martedì 18 novembre 2014

una scorciatoia in Oregon...

Tre famiglie di pionieri si fanno guidare da un certo Stephen Meek, trapper barbuto e chiacchierone, verso quell’eden che la smunta carovana sognava di raggiungere con scioltezza in un paio di settimane dalla partenza. Dapprincipio la figura dell'uomo è rispettata come un oracolo, ma lentamente, mentre il nulla della Frontiera si fa palese e sempre più opprimente, la fiducia dei coloni vacilla. Il paesaggio si inaridisce, le settimane si moltiplicano; un carro viene perduto assieme a un barile d’acqua e gli uomini cominciano a patire la fame e la sete. Uno scenario polveroso e decadente ingloba ogni speranza, e il tono della storia si fa presto visionario alla maniera dei western esistenzialisti di Monte Hellman - Le Colline blu, La sparatoria -, ma anche di certe pellicole di Peter Weir (Picnic a Hanging Rock tra tutte).
Spersa in un panorama di straziante secchezza, la compagnia gira a vuoto come sospesa nel tempo. Fino al momento in cui Meek cattura un indiano che nessuno capisce poiché si esprime solo nella propria lingua. Il trapper vorrebbe fargli la pelle e riprendere il viaggio, ma i coloni, ormai decisamente sul chi vive, cominciano a vedere nel pellerossa una possibile guida verso un nuovo domani.
Meek’s Cutoff è tutto qui, lento e ipnotico, con la finale rinuncia di Meek a capeggiare la carovana e l’indiano che si avvia lungo una strada deserta mentre la potenza schiacciante dell'outback americano (il film è girato in Oregon) mozza il fiato e stringe il cuore.
Il western, soprattutto quello revisionista figlio della controcultura dei Sessanta, ha sempre saputo adattarsi alla costruzione di opere del tutto personali (quando non addirittura sperimentali) da parte di cineasti dotati di polso. Kelly Reichardt, già autrice del toccante Wendy and Lucy, appartiene sicuramente a quella schiatta di artisti - sempre più rara nell'industria cinematografica odierna - disposti a perdere per strada qualche spettatore pur di approfondire la propria personalissima visione del mondo. Il suo stile crudo e "dissossato", d'impronta quasi verista, si esplicita al meglio in questo Meek’s Cutoff, presentato in concorso a Venezia nel 2010, riuscendo a trasformare il suo messaggio in una sintesi visiva di impressionante compattezza. Non ci troviamo di fronte ad un ribaltamento del Mito, né all'abbattimento dei codici del western: sono infatti proprio questi ultimi l'architrave portante dell'intero progetto. Ma la Reichardt li adopera spingendoli all’estremo per creare collisioni, momenti di eclatante e imprescindibile rottura che, unitamente alla splendida cornice estetica in cui il film è inserito, conferiscono all'opera un valore assoluto.
Il viaggio verso l’ignoto dei protagonisti si trasforma in un tragitto disperato cui si somma un percorso psicologico di ammirevole chiarezza: un risultato che l'autrice raggiunge anche per merito dell'ottimo cast, soprattutto la coppia formata dall'aggraziata e intensa Michelle Williams ed il redivivo Will Patton, già interpreti del primo film della Reichardt. Ma il lungometraggio può contare anche sulla bravura di Paul Dano, giovinotto dalle eccelse capacità espressive già apprezzate in quel capolavoro che fu Il Petroliere.
Film tutt’altro che facile, Meek’s Cutoff costringe lo spettatore ad uno sforzo preciso per metabolizzare il proprio stile e quindi saggiarne appieno lo spirito; quando il balzo riesce ci si trova di fronte ad uno spettacolo suggestivo, spiazzante, che si muove fluido verso una conclusione tutt’altro che scontata. Prezioso nell’elaborazione delle immagini, lucido nell’introspezione psicologica, Meek’s Cutoff è in tutto e per tutto un film d’autore di prim'ordine, che merita di essere apprezzato anche - anzi forse soprattutto - per l’ardua strada che ha deciso di percorrere. Sicuramente una esperienza d'autore degna di nota.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

m'ispira iconograficamente, ma da un po' l'idea del mattone... ci penso (*-*)
PIPPO

sartoris ha detto...

nun ce pensa', Pi', che te fa bene :-)