stato di ebbrezza. Si tratta perlopiù d’istantanee recuperate negli archivi giudiziari a partire dal 1848, fatta eccezione per alcune immagini, come quella del presidente della Confindustria tedesca Hans Martin Schleyer, ucciso il 19 ottobre 1977 da un commando della Raf, o quella di Aldo Moro, scattata dai suoi sequestratori. Ogni foto è poi corredata da una sintetica nota biografica e da un puntuale riferimento storico, che aiuta il lettore ad orientarsi in questa fitta ed intricata trama iconografica. Sopra tutti spicca il ritratto di Elvis Presley che, nella realtà, non finì mai in prigione, ma che chiese, come regalo all’allora presidente Nixon, un tesserino della DEA, l’agenzia federale antidroga, con impressa la sua foto. Compaiono anche serial killer, criminali, truffatori, mafiosi e terroristi, diversi tra loro, ma accomunati da una medesima sorte, quella dell’essere stati confinati, magari anche per poco, ai margini della società. Un destino inusuale per uno come Frank Sinatra, arrestato per aver sedotto una donna sposata, oppure per un certo Roger Clinton, che ottenne tempestivamente la grazia appellandosi alla magnanimità del fratello presidente Bill. Storie curiose e bizzarre, a volte solcate da un’imprevedibile venatura horror, come nel caso del brigante Gioacchino Di Pasquale, ritratto, secondo la consuetudine dell’epoca, con la testa senza vita poggiata su un secchio di latta. A parlare sono soprattutto gli sguardi, colti in momenti d’insospettabile umanità, raggelati tempestivamente prima che si trasformino in qualcos’altro: non si tratta di foto d’autore, ed è chiaro sin dall’inizio al lettore, ma d’immagini spesso scattate dagli stessi agenti penitenziari: d’altro canto l’usanza della foto segnaletica, scomparsa temporaneamente nel decennio precedente, sembra riemergere, nella versione digitale, durante la guerra in Iraq, per testimoniare l’orrore della prigionia bellica. Lombrosianamente ispirato, il libro nasce dal tentativo d’intrappolare in un solo gesto, l’anima dei peccatori, redenti o no, con lo scopo di leggerne quel triste senso di smarrimento e d’incredulità. Lo spirito con cui accostarsi a queste foto, suggerisce Papi, è, dunque, quello contemplativo, «lo stesso prescritto di fronte all’opera d’arte, ridotta nel museo a parte di una serie, a frammento di eterno nella successione dei simili».

Welcome to the jungle (Salento nascosto!)