domenica 27 settembre 2015

nelle fauci dell'oscura Babilonia...

sorprendente pellicola forse meno nota ma molto celebrata dei fratelli Coen, vincitrice della Palma d'oro come miglior film al Festival di Cannes 1991, Barton Fink - È successo a Hollywood è una commedia grottesca e brillante sull'ansia creativa e sulla voracità distruttiva della terra dei sogni in celluloide: un posto che sin dai suoi albori ha comprato, creato e poi distrutto il genio per puro istinto di autodeterminazione (sublime, a tal riguardo, la figura di uno scrittore corroso dall'alcol - interpretato da un calzante John Mahoney - che rimanda dichiaratamente al gigantesco William Faulkner, che nella realtà si trovò costretto per qualche anno della sua fulgida carriera a vendere l'anima a Hollywood).
John Turturro, qui in una delle sue più significative interpretazioni, è un commediografo svagato e supponente che vive a New York. Se ne infischia delle critiche benevole autoproclamandosi  rappresentante dei ceti sociali più vituperati. Quando, assieme ai primi successi di critica e botteghino, le sirene della Babilonia hollywoodiana giungono alla sua porta con l'offerta di scrivere un film sul wrestling interpretato da Wallace Beery (siamo negli anni Trenta, e tale richiesta venne effettivamente fatta anche a Faulkner), l'imperioso Turturro tentenna. Dapprima è restio, ma poi, soprattutto in virtù della vile pecunia, accetta l'incarico venendo alloggiato in un albergo un tempo rinomato e ormai in evidente declino. Conosce così il vicino di stanza che dice di essere un rappresentante ma che si rivelerà un pazzo furioso e verrà poi in contatto con un grandissimo scrittore ammirato da tutti e finito come lui al soldo dell'industria cinematografica (è il Faulkner di Mahoney che qui si chiama Mayhew ma è in tutto somigliante al vecchio vate del Mississippi). Quest'ultimo però, completamente sfatto dall'etilismo, deve parecchio della sua fama alla pragmaticità della propria assistente la quale passerà una notte con il commediografo protagonista della vicenda. Un misterioso omicidio scuoterà il tedioso tran tran e al termine della stesura della sceneggiatura il lavoro di Barton Fink verrà puntualmente rifiutato.
I Coen mescolano con perizia formale e grande abilità compositiva l’horror, il thriller à la Hitchcock, i classici delle letteratura anglosassone, la Bibbia, il fascismo, l’omosessualità, la schiavitù, l’ingresso degli Stati Uniti nel Secondo Conflitto Mondiale e naturalmente una vitrea e velenosa prospettiva su Hollywood. Ben lungi dall'accrocchiare tanta roba in funzione meramente postmodernista, i due bravi fratelli cineasti elaborano una visione in grado di calare lo spettatore al fianco del protagonista nel suo viaggio dalla elitaria e snobissima New York alla Hollywood della mercificazione più indegna delle grandi major, pronte, queste ultime, a rendere Barton uno dei tanti schiavetti alla loro mercé. Il commediografo, aggiogato all’Hotel Earle (un meraviglioso riferimento all’Overlook Hotel di Shining con tanto di  tappezzeria “organica” sui colori del verde e dell’ocra, l’assenza/presenza di coinquilini di cui registriamo l’esistenza solo dalla fila ordinata di scarpe da lucidare fuori dalla porta nonché dagli orribili suoni “viscerali” provenienti dalle camere) come in un degenere ventre materno che lo accoglie giorno dopo giorno sempre più degradato, insicuro e sconfitto, troverà piena consapevolezza del proprio disfacimento grazie all'incontro con la follia del suo unico vicino di stanza: un John Goodman stupefacente nei panni di un serial-killer completamente fuso e dispensatore di massime proverbiali. Un cult-movie assolutamente da recuperare.

5 commenti:

Anonimo ha detto...

effettivamente quasi un capolavoro!
PIPPO

sartoris ha detto...

@Pippo perché "quasi"? :-)))))

CREPASCOLO ha detto...

Steve Dillon guarda le tavole x la campagna della Coca Cola e pensa che i tizi hanno tutti qualcosa di Chris Walken e le tizie la stessa espressione scettica di Frances McDormard. Ha letto da qualche parte che Dario Argento scrive i suoi film barricato in camere di alberghi fatiscenti in città che non conosce - forse glielo ha detto Garth Ennis - e ha deciso che doveva affrontare le deadlines in modo da tagliarsi i ponti alle spalle e così ha chiesto a John McCrea di bendarsi e lanciare una freccetta contro il mappamondo e dopo 666 tentativi il dardo ha centrato la Pensione Turturro di fronte ad un college dove - glielo ha detto Garth Ennis - - ha brevemente seguito alcuni corsi Steve Jobs.
Dillon ha lavorato alacremente x due settimane senza metter fuori il muso dalla sua camera nemmeno per la colazione. Non ha dormito molto. Le pareti non sono isolate acusticamente e ha potuto ascoltare i lamenti alzarsi nella notte. Mamma Turturro cucina speziato e la sua peperonata, nello stomaco degli altri clienti, pare un wrestler al Madison Square Garden nei primi cinque minuti di Highlander. Dillon ha sognato un giovane Woz che progettava un computer senziente che a sua volta postuli una scienza nomata mitologia vettoriale in grado di stigmatizzare i parallelismi tra il pantheon greco romano e Cinelandia, facendo inorridire Jobs ( " a chi interessa ? chi ne avrà fame ? " chi impazzirà x quel coso ? " ). Si è alzato dal tavolo da disegno dopo il crepuscolo, sentendo il rumore della tappezzeria vinilica che si accartoccia minacciata dalle fiamme ed è uscito nel corridoio, aprendo la porta con lentezza x evitare il flashfire - glielo ha detto Garth Ennis - fronteggiando un gigante sghignazzante. La Pepsi era disposta a tutto per fermarlo. Il cartoonist stava x caricarlo come un toro, quando l'uomo della Pepsi estrasse dalla tasca un revolver. E' finita, pensò Dillon , peccato per quella idea di Garth con il predicatore, il vampiro e tutto il resto. Peps fece un passo avanti, prese la mira, si portò la mano libera al collo e si accasciò senza un gemito. Era stato colpito da una freccetta intinta nell'anestetico: quando voleva, McCrea colpiva il bersaglio al primo colpo ( si veda il suo numero uno di Hitman con Tommy Monaghan che vomita sugli stivali di Bats ndr ). Adoro il lieto fine.

LUIGI BICCO ha detto...

Uno dei gioielli più bislacchi e meglio riusciti dei fratelli Coen. Un piccolo capolavoro, si. Ricordo che all'epoca andai in fissa per Turturro e vennero alla luce altri memorabili, grandi film come "Five Corners", "Fa la cosa giusta", "Mo' Better Blues" o il suo bellissimo "Mac". Insomma, il Turtutto pre-transformer era tutto da godere.
Dei Coen inutile anche solo parlare. Divinità ad Hollywood.

sartoris ha detto...

@Luigi vederlo nei Trasformers infatti è stato un colpo al cuore, però poi basta dare un'occhiata al suo PASSIONE, film girato a Napoli incentrato sulla Napoli musicale, e tutto torna al posto giusto (se ti capita dagli uno sguardo, un film che ti riappacifica con la città di Napoli:-)