domenica 31 agosto 2008
sabato 30 agosto 2008
Ferro e fuoco per Nino D'Attis...

(Il critico e scrittore Nino G. D'Attis mi ha recensito sulla sua prestigiosa webzine BMM: ecco il pezzo...)
Credo nelle voci potenti che escono dalle pagine dei libri migliori. Credo alla forza delle parole sparate come proiettili e alla vecchia ma sempre attuale formula faulkneriana che permette di riconoscere un buon romanziere: «Novantanove per cento talento. Novantanove per cento disciplina. Novantanove per cento lavoro.»
Ferro e Fuoco, secondo romanzo di Omar Di Monopoli dopo l’altrettanto eccellente Uomini e Cani (2007) certifica l’esistenza di una voce autentica, ricca di grandi intuizioni ed immagini; il richiamo di uno scrittore che sa cantare ambientazioni, tensioni e destini tragici di un mondo sporco e spacciato. Di certo, l’autore di Manduria con un passato di fumettista underground ha letto William Faulkner e Cormac McCarthy e molto deve aver apprezzato questi due giganti americani, assorbendone l’acutezza dello studio dei caratteri, la coerenza strutturale, la particolarità di uno sguardo attento all’orrore quotidiano. Altri sono i debiti più o meno dichiarati: Jim Thompson, il cinema di Sergio Leone e quello di Sam Peckinpah, più il Nick Cave delle Murder Ballads. Proprio come in una tetra ballata d’omicidio, qui si parte dalla fuga verso nord di Kazim, il turco accusato di aver massacrato di botte Mariehla, ragazza rumena amante dello spietato boss che tutti chiamano il Pellicano. Kazim è un disperato come Andrej, come i nigeriani e i polacchi rosi dalla fame, dal caldo e dagli stenti della vita nei campi. Il Pellicano lo vuole vivo o morto, gli mette alle calcagna quattro assassini prezzolati vestiti di nero e attende fiducioso il loro ritorno.
«Se me lo portate quaggiù vivo, mi fate un piacere. Ma se la faccenda dovesse procurarvi troppi fastidi, io quel figlio di puttana lo accetto pure crepato!»
Siamo nel Gargano, dalle parti dell’inesistente paese di Colle Capurzio, nell’estate dei roghi di Peschici, San Felice e San Salvatore, sulla litoranea tra Mattinata e Vieste. Terra di scenari suggestivi, resa inospitale da uomini senza scrupoli, negrieri del XXI° secolo che prosperano grazie alla connivenza di poliziotti corrotti e al regime di terrore che sono riusciti ad instaurare tra gli immigrati clandestini al loro servizio. Mariehla è il perno attorno al quale Di Monopoli fa ruotare i sentimenti più tenebrosi degli abitanti di Colle Capurzio: sorella, puttana, prigioniera, favorita, corpo martoriato, fantasma evocato nel dolore, è un personaggio indimenticabile ancorché assente dalla scena. Un enigma, nonostante le cose che vengono rivelate al lettore sul suo conto nel corso del romanzo. E un mistero ancestrale sembra essere anche quella natura selvaggia, testimone dello scorrere di fuoco e sangue, delle bestemmie degli uomini, delle colpe dei padri verso i figli.
Come in Uomini e Cani (vincitore del Premio Opera Prima Edoardo Kihlgren 2008), l’attenzione dell’autore per la lingua è altissima e produce un mix riuscito di italiano e parlate locali all’interno del quale perfino le uscite più triviali raggiungono vette di puro lirismo riportando alla memoria certe folgorazioni di Andrea Pazienza: «Il bassetto tarchiato si voltò con la faccia congestionata e schiumante e puntando il dito nell’aria si mise a strillare indiavolato: ck’u caaaaaaazze!»
La comicità nelle maschere che si muovono e parlano nei romanzi di Di Monopoli, se c’è è incidentale: prevalgono il nero, il grottesco, il lato amorale e ineluttabilmente marcio della cartolina dal Sud. Retroverso allucinato e aguzzo, epressione di anime annientate dal rancore. Niente eroi. Nessun riscatto. Solo ignoranza, stupidità, razzismo e violenza nel cuore rurale dell’Italia. (Nino G. D’Attis)
United colors of Manduria...

Oggi (e solo per oggi) tradisco il mio consueto riferimento su Flikr per postare una foto di TMax66. Davvero spiritosa.
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A UN PASSO DA CASA
Lo stanco barbiere dei Coen

Ed Crane è uno stanco aiuto-barbiere che ha passato troppo tempo nel negozio del cognato. È sposato con Doris, una commessa dalle ambizioni tutto sommato squallide: vorrebbe diventare direttrice di un emporio il cui boss, tale Big Dave (James Gandolfini), è anche il suo amante. Sono gli anni '50 in California, e la vita di Ed scorre placidamente tra negozio, casa e festicciole da nulla. Finchè il fato non bussa alla sua porta: un giorno conosce Craighton Tolliver, un imprenditore in cerca d'un socio per avviare un'impresa di lavanderie. Ed è tentato dalla proposta, ma non possiede i 10.000 dollari necessari: per procurarseli, decide di ricattare Big Dave a causa della sua relazione con Doris. L'apparente gioco si trasforma però in tragedia, a partire dalla morte indesiderata del ricattato, cui seguirà l'arresto della donna... Con L'uomo che non c'era Joel ed Ethan Coen riescono a costruire un film raffinato che colpisce la bocca dello stomaco. La vicenda di Ed diventa epitome di una esistenza in cui quella di chiunque potrebbe rispecchiarsi: un lavoro sicuro, una moglie che non ha nessuna intenzione di lasciarlo, una vita tranquilla; per quale motivo l'uomo decida di smuoversi dalla propria immobilità, perché Ed decida - per una volta nella vita - di non seguire l'istinto che fino a quel momento l'aveva tenuto fuori dai guai, sembra una domanda destinata a non trovare risposta. Sembra quasi che egli non possa fare nulla di diverso che seguire l'ineluttabilità del suo (e quindi nostro, dello spettatore) fato. La struttura del film, tecnicamente ineccepibile, è interamente al servizio della vicenda narrata, con una costruzione dei personaggi che non affida nulla al caso: Ed così anonimo da sedare l'espressività normalmente accentuata del suo interprete Billy Bob Thornton; la moglie, Frances Mcdormand, talmente presa dal proprio rampantismo sociale da non notare quasi la presenza del coniuge; il fratello di lei, middle-class ignorante anni '50, il venditore checca, la Lolita suonatrice di pianoforte, il principe del foro... tutto è costruito in modo da accalappiare lo spettatore e lasciarlo in bilico perpetuo tra risata e dramma. Da segnalare la meravigliosa fotografia di Roger Deakins, un bianco e nero a volte declinato al grigio-verde perfetto nella sua chiarezza retrò; formidabili le inquadrature all'interno della prigione, le citazioni di capolavori (Lolita e Il postino suona sempre due volte), ma anche l'armamentario noir fatto di bar oscuri e fumosi, anticamere di prigioni et similia. Chi conosce i Coen vi troverà tutti i loro vezzi virtuosistici, l'amore per le musiche (in bilico tra Beethoven e il puro sound old-fifties); una nota di merito a Billy Bob Thornton e a Frances McDormand (moglie di Ethan Coen), eccellenti interpreti di parti a volte davvero scomode, ma anche al resto del cast, sempre all'altezza della situazione.
L'uomo che non c'era è un film unico, davvero, un'opera che riesce a conciliare con raro equilibrio un altissimo livello di stile ed un'apprezzabile profondità di contenuti, bello proprio per essere film di genere in grado di oltrepassare la semplice etichetta, e proporsi come uno dei migliori lavori della sua stagione, non a caso vincitore del Premio per la regia a Cannes 2001, ex-aequo con David Lynch.
Arkham Asylum: il videogioco.
Ecco la prima immagine, reperibile un po' ovunque in rete, di Batman: Arkham Asylum, videogioco di prossima uscita sviluppato da Rocksteady Studios e prodotto da Eidos. Il gioco si rivolge al pubblico che ha amato le atmosfere oscure dei due film di Christopher Nolan, come pure il celebre graphic novel di Grant Morrison e Dave McKean: il Joker ha preso il controllo del manicomio e sarà Batman a dover sventare il suo folle piano. Tra gli autori della sceneggiatura figura Paul Dini, attuale scrittore di Detective Comics. Con l'uscita di questo titolo, la DC si dimostra sempre più interessata ad invadere il mercato dei videogame con i propri prodotti. Batman: Arkham Asylum è previsto per l'anno prossimo su PC, PS3 3 e X-Box 360.
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venerdì 29 agosto 2008
Puglia: tipi da piazza...
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A UN PASSO DA CASA
Sin City o The Spirit?
È uscito il primo trailer di The Spirit. Il fumettista Frank Miller, alla sua prima prova dietro la macchina da presa, aveva promesso di non tradire lo stile della striscia made in Will Eisner: mi sembra invece l'abbia fatto. E alla grande! Più che Spirit, sembra un riciclone di Sin City e 300. Peccato. Comunque aspettiamo il film, magari ci stupirà...
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giovedì 28 agosto 2008
The Prisoner, una serie di culto...

Nel 1967 Patrick McGoohan era all’inizio di una brillante carriera di action-hero, che comprendeva una serie tv di grande successo (Danger Man) e la proposta di interpretare James Bond, quando improvvisamente decise di abbandonarla. Perché? Devono averglielo chiesto parecchie volte. «Perché l’hai fatto?» Patrick McGoohan aveva un’ottima ragione. L’idea - elaborata con George Markenstein - per una nuova serie talmente coraggiosa, geniale e rivoluzionaria da risultare d’avanguardia ancora oggi, quarant’anni dopo.
The Prisoner, cult-serial considerato fra i vertici massimi della storia della tv, ha un incipit lineare, che diede a produttori e spettatori dell’epoca l’iniziale illusione di trovarsi davanti a una spy-story. Un uomo - presumibilmente un agente segreto - dà polemicamente le dimissioni, e viene di conseguenza rapito e imprigionato in una bizzarra comunità chiamata il Villaggio, dove sarà ossessivamente interrogato, costantemente spiato, e sottoposto a ogni sorta di coercizione, vessazione, e tortura fisica e psichica, nel tentativo di piegare la sua strenua resistenza, cancellare la sua identità, annientare la sua libertà di pensiero, e trasformarlo in un automa ubbidiente e integrato, in un numero. Il Numero Sei.
Il Villaggio però non è una semplice struttura detentiva, è qualcosa di molto più inquietante, qualcosa tra gli incubi di Kafka, e le visioni di Philip K. Dick. Una cittadella apparentemente idilliaca, e in realtà agghiacciante, dai contorni indefiniti e dall’ubicazione misteriosa, che respinge tutti i tentativi di fuga come una bolla spazio-temporale, interamente sorvegliata dalle telecamere e presidiata da misteriosi sferoidi che soffocano a morte gli indisciplinati. Un posto dove nessuno è ciò che sembra, e dove tutti diffidano di tutti, a cominciare da se stessi. Il centro di un oscuro universo nel quale tutti i poteri, a prescindere dalla nazionalità, collaborano al mantenimento di un unico ordine mondiale concepito per trasformare gli esseri umani in oggetti, in intercambiabili rotelle dell’ingranaggio produttivo, insignificanti pedine sulla scacchiera della storia, anonime cifre negli archivi elettronici, dove tutto è schedato.
Numeri. Uno scenario da incubo, la cui caratteristica più sinistra per lo spettatore è però l’innegabile familiarità. Ciò che si capisce infatti un episodio dopo l’altro, in un ipnotico crescendo allegorico-visionario, è che il Villaggio, con i suoi assurdi e ipocriti rituali sociali, i suoi gerarchi viscidi e arroganti quanto incapaci, la demenziale onnipresente propaganda, e la feroce repressione del dissenso, non è altro che la beffarda e accurata riproduzione in scala della nostra società, della nostra realtà, e che la prigionia del protagonista è una perfetta metafora della condizione umana.
Ben oltre qualsiasi etichetta di genere, e più di trent’anni in anticipo sulla trilogia di Matrix, The Prisoner è la prima serie tv ad ambientare interi episodi all’interno di realtà virtuali, generate dall’interazione fra cibernetica e allucinogeni; quasi quarant’anni in anticipo su Lost, è la prima serie tv a intrappolare il suo protagonista - e i suoi spettatori - in un perfido labirinto di sciarade, di domande in attesa di risposta. Da chi davvero dipendono tutti i Numeri Due, gli intercambiabili gerarchi transitori del Villaggio, ogni volta sconfitti dalla resistenza del protagonista? Chi è il Numero Uno? La risposta fondamentale arriva con l’ultimo dei diciassette episodi, interamente opera di McGoohan - come vari altri della serie -, il finale più discusso e più contestato della storia della tv, perché il più spiazzante. La verità.
The Prisoner non è solo un inno alla rivolta contro l’autorità, è un radicale, assoluto, cosmico inno alla rivolta contro il principio stesso di Autorità che risiede in ognuno di noi. Quella parte della nostra natura che ci spinge sia a cercare di dominare, che ad accettare di essere dominati, che ci fa plasmare il mondo nella forma di una prigione, e fa così di noi stessi il nostro primo tiranno. Il primo Demiurgo da sconfiggere, innanzitutto riconoscendolo. Quindi nel finale, durante una surreale, apocalittica sarabanda rivoluzionaria proto-sessantottina, il volto che il Prigioniero scopre sotto la maschera del Numero Uno è il suo. Poi lascia il Villaggio distrutto, che si rivela situato solo a due passi da Londra, e torna finalmente a casa. Al suo arrivo però la sua porta s’apre da sola, automaticamente. Come quelle del Villaggio.
Be seeing you.
(Autrice del pezzo: Alessandra Daniele, Fonte - carmilla.it)
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mercoledì 27 agosto 2008
martedì 26 agosto 2008

La sua realizzazione non è ancora ufficiale che già fioccano i più strambi rumors su cast/villain/titolo del seguito de Il Cavaliere Oscuro.
The Dark Knight Returns (questo il titolo provvisorio) è oggi la pellicola più chiacchierata sul web, con testate giornalistiche, siti e fans scatenati nel dire la loro. Sui cattivi di questo Batman 3 ne sono state sparate veramente di grosse: Johnny Depp per il ruolo dell'Enigmista, Philip Seymour Hoffman per Pinguino, Angelina Jolie per Catwoman. Oggi, su BadTaste.it è apparsa la notizia che il quotidiano inglese The Telegraph darebbe certa la presenza della ultracentenaria e plasticosa Cher nei panni di una Catwoman in declino. Piovono invece da internet alcune locandine fake (quassù una delle più verosimili) riguardo The Dark Knight Returns che ipotizzano i nomi dei tre villain (e relativi attori) del film: Kristen Bell sarà Harley Quinn (la donna psicopatica assassina di Joker), Marion Kotiyar sarà Catwoman, mentre David Tennant l'Enigmista. Il problema è che, da quanto si sa, non c'è alcuna intenzione di riportare sul grande schermo nè Catwoman nè Batgirl nè Robin, tantomeno nella «versione Nolan» del supereroe. Quasi due mesi fa lo sceneggiatore David S. Goyer spiegava infatti che nell'universo realistico del nuovo Batman non ci sarebbe spazio per personaggi come queste signorine: durante una conferenza stampa spiegava che «ci sono dozzine di altri personaggi da inserire nel film. Tutti dicono che dovremmo usare Catwoman o Pinguino. Non concordo.»
Staremo a vedere. (fonte cinehorror.it)
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lunedì 25 agosto 2008
I conigli notturni di Gardumi

«Nei primi giorni di aprile del 2010 un’ondata di freddo polare senza precedenti per quella stagione di abbatté sulla California settentrionale.
Per quasi una settimana San Francisco visse nella morsa di violente tempeste di neve e vento, che si susseguivano senza interruzione come le schiere di uno sterminato esercito lanciato in battaglia.
Malgrado ciò milioni di uccelli migratori, traditi dal loro inesorabile orologio biologico, si riversarono dal Sud verso il cuore di gelo che avvolgeva le spiagge e i boschi dove avrebbe dovuto attenderli il tiepido sole primaverile.»
LA NOTTE ETERNA DEL CONIGLIO
di Giacomo Gardumi (Marsilio Editori)
domenica 24 agosto 2008
Per chi dovesse trovarsi da quelle parti...

Mercoledì 27 agosto sarò al Palafiom di Taranto (nella pinetina) a presentare Ferro e fuoco. Fateci un salto, l'ingresso è libero...
Clip random...

In rete ho scovato questo. È il corrispettivo telematico del nostro Blob. Molto, molto interessante.
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giovedì 21 agosto 2008
Eccoci qua!
E insomma eccoci qua. L'estate è agli sgoccioli e io sono a casa - nonostante il mare sia a un tiro di schioppo dal paese in cui vivo e quindi (sia ringraziato il cielo!) continuerò a farci svariate capatine. Estate di scrittura (poca, a dirla tutta, ma le presentazioni di Ferro e fuoco hanno sottratto non poca linfa vitale al nuovo, ultimo capitolo della trilogia pugliese) ma anche di tanta lettura. Da segnalare: Elmore Leonard e i suoi Racconti western (Einaudi), davvero splendidi, piccoli capolavori assolutamente necessari (per quanto 20 eurini la casa editrice poteva evitarseli, per un libro che non è nemmeno cartonato!). Poi Jazz (Bompiani) di Toni Morrison, lettura ostica ma appagantissima - come sempre quando si parla della scrittrice di culto che gli accademici di Stoccolma premiarono col Nobel paragonandola (con buona ragione) a William Faulkner. E proprio il nome del grande scrittore del Mississippi spende la quarta di copertina per Uno strano destino (Fanucci), magnifico romanzo di Daniel Woodrell, cantore di una umanità disperata e un po' redneck che a me ha ricordato molto Russel Banks e la sua poetica white-trash. Infine la riscoperta del mai scontato Frank Miller (supportato dai disegni di David Mazzuchelli) con il suo Batman, Year One, perla di fumetto hard-boiled che sembra uscito pari pari dalla penna di Mickey Spillaine e che non a caso fa il paio con quel gran bel trip cinematografico che è The Dark Knight (un quasi-capolavoro, forse eccessivamente lungo ma imprescindibile, senza dubbio!). E parlando di film, impossibile non citare i rivisti nel caldo torrido agostano: due titoli su tutti, L'assassinio di Jesse James di Dominik e Non è un paese per vecchi dei Coen, in assoluto i migliori della scorsa stagione assieme a Il Petroliere di Anderson (disponibile in DVD solo dal 24 settembre)! Regards.
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mercoledì 20 agosto 2008
Ultimo aggiornamento feriale: Scritto Misto!

È in distribuzione nelle edicole di tutto il Salento la raccolta Scritto Misto, versione estiva del magazine CoolClub. All'interno vi trovate un mio vecchio racconto intitolato Mazinga all'ospizio (già apparso sulla rivista Tabula Rasa). Qui la versione PDF scaricabile della rivista.
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lunedì 18 agosto 2008
Aggiornamento feriale: Simpsonized!!!!

L’Uomo Radioattivo e Fallout Boy non sono più gli unici supereroi di Springfield. Ecco i personaggi Marvel e DC rivisitati in puro stile Simpson dal bravo Dean T. Fraser sul suo blog Springfield Punx. Questo il suo indirizzo.
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giovedì 14 agosto 2008
mercoledì 13 agosto 2008
Aggiornamento feriale: recensione

E mentre mi godo lo sciabordio delle onde sul bagnasciuga di una spiaggetta celata tra le dune di mirto di Torre Columena, arriva questa bella recensione/analisi del Mattino di Napoli e allora io torno a infrangere il break estivo di questo blog e ve la posto...
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lunedì 11 agosto 2008
Aggiornamento feriale: Frontiere(s)!
Sta arrivando questa perla horror. Qui il link al sito ufficiale.
(Ok, ok, giuro che torno in ferie!)
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sabato 9 agosto 2008
Aggiornamento feriale: La strada!




Altra momentanea interruzione dello stop feriale di questo blog solo per segnalare le prime, suggestive immagini del nuovo film di John Hillcoat, insuperato regista di The proposition. Si tratta di foto di scena scattate all'aperto, in località sperdute e abbandonate nei dintorni di Pittsburg così come di New Orleans, luoghi realmente devastati che sembrano ideali per girare una pellicola post-apocalittica come The Road, tratto dal noto romanzo omonimo di Cormac McCarthy che ha riscosso il plauso del pubblico e di parte della critica anche qui in Italia.
La Strada è interpretato da Viggo Mortensen, Charlize Theron, Guy Pearce, Kodi Smit-McPhee, Robert Duvall...
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lunedì 4 agosto 2008
Una pausa della pausa (poi torno in ferie)!

Interrompo momentaneamente le ferie solo per un omaggio. Stanotte è morto il grandissimo Aleksandr Isaevič Solženicyn nella sua casa moscovita, a seguito di un infarto. Premio Nobel per la letteratura nel 1970, fu esiliato dall’Unione Sovietica quattro anni dopo, e poté tornare in Russia solo nel 1994, quando il regime era ormai dissolto. Nel 1945 criticò Stalin in una lettera privata a un amico, e venne quindi condannato a otto anni di reclusione in un campo di lavoro. L’esperienza in prima persona negli agghiaccianti centri di prigionia sovietici fu una molla essenziale per la sua letteratura: Il primo cerchio, Una giornata nella vita di Ivan Denisovič, Padiglione cancro, Arcipelago Gulag sono tutte opere in cui, in un modo o nell’altro riemerge la disperata condizione vissuta in esilio (o le sue conseguenze). Per ragioni burocratiche e di conflitto già aperto con il regime non poté ricevere il Premio Nobel nel 1970, ma lo ritirò solo nel 1974, una volta esiliato e privato della cittadinanza sovietica. Visse in Svizzera e negli Stati Uniti e tornò in Russia nel 1994 dopo la caduta del regime e il ripristino della sua cittadinanza sovietica.
Negli ultimi anni di vita ha composto racconti, poesie, un libro di memorie e un saggio sul rapporto tra russi ed ebrei, oltre a diversi scritti di taglio politico. Dal 2006 fino al giorno della sua morte è stato il Premio Nobel per la Letteratura più anziano vivente.
Torno al mare... addio Grande Scrittore Sovietico.
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