lunedì 28 luglio 2008

qualche giorno di ferie...


Questo blog se ne va un po' in ferie. Agosto incalza, l'afa persiste e c'è il nuovo romanzo su cui lavorare. Di tanto in tanto posterò qualche aggiornamento, però conto di oziare un paio di settimane... intanto vi ricordo l'ennesima presentazione di Ferro e fuoco domani, 29 luglio a Torre Columena (TA) presso il Piazzale della Chiesa dell'Annunciazione. ore 21.30 circa. Cheers. 

domenica 27 luglio 2008

Guinnes (scorrect!)


E pensare che in Italia bloccarono la diffusione di una innocua campagna pubblicitaria con Rocco Siffredi che disquisiva candidamente di «patatine»!!!

Ancora vecchie Reclàme

il black sud di Muddy Waters

«C’è un demone in me. Penso che in tutti ci sia un demone, una zona scura, in ognuno di noi. E il blues e è la presa di coscienza, è la capacità di esprimerlo e di scherzarci sopra, dì ricavare gioia da una materia tanto tenebrosa. Ascoltando Muddy Waters, si sente tutta l'angoscia, la potenza e le avversità che hanno temprato quest'uomo. Muddy lo comunica attraverso la musica, lascia che le sensazioni si liberino nell'aria. Il blues mi fa stare meglio.
È stato Mick Jagger a farmi ascoltare Muddy. lo e Mick eravamo amici fin da piccoli, ma non ci vedevamo da un po' di anni, quando lo incontrai in treno verso il '61. Aveva un disco di Chuck Berry e The Best of Muddy Waters. Pensai subito di farmi prestare il disco di Chuck Berry, perché non conoscevo tanto bene Muddy. Ci siamo messi a chiacchierare e siamo finiti a casa sua, dove mi ha fatto sentire Muddy; allora ho esclamato: "Wow. Ancora". E dopo dieci ore ero ancora lì che dicevo: "Dai, ancora!". Ascoltando Stili A Pool e Hoochie Cocchie Man ho subito pensato che quella era la musica più potente che avessi mai sentito. La più espressiva. In un certo senso è stato il nostro "padrino", e il nostro primo obiettivo era che il mondo conoscesse Muddy e quelli come lui. Il nostro complessino aveva finalmente trovato un ingaggio per una serata e noi avevamo speso i nostri ultimi centesimi per un annuncio su una rivista. Quando abbiamo telefonato per comunicare il luogo del concerto ci hanno chiesto: «Va bene, come vi chiamate?». Sul pavimento c'era The Best of Muddy Waters e sulla prima facciata c'era il brano Rollin' Stane. Così ci siamo chiamati Rolling Stones. Ho sempre avuto la sensazione che fosse Muddy a guidare il gruppo, che tra noi e lui ci fosse un vero legame. Coi dischi registrati per la Chess alla fine degli anni Quaranta e per tutti gli anni Cinquanta, Muddy ha trasformato il blues modellandolo secondo le mutate esigenze della società. Prima della seconda guerra mondiale c'era solo blues acustico: nel dopoguerra a Chicago hanno cominciato ad alzare la voce. Per adeguarsi al tono particolarmente fragoroso di quella città, la musica si è trasformata in blues urbano. Inventavano a mano a mano che andavano avanti: nessuno sapeva niente della chitarra elettrica o come si facesse a registrarne il suono. Uno stupendo caso di sperimentazione allo stato puro.» (dalla prefazione di Keith Richards)

Gordon Robert - Hoochie Coochie Man. La vita e i tempi di Muddy Waters
Edizioni Arcana 2005 (Arcana musica)

sabato 26 luglio 2008

Yes, il nuovo Punisher è figo!

La vida dei Coldplay

Viva La Vida (Or Death And All His Friend) è il lunghissimo titolo dato al quarto album dei Coldplay. Titolo curioso quanto impegnativo poiché ispirato ad un dipinto di Frida Kahlo, e accompagnato da un art-work altrettanto particolare: il dipinto La Libertà che guida il popolo di Eugène Delacroix. E la prima impressione è che sia un disco ambizioso, fatto da una band che ha tutt’altro che l’intenzione di speculare sul proprio successo. Se non fosse un paragone abusato, verrebbe da mettere in parallelo le carriere di Coldplay a quella degli U2, in particolare il momento di Unforgettable fire, e non solo perché anche Chris Martin e soci si sono affidati a Brian Eno - mago nel costringere le band con cui lavora a ridefinire il proprio sound: basta sentire una canzone come Lovers of Japan, dall’incidere epico - caratteristica tipica del gruppo inglese - ma dal suono stratificato, dove si sente chiaramene la mano di Brian Eno. Comunque, in generale l'impressione è quella che l’album sia diviso in due parti distinte: le prime sei canzoni, difatti, entusiasmano ma con moderazione (l’apertura del disco, affidata ad un pezzo strumentale registrato volutamente in bassa qualità, risulta un po' piatto). A rendere gloriosi i primi venti minuti di Viva la Vida è difatti solo la quarta traccia, 42, che sembra essere legata al penultimo disco della band capitanata da Chris Martin: X & Y. Con Yes, settimo degli undici brani (se calcoliamo anche la ghost-track), le cose cambiano repentinamente. Il tipico sound dei Coldplay fa capolino: un fine arrangiamento compone questo pezzo che, quasi inevitabilmente, fischietterete in macchina. Viva la vida, titletrack, e Violet Hill, gettonatissimo singolo il cui video è girato in Sicilia, costituiscono il fulcro del disco e palesano le novità entrate a far parte del sound dei quattro (magari apprezzabili appieno solo dopo qualche ascolto). In questo lavoro, i Coldplay sembrano aver abbandonato quell’alone di nostalgia che pervadeva la maggior parte delle canzoni contenute nei primi due album a favore di melodie più vivaci. Il ritmo intrapreso nella seconda parte dell’opera si spezza con Strawberry Swing, brano che poco ha a che fare con gli altri e che, forse, a ben sentire, non gode di una musicalità ineccepibile. Il disco si conclude con Death and all his friends, piacevole da ascoltare, e la ghost-track che sembra voler fungere da outro al cd. Insomma, forse non è il miglior album dei Coldplay ma risulta comunque un lavoro apprezzabile, che va ad incastonarsi con vigore nel mosaico che il gruppo sta lentamente costruendo col proprio lavoro. (fonte per una porzione della rece: il cibicida)

venerdì 25 luglio 2008

Donne, auto scassate, botte e lesbicate!


Come una meteora, sta arrivando uno strambo ma intrigante filmaccio trucido. Si intitola Bitch Slap, esce a Natale 2008 in USA e chissà quando lo vedremo qui da noi, però promette, accidenti se promette! Questo il sito ufficiale...

Sic transit gloria mundi!

giovedì 24 luglio 2008

Et voilà...


Potete riascoltare in podcast la mia intervista a Radio3 a questo indirizzo.

Ralph a fumetti

Ralph Super Maxi Eroe, il protagonista dell’omonima serie televisiva degli anni ‘80 intitolata originariamente The Greatest American Hero, sbarcherà nel mondo dei fumetti con una miniserie di sei numeri che verrà pubblicata sul finire di quest’anno. A scrivere la serie sarà William Katt, l’interprete di Ralph, coadiuvato dagli autori Christopher Folino e Sean O’Reilly, mentre i disegni saranno di Clint Hilinski. La mini rinarrerà le origini di Ralph e proporrà nuove storie, probabilmente ripartendo da dove la serie TV era stata interrotta. Il fumetto farà parte del rilancio del personaggio che sarà protagonista di una serie di corti animati e di una versione cinematografica.

martedì 22 luglio 2008

In diretta su Radio3

Domani 23 Luglio presenterò Ferro e fuoco a Fahrenheit in diretta su Rai-Radio 3. Sintonizzatevi dalle 16,30 circa sulle consuete frequenze oppure a questo indirizzo. Regards.

Corsi e ricorsi...

- Quel fottuto ometto grottesco e maligno! – La ragazza scaglia il giornale attraverso la stanza.
L’uomo seduto segue con lo sguardo la parabola discendente, poi commenta sarcastico
- Il paese è con lui…
- Stronzate!
- Ti ricordo che il mio omonimo è stato regolarmente eletto con un’ampia maggioranza
- Ha approfittato delle paure della gente, paure che aveva creato lui stesso, insieme alla sua banda di criminali! – dice la ragazza. L’uomo si appoggia allo schienale 
- Ha fatto anche di meglio. Gli ha dato un capro espiatorio – dice cupo.
Lei scuote la testa – ma non può continuare così, tutto questo è troppo assurdo per durare…

L’uomo alza improvvisamente la voce – Da quanti anni lo dite? Per quanti lo direte ancora? – La ragazza trasale. La voce di lui torna cupa e sarcastica - Prima vi siete illusi che quel mostriciattolo fosse solo una moda, un fenomeno folkloristico. Poi, che fosse semplicemente il nuovo volto della solita vecchia minestra, corrotta e autoritaria ma sopportabile. Poi che fosse soltanto un’esplosione di barbarie sì, ma passeggera. Non avete ancora capito con che cosa abbiamo davvero a che fare? - 
L’uomo si alza, spinge via la sedia. 
– Fino a quando continuerete a illudervi? Finché ogni opposizione sarà stata spazzata via dal paese come è stata spazzata via dal parlamento? In che cosa sperate? Che la brava gente delle fottute verdi lande che l’ha votato a valanga gli si rivolti contro per salvare gli zingari, o qualcun’altra di quelle che considera “razze inferiori”? – L’uomo fissa la ragazza - No, il suo popolo continuerà ad applaudirlo. Continuerà ad applaudirlo fino alla rovina. E agli altri penserà l’esercito..
– Cosa possiamo fare? – chiede la ragazza.
- Qui niente. – risponde l’uomo. Si avvicina al giornale e lo calcia via con disgusto, come la carogna di un topo morto. – Io me ne vado.
- Dove?
- Dovunque quelli come lui non siano ancora arrivati. Francia… no, meglio Inghilterra.
La ragazza sospira
- Per te è più facile, sai le lingue, hai già un nome…
- Il nome lo cambio.
- Ma è con questo che sei conosciuto!…
- Non importa. E’ come il suo. Lo cambio – ripete lui. La sua voce diventa dura e tagliente – Non intendo assolutamente venire associato a quel ripugnante pezzo di merda di Adolf Hitler.

Anton Walbrook (1896-1967) nato a Vienna col nome di Adolf Wohlbrück, lascia l’Austria nel 1936. La sua carriera di attore riprenderà in Inghilterra, con film di esplicita propaganda anti-nazista alternati a cult-movies come “The Murder on Thornton Square” (la prima e più gotica versione di “Gaslight”, 1940) e “Scarpette Rosse” (“The red shoes” 1948 ). Negli anni successivi diventerà l’interprete alter-ego di Max Ophüls, col quale girerà “La Ronde” (1950), e “Lola Montès” (1955). La sua ultima apparizione cinematografica sarà ne “L’affare Dreyfus” (“I accuse” 1958), film che attraverso la ricostruzione della celebre vicenda storica di fine ‘800, denuncia le persecuzioni maccartiste degli anni ‘50. (by Alessandra Danieli dal sito di Carmilla.)

Baby eroi...


Personaggi Marvel in versione baby nei disegni di Dustin Nguyen...

Un RDF che ossessiona De Lillo...

Rumore bianco (White Noise), scritto nel 1985, è uno dei tre «grandi romanzi americani» di Don De Lillo (i restanti due sono Libra e Underworld). È un libro che ci parla di Storia Contemporanea e del fatto che vivere quaggiù, nella torre di avorio di un occidente privilegiato, non mette al riparo i nostri comodi sederi viziati dai veri problemi della società. Della paura della morte che ci insegue con la maschera dell'eleganza, dell'indifferenza, nevrosi, maniacalità, salutismo, riti - quello che più tardi nella storia diventeranno l'humus per la (in)cultura «new age». In Rumore bianco lo sfondo ovattato è quello di una piccola università USA, presso la quale il protagonista, Jack Gladney, insegna fantomatici «studi hitleriani» - una stranezza molto normale se si considera che il suo più vicino collega tiene un corso monografico su Elvis Presley e tra i due personaggi si facciano spesso strani collegamenti. E vogliamo aggiungere a questo piccolo ritratto di vita di futilità da campus il fatto che Jack, l'hitlerologo, non legge e non parla il tedesco? 
Jack è con la sua quarta moglie Babette al centro di una complicata famigliastra di figlie e figlie adolescenti provenienti dai precedenti matrimoni di entrambi. Una vita protetta, tranquilla, colta, dentro l'ossessivo rifluire del benessere consumistico e della pax americana, in mezzo al rumore bianco continuo di radio, tv, sirene, elettrodomestici, traffico, informazioni, notizie. Una vita perfetta e affettuosa. Fino al giorno in cui una gigantesca nube tossica (sontuosa metafora dell'irreparabile sempre alle porte) prodotta da un incidente ferroviario non costringe l'intera città ad una rapida evacuazione sotto la neve e la pioggia, nel totale disordine di bugie ufficiali, ordini e contrordini, verità nascoste. È da questo incidente, raccontato da De Lillo con una prosa al tempo stesso minuziosa e apocalittica, che prende le mosse un giallo familiare destinato a trasformarsi in tragedia e poi in nuova consapevolezza. Jack è (probabilmente) colpito dalla nuvola tossica quando scende dall'auto per fare il pieno di benzina. O no? Una delle simpaticamente pestifere figlie della coppia scopre, o forse solo intuisce, che Babette assume un farmaco che, pensa la ragazzina, è potenzialmente dannoso. Un farmaco sconosciuto, che si chiama Dylar. L'orecchio attento e magistrale di De Lillo per i dialoghi, le parole, le banalità del parlato quotidiano si intreccia in questo libro in un «rumore bianco» di metafisica e di pettegolezzo, di ironia e di tragedia, di costume e di storia delle nostre angosce rimosse e delle nostre ossessioni. (fonti varie dalla rete)

Rumore bianco - Don De Lillo (Einaudi Ed.)

lunedì 21 luglio 2008

Yatta-man, Yatta-man...

Strano ma vero i giapponesi stanno realizzando un film dalla mitica (quanto strampalata) serie di Yattaman - trasmessa per la prima volta in Italia nel 1983 su Rete 4 e appartenente al genere denominato Time Bokan. Gli anime Time Bokan (che può essere tradotto come «l'esplosione del tempo») cominciano nel 1975 con il cartone animato Time Bokan - La macchina del tempo, prodotto dagli studi della Tatsunoko (la stessa di Gatchaman, Hurricane Polimar e Kyashan). Il tema che lo caratterizza sono i viaggi nel tempo con bizzarre astronavi e robot, il tutto condito da una comicità demenziale, che si prende gioco degli stessi robot giapponesi troppo seriosi degli anni '70, come Goldrake, Jeeg Robot, Mazinga e tanti altri. Yattaman appartiene alla seconda serie di Time Bokan ed è quella che ha ottenuto il maggiore successo, le altre furono: Zendaman, Time Patrol, Calendar Men (anche questa molto conosciuta), Ippatsuman, Itadakiman ed infine Kiramekiman, ma molte di esse non sono mai state trasmesse in Italia. Il cartone animato Yattaman - composto da 108 episodi ciascuno della durata di 23 minuti - aveva per protagonisti i giovani piloti Ganchan e Janette, che insieme al loro robot a forma di dado Robby-Robby, in ogni episodio dovranno cercare di recuperare i 4 frammenti della pietra Dokrostone e combattere contro il malvagio (ma divertentissimo) trio Doronbo composto dalla perfida aspirante attrice Miss Dronio, dall'ingegnere pazzo e sfortunato Boyakki e dal forzuto e ottuso Tonzura. La mente del trio è però il dottor Dokrobei, che lavorava nelle retrovie e tramite un nastro magnetico, impartiva loro gli ordini al fine di recuperare i 4 frammenti della pietra, i quali, una volta riuniti, formeranno la mappa di un preziosissimo tesoro. Ogni episodio si concludeva con i cattivi che falliscono la missione ed escono di scene pedalando su di un tandem triplo, per poi essere immancabilmente castigati dal dottor Dokrobei, con punizioni severe quanto bizzarre e fantasiose. La leader del trio - la malvagia e isterica Miss Dronio - riversava tutte le sue frustrazioni sul povero ingegner Boyakki, reo di progettare delle macchine fallimentari. Alla fine di ogni puntata Miss Dronio, per un motivo o per l'altro, finiva (con gran sollazzo degli adolescenti davanti al video) sempre senza vestiti! Il link del film, con tanto di primo trailer è qui.

Bella rivistina...

Segnalo una nuova ezine tutta italiana, incentrata sul fumetto underground e il design d'avanguardia. Naturalmente è fruibile gratuitamente (la si può scaricare in diversi formati) ed ha un formato accattivante, con contenuti lontani mille miglia da quei tentativi dilettanteschi e dozzinali sparsi in giro per la rete. Insomma, tutt'altro che la solita Solfa.
Questo è il link (ma è inserito pure nella lista dei siti amici).

domenica 20 luglio 2008

Trailer, foto e interviste...


La Warner Bros ha approntato un nuovo, appetitoso aggiornamento del sito relativo all'imminente lungometraggio targato Zack Snyder (già autore del bellissimo 300) sul fumetto-culto degli anno '80: Watchmen. 
Clickate qui.

giovedì 17 luglio 2008

-2, il trailer del nuovo film di Alex Aja!

il calvario del giovane cantante...

Calvaire è l'opera prima di Fabrice Du Weltz, giovane autore belga dall'inconsueto tocco autoriale. Il Calvario del titolo è quello a cui verrà sottoposto il giovane Marc Stevens, cantante squattrinato che si guadagna da vivere esibendosi negli ospizi. L'orologio della sua vita si fermerà quando, nella maniera più classica, la sua vettura si bloccherà sotto la pioggia costringendolo a trovare rifugio in una locanda sperduta. E sono proprio i classici come Dracula di Browning che vengono citati apertamente, soprattutto nella prima fase del film. Il "servitore" ritardato Boris, alla disperata ricerca della cagnolina Bella (suona un po' come Bela; Lugosi s'intende), non è certo lì per caso. Come non lo è la figura chiave del film, Monsieur Bartel, superbamente interpretato da Jackie Berroyer, il personaggio che incarna la follia più estrema. 
Il desiderio di riappropriarsi di un amore antico porta il triste locandiere Bartel - così beffardamente annichilito in un passato da comico - ad abbandonare la realtà e a vedere nel giovane artista la moglie Gloria. Nonostante si possa ricercare la matrice di Calvaire in film come i soliti Non Aprite Quella Porta, Deliverance o Le Colline Hanno gli Occhi, per via di una trasposizione del tema della comunità di selvaggi pronti alle peggio efferratezze dai boschi statunitensi a quelli francesi, è l'evidente tocco d'autore europeo di Du Weltz che rappresenta la marcia in più. E ciò che perturba non è una eccessiva violenza di immagini (in realtà quasi assente), Calvaire è di per sé uno shock emotivo. Un viaggio nei meandri più oscuri e bestiali dell'animo umano, che non lascia speranza e che non mostra pietà. La chiave di lettura è l'insanità mentale, una follia tanto tangibile quanto rivoltante, poichè assoluta. E con maestria viene mostrata prima a noi che al protagonista, amplificando il senso del pericolo a livelli spesso asfissianti sino a quando si appura che lì, in quelle terre nascoste dal bosco, sono tutti inequivocabilmente sciroccati. La vicenda lascia sgomenti perchè così dannatamente plausibile, con tutto il suo portato di solitudine e ritorno allo stato primordiale degli istinti. A questo si aggiunga una fotografia opaca e quasi espressionista che rende i boschi del Belgio come la più inquietante delle location. Un piccolo gioiello da vedere assolutamente. 

mercoledì 16 luglio 2008

Wow!

David Lloyd, mitico disegnatore di V for Vendetta, sbarca in Puglia: il 12 settembre 2008 alle ore 16.30 sarà a Lecce presso Mondi Sommersi: La fumetteria!
Comunicato ufficiale: Il britannico David Lloyd è l’autore di V For Vendetta, graphic novel di culto e pietra miliare del fumetto mondiale, recentemente trasportata sul grande schermo dai fratelli Wachowski. Scritta da Alan Moore e illustrata dal grande David Lloyd è un’opera la cui lettura non dovrebbe mancare a nessun lettore di fumetti e letteratura. In collaborazione con l’A.Fu.I., con la mostra mercato Narnia Fumetto, con le fumetterie Fumettopoli, Antani Comix e Neverland, e con la scuola di fumetto Lupiae Comix, Mondi Sommersi ha il piacere di prendere attivamente parte al David Lloyd Tour, evento che farà sicuramente la gioia di ogni appassionato di fumetti che vorrà venire in negozio il giorno dell’incontro.

martedì 15 luglio 2008

Radio Città del Capo


A questo indirizzo è possibile ascoltare l'intervista che Francesco LoCane mi ha fatto nel suo programma radiofonico MAPS (Radio Città del Capo - Bologna). Regards

Sotto la luna di Melpignano...




Io e il giovane critico Rossano Astremo alla Notte Bianca di Melpignano.

il cuore della Palazzolo

«II viale che dall'autorimessa conduceva all'ingresso di servizio era una sinfonia di ciliegi in fiore. Mentre abbassava la saracinesca, Piero Fossati se ne accorse d'improvviso. La primavera era esplosa. E nella brezza che soffiava da ponente si avvertiva addirittura un refolo d'estate. D'erba appena spuntata. Di terra stordita dal sole.
Con le chiavi in mano, Piero rimase a fissare la candida vampa dei ciliegi, protesa verso il ciclo. Si chiese se Flavio non avesse scelto la casa proprio per i ciliegi. Del resto, lui gli aveva lasciato carta bianca, limitandosi a firmargli il mandato per l'agenzia e a fornirgli i pochissimi desiderati: una monofamiliare alla periferia di Foligno, meno vicini ci sono meglio è, contratto d'affitto di qualsiasi tipo, te la vedi tu? Grazie, Flavio.
Lo sguardo di Piero errò tra i fiori. Erano bellissimi. Piante bellissime. Un viale bellissimo. Sì, Flavio doveva essere rimasto colpito dal viale di ciliegi sul retro. Magari, aveva pensato che potesse produrre un effetto distensivo. Ad Amalia piaceva tanto il verde. Un viale di ciliegi tutto per voi, sul retro della villa. Non è una bella vista?»

STRAPPAMI IL CUORE
di Chiara Palazzolo - (Piemme)

lunedì 14 luglio 2008

Lo «sceriffo della parola»!

Splendida recensione (clickate sull'immagine) di Michele Trecca, ieri, su La Gazzetta del Mezzogiorno. Il punto di vista di Trecca su Ferro e fuoco mi riempie di soddisfazione essendo egli - oltre che critico di spiccata sensibilità (si veda il suo instancabile lavoro sul sito bookbrothers) e notevolissimo talent-scout (a lui e al suo progetto Sporco al sole si devono, ad esempio, i debutti di autori meridionali come Livio Romano e Lucia Lomunno) - anche uomo del Gargano, terra nella quale il romanzo è ambientato. Davvero colpito, Michele. Un sentito ringraziamento!

San Pietro in Bevagna (un mese fa)


domenica 13 luglio 2008

Una discesa infernale...

Un tranquillo week-end di paura (Deliverance) è un film del 1972, diretto da John Boorman, con Jon Voight e Burt Reynolds. Tratto dal romanzo Lungo il fiume di James Dickey, il film è considerato oggi un cult assoluto. Il succo della storia è noto: per disintossicarsi dei miasmi urbani, quattro americani di città organizzano una discesa in canoa del fiume Catooga, nella Georgia del Nord. I luoghi sono selvaggi, come la popolazione. La discesa si trasforma in un incubo: uno dei giovani, Bonny, viene violentato da un montanaro; un altro, Lewis, si rompe una gamba; un terzo, Drew, annega nelle rapide. Dopo essersi piegati, volenti o nolenti, alla duna legge della foresta, i tre sopravvissuti tornano verso la civiltà, ma il ricordo della loro avventura non li abbandonerà così presto. Giramondo hemingwayano, lo scrittore James Dickey adattatò egli stesso per lo schermo il suo best-seller, in cui (come per l’autore di Il vecchio e il mare) si erigeva un monumento alle virtù terapeutiche della competizione sportiva, che forgerebbe il carattere. Ma la visione del regista del film è invece più cruda: «La violenza», dice, «non rende migliori. Piuttosto degrada!». Questa divergenza in fatto di etica rese la collaborazione tra scrittore e cineasta molto appassionante, lasciando raffiorare una certa ambiguità: la civiltà, a conti fatti, non è poi una cosa così brutta. Non si tratta di rinnegarla, ma di ridarle un senso, attraverso un lavoro su di sé. L’inglese John Boorman (nato nel 1933) ci propone, film dopo film, prove iniziatiche sul tipo di questa, ma in campi diversi: il film di gangster in Senza un attimo di tregua (1967); la favola politica in Leone l’ultimo (1970), la fantascienza in Zardoz (1973), la mitologia cavalleresca in Excalibur (1981), l’avventura esotica allo stato puro in La foresta di smeraldo (1985). Si tratta ogni volta di un ritorno alle sorgenti da cui l’eroe, un uomo comune, uscirà bastonato ma purificato. Su questa strada si incontrano molte ingenuità, che non devono fan dimenticare la straordinaria maestria tecnica che il regista dispiega, il suo senso flahertyano della natura, la ricchezza del suo universo sonoro. Questo «visionario del suo tempo» (Michel Ciment) ha sempre avvertito «il bisogno di lavorare nel senso della bellezza». E non ha mai deviato da questa sua traiettoria lirica. Quello dei quattro cittadini di Un tranquillo week-end... diventa quindi un viaggio negli inferi dell'inconscio, del pre-storico, del mito in un contesto di dolore e di morte. Tra le diverse scene memorabili da citare almeno il duetto di banjo e chitarra all'inizio. Ottima fotografia di V. Zsigmond. (fonti: la rete)

Adieu Funari...

lunedì 7 luglio 2008

Dante e Nick Tosches.

Amico di Hubert Selby Jr., con il quale ha anche inciso nel 1998 uno spoken words album dal titolo Blue eyes and exit wounds, Nick Tosches è nato nel '49 a Newark (nel New Jersey), dove, cresciuto nel malfamato bar del padre, ha studiato letteratura da autodidatta sperimentando mille mestieri prima di dedicarsi in pianta stabile alla scrittura. Nel corposo carnet dei suoi libri spiccano opere come Dino (1992), cruda biografia di Dean Martin che Martin Scorsese sogna di portare sul grande schermo (uscita in Italia per Baldini Castoldi Dalai); The Devil and Sonny Liston (2000, da noi per Mondadori); Trinities (1994, edizione italiana del 1997 per Longanesi & C.) ed Hellfire (1982), sulla vita della leggendaria rockstar Jerry Lee-Lewis. Nella moltitudine di casi editoriali-fuffa creati ad arte dalla stampa, Tosches è un raro esemplare di scrittore puro, dallo sguardo privo d'infingimenti. Il suo romanzo La Mano di Dante, opera che affronta di petto i punti cruciali più torbidi del mestiere di scrivere (mirabile la tirata sui colossi dell’editoria mondiale amministrati da gente ignorante come capre), è una esperienza unica, illuminante. Da un lato c’è un personaggio roso dall’alcool (e dalla vita) che si chiama come l'autore e che si ritrova ad avere a che fare con il sanguinario Joe Black, un pezzo grosso della mafia entrato in possesso di quello che potrebbe essere il manoscritto originale della Divina Commedia. Dall’altro, Dante Alighieri in persona, colto in un momento di deprimente blocco creativo, simile a un timido scolaretto dinanzi ad un cabalista ebreo che vive a Venezia e nasconde il suo vero nome dietro quello di Isaia. La violenza e la poesia: l’elemento animalesco, osceno (che si presenta fin dalle prime pagine urticanti) e quello soave, impalpabile, che si intrecciano e si configurano come un duplice salto mortale colmo di tensione e liricità. Chi è Nick? Chi era Dante? Cosa hanno fatto questi due personaggi delle loro vite, dei loro affetti, delle loro ambizioni? La Mano di Dante è una storia che indaga i tormenti della scrittura, inquadrando lo scrittore alla maniera di un funambolo che precipita disciplinatamente verso i presupposti della propria sconfitta. Scritta da un dio colmo di amarezza e rancore, è un'opera immensa, satura d'incanto! (fonte parziale: BBM)

La mano di Dante
Nick Tosches - (Baldini Castoldi Dalai)

sabato 5 luglio 2008

Ripley torna (forse)!

La 20th Century Fox sembra da tempo interessata ad un nuovo capitolo della saga di Alien, che non abbia nulla a che fare coi due (tre?) Alien vs. Predator e che riprenda le fila del discorso abbandonate con Alien - La clonazione. Cosa significherebbe? Che in Alien 5 ritornerebbe Ellen Ripley, of course.
«Lo farei davvero se ci fosse un regista al comando come Ridley Scott e se ci fosse un’idea valida», ha dichiarato Sigourney Weaver, la cui eroina è entrata nell’immaginario collettivo sin da subito. Pare poi che il regista di American Gangster nonché del primo capitolo della saga sia entusiasta del progetto. La Weaver non manca comunque d’ironia: se Harrison Ford e Sylvester Stallone possono riportare, a 60 anni passati, i loro eroi al cinema, perché non può farlo una gran donna come lei?
(fonte cineblog)

Primo tuffo!

Stamane, dopo una interminabile notte afosa che il mio Pinguino simil-DeLonghi ha faticato non poco a contenere (fortuna che ero reduce dalla prima, appagante presentazione del nuovo romanzo!), ho deciso di mollare gli ultimi strascichi di preoccupazioni invernali che ancora attanagliavano il mio quotidiano e finalmente - asciugamano in spalla, infradito ai piedi e costume fantozziano indosso - sono sceso in spiaggia: il mare era semplicemente un sogno e sono addirittura riuscito a rosolare al sole per più di cinque dannatissimi minuti (peccato ci fosse troppa gente, ma d'altronde è estate fatta, e la mia blanda misantropia dovrebbe imparare a mettersi in ferie, almeno in Luglio, perdio...)

venerdì 4 luglio 2008

start...

Oggi (dopo aver appena appreso che Paolo Giordano ha preso lo Strega - rimando i commenti a un momento meno caotico!) comincio il giro di presentazioni estivo del mio nuovo romanzo Ferro e fuoco, edito come il precedente da ISBN edizioni. Parto - come accennato qualche post fa - da una libreria del mio paese. Il sole picchia sull'asfalto e l'afa è un abbraccio oppressivo che ti accompagna ovunque, però ci saranno un sacco di amici, e l'ambiente è climatizzato (pure troppo, a dirla tutta, si consiglia sciarpina!). Vi aspetto quindi tutti alle 21.00 da Caforio Libri&Musica in viale Borsellino 7 a Manduria (TA). Per qualsiasi informazione, il numero della libreria è 099.9794503. E questo è il suo sito.

giovedì 3 luglio 2008

Mirrors, un film che fa paura!!!

vola Michael...


È scomparso giovanissimo Michael Turner (Crossville, 21 aprile 1971 – Santa Monica, 27 giugno 2008) talentuoso autore di fumetti statunitense, conosciuto principalmente per i suoi lavori su Witchblade e Fathom.

mercoledì 2 luglio 2008

La Morte Rossa di Corman

La maschera della Morte Rossa (1964) è il settimo film - e probabilmente il migliore - del ciclo diretto da Roger Corman ispirato ad Edgar Allan Poe. La sceneggiatura parte dall’omonimo racconto dello scrittore di Boston e la trama viene ampliata con l’inserimento di un’altra linea narrativa tratta da Hop-Frog (altro racconto del terrore sempre dello stesso Poe) e di uno spunto di Charles Beaumont e R. Wright Campbell che in parte riprendono alcune idee da Il settimo sigillo di Ingmar Bergman, uscito 7 anni prima. Partendo da un rapido confronto fra racconti e film, c’è da dire principalmente che, nonostante l'ausilio di ottime musiche e il buon lavoro degli sceneggiatori, qualcosa (parecchio) si perde durante la trasposizione. Il fascino dei racconti di Poe risiede nelle fantastiche atmosfere ricreate dallo scrittore, nella terribile evoluzione dei fatti, nell’impressionante descrizione degli eventi e dei personaggi. Nella pellicola invece, parte di questo fascino va nebulizzandosi poiché, è ovvio, immaginare situazioni durante la lettura di un libro è ben diverso che vederle rappresentate su pellicola. Per esempio le stanze di diversi colori descritte splendidamente dallo scrittore, assumono qui un peso totalmente diverso; non che il tutto non funzioni, ma comunque in qualche modo la bellezza delle immagini donateci da Poe si attenua, svilendosi. Sono invece apprezzabili gli inserimenti nella sceneggiatura di approfondimenti tematici - come per esempio le molteplici riflessioni sulla morte ed i diversi modi con cui l’uomo la affronta (molto bello lo spunto «non puoi vedere la morte in faccia, finchè non arriva la tua ora» - portato efficacemente allo spettatore con la sequenza finale). Per quanto si tratti d'una pellicola low-budget, la resa degli aspetti strettamente cinematografici è eccelsa; la regia funziona bene, soprattutto in quelle due o tre scene dove dal niente si crea suspense che poi si trasforma improvvisamente in terrore, e le interpretazioni del cast sono discrete (c’è anche Patrick Magee, Alfredo, il signor Alexander di Arancia meccanica). Discorso a parte invece per Vincent Price (il divo dell’horror, mito di Tim Burton, protagonista di ben sette film su otto del ciclo Poe), che caratterizza straordinariamente il principe Prospero, in alcuni frangenti volutamente e sopra le righe. Ma La maschera della Morte Rossa non è solo Poe. Perche’ fra le differenze principali che saltano all’occhio rispetto al racconto, c’è senz’altro la forte componente teologica che intride l’intera narrazione. Comunque, un piccolo cult. (fonti varie dalla rete)

nuovo (fantastico) poster per Batman...

Larve

«Uscire dalla giovinezza e scoprirmi vecchio è stato come svegliarmi da un lungo sogno minaccioso.
L'incipit - del sogno - coincise con un'apparizione del nonno alla finestra della mia camera. È il mio primo ricordo, credo. Una notte, poco prima dell'alba - avrò avuto due, tre anni -, ancora inviluppato nelle coperte, apro gli occhi e sbircio tra le tende che danno sui grandi alberi del parco. Di solito, a quell'ora, agli ultimi canti degli uccelli notturni si sommano i primi dei passeri, dei fringuelli e dei merli, e quegli alberi brulicano di litigi, corteggiamenti, affanni e peana di piacere; ma stavolta dalle chiome nere giunge solo il silenzio assoluto - e forse è stato proprio questo silenzio inaspettato a svegliarmi.
C'è una figura immobile, fuori della finestra - ne distinguo la sagoma scura contro i primi chiarori lontani -, e guarda dentro, premendo la faccia sul vetro appannato dall'alito. Rimango immobile anch'io, per lunghi minuti, finchè la mano di quell'uomo non si alza ad appoggiarsi al vetro, aspetta, come per forzarlo con delicatezza.»

LE LARVE
di Claudio Morandini - (Pendragon)

martedì 1 luglio 2008

Ego espanso...



L'ufficio Stampa della mia casa editrice mi ha chiesto qualche foto un po' «western» da allegare alla sinossi del nuovo romanzo. Io ho fatto le cose in grande e sono andato assieme ad un mio amico fotografo (Salvatore Caraglia) in giro per le desolate campagne del Salento alla ricerca della 'luce perfetta'. Il risultato ha stupito non poco il sottoscritto (oltre ad aver appagato il mio sinora - apparentemente - sopito narcisismo). Posto qualche esempio per magnificare (anche) gli stupendi tramonti che Salvatore ha saputo catturare col suo obiettivo...