venerdì 27 novembre 2009

A Macerata...

Nei prossimi giorni il titolare è in giro per l'Italia, l'aggiornamento del blog ne potrebbe risentire. Per intanto vi ricordo la presentazione di Ferro e fuoco a Macerata, Giovedì 3 dicembre 2009 ore 21.15. Presso la Biblioteca comunale Mozzi-Borgetti - Piazza Vittorio Veneto, 2.

martedì 24 novembre 2009

Tutto questo silenzio...

(segnalo l'uscita di Tutto questo silenzio, un romanzo scritto a quattro mani da due cari amici): Mirko e Federica si sono amati da giovanissimi e si ritrovano ad essere a quaranta anni marito e moglie da una vita intera. Hanno due figlie adolescenti e un lavoro stabile ma deludente. Un piccolo nucleo di familiari, amici, conoscenti s’agita intorno a loro, ciascuno preso dalla propria esistenza. Apparentemente questa è una famiglia del sud come tante, in precario equilibrio esistenziale, per la quale il tempo e l’egemonia culturale del corpo, invece di restituire identità, hanno saputo soltanto ingigantire l’ossessione per quello che non è stato, ma sarebbe potuto essere. Mirko e Federica convivono sequestrati dai medesimi desideri traditi, dalla paura della vecchiaia, dalle contraddizioni tra le immagini che manda la tivù e il mondo reale della gente che vive. I giorni continuano a scorrere così, rapidi lungo un crinale piatto e silenzioso, fino ad un evento imprevisto. Dal silenzio d’improvviso: le urla. Quando la violenza esplode, così insensata e gratuita, per la prima volta l’assurdo entra in scena.

Elisabetta Liguori è nata a Lecce nel 1968 e qui vive. Laureata in giurisprudenza, lavora presso il Tribunale per i Minori. Ha pubblicato due romanzi, Il credito dell’Imbianchino, edito da Argo, finalista al Premio Berto 2005 e al Premio Carver 2005, e Il correttore, pubblicato nel 2007 da peQuod.

Rossano Astremo è nato nel 1979. è di Grottaglie, paese della provincia di Taranto, ma da anni vive e lavora a Roma. Ha pubblicato con Besa nel 2003 Corpo poetico irrisolto. Il suo ultimo libro è 101 cose da fare in Puglia almeno una volta nella vita, pubblicato nel 2009 da Newton Compton Editori.

lunedì 23 novembre 2009

The long long riders...

I cavalieri dalle lunghe ombre è un western realizzato nel 1980 da Walter Hill tenendo bene a mente la lezione di Sam Peckinpah. Lo stile del grande regista californiano viene infatti evocato sia nel «battito» impresso alla narrazione (cupa e autunnale), sia nell'innesto cadenzato di azione e violenza, entrambe di grande impatto visivo.
Sceneggiato da Bill Bryden, Steven Smith e da James e Stacy Keach - questi due anche interpreti della pellicola -, la pellicola rispetta quasi tutti gli stereotipi del genere riproponendo l'ennesima ballata sul clan di Jesse James, il bandito che in più di mezzo secolo, da quando apparve L'insorto di Ingraham (1927), ha nutrito la fantasia di cineasti di razza (l'ultimo in ordine cronologico è il bel film dell'australiano Dominik, ne parlammo qui). Qui le variazioni sul tema sono pochine, ma bastanti a fare del lungometraggio un piccolo cult per gli appassionati: prima fra tutte l’idea del regista di far interpretare a quattro gruppi di veri fratelli (i Keach, i tre Carradine, i Quaid e i Guest) i James, gli Younger, i Miller e i Ford. Più che un escamotage pubblicitario, la trovata intende sottolineare l’importanza di quei legami di sangue senza i quali - anche nella realtà storica - non si spiegherebbe il successo di Jesse il bandito; e le quattro famiglie (della finzione e della realtà) sono inserite in un più ampio contesto sociale dove i riti collettivi scandiscono le occasioni di una solidarietà che fa muro contro le leggi. I cavalieri dalle lunghe ombre, suggestiva versione in italiano del più diretto titolo originale the long riders, si srotola tra un matrimonio ed una rapina, tra un funerale e l'altro, tra amori e sparatorie, conflitti familiari di questo gruppo di fratelli sempre pronti a imbracciare le armi. Hill seleziona locations non immediatamente riconducibili all'immaginario western di celluloide: i territori a sud del Missouri (dove realmente si svolsero gli eventi narrati), tra l'umidità delle paludi e l'inverno gelido incipiente, eppure alla fine ciò contribuisce ad accantonare (parte del)la leggenda per tracciare invece il profilo di uomini veri, immersi nelle loro paure e logorati dalla nostalgia per le loro donne, uomini che vivono in un posto in cui perpetrare il crimine non significava necessariamente non condurre esistenze pregne di affetto e regole morali. A modo suo, un film capolavoro.

mercoledì 18 novembre 2009

Ancora La Porta sulla narrativa pugliese...

«È difficile parlare della Puglia sottraendosi interamente al suo incanto, agli odori che stordiscono, al paradiso terrestre delle dolci distese di ulivi e di grano, ai santi che volano, alle cattedrali che incorporano nelle facciate i minareti, al sapore della focaccia, al respiro di Oriente o di Africa e ai castelli fiabeschi più belli della penisola.
Tutto questo però, nella convulsa modernità (o postmodernità) di oggi convive in modo contraddittorio con economie tipiche della globalizzazione, con squilibri e nuove disuguaglianze, con una forte esposizione ai flussi migratori, con una politica spesso affaristica e clientelare, con le tortuosità verbali di una retorica avvocatesca, con patologie sociali vecchie e nuove, e insomma con tutti i mali che affliggono l’Italia contemporanea - e in particolare l’estremo Sud - e ne configurano l’anomalia.
Ma cerchiamo di capire meglio le caratteristiche reali di una terra che pure stimola «naturalmente» una certa visionarietà. Nel suo classico Viaggio in Italia (1957) Guido Piovene osserva che «le Marche sono un plurale», composte di una parte umbra, un’altra romagnola, un’altra ancora abruzzese. Ora, nel nostro Paese, a parte gli Abruzzi, c’è solo un’altra regione che si declina al plurale: le Puglie (anche se dall’istituzione delle Regioni, nel 1970, si è stabilizzata la dizione «Puglia»). E si declina al plurale sia geograficamente che storicamente, linguisticamente, culturalmente, eccetera.
Non è solo il paesaggio che muta radicalmente: per restare a Piovene, si passa dalla pianura gialla del Tavoliere al carattere tutto levantino di Bari, a Taranto nuova, distesa su una antica necropoli, alle piazze teatrali di Lecce dove «una commedia di Goldoni non stonerebbe». Un barese (dotato di un «gusto della pulizia» di origine sveva, «che non si avverte nemmeno nella val Padana») ha pochissimo in comune con un abitante della provincia di Foggia (un po’ «cittadina borbonica» e un po’ «cittadina del West») o con i leccesi, popolazione elegante «poco meridionale nel fisico» (le espressioni sono tratte da Piovene), con molte persone bionde di pelle asciutta e chiara.
Conseguentemente, la letteratura pugliese contemporanea, che comprende anche la diaspora (i molti pugliesi che vivono in altre regioni), è fedele espressione di questa varietà antropologica [continua sul sito de La Gazzetta del Mezzogiorno]» (foto: jjjohn)

martedì 17 novembre 2009

È finita la controra...

Manni edizioni ha dato alle stampe l'antologia È finita la controra, libro in cui il critico letterario Filippo La Porta fa il punto su una narrativa, quella pugliese, che a partire dagli anni Novanta sta vivendo una sua Nouvelle Vague - o Rinascimento, o in qualunque modo lo si voglia chiamare. Diciannove autori nati tra il 1956 e il 1986 provano a dare un senso, anzi sensi diversi alla mutazione delle Puglie. Raccontano delle contraddizioni e dell’incanto di una terra che può declinarsi al plurale; e di fallimenti che non sono solo dissipazione ma anche creatività ed epica. Si legge una inconsapevole opposizione alla modernità e un suo irresistibile, inquietante, fascino.

Brani dai romanzi di Cosimo Argentina, Vito Bruno, Gianrico Carofiglio, Carlo D'Amicis, Giancarlo De Cataldo, Girolamo De Michele, Mario Desiati, Omar Di Monopoli, Nicola Lagioia, Alessandro Leogrande, Elisabetta Liguori, AnnaluciaLomunno, Flavia Piccinni, Andrea Piva, Emiliano Poddi, Pulsatilla, Angelo Roma, Livio Romano, Angela Scarparo.

È finita la controra
La nuova narrativa in Puglia
a cura di Filippo La Porta

Punta Prosciutto (Salento).


pic by Jessica Niglio.

lunedì 16 novembre 2009

La morte viaggia tra i bayou...

Investigatore privato con burrascosi trascorsi da sbirro alcolista nonché reduce del Vietnam, Dave Robicheaux è il personaggio più famoso dello scrittore americano James Lee Burke (classe 1936, Houston, Texas - ne abbiamo parlato qui). Cresciuto fra i sapori speziati del gumbo, il caldo riff del blues e i pescigatto della Louisiana, questo detective rude e assai disilluso - capace però di tenerezze incredibili nei confronti di chi ama - della sua terra conosce a menadito soprattutto le pieghe più dolorose: quelle in cui si annidano sovrabbondanti le ingiustizie e le prevaricazioni.
In Sunset Limited, decimo libro della serie dedicata a Robicheaux, veniamo catapultati in una vicenda che dal passato si riverbera sinistramente sul presente dell'eroe: si tratta della morte di un sindacalista cui proprio all'ex-poliziotto era capitata la ventura di trovare il corpo, atrocemente crocefisso lungo gli argini di una palude. Contattato dalla figlia dell'uomo, l'ex-poliziotto comincia a dissotterrare strani collegamenti, ramificazioni pericolosissime tra triadi mafiose, potere corrotto e interessi governativi. E qui sta il punto. Perché Robicheaux - assecondando lo spirito del genere hard-boiled più puro - si ostina a voler risalire alle radici più nascoste del Male. E così taglia, ricuce scampoli di storia per arrivare alla strage degli scioperanti di Ludlow (Colorado) compiuta dai lacché di Rockefeller, al linciaggio impunito degli afroamericani da parte dei cappucci a punta del KKK - con l'ausilio di poliziotti brutali - e poi ancora più a fondo, sino agli eccidi della Guerra Civile e al genocidio dei pellerossa. Senza mai fermarsi, giungendo infine al nocciolo della questione per scoprire che l'unica cosa che resta da fare è ricominciare daccapo.
Grande tensione, respiro ampio e serrato e, come al solito, scrittura sopraffina e coinvolgente. Burke è oggi non a caso considerato uno dei maggiori romanzieri americani viventi (ha vinto ben due Edgar Awards), un autore capace di far vivere opere implacabili in cui la natura lussureggiante assurge a protagonista parallela delle miserabili avventure dell'uomo. I suoi tramonti infuocati che si srotolano sulle paludi o le sue notti soffocate dall'afa riflettono lo stesso spiritualismo panico che impregnava i racconti di Flannery O’Connor (o le pellicole di un cineasta visionario e meditativo come Terrence Malick), dove la natura assiste indifferente alla tragedia umana come un coro sofocleo, ergendosi a testimone del Male che alligna. Al solito, una lettura indispensabile.

Sunset Limited - James Lee Burke (Ed. Meridiano Zero)

martedì 10 novembre 2009

Di rabbia e tristezza. Eretica.

Segnalo il bel libro Il nemico, di Emanuele Tonon. Non avendo al momento il tempo di recensirlo personalmente, riporto il bel pezzo dedicato al romanzo dal quotidiano online La Voce.

«Quel che ci occorre è l'odio. Dall'odio nasceranno le nostre idee». Scriveva così Jean Genet nell'epigrafe de I negri, e non è una citazione fine a se stessa. Emanuele Tonon nel suo Il nemico di odio ce ne fa respirare molto. Come in una strana ricetta, il cui gusto non è poi così chiaro, troviamo tra le pagine di questo libro un miscuglio di senti
menti molto diversi. Odio, certo, ma anche tanta rabbia e tanto amore che spesso vanno di pari passo. Tonon, che si definisce "teologo operaio" racconta una storia epica, quella di una famiglia del Friuli orientale, la storia di quella che in qualsiasi cronaca di giornale troveremo definita come una "famiglia normale". Ma di normale non c'è nulla nel dover morire di lavoro. Il padre del protagonista, come un moderno e malinconico cowboy, cavalca ogni mattina il suo Benelli e va al lavoro, a respirare quella polvere finissima di legno e quella malta che lo faranno lentamente soffocare.
La storia, viene raccontata dal figlio in prima persona. C'è tanta rabbia. La rabbia di un figlio che si trova da solo, senza quella divinità familiare attorno alla quale avava basato le sue certezze. «Ho perso Dio a causa tua, non lo vedo più da tre anni, esattamente da quando ho smesso di vedere te» racconta il ragazzo, ormai uomo, rivolgendosi a quel padre che non c'è più, ma che sembra essere più presente ora rispetto a prima, presente in quell'assenza devastante che dilaga su tutto, entra nelle viscere e cambia la percezione delle cose. Il nemico che compare nel titolo forse è Dio, ma sarebbe una semplificazione.
Qui il nemico ha tante facce. È il Dio delle risposte mancate, è il sistema di una società che lascia annegare i suoi figli più onesti, è la vita banale, è la routine, sta nelle relazioni sbagliate, nella superficialità della gente che vive intorno a noi senza capire, il nemico è la vita che diventa "il più classico dei classici", deludendoci. Tanti nemici, insomma, poca, pochissima speranza. Tonon scrive in modo duro, con molta rabbia e tanto silenzio. Il nemico potrebbe essere portato anche a teatro e l'allestimento sarebbe semplice: una luce fissa che illumina parzialmente un uomo, seduto a terra, gambe incrociate nel buio assoluto della sala e della sua solitudine. (Federica Giordano)

Emanuele Tonon - Il nemico. Un romanzo eretico (Ed. ISBN)

Walter Gripp


pic by Lost America.

lunedì 9 novembre 2009

Texas e morte per quel genio di Ennis...

Preacher, straordinaria e innovativa serie a fumetti pubblicata dalla Vertigo/DC Comics, è forse il parto più famoso dello scrittore irlandese Garth Ennis (coadiuvato dalle matite di Steve Dillon). Narra le avventure di Jesse Custer, un predicatore squattrinato che vive nella piccola cittadina di Annville (Texas), posseduto - accidentalmente - da una creatura soprannaturale di nome 'Genesis' durante un sermone: l'episodio provoca la morte della sua intera congregazione (con rogo apocalittico finale della sua chiesa). Genesis, figlio dell'accoppiamento innaturale tra un angelo e un demone, è un potentissimo infante senza alcun senso di volontà individuale. Spinto da una inquietudine corrosiva, Custer intraprende un viaggio lungo gli Stati Uniti cercando (letteralmente) di trovare Dio, un Dio che alla nascita di Genesis aveva preferito mettersi vigliaccamente alle spalle il Paradiso. Comincia inoltre a scoprire la verità riguardo i suoi nuovi poteri: grazie a essi ottiene infatti l'obbedienza di chi ascolta le sue parole. Al predicatore si uniscono la sua ex-fiamma Tulip O'Hare - bella ragazza dotata di un passato oscuro - ed un vampiro irlandese punk e alcolizzato di nome Cassidy. Nel mezzo della sua peregrinazione, questa scombiccherata troika si trova ad affrontare nemici d'ogni tipo: nonne cajun e redneck spietati, serial-killers ufologi e angeli sterminatori nonché frati folli e divinità degenerate. Preacher trae il suo punto di forza nella narrazione ritmica e densa di colpi di scena, focalizzata su una caratterizzazione lineare e very strong dei personaggi (esilarante e letale, ad esempio, il ragazzo Bucodiculo). La serie - toccando argomenti religiosi - si è guadagnata naturalmente numerosi strali ma anche infiniti plausi per il suo modo anti-apologetico di trattare temi caldi come la fede e il soprannaturale, per il suo humor dark iper-violento e la vasta gamma di allusioni alla cultura popolare tout-court. In particolare Preacher prende spunto dal cinema western per focalizzare molte delle sue coordinate stilistiche: un fantasma di John Wayne è la guida spirituale di Custer e la Monument Valley e The Alamo fungono da sfondi per varie tappe del viaggio; per un periodo, Jesse fa lo sceriffo di una piccola città in Texas; mentre l'immagine del «Santo degli Assassini», un fuorilegge redento che torna cattivo - sulla falsa riga del personaggio di Clint Eastwood in Gli Spietati, William Munny - è un accenno alla classica nozione «Western» di nemesi: inesorabile, epica e terribile. In Italia il fumetto l'ha pubblicato la Magic Press in nove volumi, tutti corredati dalle inarrivabili copertine di Glenn Fabry.

Preacher - Garth Ennis (Ed. Magic Press)

Inarrivabile...

«Un ragazzo ho mandato alla camera a gas di Huntsville. Uno e soltanto uno. Su mio arresto e mia testimonianza. Sono andato a trovarlo due o tre volte. Tre volte. L'ultima volta il giorno dell'esecuzione. Non ero tenuto ad andarci, ma ci sono andato lo stesso. E non avevo certo voglia. Aveva ammazzato una ragazzina di quattordici anni e posso dirvi subito che non ho mai avuto questa gran voglia di andarlo a trovare né tantomeno di assistere all'esecuzione però ci sono andato lo stesso. I giornali scrissero che era un crimine passionale e lui mi disse che la passione non c'entrava niente. Lui con quella ragazzina ci usciva insieme, anche se era così piccola. Il ragazzo aveva diciannove anni. E mi disse che da quando si ricordava aveva sempre avuto in mente di ammazzare qualcuno.»

Non è un paese per vecchi - Cormac McCarthy (Ed. Einaudi)

mercoledì 4 novembre 2009

La sigla di Mad Men...

Strepitosi titoli di testa per una serie strepitosa.
Mad Men ha vinto in due edizioni consecutive (2008 e 2009) il Golden Globe per la miglior serie drammatica, mentre il protagonista Jon Hamm ha ottenuto nel 2008 il Golden Globe per il miglior attore in una serie drammatica.

Le cose passano...


pic by J_Ymmit.

lunedì 2 novembre 2009

La salma è la virtù dei morti...

In un panorama letterario asfittico e non di rado terribilmente provinciale come quello nostrano, non si può che plaudire il coraggioso lavoro di scouting svolto dalle piccole - e talvolta piccolissime - case editrici italiane, sulle cui pencolanti spalle strette dalla morsa dei grandi gruppi editoriali si poggiano gli ultimi vitali e abbacinanti residui di uno sperimentalismo che altrimenti non troverebbe posto alcuno negli scaffali delle librerie italiche, intasate come sono dai tomi dei vari Vespa e Camilerri. Meridiano Zero ha saputo in pochi anni ritagliarsi una fetta di mercato importante, focalizzando - in tempi non sospetti - l'attenzione sulla narrativa giallo/noir: si deve ad esempio ad essa la diffusione di fior d'autori come Derek Raymond e Hugues Pagan o il rilancio di James Lee Burke, nonché l'importazione di veri e propri maestri southern come Harry Crews). Dopo la breve ma seminale esperienza de Gli intemperanti, Meridiano Zero è tornata ad affacciarsi sul ribollente calderone della narrativa italiana grazie a romanzi intensi e molto discussi come Acqua storta di Carrino, ma anche con questo originalissimo Tanatoparty, opera d'esordio di Laura Liberale, indologa e traduttrice piemontese classe 1969. Il libro (edizione economica e molto curata, altra peculiarità che non dispiace della casa editrice padovana) frulla senza troppi problemi Marilyn Manson e Chas Addams, offrendo al lettore una ballata macabra e ritmata in cui un nugolo di personaggi stravaganti si muove tracciando la propria storia: da Mina a Sergio, da Leo a Clotilde, ciascuno latore di un proprio scombiccherato mondo al cui vertice svetta Lucilla Pezzi, protagonista del romanzo, eccentrica e misteriosa performer che come una sorta di Alice nel paese delle meraviglie (ma in chiave decisamente gotica) ci accompagnerà in un viaggio attraverso la negazione della morte.
La tanatoprassi, pratica che funge da fulcro del breve romanzo, è un trattamento «post-mortem» che consiste nella cura igienica di conservazione del cadavere; la Liberale se ne serve per ridicolizzare le scuole di «estetica dell'aggiustabile», ovvero quel businness legato alle onoranze funebri che è diventato una sorta di grottesco rovescio della medaglia della contemporanea società dell'immagine, una dimensione in cui anche il naturalissimo «atto del trapasso» è assurto a florido generatore d'introiti milionari, con grande sollucchero per le nuove generazioni di cassamortari. Ma l'autrice - poetessa e bassista di un gruppo rock - lavora al cesello la sua lingua, riuscendo a far coincidere forma e sostanza in un compiuto omaggio a quella cultura che negli anni '80 si era semplicemente soliti definire «dark» ed il cui lascito pop (dalla musica dei Cure sino ai fumetti di James O'Barr) è ancora oggi fonte d'ispirazione proteiforme, in una prova che nella nostra narrativa ancora non avevamo mai sondato. Ora si tratterà di aspettare, scoprire quale evoluzione riserva il futuro a questa nuova e interessante scrittrice...

Tanatoparty - Laura Liberale (Ed. Meridiano Zero)