sabato 31 gennaio 2009

Maiali sulla Terra...

«Il signor Jones, della fattoria padronale, aveva chiuso col lucchetto il pollaio per la notte, ma era troppo ubriaco per ricordarsi di chiudere le finestrelle per le galline. Con il cerchio di luce della lanterna che gli ballava attorno, attraversò barcollando il cortile, si tolse gli stivali calciandoli contro la porta di dietro, si versò un ultimo bicchiere di birra dal barile nel retrocucina e si diresse verso il letto, dove la signora Jones stava già russando.
Appena la luce nella stanza da letto si spense ci fu un'agitazione e un fruscio d'ali in tutti gli aloggi della fattoria. Durante la giornata si era sparsa la voce che il Vecchio Maggiore, il verro Mezzo Bianco vincitore di premi, aveva fatto uno strano sogno la notte precedente e desiderava parlarne agli altri animali. Si era deciso che si sarebbero radunati tutti nel grande granaio appena il signor Jones avesse sgombrato completamente il campo.»

La fattoria degli animali - George Orwell (Ed. Mondadori)

giovedì 29 gennaio 2009

The Proposition

Incipit

«Il vecchio Dudley si rannicchiò sulla poltrona, che stava a poco a poco prendendo la sua forma, e guardò dalla finestra verso un'altra finestra incorniciata di mattoni rossi anneriti, a cinque metri di distanza. Aspettava il geranio. Lo mettevano fuori tutte le mattine verso le dieci e lo ritiravano alle cinque e mezzo. Giù a casa, la signora Carson aveva un geranio alla finestra. C'erano un sacco di gerani, giù a casa, gerani più belli di quello. I nostri, sì che sono gerani, pensò il vecchio Dudley, non questi aggeggi rosa pallido con i fiocchi di carta verde.»

Il geranio in Tutti i racconti - Flannery O' Connor (Ed. Bompiani)

mercoledì 28 gennaio 2009

Coniglio non corre più...

All'età di 76 anni è morto lo scrittore americano John Updike. Ne ha dato notizia il New York Times. Updike, vincitore di due premi Pulitzer e candidato al Nobel per la letteratura, è morto per un cancro al polmone. Lo scrittore aveva conquistato il successo con la popolare serie del Coniglio, nei primi '60 col romanzo 'Rabbit Run' (Coniglio Corri) e proseguita con altri numerosi titoli. Nel 1968 aveva scandalizzato l'America analizzando con 'Couples' (Coppie) il tema della vita sessuale tra le coppie americane benestanti dei sobborghi, affrontando lo scabroso fenomeno dello scambio di coppie. Updike era considerato il cantore caustico della classe media delle piccole città di provincia. Updike, nato il 18 marzo 1932 a Reading, Pennsylvania, aveva pubblicato oltre 50 libri tra novelle, saggi, poesie e raccolte di brevi racconti. Le sue ultime opere sono state Villages (Villaggi, 2004) e Terrorist (Terrorista, 2006).

mercoledì 21 gennaio 2009

200 anni di Poe...

Il 19 gennaio del 1809 nasceva a Boston uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi. Per l’America puritana e conservatrice, Edgar Allan Poe resta ancor oggi il poeta maledetto, l’artista emarginato che si vorrebbe ignorare, non tanto per ciò che ha scritto quanto per il suo porsi in intima contraddizione con i miti e i valori dell’American Dream, di cui è testimonianza dolorosa la sua stessa vita: un’esistenza minata dall’alcool, sconvolta dalle allucinazioni del delirium tremens, segnata dalla tragica morte dei genitori e dallo «scandaloso» matrimonio con Virginia, la cugina tredicenne, e troncata ad appena quarant’anni, alla vigilia di nuove nozze, da una morte anonima lungo una strada periferica di Baltimora.
Ma in Europa e soprattutto in Francia, grazie dapprima all’ardente e sconfinata ammirazione di Baudelaire e, successivamente, pur se in forma meno impetuosa, di Mallarmé e di Valéry, è stato subito consacrato come uno dei grandi maestri della modernità, con le sue fratture, i suoi traumi e le sue agonie; al punto che la sua figura e i suoi scritti sono stati sondati da psicologi e psicoanalisti di ogni tendenza. Oggi l’immagine dominante di Poe, soprattutto al di qua dell’Atlantico, va oltre lo stereotipo del narratore che riversa sulla pagina le visioni perverse e morbose coltivate o subite nei momenti di abbandono ai paradisi artificiali; sovrapponendole quella dello scrittore lucidissimo che applica le regole da lui stesso elaborate in saggi ormai canonici, apprezzati persino da Benedetto Croce, quali Il principio poetico e La filosofia della composizione: il racconto deve mirare al massimo di «effetto» sul lettore; il climax, frutto di un crescendo continuo di tensione, deve nei limiti del possibile coincidere con il finale; e quindi, per narrare al meglio, occorre iniziare dal fondo e procedere a ritroso. Quanto poi al clima emotivo, orrore e terrore non nascono più soltanto, come nei vecchi romanzi gotici, da una scenografia esterna di maniera - paesaggi lugubri, edifici sinistri, rumori agghiaccianti o apparizioni spettrali - ma scaturiscono in primo luogo dagli abissi dell’animo, dagli incubi orrendi e mostruosi della psiche (fonte: sito italiano dedicato a Poe)

Starship Troopers

«Mi viene sempre la tremarella prima del lancio. Mi hanno fatto l'iniezione, naturalmente, e la preparazione ipnotica, e so benissimo che in realtà non ho paura. Lo psicanalista che ha controllato le onde del mio cervello e mi ha fatto un sacco di domande mentre ero addormentato, mi assicura che è una cosa senza importanza, un po' come il tremito di un cavallo da corsa che scalpita prima dell'inizio della gara.
Sarà. Non sono mai stato un cavallo da corsa, e non mi pronuncio. So una cosa sola: che tutte le volte, immancabilmente, è la stessa storia.»

Fanteria dello spazio - Robert Anson Heinlein (Ed. Mondadori)

sabato 17 gennaio 2009

Cold Mountain...

Ritorno a Cold Mountain (2004) è un parto dello stesso regista de Il paziente inglese, l'«italiano» Anthony Minghella prematuramente scomparso nel 2008, e come quel film anche questo segue in parallelo due vicende incorniciate da una guerra (lì era la seconda Guerra Mondiale a far da teatro, qui si staglia prepotente sullo sfondo quella di Secessione). C'è da un lato il combattente Inman (un misurato Jude Law, che partecipa alla battaglia di Petersburg splendidamente ritratta a inizio pellicola secondo i dettami imposti da Salvate il soldato Ryan - una rappresentazione cioè priva di qualsiasi edulcorazione del sangue e della tragedia insiti in ogni battaglia), e dall'altra ci sono Ada e Ruby (Nicole Kidman più algida che mai e una Renée Zelleweger brillante e mascolina), stabili e irremovibili nell'attendere in un posto chiamato Cold Mountain questa sorta di «Ulisse» ottocentesco. Entrambi i tronconi della storia sono forieri di sviluppi che cambiano i protagonisti e che, imponendo loro la necessità di farlo per sopravvivere, diventano metafore dei tragitti esistenziali di chiunque: si compie delle scelte incontrando/scontrando altre realtà, cercando di non perdersi. Confezione sfarzosa e scenografia accuratissima, la narrazione procede (quasi) senza intoppi come in un gargantuesco, pomposo fuilletton dei bei tempi andati (e la messa in piega della Kidman, sempre composta come quella delle eroine della Hollywood della golden age, non fa che ricordarcelo). Storia di due innamorati che quasi non si conoscono, girata in gran parte in Romania (il prezzo di realizzazione si ottimizza parecchio, pare), Cold Mountain vorrebbe essere cinema classico, e forse in parte lo è (aiuta un parterre di interpreti strepitoso), per lo meno illude verosimilmente di esserlo - salvo qualche fugace, non distonica intromissione di modernità nelle inquadrature o nella sensibilità narrativa. Minghella, d'altronde, ci aveva già abbondantemente mostrato anche con l'ottimo il talento di Mr. Ripley un valido compromesso tra velleità autoriali e industria dell'intrattenimento. Sia quel che sia, la promessa del regista di rivisitare attualizzandolo il mai dimenticato Via col vento è più che sufficentemente mantenuta. E la prova superata con quasi il massimo dei voti.

venerdì 16 gennaio 2009

Zanna

«Cupe foreste di abeti rossi s'affacciavano arcigne sulle due rive del fiume gelato. Un vento recente aveva strappato dai rami il bianco mantello di ghiaccio e nella luce dell'imbrunire gli alberi parevano appoggiarsi l'uno all'altro, neri e minacciosi. Un vasto silenzio avvolgeva il paesaggio. E il paesaggio stesso era desolato, senza vita, immobile, così solitario e freddo che neppure si poteva dire vi regnasse un senso di tristezza. Vi aleggiava un cenno di risata, ma una risata più terribile di ogni tristezza: una risata senza gioia come il sorriso della sfinge, una risata fredda come il gelo e percorsa dalla caparbia ferocia dell'infallibilità. Era l'imperiosa e incomunicabile saggezza dell'eternità, che sbeffeggia la futilità della vita e l'affanno del vivere. Era il mondo selvaggio, il mondo selvaggio del Nord, aspro, crudele, ghiacciato fino al cuore.
Eppure c'era vita su quella terra, e vi si muoveva come una sfida. Lungo il fiume gelato marciava una fila di cani lupo, col pelo ispido coperto di ghiaccio»

Zanna Bianca - Jack London (Ed. Newton & Compton)

Doronjo, le prime immagini!


È in costante avanzamento il lavoro su Yattaman, fulgido esempio di anime anni '80 capace di strabiliare generazioni di adolescenti con la sua irriverenza leggera, in perfetto stile camp, (oltre naturalmente ad un pizzico di erotismo soft, che non guasta mai), che vedremo (?) presto nelle sale con un lungometraggio firmato dal grande Takashi Miike. Sono da qualche giorno on-line le prime immagini di Miss Dronio (Doronjo nell'originale).

Puglia arcaica...


foto by Blaster.

giovedì 15 gennaio 2009

Il Prigioniero è libero!


Patrick McGoohan si è spento ieri a Los Angeles dopo una breve malattia, all’eta’ di 80 anni. Classe 1928, McGoohan era arrivato alla popolarità negli anni ‘60 granzie alla sua interpretazione della serie televisiva Il Prigioniero, in cui interpretava il ruolo del protagonista, Numero 6, un ex agente segreto del governo britannico, che si ritrova prigioniero in un misterioso villaggio senza avere memoria di come o perchè sia arrivato lì, nè dove si trovi esattamente.

mercoledì 14 gennaio 2009

Verso l'estrema wilderness!

Pubblicato per la prima volta in USA nel 1996, il libro di Jon Krakauer diventò subito un vero classico della letteratura «di viaggio», un best seller del tutto inaspettato che oggi, complice il traino dell'omonimo film, è di nuovo tra i primi dieci libri più venduti negli Stati Uniti. La storia è quella vera di Christopher McCandless: a 24 anni questo ragazzo della buona borghesia di Washington si laurea e decide di seguire il richiamo della foresta che fin da piccolo, grazie anche all'amore per i libri, lo ha contagiato. Tra le sue passioni letterarie, ovvio, l'anticapitalista Jack London e l'utopista Lev Tolstoj, ma anche compagni di viaggio pe(n)santi come Boris Pasternak e Henry Thoreau. La frenetica compulsazione dei loro testi lo spinge a fare tabula rasa del suo passato, abbandonando ogni ambizione terrena e mandando in vacca l'ipocrisia - vera o magari solo percepita - della famiglia d'origine, per partire in un viaggio on the road attraverso l'America, un percorso avventuroso lungo due anni che lo vedrà espatriare in Messico in canoa, lavorare in un silos, vivere in una comunità di hippie. Il suo obiettivo è però l'Alaska, luogo di cui ammira la bellezza e nella cui solitudine assoluta anela a ritrovare la parte più vera e libera di sé stesso. Eroe romantico e mistico, quindi, dotato però anche di una straordinaria fisicità (fatica e dolore sono tappe fondamentali del suo viaggio), Christopher McCandless si tramuterà in questo viaggio in Alexander Supertramp (nome «di battaglia» con cui si ribattezza), un eremita dalle imprevedibili capacità di socializzazione. Ma ciò che colpisce di questo libro, ugualmente e forse più che nel toccante lungometraggio che Sean Penn ne ha saputo trarre, è la fascinazione naturale, l'empatia di chi legge verso questo personaggio sinceramente, spontaneamente votato all'autodistruzione «panteista» (l'autore ogni tanto ci prova, a presentarcelo come un ingenuo pirla, anche un po' egoista e adolescenziale nella sua patologica - quanto suicida - ricerca di una perfezione irraggiungibile, però non è mai convincente poiché, per propria ammissione, anch'egli ammira il protagonista del suo sfaccettato reportage). Ma ciò che davvero ripaga dell'acquisto del libro è il compendio storico grazie al quale Krakauer, per meglio sondare il caso, mette in parallelo McCandless con altri sognatori, alpinisti e viaggiatori del medesimo rango, quasi a evidenziare quanto Alex appartenesse a una vera e propria «categoria» di persone inquiete, sospese tra il sogno e la follia di cui l'America (e il mondo) pullula.

Nelle terre estreme - Jon Krakauer (Ed. Corbaccio)

martedì 13 gennaio 2009

Werewolf Women of the S.S. (il finto trailer)

Ghiaccio Nove (incipit)

«Chiamatemi Jonah. I miei genitori mi chiamavano più o meno così. Mi chiamavano John.
Jonah o John... se anche mi fossi chiamato Sam sarei rimasto un Jonah - e non perché fossi un menagramo, ma perché c'era sempre qualcosa o qualcuno che mi scaraventava puntualmente in determinati posti, in determinati momenti. Non senza i debiti mezzi e motivi, convenzionali o strambi che fossero. E, nel pieno rispetto del piano, allo scoccare del secondo stabilito, questo Jonah era lì, nel posto stabilito. State a sentire:
Quando ero più giovane - due mogli or sono, più 250.000 sigarette e 50.000 cicchetti...
Quando ero molto, ma molto più giovane, incominciai a raccogliere il materiale per un libro che doveva intitolarsi Il giorno in cui il mondo finì

Ghiaccio Nove - Kurt Vonnegut (Ed. Feltrinelli)

domenica 11 gennaio 2009

Cassini e la sua Minimum Fax.

Interrompo l'interminabile sequela di recensioni filmico-librarie dedicate al «genere» per consigliare vivamente un agile quanto godibilissimo librettino, assolutamente imperdibile per chiunque abbia anche solo la vaga intenzione di ficcanasare nel magico mondo dell'editoria italiana (intendesi naturalmente anche aspiranti scrittori). Si tratta del bel Refusi, diario di un editore incorreggibile, di Marco Cassini, giovane direttore e co-fondatore della ormai «storica» casa editrice romana Minimum Fax: un piccolo miracolo cultural-imprenditoriale della cui genesi Cassini racconta con piglio ironico, divertito e divertente, senza edulcorare alcuno degli aspetti contraddittori della nostrana industria culturale e anzi arrivando con pochi, illuminanti capitoletti al nocciolo della definizione di cosa significa oggi fare l'editore. Un volumetto - bello anche da vedere, se mi è concesso dirlo - utilissimo non solo per gli esperti del settore, ma anche per chi voglia affrancarsi una volta per tutte da una visione del mestiere dei libri legato a cliché fantasiosi e inverosimili: «Con il lavoro che ho scelto di fare, mi aspettavo che la mia vita sarebbe stata diversa. Mi immaginavo lunghe giornate a leggere manoscritti che avrebbero cambiato la storia della letteratura, conversazioni rivoluzionarie in fumose bettole del centro storico con scrittori leggendari, illuminanti riunioni di redazione che sarebbero proseguite con memorabili serate in trattoria. Avevo creduto di poter ripetere facilmente l’esperienza del “New Yorker” di William Shawn, della Shakespeare & Company di Sylvia Beach, della City Lights di Ferlinghetti, dell’Einaudi di Vittorini-Calvino-Pavese. Avevo dimenticato che l’editore non è solo un appassionato di libri, un animatore culturale, ma è fondamentalmente un imprenditore, con tanto di partita iva, obblighi fiscali e bilanci depositati.»

martedì 6 gennaio 2009

i cani su Mangialibri...

Terra rossa, muri a secco, odore di scirocco, rumore del sole, campagne deserte ricche di ulivi e viti; qualche apetta che si aggira solitaria con alla guida un vecchio o un giovane dalla faccia cotta dal sole che vecchio lo diventerà prima del tempo. In questa terra calda e bruciata una piccola cittadina, Torre Languorina, vivacchia tutto l’anno in attesa dei mesi estivi in cui i turisti 'dell’altitalia' arrivano con le loro macchine nuove a spendere un po’ di soldi e a lasciarsi sorprendere da una vita che alcuni “giargianesi” (i turisti fuori regione) definiranno semplice, altri arretrata. Uno spaccio che fa da alimentari, da ferramenta e da tabacchino è il centro di questo paesino: lo stanzone, a cui si accede oltrepassando una tenda di plastica, è gestito da ‘Za Uccia e dal figlio Buba, ex militare in forza in Kosovo congedato con disonore dall’esercito, (unica chance di avanzamento sociale e di affrancarsi dalla povertà) perché accusato di aver torturato i prigionieri nemici. Al negozio di ‘Za Uccia si riforniscono saltuariamente Sputazza (un contadino che nessuno chiama per nome rimasto vedovo e con una figlia emigrata al nord per sfuggire al destino di soprusi che le sarebbe toccato in quanto donna di un boss locale), Pietro Lu Sorgi (un eremita fuori di testa di cui tutti hanno paura), Nicola (detto il ranger perché custode della riserva naturale della salina). La riserva segna il confine fisico e metaforico tra l’umanità di Torre Languorina e Languore, il comune di riferimento, quello dove il sindaco Enrico Saraceno si sta impegnano per il rilancio di questo pezzo di sud. Giovane, con una laurea che ha preso al nord, figlio di uno dei leader più carismatici e popolari della storia del paese, Enrico è il futuro: insieme alla giunta ha approvato un progetto che prevede la costruzione di un villaggio turistico al confine con la riserva. Il padre e Nicola, il ranger, si erano battuti per decenni contro il progetto; ma Enrico è convinto di essere cresciuto "assistendo al perenne rifiuto da parte del padre di qualunque proposta concreta, sia pubblica che privata, facendo appassire nell’immobilità la propria vita e la riserva”. Lui è diverso, lui vuole cambiare le cose. Ha affidato la costruzione del villagio turistico a Don Titta Scarciglia, un vecchio e ricco imprenditore edile che ha costruito la sua fortuna pagando mazzette, prestando denaro ad usura senza sporcarsi le mani ma usando come tirapiedi i Minghella, una famiglia di prepotenti che, come copertura, allevano e addestrano cani che in realtà usano per i combattimenti clandestini. La vita di tutte queste persone è legata a doppio filo alla salvaguardia della riserva, ma sono la violenza e la morte gli elementi che riuniranno in un unico destino tutti i protagonisti...
Il romanzo d'esordio di Omar Di Monopoli - passato e presente da sceneggiatore - non si legge soltanto, ma si visualizza: come in un film il lettore riesce a immaginare ogni scena; in alcuni punti del libro nei quali la violenza e il sangue sono il soggetto principale il lettore potrebbe avere l’istinto di chiudere gli occhi, proprio come accade al cinema. Uomini e cani restituisce l’idea di un sud selvaggio e violento, fatto di rapporti basati sul sopruso e sull’animalità che, appunto, non distingue gli uomini dalle bestie. L’atmosfera e la narrazione sono in linea con molta della produzione letteraria e cinematografica che ha descritto il Salento e la Puglia nell’ultimo decennio: vengono in mente Edoardo Winspeare con Sangue Vivo o Sergio Rubini con Mio Cognato e con La Terra. Per i colori e le immagini riprodotte forse si potrebbe anche scomodare, come ispiratore evidentemente, Vittorio Bodini. Un unico appunto per l’autore: Torre Languorina nelle intenzioni si trova “in un Salento lontano anni luce da quello da cartolina”, ma viene collocata in provincia di Taranto, che Salento non lo è già più. (Emanuela Grasso)

Under the sun


Masseria Murante (Salento) - Foto di Tmax66.

domenica 4 gennaio 2009

Aztechi per Westlake

«A New York, tutti cercano qualcosa.
Gli uomini cercano le donne e le donne cercano gli uomini. Giù al bar degli invertiti gli uomini cercano gli uomini, e al "Barbara" e al Movimento di liberazione della donna, le donne cercano le donne. Le mogli degli avvocati, davanti a Lord & Taylor, cercano un tassì, e i mariti delle mogli degli avvocati, in Pine Street, cercano il rotto della cuffia. Le passeggiatrici davanti all'Americana Hotel cercano un gabinetto, e i ragazzini che aprono le portiere dei tassì davanti al terminal di Port Autohrity cercano mance. Così come cercano mance i tassisti, i fattorini, i camerieri e gli agenti della squadra Narcotici. I neolaureati cercano lavoro. Gli uomini che portano la cravatta cercano un lavoro migliore. Gli uomini che portano i giubbotti di pelle cercano invece migliori opportunità. Le donne in tailleur di linea severa cercano opportunità uguali a quelle degli uomini. Gli uomini con la cintura di coccodrillo cercano una roulette alla quale si possa barare. Gli uomini con i polsini lisi cercano dieci dollari fino a mercoledì. Gli imprenditori cercano profitti più alti e una bella villa in New Hyde Park.
I bravi ragazzi di Fordham cercano una ragazza da portare al cinema. I cattivi ragazzi di S.Louis ne cercano una da portare a letto. I giovani dirigenti aziendali della Terza Avenue cercano una relazione sentimentale significativa. I negri del Bronx che stazionano in Washington Square Park cercano carne bianca. I bevitori di birra che stazionano nei bar di Columbus Avenue cercano guai.
Il Dipartimento Parchi e Foreste cerca alberi da abbattere e da trasformare in legna da ardere a beneficio dei politicanti locali. Gli abitanti dei vari quartieri cercano dei politicanti che impediscano al Dipartimento Parchi e Foreste di abbattere tutti quegli alberi. Campa cavallo».

La danza degli aztechi - Donald E. Westlake (Ed. Mondadori)

venerdì 2 gennaio 2009

Good bye Donald!

Il famosissimo giallista Donald Westlake è morto per infarto a 75 anni mentre festeggiava l'arrivo del nuovo anno; ne ha dato notizia oggi il New York Times. Westlake era specializzato in gialli umoristici (ne ha scritti oltre cento), di cui molti tradotti anche in Italiano da Mondadori. Lo scrittore si aggiudicò per ben tre volte il prestigioso Edgar Allan Poe Award. La prima volta nel 1968 con Un bidone di guai, la seconda volta nel 1990 con Too Many Crooks e la terza volta nel 1991 per la migliore sceneggiatura (The Grifters). Nel 1993 ha ricevuto anche il massimo riconoscimento dall’associazione Mystery Writers of America: il Grand Master. È stato anche candidato all’Oscar per la sceneggiatura di Rischiose Abitudini.