sabato 31 maggio 2008

Ancora un po' di Ego in circolo...


(Posto una vecchia copertina realizzata dal sottoscritto per la rivista di cinema Filmaker's magazine.)

venerdì 30 maggio 2008

Nick Cave e l'assassinio di Jesse James

Nick Cave e Warren Ellis non sono nuovi all'esperimento delle soundtrack (infatti avevano firmato nel 2005 le musiche di The Proposition - se ne parla qualche post più giù), ed in generale il loro operato ha sempre avuto forti richiami con un certo immaginario di celluloide. Si parla qui insomma di una creatività che trova spesso riscontri, cioé, in certi sussulti emotivi che generalmente appartengono al media cinematografico. Ellis, poi, con i suoi leggendari Dirty Three ha costantemente puntato sul connubio musica-immagine suggerito con quelle parabole post-rock comandate dalla solennità del suo proverbiale violino. Non stupisce quindi che il duo sia ritornato al lavoro in questo senso: il film in questione, The Assassination Of Jesse James By The Coward Robert Ford, dà il titolo, così, anche alla soundtrack che va a chiudere in maniera eccelsa l’anno discografico. Eccelsa sì, perché il ricamo musicale di questo decadente western è una conturbante raccolta di musiche taglienti e raffinate, che fanno leva sul tempo che scade e sull’attesa. Si racconta del fuorilegge Jesse James (Brad Pitt - vedi anche in questo caso la sezione VISIONI), delle sue tonitruanti rapine, del suo volto che rimbalza in centinaia di ritratti segnaletici. Un personaggio avvolto dal mito, il cui nome è sinonimo di pericolo, ingegno e maledizione, bersaglio di una caccia cieca e disperata che solo il tradimento del suo adepto - ed amico - Robert Ford (Casey Affleck) - bramoso forse dell’oro della taglia che pendeva sul bandito più famoso d'America oppure semplicemente del suo carisma - riuscirà a fermare. E Cave ed Ellis ne suonano le vicende affidandosi al binomio pianoforte più violino. Dunque atmosfere truci, strazianti. Composizioni toccanti e tristi, in cui si fondono tensione, rincorsa, resa dei conti. Vedi The money train, vedi Fallino, vedi la “patetica” Rather lovely thingSong for Bob (quasi 'morriconiana' nel suo denso fluire). Non solo piano più violino, però. Cowgirl è un country sporchissimo e legnoso figlio della chitarra di Cave e anche Carnival, specie di valzer/blues, sfida le atmosfere plumbee del resto della tracklist. Dunque nessuna traccia per la voce calda di Nick, ma molto spazio al suo talento di pianista e compositore. Ellis, da par suo, fa la primadonna dato che il suo violino è, fuori discussione, il protagonista di questa soundtrack dura, lisergica e un po’ terrosa. Perché è la storia di un assassinio, ma di un assassinio per mano di un amico. (fonte per una porzione della rece: il cibicida)

i fumetti più brutti della Storia (3)

Bride of Frankenstein...

mercoledì 28 maggio 2008

Chevrolet, pubblicità cattivella!

Cosa succede quando una nota casa automobilistica statunitense decide di prendere per il culo una nota casa automobilistica francese? (fonte evilmonkey)

martedì 27 maggio 2008

E mo' arriva pure il film di Witchblade...



Buon viaggio, Corvo Rosso!

Il mondo del cinema ha perso un altro dei suoi pilastri. Il regista Sidney Pollack è morto questa notte, ucciso da un cancro, nella sua abitazione di Pacific Palisades a Los Angeles. Era nato a Lafayette, in Indiana il primo luglio del 1934. Ha inizato la sua carriera come attore, passato alla regia televisiva ha ottenuto il successo planetario come regista cinematografico di film di grande successo.
Nel 1986 ha vinto il premio Oscar con La mia Africa, ma sono tantissimi gli altri indimenticabili film che portano la sua firma, tra cui Tootsie, Non si uccidono così anche i cavalli?, I tre giorni del Condor, Corvo rosso non avrai il mio scalpo, Come eravamo, Havana e Il Socio.
Negli ultimi anni era diventato produttore, creando la Mirage Enterprises con il collega Anthony Minghella, sotto la cui egida sono nati I favolosi Baker, Ritorno a Cold Mountain, Michael Clayton e In Amore Niente Regole.

Zardoz riscoperto da Valerio Evangelisti

«Si era nel 1973, dunque dopo 2001 Odissea nello spazio e prima di Guerre stellari. La fantascienza era già diventata adulta: oltre al film di Kubrick c’erano stati Arancia meccanica, Solaris, la lunga epopea del pianeta delle scimmie. Nello stesso anno di Zardoz uscirono almeno altri due film interessanti: 2022: I sopravvissuti, di Richard Fleischer, e Il mondo dei robot, di Michael Chrichton. Tuttavia nessuno si sarebbe aspettato un prodotto come Zardoz. Non si apparentava né alle pellicole che lo avevano preceduto, né a quelle che lo avrebbe seguito. Lo stile colpiva: ricco di finezze calligrafiche e di invenzioni visive (con toni di colore tendenti al verde e al diamantino), a tratti puramente delirante, a tratti favolistico, con innesti di sano realismo. Trionfo del kitsch ma anche ricco di innegabile afflato artistico, sempre stupefacente, dalla prima scena all’ultima.
Non a caso fu un disastro al botteghino e venne linciato dai critici di mezzo mondo (a parte i francesi). Per quanto mi riguarda, resta il mio film di fantascienza preferito in assoluto, a pari merito con Brazil di Terry GilliamJohn Boorman, oltre a dirigere, scrive la storia senza riferimenti letterari apparenti, a parte un richiamo piuttosto evidente agli Eloi de La macchina del tempo di H.G. Wells. In un futuro remoto una ridotta casta di immortali vive entro barriere impenetrabili, che la separano dal mondo esteriore. Qui campano come possono folle di miserabili, tenute a bada da bande di Sterminatori a cavallo e, soprattutto, da un’immensa, minacciosa maschera di pietra, somigliante a un Giove furioso, che cala periodicamente dal cielo a inghiottire gli alimenti che le sono offerti per placarla.
Uno degli Sterminatori, Zed (Sean Connery più virile che mai, ed eternamente seminudo), si serve proprio della maschera volante per entrare nella città degli immortali. Vi è sottoposto a esperimenti vari, come Charlton Heston nel primo Pianeta delle scimmie; ma proprio la scienziata più dura con lui, una Charlotte Rampling letteralmente risplendente di bellezza, gli si farà amante e lo aiuterà a scoprire sia il segreto della parola “Zardoz” che il modo per riportare alla mortalità i privilegiati, del resto oppressi dal peso di una vita interminabile. Di più non posso dire, a beneficio di chi non ha ancora visto il film.
La prima lettura è chiaramente politica - cosa normale, visto l’anno in cui uscì la pellicola - e tuttavia non vi insisterei, tanto è evidente. Invece va sottolineata l’eleganza straordinaria di Boorman. I preziosismi stilistici, le ridondanze volute, la psichedelia contestuale non vanno mai a scapito della drammaticità della storia, assolutamente appassionante, carica di follia e di erotismo. Zardoz è un film che non potrà avere mai né seguiti né rifacimenti. È un’opera unica, irripetibile. Non è questa la caratteristica saliente dell’arte? Vidi il film, un anno dopo l’uscita, in una delle mattinate del cinema Odeon di Bologna: un po’ l’equivalente, per studenti universitari cinefili e scansafatiche, di ciò che erano state, per gli studenti medi che marinavano la scuola, le mattinate al cinema Rialto. Ciò voleva dire, per tutto il tempo della proiezione, lazzi e battute irripetibili. Ebbene, durante Zardoz nessuno fiatò. Anche le peggiori canaglie sanno riconoscere un film ispirato e sincero» (V. Evangelisti - fonte FilmTV)

lunedì 26 maggio 2008

Torna l'occhio di Orlando



È arrivata Wiki (meglio, sono andato io da lei!)

Oggi ho scoperto che qualcuno ha compilato una pagina di Wikipedia che riguarda il mio romanzo Uomini e cani. Bontà sua, quel qualcuno è stato anche benevolo nel giudizio (pacatamente benevolo, come si conviene, credo, ad una voce enciclopedica!). L'indirizzo è questo qua. Intanto grazie per l'attenzione, lusingato.

domenica 25 maggio 2008

arriva l'Eternauta?

Variety riporta che la regista argentina Laurecia Martel dirigerà l’adattamento de L’Eternauta, caposaldo della fantascienza a fumetti di Héctor Germán Oesterheld e Francisco Solano López.
Il film verrà co-prodotto da Italia e Spagna, nello specifico dalla FilmMaker di Andrea Marotti e dalla El Deseo di Pedro e Augustin Almodovar. La Martel dovrebbe essere attualmente al lavoro sulla sceneggiatura.
Non resta che attendere buone nuove e incrociare le dita sperando in una degna versione cinematografica (il fumetto in questione è davvero un mito, vederlo stravolgere dagli autori in funzione di una maggiore «vendibilità» sarebbe considerato un vero delitto dalla massa dei fan...)
Fonte - comicsblog

sabato 24 maggio 2008

Requiem: ma davvero!

Alien Vs Predator: Requiem (AVPR) parte in media res allacciandosi direttamente alla chiusa della precedente pellicola di Anderson: il protagonista di questo sequel è l'ibrido tra le due creature e allo spettatore bastano un paio di scene per esserne certo. Quello che sembrava un rozzo coup de théâtre finale, pregno d'un certo gore finto-tonto di gran voga negli '80 per mezzo del quale riusciva a risultare quasi plausibile, diventa qui il tasto d'ingresso di tutto il secondo capitolo, con conseguente, definitiva virata verso il trash. Ma se una tale scelta di campo avrebbe senz’altro giovato all’operazione, donandole una gustosa allùre di postmodernità, va purtroppo registrato che gli autori non hanno avuto il coraggio di premere fino in fondo il pedale e il tentativo resta sospeso a mezz'aria, incerto su dove andare a parare. Se Anderson si era infantilmente impegnato a nettare d'ogni riferimento sessuale la saga della creatura xenomorfa (il suo creatore Giger sarà stato contento?) gli esordienti fratelli Strause (blasonati supervisori FX) hanno realizzato un film sconclusionato, che distribuisce caoticamente un po' di splatter qua e là senza mai esagerare: l’idiozia della sceneggiatura non è tale da sconfinare nel metalinguaggio e i rimandi interni alla/e saga/ghe non vanno mai fino in fondo (es.: quella che sembra destinata a diventare la nuova Ripley non avrà abbastanza spazio per diventarlo e la replica della mitica corsa sul furgone corazzato di Aliens viene solo accennata per essere abortita sul nascere); perfino il gore sembra distribuito senza criterio, e si passa dall’apparente accelerata iniziale (il “parto toracico” del bambino) alla calma piatta centrale (fuori campo, stacchi “sul più bello”) ai nuovi picchi finali (la fecondazione della partoriente, con esplosione multigemina aliena/predatoria, senz’altro responsabile di quel V.M.18 in via d’estinzione). Scordatevi le due o tre novità che rendevano interessante il primo episodio incentrato sullo scontro fra i due mostroni extraterrestri. Di nuovo in fondo in questo film c'è solo il Predalien, portatore - insieme ai suoi fratellini minori e maggiori - di massacri all'emoglobina, acido e la scusa per imbastire una pellicola della quale non avevamo alcun bisogno.

i fumetti più brutti della Storia (2)



giovedì 22 maggio 2008

i fumetti più brutti della Storia (1)

Pessimismo diffuso by Houllebecq

«Il liberalismo economico è l’estensione del dominio della lotta, la sua estensione a tutte le età della vita e a tutte le classi della società. Altrettanto, il liberalismo sessuale è l’estensione del dominio della lotta, la sua estensione a tutte le età della vita e a tutte le classi della società. Taluni vincono su entrambi i fronti. Le imprese si disputano alcuni giovani laureati; le femmine si disputano alcuni giovani maschi; i maschi si disputano alcune giovani femmine; lo scompiglio e la confusione sono considerevoli.
Fenomeno raro, artificiale e tardivo, l’amore non può prosperare se non in condizioni mentali speciali e solo eccezionalmente compresenti, e comunque in assoluto contrasto con la libertà di costumi che caratterizza l’epoca moderna. Veroniquè aveva conosciuto troppe discoteche e troppi amanti; un tale sistema di vita impoverisce l’essere umano e gli infligge danni gravi e sempre irreparabili. L’amore, come innocenza e come capacità di illusione, come attitudine a sintetizzare la totalità dell’altro sesso in un unico essere amato, è già raro che resista ad un anno di vagabondaggio sessuale, figuriamoci a due. In realtà, le esperienze sessuali accumulate nel corso dell’adolescenza minano e distruggono rapidamente ogni possibilità di proiezione d’ordine sentimentale e romantico; progressivamente, e molto rapidamente, si diviene tanto capaci d’amore quanto lo è una vecchia ciabatta. E di conseguenza si finisce per condurre un’esistenza da vecchia ciabatta; invecchiando si diventa meno seducenti, e questo provoca amarezza. Si comincia a invidiare i giovani, e presto l’invidia si trasforma in odio. Questo odio è inconfessabile […] Non resta altro che l’amarezza e il disgusto, la malattia e l’attesa della morte» 
Estensione del dominio della lotta (Bompiani 2001) - Houellebecq Michel

mercoledì 21 maggio 2008

geniale, scorretto!


Nulla di meglio di una quintalata di politicamente scorretto per rendere appetibile un prodotto datato come un cappello HutWeber. Dai geni della Serviceplan di Amburgo.
(fonte evilmonkey)

(ri)Entrée

Il caos organizzato e postribolare delle favelas di City of god, l’umanità deragliata e iperviolenta di quella pellicola. Il luccichio nichelato di revolver troppo grandi per le mani dei ragazzi (bambini) che animano quel corposo affresco di un Brasile crudo e ferocissimo. Sono queste le immagini che Gomorra, il film che Garrone e Procacci hanno tratto dal libro di Saviano, riportano irrimediabilmente alla mente. Fin dalle prime, splendide inquadrature in primo piano del boss tamarro (il refrain neomelodico napoletano in sottofondo ne attesta irriducibilmente la tara antropologica) che verrà freddato senza pietà mentre si fa una lampada, ma anche nelle allucinanti riprese in campo lungo del complesso delle «Vele», vero e proprio asserragliamento della camorra nel capoluogo partenopeo in cui l’Antistato muove le sue pedine, esercita il suo potere, legifera i propri statuti. Lungo tutta la durata (più di due ore) del film s'intravedono giusto di sfuggita un paio di volanti della polizia mentre la camera a mano, seguendo spasmodicamente i personaggi come animali in uno zoo, diventa l'occhio di Roberto Saviano. Il personaggio che nel libro dice «io», guida il motorino e in un paio d’occasioni rischia la pelle, qui infatti si diluisce, scompare: nel lavoro di scarnificazione operato dal bravo regista de L’imbalsamatore, egli viene sostituito dall’obbiettivo della telecamera, che scruta i volti passando di luogo in luogo, di auto in auto e gradualmente, quasi a tradimento, lascia identificare con sé lo spettatore. Lo spettatore diventa Saviano, il suo sguardo diventa l'occhio che investiga ciò che il narratore scandagliava nel libro.
Molti i tagli, necessari, che pure rendono l’opera monca rispetto al libro (ma d’altronde ogni film è una riscrittura). Non ci sono i corpi dei cinesi che piovono dai container nel porto di Napoli, non c'è don Peppino, non ci sono i visitors, non c'è quasi niente di quello che rende Gomorra un'opera che scava dentro il Sistema, dandone dei particolari anche comici che altrove non avremmo trovato. Non c'è - forse - il medesimo gradiente di verità che rende unico lo sguardo dello scrittore, perché qui tutto è nudo; ma il film è bello, pieno di rumori di fondo, dominato da un senso dell'ineluttabile che lo attraversa dai titoli di testa a quelli di coda, e con un retrogusto di puro sconcerto che risale lento, letale, solo all’uscita dalla sala. (cit. porz. da Gli Spietati)

domenica 18 maggio 2008

a Milano per il romanzo nuovo...


tre giorni di trasferta. A mercoledì 21 maggio. 

maggio 1988/2008 - 20 anni senza Enzo Tortora...

Il nuovo Lansdale è un western!

Il prossimo 27 maggio, in occasione del Festival Internazionale delle Letterature presso la Basilica di Massenzio a Roma, la casa editrice Fanucci annuncerà al mercato editoriale italiano la pubblicazione del nuovo, inedito romanzo di Joe R. Lansdale, La morte ci sfida. A seguire, le note di quarta diramate dalla casa editrice.

«Una sorta di vecchia pellicola tra il western e l’horror in bianco e nero in cui spicca soltanto il rosso vivo del sangue. Una diligenza fantasma, i cui passeggeri sono svaniti nel nulla; Jebidiah Mercer, un reverendo armato di una calibro 36, dedito al whisky e persecutore dei peccatori; una creatura dalla forma mutevole che vaga di notte ululando per le vie di una polverosa cittadina del Texas. A Mud Creek, quando il sole tramonta, i morti si aggirano in cerca di carne umana della quale nutrirsi. Riuscirà il reverendo Mercer, l’unico in grado di spezzare la maledizione lanciata da un guaritore indiano impiccato ingiustamente dai cittadini, a rinnovare la propria fede per sconfiggere il male o il destino della popolazione è irrimediabilmente segnato?»

Joe R. Lansdale, La morte ci sfida, 224 Pagine, 9,90 Euro, Collana: Tif Extra

venerdì 16 maggio 2008

Diabolik Addio!

Si parlava qualche post fa del Diabolik di Mario Bava. Il suo interprete, John Philip Law, è morto ieri a 70 anni. Non si conoscono le cause del decesso. Nato ad Hollywood il 7 settembre 1937 (sua madre e' l'attrice Phyllis Sallee), diplomato alla Hollywood High School, si iscrive all'universita' delle Hawaii, tentando di diventare uno psicologo, ma il richiamo del sangue e' troppo forte, tanto che, dopo pochi mesi, si trasferisce alla Neighborhood Playhouse School di New York per studiare recitazione. Law riesce a diplomarsi con il massimo dei voti e per lui si schiudono le porte di Broadway: viene scritturato per Come on Strong di Garson Kanin (dove lavora con Carroll Baker), After the Fall di Arthur Miller e, addirittura come protagonista, a fianco di Faye Dunaway, in The Changeling, opera diretta Elia Kazan. Il cinema lo attira e le prime offerte arrivano dall'Italia prima ancora che da Hollywood. L'esordio di Law sul grande schermo e' datato 1963, co-protagonista di Nino Manfredi nell'episodio di Alta infedeltà diretto da Franco Rossi; nel 1964 è ancora nel cast di Tre notti d'amore, altro film ad episodi, stavolta nei panni di un giovane frate che mira alle grazie di una splendida Catherine Spaak. Recitò anche in BarbarellaColpo di Stato, I tre volti del terrore e L’apocalisse delle scimmie.

mercoledì 14 maggio 2008

Gli eroi si aggiornano...

Il «cinecomix», dopo i fasti dello Spider-man di Raimi e i vari Batman (ma il Diabolik di Bava risale ai '60), è ormai un genere cinematografico a sé stante che non smette di regalarci ad ogni stagione sorprese lietissime (il recente Iron Man è, senza ombra di equivoco, una di queste). In ragione di ciò andrebbero sicuramente dette due parole riguardo la Marvel Comics, la mitica Casa delle Idee che negli anni sessanta sfornò alcuni tra i più popolari eroi dei fumetti americani (i Fantastici Quattro, L’incredibile Hulk e gli X-Men tra i tanti, ma anche e soprattutto quel Blade - personaggio minore la cui trasposizione in pellicola per mezzo dell'interpretazione di un Wesley Snipes straordinariamente 'in parte' diede la stura al fenomeno) rivisitando in chiave originale lo stereotipo del supereroe classico alla Superman e conquistando all’arte del fumetto milioni di nuovi accoliti, anche nelle schiere dei suoi più fervidi detrattori. Da allora l’azienda statunitense ha collezionato numerosissime vittorie (ma anche qualche ingloriosa sconfitta) sulla sua principale concorrente, la DC Comics (alla quale invece si devono, oltre al kriptoniano dal mantello rosso su menzionato, anche personaggi come Batman, Lanterna Verde e Flash), grazie alla messa a punto di un universo solidamente strutturato, una visione compatta e innovativa che abbraccia tutte le serie regolari della casa editrice per mezzo della quale se in una storia di Thor esplode un meteorite, i frammenti ricadono sui cieli di Manhattan provocando disastri nelle storie dell’Uomo Ragno. È la cosiddetta «continuity», vero e proprio marchio di fabbrica della Marvel.
Parallelamente a questa produzione però, la Casa delle Meraviglie mise a fuoco sin quasi dagli esordi un ciclo di storie slegato dalla regolarità delle serie canoniche, immettendosi in un solco tracciato proprio dagli eterni rivali (che inaugurarono l’esperimento facendo sposare Superman con la eterna fidanzata Lana Lang). Queste storie, denominate What if (qualcosa tipo “Cosa sarebbe successo se…?”), hanno dato modo agli sceneggiatori di sbizzarrirsi con la fantasia, creando col tempo veri e propri cosmi alternativi in cui le origini e i destini dei personaggi “storici” venivano radicalmente rivoluzionati senza che ciò si ripercuotesse sullo svolgersi delle serie tradizionali.
La più innovativa filiazione di questo stratagemma è la linea Ultimate: un universo in cui molti dei fantastici SuperUmani della Marvel rinascono senza 40 anni di continuity alle spalle, pronti a ricominciare da un grado zero le loro carriere ma in maniera nuova, più dinamica e al passo coi tempi. L’avvio alle danze è avvenuto proprio con Spiderman, in una versione ultimate opera dello scrittore Brian Bandis cui Sam Raimi ha sicuramente guardato con attenzione mentre girava il suo primo, incomparabile film sull’aracnide più conosciuto del mondo. Successivamente è toccato alla squadra mutante degli X-men, altra testa di ponte delle vendite Marvel, tradotti in veste ultimate da un talentaccio di nome Mark Millar. Poi, finalmente, è toccato alla supersquadra dei Vendicatori (Avengers), che all’epoca nacque come risposta alla Lega della Giustizia della DC Comics, e, come quest’ultima, riuniva nella lotta contro il male i più quotati eroi dell’azienda.
La loro versione aggiornata, anch’essa affidata a Mark Millar e a un disegnatore mozzafiato che risponde al nome di Brian Hitch, vede sfilare (proprio come nell’originale) pezzi da novanta del calibro di Iron Man, Thor, Capitan America, Giant Man, Wasp e Hulk. Se nella versione ufficiale costoro sono il fedele specchio dei tempi in cui sono nati eroi quindi nettamente schierati dalla parte del bene, pur con la dovuta dose di rovelli esistenziali che contraddistingue ogni carattere Marvel, i “Vendicatori ultimate” (chiamati semplicemente «The Ultimates») sembrano essere usciti da un episodio di Melrose Place, realizzato però col budget di Indipendence Day.
Dove nell’originale c’era una divinità ultra potente (Thor), qui c’è uno hippy no-global pieno di muscoli volto a combattere lo strapotere del capitalismo. Giant-Man, che era la rappresentazione della scienza al servizio della legge, qui è un arrivista rampante avido di successo che picchia la moglie (Wasp). Se Hulk era un concentrato di potenza che anelava solo ad essere lasciato in pace, qui è un mostro arrapato pieno di rancore, mentre Iron Man resta sì un playboy miliardario col vizio dell’alcol, ma qui è dedito alla causa solo perché ammalato di cancro. Capitan America poi, il SuperSoldato simbolo del patriottismo yankee, anche se apparentemente identico a quello degli Anni d’Oro, si rivela, nella gustosissima trama intessuta da Millar, l’ennesima pedina del Governo: tutta la squadra dei Vendicatori è una gigantesca operazione di marketing operata dai potenti per illudere la popolazione di poter vivere sonni tranquilli, ma l’unica minaccia cui i Vendicatori sembrano doversi difendere davvero è la squadra dei Vendicatori stessa.
Nel fumetto, poi, non si contano le presenze eccellenti: modelle, vip e divi di vario genere (spesso di estrazione hollywoodiana) attraversano la storia relazionandosi coi membri del supergruppo e persino il presidente Bush compare in uno dei fastosi party del miliardario Iron Man a rappresentare se stesso con tutta la sua verve da guerrafondaio del Texas. Il colonnello Nick Fury infine, altro personaggio “storico” della casa editrice, ha qui il volto (nero, mentre l’originale era bianco) di Samuel Jackson e, in uno straordinario gioco di metaletteratura, in una vignetta pronuncia la frase: «Facessero un film su di noi, sceglierebbero sicuramente Samuel Jackson per la mia parte!» (suggerimento che John Fevrau, regista di Iron-man ha colto in pieno facendo fare all'attore un cammeo proprio nella parte del roccioso colonnello!).

domenica 11 maggio 2008

Maggio 1998/2008 -10 anni senza The Voice!!!!

Rob Zombie, nun ce lassa'...

Rob Zombie (musicista, fumettista e talentuoso regista de La Casa del Diavolo), l'anno scorso prese tra le mani il soggetto dell'iconico Halloween di Carpenter (1978) per farne un newquel (sorta di remake rielaborato e intessuto di nuovi sviluppi). Ebbene, rintracciato finalmente il DVD del film, credo si possa parlare senza troppi eufemismi di cocente delusione. Se Carpenter ci mostrava «il Male», Zombie si preoccupa di fornire una famiglia disfunzionale al protagonista Micheal Myers, trasformando l'icona primigenia dell'Uomo Nero del cinema in uno psicopatico tutto sommato canonico.
Del resto, se la pellicola di Zombie è antitetica nei contenuti rispetto a quella di Carpenter, sul piano tecnico/registico è invece un atto d'amore nei confronti dello stile del principe delle tenebre, specie nella seconda parte del film, dove il regista ammoderna la messa in scena ma attenendosi in maniera pedissequa alle sequenze del maestro.
Ma torniamo alla prima parte: il piccolo Myers è presentato come mostro in un mondo orrido e marcio, quasi una vittima della decadenza della nostra società, che si manifesta in primo luogo nel collasso della famiglia (discorso in soldoni già affrontato ne La Casa Del Diavolo). Così, se in un certo senso il regista riesce a far provare “pietà” nei confronti del piccolo e folle Myers, (vessato dai compagni di scuola, picchiato dal patrigno alcolizzato, ignorato dalla sorella, legato solamente alla madre spogliarellista), dall’altro toglie al serial-killer quell’alone di mistero che lo rendeva, nell’originale di Carpenter, veramente spaventoso. Qui Michael Myers è protagonista assoluto (mentre nel film di ’78 tutto ruotava attorno all’eroina Jamie Lee Curtis), tutto è vissuto dal suo punto di vista.
In definitiva la sensazione è quella di trovarsi di fronte a un prodotto che non si discosta molto dal livello medio degli horror realizzati a Hollywood di recente (in particolar modo riferendosi all'invasione non sempre convincente di prequel e remake di classici del new horror anni 70). Abbiamo sopravvalutato Rob Zombie? Forse era lecito aspettarsi di più da chi aveva narrato le gesta della folle famiglia Firefly? Forse la colpa è degli invadenti fratelli Weinstein (che hanno imposto diversi tagli e modifiche)? O forse Zombie stesso si è sentito intimorito davanti alla grandezza (e la fama) dell’Halloween originale?

Curiosità: nel film recitano vecchie glorie come Udo Kier e Malcolm McDowell (nei frusti panni di un inverosimile dottor Loomis che urla, si agita o piange nei momenti meno opportuni), mentre Scout Taylor Compton è Laurie Strode. Nel cast alcuni tra gli attori favoriti di Rob Zombie: sua moglie Sheri Moon, William Forsythe, Ken Foree, e il granitico Danny Trejo.

sabato 10 maggio 2008

Good Bye Malerba

È morto l'altro ieri 8 maggio Luigi Malerba (pseudonimo di Luigi Bonardi, Berceto - 1927), scrittore da sempre caratterizzato dalla forte vena sperimentale delle sue produzioni. Originario della provincia di Parma - dove, negli anni ‘50, diresse la rivista cinematografica Sequenze -, pubblicò nel 1963 La scoperta dell’alfabeto, una raccolta di racconti. Questo stesso anno coincise con la nascita del Gruppo 63, (al quale poi Malerba aderì) un movimento letterario originario di Palermo, fondato da un gruppo di giovani scrittori, poeti, critici e studiosi desiderosi di sperimentare nuove forme stilistiche e di rompere definitivamente con gli schemi tradizionali, ispirandosi ai modelli del marxismo e dello strutturalismo. Privo di manifesto, questo gruppo ebbe come seguaci parecchi nomi noti all’interno del panorama culturale, uno su tutti Umberto Eco.

Le influenze del gruppo sull’opera di Malerba, quindi di tipo sperimentale, si evidenziano però solo nel 1966, con il romanzo Il Serpente, al quale fa seguito Salto mortale (1968), il quale vinse il Prix Médicis, premio letterario francese istituito nel 1958 per premiare autori debuttanti o che non avessero ancora ottenuto il successo meritato. La sua intera scrittura è perciò caratterizzata da un sentimento dell’assurdo, del grottesco, e dalla sperimentazione.
All’interno della sua produzione si segnalano però due romanzi storici, Il fuoco greco (1990) e Le Maschere (1994), e alcuni libri per l’infanzia, ovvero Storie dell’anno Mille (1970), Le galline pensierose (1980),  Storiette tascabili  (1984), e  Pinocchio con gli stivali (2004). Nel 1992 vinse oltretutto il Premio Viareggio con Le Pietre Volanti.

venerdì 9 maggio 2008

Odd world

Il concetto di book-trailer non è ancora quasi nato che già rischia di vedersi scavalcare da proposte più innovative e magari più stimolanti. L’ultima pubblicazione americana di Dean Koontz (un vero maestro del thriller, considerato ad oggi l'antagonista numero uno di Stephen King), s'intitola Odd Hours, ed è prevista in uscita per il 20 maggio. Ebbene, per il lancio è stato allestito un intero sito dedicato alle avventure del protagonista, con tanto di episodi video distribuiti gratuitamente a questo indirizzo: www.oddthomas.tv.

Odd Thomas, il protagonista delle storie, è un ragazzo che ha perso il suo grande amore e ora riesce a vedere i fantasmi, ma l’evento è gestito in modo ordinario e quotidiano, i fantasmi possono avere problemi di varia natura da risolvere o semplicemente volere un po’ di compagnia. 

In attesa dell’uscita del libro ogni settimana il sito verrà aggiornato con un nuovo episodio da vedere e, naturalmente, è possibile leggere in anteprima il primo capitolo del libro.

giovedì 8 maggio 2008

Premio Kihlgren in azione

Con la presentazione di A Piedi Nudi di Alessandra Soresina (ore 21, giorno 15 maggio alla Fondazione Antonio Mazzotta in Foro Buonaparte 50) prendono il via le serate letterarie e gli incontri di presentazione delle opere finaliste della 9° Edizione del Premio Letterario Edoardo Kihlgren Opera Prima, realizzato dall'associazione Amici di Edoardo onlus, con il patrocinio e il contributo del Comune di Milano - Tempo Libero e della Provincia di Milano.
La prima serata dunque è quella dedicata alla presentazione del libro A Piedi Nudi di Alessandra Soresina (Edizioni Pendragon, Collana Linferno 2007). La serata sarà animata dall'attrice Marianna Esposito che leggerà brani tratti dal libro e dalla presenza dell'artista Gianluigi Brancaccio. Presenterà la serata Davide Franzini.
I prossimi appuntamenti in programma sono: 
lunedì 19 maggio allo Spazio Forma Centro Internazionale di Fotografia con la presentazione di Uomini e Cani di Omar Di Monopoli, (2007 ISBN)
mercoledì 28 maggio al Conservatorio di Musica Giuseppe Verdi con la presentazione di La storia del soldato che riparò il grammofono di Sasa Stanisic, (2007 Frassinelli).
La premiazione si terrà il 5 giugno al Barrio's con una grande festa finale che sarà presentata, come tutti gli anni, da Lella Costa.

Questi i vincitori delle edizioni precedenti:
Gomorra” di Roberto Saviano, Mondadori Ed 2006
"La notte dei Calligrafi" di Yasmine Ghata, Ed. Feltrinelli - Settima Ed. 2006
"Mentre la città bruciava" di Shulim Vogelmann, Ed. La Giuntina - Sesta Ed. 2005
"Piccola Serenata Notturna" di Enrico Buonanno, Ed. Marsilio - Quinta Ed. 2004 
"Il rumore sordo della battaglia" di Antonio Scurati, Ed. Mondadori – Quarta Ed. 2003
"Gli anni incompiuti" di Sebastiano Mondadori, Ed. Marsilio - Terza Edizione Ed. 2002
"Penelope per gioco" di Caterina Bonvicini Ed. Einaudi, Seconda Edizione Ed. 2001
"Il Cadetto" di Cosimo Argentina Ed. Marsilio, Prima Ed. 2000

Info: tel. 02 798544 
www.amicidiedoardo.org 
www.barrios.it