venerdì 31 ottobre 2008
giovedì 30 ottobre 2008
mercoledì 29 ottobre 2008
Cain e il suo postman...

«Mi buttarono fuori dal camion verso mezzogiorno. C'ero saltato sopra la notte, giù al confine, e appena steso sotto il telone, nel fieno, mi ero addormentato. Sonno ne avevo un bel po', dopo tre settimane a Tia Juana, e dormivo ancora quando si fermarono a uno slargo per far freddare il motore. Videro spuntare un piede e mi tirarono giù. Provai a cavarmela con qualche frottola, ma come parlare al muro: sicché fine della corsa. Però mi diedero una sigaretta, e mi incamminai sulla strada in cerca di qualcosa da mangiare»
Il postino suona sempre due volte - James Cain (Ed. Adelphi)
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STRALCI
martedì 28 ottobre 2008
Il re del Porno è andato...

Gerard Rocco Damiano è morto l’altro ieri, 26 ottobre, in Florida per alcune complicazioni dopo un infarto. Aveva 80 anni. Damiano nasce il 4 agosto 1928 a Chicago e sceglie come nome d’arte Jerry Gerard per lavorare come regista verso la fine degli anni Sessanta. Nel 1971 conosce Chuck Traynor, gestore di un topless bar, che gli presenta la giovane moglie Linda Susan Boreman. Il regista rimane abbagliato da Linda, le affibbia il nome Linda Lovelace e la fa sua protagonista per Gola Profonda (1972). La pellicola divenne un vero cult del genere e fu un grande successo (fonte: la rete)
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ADDII
Una Mustang muy rapida...
QOOB è un famoso sito in cui si confluiscono numerose (e spesso notevoli) sperimentazioni audio/visive provenienti da tutto il mondo. Il corto qui sotto (segnalato ieri nel blog dello sceneggiatore Roberto Recchioni) è un bellissimo esempio di una storia ben scritta, ben diretta e - in definitiva - molto ben raccontata. Si intitola The deal e dura dieci minuti, ma li vale tutti...
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SEGNALAZIONI,
SGUARDI
domenica 26 ottobre 2008
sabato 25 ottobre 2008
È tornato...
Il mito vivente Clint Eastwood è tornato con un gran personaggio - un vecchio duro (razzista e pluridecorato) in pensione che si redime quando una famiglia d'immigrati chiede il suo aiuto - nel suo ultimo film Gran Torino... Davvero roba da leccarsi i baffi!!!!
venerdì 24 ottobre 2008
Arriva L'Uomo Termoionico!

Sto registrando in questi giorni un mio racconto per Radio-Rai. S'intitola l'Uomo Termoionico e si potrà ascoltare dal 10 al 14 novembre all'interno del programma pomeridiano Fahrenheit, nello spazio Storyville (in onda dal lunedi' al venerdi' dalle 16.00 alle 16.30): storie di musica e di musicisti affidate alla penna e alla voce di giovani scrittrici e scrittori italiani, attraverso narrazioni fortemente pervase da riferimenti musicali. Stay tuned.
giovedì 23 ottobre 2008
mercoledì 22 ottobre 2008
il barbiere della O'Connor (incipit)

«È dura, a Dilton, per i progressisti.
Dopo le primarie democratiche dei bianchi, Rayber cambiò barbiere. Tre settimane prima, mentre lo radeva, il barbiere gli aveva chiesto: - Per chi ha intenzione di votare?
- Per Darmon, - aveva detto Rayber.
- Allora lei tiene per i negri?
Rayber aveva sussultato nella poltrona. Non si era aspettato un approccio così brutale. - No, -aveva detto. Se non fosse stato colto di sorpresa, avrebbe detto: - Io non tengo né per i negri né per i bianchi. - Era una risposta che aveva già dato una volta a Jacobs, l'insegnante di filosofia e, per farvi capire com'è dura a Dilton per i progressisti, Jacobs, che era un uomo istruito, aveva borbottato: - Una posizione inadeguata.»
Tutti i Racconti
Flannery O'Connor - (Bompiani)
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STRALCI
martedì 21 ottobre 2008
lunedì 20 ottobre 2008
domenica 19 ottobre 2008
Mostri da muro...

Bologna - murale sulle pareti del Nightmare Café (realizzato dal titolare del blog nel lontanissimo 1994).
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GRAPHICATE
venerdì 17 ottobre 2008
giovedì 16 ottobre 2008
Pinkerton, gli investigatori del west...

Fondata negli USA dallo scozzese Allan Pinkerton nel 1850 è, indipendentemente dal suo reale valore, la più celebre delle agenzie investigative, perché immortalata da dozzine di pellicole cinematografiche e romanzi. Per rendersi conto della sua notorietà, basti pensare che il famoso termine gergale “private eye” in riferimento al detective privato prende spunto proprio dal logo della Pinkerton, e cioè un occhio aperto sotto il quale campeggia il motto «Non dormiamo mai». Su questa insonne e costante attività di vigilanza, la Pinkerton costruì un mito di leggendaria infallibilità (un po’ come le Giubbe Rosse canadesi che “prendevano sempre il loro uomo”), a partire da quando sventò in tentativo di assassinare il neo eletto presidente Lincoln.
Il sodalizio col Governo portò molto lontano l’agenzia, attraverso un’intensa attività di spionaggio militare durante la guerra civile e, al termine delle ostilità, con una spietata caccia ai ribelli confederati, tra i quali il più noto bersaglio (fallito, perché venne ucciso da un suo compagno) rimane Jesse James, il Robin Hood del West. Fu in questo modo che la Pinkerton attirò su di sé l’odio mai del tutto cessato della popolazione civile degli stati del Sud, che si espresse anche nei modi non cruenti di ballate di dileggio, come la seguente, del 1892: «Hear the poor orphans tell their sad story / Father was killed by the Pinkerton men» (trad. «Ascoltate i poveri orfanelli che raccontano la loro triste storia / Il padre venne ammazzato dagli uomini della Pinkerton»). Comunque la Pinkerton era fondamentalmente nata con l’intento di fornire un costoso servizio di polizia privata agli industriali del Nord che si sentivano minacciati dalla crescente (e sacrosanta) ostilità da parte degli operai. I “Pinkertons”, dunque, si occuparono più volte di sedare con la forza gli scioperi di lavoratori sfruttati come bestie, come a Homestead (Pennsylvania), dove 300 detectives aprirono il fuoco sul corteo degli operai delle acciaierie Carnegie, uccidendone 11; l’episodio è alla base di uno stupendo episodio del fumetto Ken Parker, dall’evocativo titolo di Sciopero. Naturalmente gli industriali non furono i soli clienti di Allan Pinkerton. I servigi della sua agenzia vennero noleggiati anche da banchieri, titolari di compagnie di trasporto, società ferroviarie e da chiunque altro avesse necessità di affittare per qualche tempo delle buone pistole e talento investigativo. (fonte: farwest.it)
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ANALISI
martedì 14 ottobre 2008
Lettera.com
Qui una mia intervista di Marco Montanaro per lettera.com.«Dopo l'esordio col violento spaghetti western Uomini e Cani, è da poco tornato in libreria con Ferro e fuoco (sempre ISBN). Un ciclo di storie pugliesi che dovrebbe concludersi con un terzo capitolo, ambientato in terra brindisina, dopo il salento marginale del primo romanzo e il Gargano del secondo. Ferro e fuoco porta con sé i tratti distintivi di una scrittura molto personale (stile barocco, volutamente gonfio come in un film pulp, struttura corale) e amplifica il senso di violenza già presente nel primo lavoro dello scrittore pugliese... (continua)»

Domani mercoledì 15 Ottobre 2008, Libreria FLEXI (via Clementina 9, Roma) ore 19.00. Nino G. D’Attis presenta Ferro e fuoco di Omar Di Monopoli (Isbn Edizioni, 2008) Omar Di Monopoli presenta Mostri per le masse di Nino G. D’Attis (Marsilio, 2008). Introduce Rossano Astremo.
D’Attis presenta Di Monopoli, che presenta D’Attis. Un duello, come nei migliori western e nei peggiori gialli. Due scrittori, due storie, due realtà e due omicidi da risolvere, nel bel mezzo dell’occidente in decadenza.
Meandri di cemento

«Poco dopo le tre del pomeriggio del 22 aprile 1973, un architetto di trentacinque anni di nome Robert Maitland procedeva sulla corsia di sorpasso in uscita dallo svincolo di Westway, Londra centro. A seicento metri dal nuovo raccordo con l'autostrada M4, quando la sua Jaguar aveva già superato il limite di velocità di 120 kmh, il pneumatico anteriore sinistro scoppiò. Rimandata dal parapetto di cemento, l'esplosione d'aria sembrò detonare nel cranio di Robert Maitland. Nei pochi secondi precedenti l'urto, lui strinse forte le razze imbizzarrite del volante, intontito per aver battuto la testa contro il montante del finestrino cromato. L'auto sbandò sulle corsie libere, da un lato all'altro della strada, accompagnata dalle sue mani che sembravano le mani di un burattino. Il pneumatico si disintegrò, lasciando una scia nera e obliqua sulla segnaletica bianca che seguiva l'ampia curva della banchina autostradale. Ormai incontrollabile, la vettura sfondò i cavalletti di legno che formavano una barriera provvisoria sul ciglio della strada e, abbandonando l'asfalto, si tuffò nella scarpata erbosa per fermarsi trenta metri più in là, contro lo chassis arrugginito di un taxi capovolto. Uscito quasi incolume da quel dritto terrificante che per poco non gli era costato la vita, Robert Maitland si abbandonò sul volante, con la giacca e i pantaloni disseminati di frammenti di parabrezza che sembravano lustrini del varietà.»
James G. Ballard - (ed. Feltrinelli)
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lunedì 13 ottobre 2008
sabato 11 ottobre 2008
venerdì 10 ottobre 2008
E il Nobel a Roth? E alla Carol Oates?

«“Sa una cosa” disse, “Vuole sapere una cosa? Noi passiamo il nostro tempo a produrre robaccia al cinema, sì al cinema. E anche a teatro e nei romanzi psicologici. Non c’è più nulla di semplice. Siamo scarafaggi, mezzi uomini, stracci vecchi. Si direbbe che siamo nati dalla penna di uno scrittore degli anni Trenta, belli, ampollosi, raffinati, pieni di cultura, pieni di questa cultura del cazzo. Si incolla sulla schiena come un cappotto bagnato. Si appiccica dappertutto” ».
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«L’importante è parlare sempre come se tutto dovesse essere trascritto. Così si può avere la sensazione di come non si è liberi. Non si è liberi di parlare come se si fosse sé stessi».
Il VERBALE
Jean-Marie Gustave Le Clézio - ( :duepunti edizioni, 2005)
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giovedì 9 ottobre 2008
Un grandissimo Day-Lewis.

Non bisogna lasciarsi abbindolare dai paramenti storici con cui il talentuoso Paul T. Anderson agghinda la sua ultima, fenomenale opera. Il petroliere è infatti un film dell'orrore, né più né meno: perché mette in scena, snuda senza ritegno l'orrore della rapacità facendone il fulcro ideologico di una vicenda paradigmatica e, in soldoni, eminentemente «politica». Il film (tratto dal libro Oil di Upton Sinclair) comincia con un quarto d'ora di cinema assoluto: picconate silenti e implacabili che frantumano le regole dell'odierno intrattenimento. Un rullo compressore che sbriciola tutto: rocce, muscoli, ossa - riducendo in polvere tutta la retorica autoreferenziale della Fabbrica dei Sogni. Non un dialogo, né alcuna soluzione ammiccante, solo la musica che diventa un tarlo mentre accompagna una sequela di inquadrature taglienti (mai come in questo film Anderson tiene salda la cinecamera in un disciplinato esercizio di autocontrollo). Esiste solo l’avidità, una insana febbre di possesso che divora la fatica, il dolore e qualsiasi altra impellenza. La macchina da presa si fonde con la dimensione della bramosia, scavando la pietra, r
iuscendo a «trovare la parola» solo nel momento in cui l'anelata ricchezza è finalmente raggiunta. There Will Be Blood (questo il titolo originale): è un montante scoccato in faccia allo spettatore senza divagazioni allegoriche particolarmente complesse. Plainview (un Daniel Day-Lewis irraggiungibile, meritatamente Oscar) è lo specchio neanche troppo deformato degli Stati Uniti. Il piccolo H.W. (Dillon Freasier) è il pellerossa ridotto al mutismo, segregato nelle riserve contro la propria volontà. Henry (Kevin J. O’Connor) è l’immigrato inoffensivo che cerca di sopravvivere tra gli stenti. Ely (Paul Dano, infuocato sino all'epilessia e al contempo tentennante) è il predicatore di una religione con lo sguardo al cielo e la mano sul portafogli. Con le sue trivelle, le sue tubature tentacolari che succhiano al mondo ciò che c’è da succhiare, Daniel Plainview impersona il Grande Assetato che ostinatamente non si placa - né si placherà - fino a quando non avrà fatto tabula rasa d'ogni impedimento: sia esso cosa o persona. «Ho finito» è la frase beffardamente pronunciata dal petroliere un secondo prima dei titoli di coda. Ho finito di distruggere ogni cosa ma non ho fatto altro che reiterare la legge che sostiene il mondo: l'uomo uccide l'uomo, uccidendo sé stesso.
iuscendo a «trovare la parola» solo nel momento in cui l'anelata ricchezza è finalmente raggiunta. There Will Be Blood (questo il titolo originale): è un montante scoccato in faccia allo spettatore senza divagazioni allegoriche particolarmente complesse. Plainview (un Daniel Day-Lewis irraggiungibile, meritatamente Oscar) è lo specchio neanche troppo deformato degli Stati Uniti. Il piccolo H.W. (Dillon Freasier) è il pellerossa ridotto al mutismo, segregato nelle riserve contro la propria volontà. Henry (Kevin J. O’Connor) è l’immigrato inoffensivo che cerca di sopravvivere tra gli stenti. Ely (Paul Dano, infuocato sino all'epilessia e al contempo tentennante) è il predicatore di una religione con lo sguardo al cielo e la mano sul portafogli. Con le sue trivelle, le sue tubature tentacolari che succhiano al mondo ciò che c’è da succhiare, Daniel Plainview impersona il Grande Assetato che ostinatamente non si placa - né si placherà - fino a quando non avrà fatto tabula rasa d'ogni impedimento: sia esso cosa o persona. «Ho finito» è la frase beffardamente pronunciata dal petroliere un secondo prima dei titoli di coda. Ho finito di distruggere ogni cosa ma non ho fatto altro che reiterare la legge che sostiene il mondo: l'uomo uccide l'uomo, uccidendo sé stesso.
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VISIONI
Il vecchio e il mare (incipit)

«Era un vecchio che pescava da solo su una barca a vela nella Corrente del Golfo ed erano ottantaquattro giorni ormai che non prendeva un pesce. Nei primi quaranta giorni passati senza che prendesse neanche un pesce, i genitori del ragazzo gli avevano detto che il vecchio ormai era decisamente e definitivamente salao, che è la peggior forma di sfortuna, e il ragazzo li aveva ubbiditi andando in un'altra barca che prese tre bei pesci nella prima settimana. Era triste per il ragazzo veder arrivare ogni giorno il vecchio con la barca vuota e scendeva sempre ad aiutarlo a trasportare o le lenze addugliate o la gaffa e la fiocina e la vela serrata all'albero. La vela era rattoppata con sacchi da farina e quand'era serrata pareva la bandiera di una sconfitta perenne.»
IL VECCHIO E IL MARE - Ernest Hemingway (Oscar Mondadori)
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mercoledì 8 ottobre 2008
Nessuno è al sicuro!

Mentre da mesi l'FBI dà la caccia al killer seriale chiamato «Mano di Dio», un giovane si presenta all'ufficio del capo delle investigazioni affermando di conoscere l'identità del maniaco e raccontando una storia che ha inizio molti anni prima nella sua casa: è la storia di Fenton Meiks, di suo fratello Adam e della missione assurda e sanguinaria del loro padre. Caratterista texano con una discreta carriera alle spalle (da Aliens a Titanic passando per il grottesco, validissimo Near dark), Bill Paxton esordisce alla regia con questo Frailty - Nessuno è al sicuro (2001) e ci regala un thriller ricco di suspense e venature horror, dosando con cautela l'uso degli effetti spettacolari e lo spreco di emoglobina che hanno inflazionato il genere. Il regista - con buona tecnica realizzativa e sapiente gioco di sceneggiatura, che si incrina giusto un pelo sul finale
- preferisce soffermarsi sulla pazzia che si annida nella quotidianità (impersonando egli stesso un innocuo padre di famiglia che si dice improvvisamente «illuminato» e pronto a uccidere spietatamente per conto nientemeno che dell'Altissimo), forse più spaventosa e disturbante di qualsiasi evento soprannaturale. Il film, una piacevole quanto inaspettata sorpresa per gli amanti del genere, oltre a meritarsi un ottimo riscontro al botteghino ha ricevuto i commenti entusiasti di James Cameron e Sam Raimi, ma soprattutto del «Re» Stephen King.
- preferisce soffermarsi sulla pazzia che si annida nella quotidianità (impersonando egli stesso un innocuo padre di famiglia che si dice improvvisamente «illuminato» e pronto a uccidere spietatamente per conto nientemeno che dell'Altissimo), forse più spaventosa e disturbante di qualsiasi evento soprannaturale. Il film, una piacevole quanto inaspettata sorpresa per gli amanti del genere, oltre a meritarsi un ottimo riscontro al botteghino ha ricevuto i commenti entusiasti di James Cameron e Sam Raimi, ma soprattutto del «Re» Stephen King.
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VISIONI
lunedì 6 ottobre 2008
Tavernier incontra Burke!

Ancora Lousiana, accidenti! Dovrebbe giungere a noi nel 2009 il film L’occhio del ciclone (In the Electric Mist), diretto dal maestro Bertrand Tavernier e con Tommy Lee Jones, John Goodman, Peter Sarsgaard, Kelly MacDonald, Justina Machado, Mary Steenburgen, Julio Cedillo, Louis Herthum, Andrea Frankle, Alana Locke, Ned Beatty, John Sayles, Pruitt Taylor Vince, Levon Helm, James Gammon, Rio Hackford. Non sono molte le notizie su questo film dal cast davvero ottimo, sebbene inizino a girare alcune immagini. Nessun trailer per il momento, ma la trama in grandi linee si può già immaginare, essendo il film tratto da un romanzo di James Lee Burke. In the electric mist è infatti parte di una serie di romanzi dedicati al personaggio di Dave Robicheaux, detective della polizia di New Iberia, città della Louisiana. In questo film Dave, impersonato dal grande Tommy Lee Jones (ormai votato a impersonare personaggi stanchi e disincantati di estrazione letteraria: remember Non è un paese per vecchi e Le tre sepolture?), dovrà vedersela con ben tre situazioni difficili da gestire: il ritorno in città di Baby Feet Balboni, boss della malavita di New Orleans, il ritrovamento del cadavere di una giovane donna, forse prostituta, violentemente percossa, e del riemergere di fenomeni di razzismo nella forma del linciaggio di un anziano uomo di colore. (fonte cineblog)
I supereroi di Tranquilli

Tra gli artisti italiani più promettenti, Adrian Tranquilli, classe 1966, alterna nella sua produzione scultura, video, installazioni e foto. Amante del fumetto, mescola tecniche e materiali, simboli antropologici e archetipi religiosi, eroi e antieroi, contestando alla radice l’idea di una cultura dominante e machista. Nella sua produzione più recente Tranquilli fa dei supereroi i protagonisti della propria ricerca, scelta che trova ragione nell'idea che il supereroe sia l'unico rappresentante universale dell’eroismo etico, punto focale della sua attenta e impegnata analisi antropologica - approfondita durante gli studi con Ida Magli - del modello culturale occidentale. «Gli eroi - afferma l'artista romano - rappresentano le proiezioni del nostro essere uomini, le immagini con le quali gran parte degli individui tendono a conformarsi ed a confrontarsi. Il senso del mito e, più in particolare, le diverse mitologie che hanno accompagnato la storia delle civiltà, trovano proprio in tali proiezioni i loro elementi
fondanti e generativi. Non ultime le generazioni contemporanee, per le quali, a ben vedere, i supereroi rappresentano la perfetta trasposizione di una delle strutture fondanti del nostro modello: quella, appunto, del maschio Salvatore e detentore del Bene». (fonte: la rete)
fondanti e generativi. Non ultime le generazioni contemporanee, per le quali, a ben vedere, i supereroi rappresentano la perfetta trasposizione di una delle strutture fondanti del nostro modello: quella, appunto, del maschio Salvatore e detentore del Bene». (fonte: la rete)
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SGUARDI
domenica 5 ottobre 2008
Nino per le masse!

(Mercoledì 15 ottobre presso la libreria FLEXI, in via Clementina 9 a Roma, io e Nino D'Attis parteciperemo ad una duplice presentazione delle nostre ultime fatiche. Per l'occasione, posto una mia breve recensione del suo primo, perturbante romanzo...)
Nella Bologna dei tardi anni novanta (una metropoli ingrigita e cupa, che ha saputo sistematicamente sperperare la propria consolidata reputazione di città a misura d'uomo per tramutarsi nel consueto, internazionale grumo di infelicità diffuso) seguiamo le vicende di un personaggio odioso in maniera superlativa: erotomane, smargiasso, manesco e piantagrane, l'uomo anela ad una vita ultra-patinata e ovviamente irraggiungibile: donne bellissime, auto extra-lusso, guardaroba griffato, viaggi attorno al mondo. Spende le sue giornate tra zingare e taccheggiatori e le notti tra bevute e rendez-vous sessuali, mentre aspetta - dolorosamente - che il suo becero sogno si avveri per mezzo di una sua pratica concezione delle cose: «Sia che paghi sia che rubi, la gente è la merce».
Nino centra il bersaglio proponendo una storia cruda, di fortissimo impatto emotivo, colma di riverberi letterari cool come Bret Easton Ellis, Chuck Palahniuk e Irvine Welsh. Ma la verve acidula e spietata che traspira dalle pagine di Montezuma Airbag your pardon è il frutto di una percezione del mondo realmente sofferta e stratificata: come nel suo più recente Mostri per le masse, questo autore non si sottrae al fardello d'angoscia che richiede un sincero
tentativo di decodificazione della realtà (impresa, questa, che in un panorama culturale intossicato da «mocciosi/muccini» vari, è già di per sé un piccolo miracolo!) lavorando inoltre al cesello una lingua che è perfetta registrazione del vociare confuso delle strade, del parlottio stordente nei bar, del can-can mediatico che imbratta le nostre relazioni e, infine, del nudo, terribile rumore di fondo che soggiace alle nostre (insulse e meravigliose) esistenze. Il romanzo, oltre a segnare l’esordio dell’autore, portò a battesimo anche la collana Marsilio X, stampata su carta riciclata senza cloro (la copertina è frutto di uno studio intensivo da parte degli studenti del laboratorio di design industriale alla Iuav di Venezia). Piccola nota sul titolo: Montezuma dal nome del feroce cane di uno dei personaggi, airbag è il noto meccanismo di sicurezza delle automobili e your pardon, se accoppiato in lettura con airbag, diventa una storpiatura di i beg your pardon… Dindi ben spesi, non c'è che dire.
tentativo di decodificazione della realtà (impresa, questa, che in un panorama culturale intossicato da «mocciosi/muccini» vari, è già di per sé un piccolo miracolo!) lavorando inoltre al cesello una lingua che è perfetta registrazione del vociare confuso delle strade, del parlottio stordente nei bar, del can-can mediatico che imbratta le nostre relazioni e, infine, del nudo, terribile rumore di fondo che soggiace alle nostre (insulse e meravigliose) esistenze. Il romanzo, oltre a segnare l’esordio dell’autore, portò a battesimo anche la collana Marsilio X, stampata su carta riciclata senza cloro (la copertina è frutto di uno studio intensivo da parte degli studenti del laboratorio di design industriale alla Iuav di Venezia). Piccola nota sul titolo: Montezuma dal nome del feroce cane di uno dei personaggi, airbag è il noto meccanismo di sicurezza delle automobili e your pardon, se accoppiato in lettura con airbag, diventa una storpiatura di i beg your pardon… Dindi ben spesi, non c'è che dire.MONTEZUMA AIRBAG YOUR PARDON
Nino D'Attis - (Marsilo Editore)
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RECENSIONI
Piovono Ferro e fuoco
Nell'ambito della rassegna Ottobre Piovono Libri stamattina presento il mio romanzo Ferro e fuoco alla libreria Agorà di Manduria (TA). Ore 11.00 circa. Regards
sabato 4 ottobre 2008
venerdì 3 ottobre 2008
giovedì 2 ottobre 2008
mercoledì 1 ottobre 2008
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