lunedì 6 ottobre 2014

in un Texas freddo e oscuro...

Poco più che trentenne, tre pluripremiati lungometraggi al suo attivo, Jim Mickle è uno dei pochissimi nella schiatta dei nuovi registi americani ad essersi affermato nel giro dei grandi festival praticando un cinema smaccatamente di genere (forse per questo in Italia se lo filano in pochi). Il suo esordio rintoccò con l’horror Mulberry Street (2006), cui fece seguito l'ottimo Stake Land (2010, premio del pubblico a Toronto) perché «gli horror sono più facili da produrre», e l’anno scorso era stato selezionato alla Quinzaine per We are what we are (2013), remake molto toccante di un originale family-cannibal messicano.
Con Freddo a Luglio siamo nel profondo, asciuttissimo Texas, sul finire degli anni '80. Richard Dane (il bravo Michael C. Hall di Dexter) è un corniciaio che vive nella provincia americana con moglie e  figlioletto. Una notte, destato da rumori sospetti, scopre che un ladro si è introdotto in casa. Recuperata la pistola spara accidentalmente un colpo che uccide il malvivente. Stabilita la legittima difesa, la polizia rilascia Richard dopo la deposizione in cui apprende il nome dell'uomo che ha ucciso. I giorni passano e Richard fatica non poco a recuperare il suo tran-tran. A peggiorare le cose si manifesta Ben Russel, galeotto in libertà vigilata nonché padre del delinquente defunto, deciso a vendicare la morte del suo ragazzo. L'uomo minaccia il bambino di Richard, che chiede alla polizia di sorvegliare la sua casa e di proteggere la sua famiglia. Ma quando Richard scoprirà per caso che l'identità del ladro che ha assassinato nel suo salotto non corrisponde in realtà a quella del figlio del suo persecutore, chiederà a quest'ultimo di rinunciare ai suoi propositi bellicosi per aiutarlo a capire cosa è successo veramente. 
Ubicato in un'epoca di vhs, pinces e spalline, Cold in July è la trasposizione filologicamente corretta di un celebre romanzo di Joe R. Lansdale, ed è tra le più canoniche di quelle «vicende straordinarie che si dipanano da una situazione ordinaria» tanto care allo scrittore statunitense. Ambientando la storia in una realtà provinciale e periferica del south USA, l'autore torna infatti anche in questa occasione a perlustrare i recessi della tranquilla borghesia d'oltreoceano, innestandovi i temi che più aderiscono alla sua poetica: la vendetta, l'orrore e la continguità dell'uomo con il Male.
In bilico tra il disastro e la risata, la trasposizione di Mickle centra il bersaglio guadagnando in ritmo e compostezza formale mentre insegue l'affastellarsi di trame del plot originario, senza farsene travolgere. E il prodotto finale non delude, anzi, ci regala un calibrato revival dei mitici '80 (con tanto di mullet - il taglio "alla tedesca" tipico di quegli anni - del protagonista) in cui rilucono alla grande due star di quel preciso momento storico: uno è Sam Shepard nella parte dell'anziano padre pregiudicato in cerca di vendetta, una faccia aspra e densa di sfumature che da sola si porta appresso un portato di violenza sapientemente controllata tale da giustificare abbondantemente il prezzo del biglietto (tra l’altro il regista ha rivelato in più occasioni che Shepard, scrittore e drammaturgo di dimensioni maiuscole, gli ha risolto almeno una scena decisiva, riscrivendola). Ma l’altro campione è ancora meglio: Don Johnson, in un ruolo un po’ alla Dennis Hopper, quello di un detective privato sbruffone che arriva a bordo di un’auto targata RED BTCH.
Ritratti forti, dotati un notevole gradiente di ambiguità tanto sulla carta che sullo schermo e la cui efficacia si deve qui alle performance disincantate ed anarcoidi degli interpreti, che formano un terzetto di vigilantes destinato indubbiamente a lasciare tracce di sé nella storia del genere. Lontani dai cliché bidimensionali cari al filone (o, forse, talmente pregni di essi da trasbordare), i personaggi di Freddo a Luglio si agitano, come ogni personaggio di Lansdale, nella tenebra che permea la ragione umana generando quel propellente basilare della letteratura che sono le storie. In quel Texas che tanti altri grandi della letteratura hanno magnificato, dentro ai suoi meravigliosi orizzonti ocrati che sanno mescolare luce ad ombra, il film indaga il mistero che siamo offrendoci il ritratto di un uomo tranquillo e pacato, disposto a mettere in gioco le proprie certezze pur di conoscere la verità.
Cold in July è in definitiva un thriller che vira sul crinale della commedia nera, esibendo un grottesco risvolto dell'american way of life. Ed è un vero peccato che, a conti fatti, a visione ultimata si rinsaldi con sempre maggiore convinzione l'ipotesi che quello straordinario connubio di humor e spavento che hanno reso Lansdale uno dei più amati storytellers americani, in realtà non sia riproducibile in toto sul grande schermo: pur regalando allo spettatore momenti di sincera goduria, il film del talentuoso Mickle non ci restituisce infatti che l'impronta della grandezza di Big Joe. Ma resta un buon film, affollato di belle facce corrugate e di uno speciale frisson, e questo basta!  

10 commenti:

Anonimo ha detto...

Bentornato old boy!!
PIPPO

sartoris ha detto...

Thank you guy :-)

CREPASCOLO ha detto...

Caro Collega, non posso non essere d'accordo con quanto dici del mio toto in Texas che non si imprime tale e quale dalla pagina alla pellicola come il Toto della Garland che non era + in Kansas ma in tutto il mondo grazie al cinema, drive-in e non che ho cantato spesso nella mia opera. Sarà x quello che la chiamano
" riduzione " quando la storia passa da un medium ad un altro. Temo, però, che col passare del tempo, sarà sempre + facile x i Mickles del caso ridurre la mia roba xchè son tanti gli anni ed i chilometri e ora come ora mi sento sempre + incline ad arroccarmi sul divano sotto la copera e crogiolarmi in pagine e pagine di dialoghi fitti con Hap e Leonard che alzano e schiacciano la palla a turno come spesso fanno i vs Tex e Carson a metà dell'albo in quattro pagine di cavalacata & riassunto. Ti confesso che, quando ascolto My Way, mi capita di avere gli occhi umidi e, quando leggo che Steve King sta scrivendo il primo romanzo di una trilogia già progettata , mi sento come il pensionato che vive sotto un fuori corso perenne che scatena un party ogni sera dopo il crepuscolo.
Faccio fatica a raggiungere il dojo ogni giorno e trovo seducente l'idea di appioppare ai miei studenti degli esami scritti. Mi addormento e sogno come il Cage degli ultimi minuti di Raising Arizona di essere in una Disneyland in cui Sam Shepard è un ranger e capo navajo chino sul suo cavallo nel crepuscolo incipiente che spara allo stereo anni ottanta di un pischello che ascolta la cover di My Way di quel punk inglese. Sono fiducioso che le nuove generaz, ora che x me è arrivato il momento di affidarmi al cruise control , sapranno scatenare l'inferno. Questo mi aspetto da te. f.to Big Joe.

sartoris ha detto...

@crepa a parte complimentarmi per la formulazione del commento (sei sempre creativo, poci ma sicuro) direi che don d'accordo sul passaggio da un media all''altro ma forse c'è una ragione se Lansdale è così poco frequentato dal cinema e secondo me è che funziona solo sulla carta. Ogni tentativo di trasposizione finisce un po' per tradirlo (e questo ci sta) senza però (almeno sinora) reinventarlo... mio parere eh?

CREPASCOLO ha detto...

La penso anch'io così, ma tutto sommato potrebbe funzionare un film dei Coen con Russ Crowe nel ruolo di Hap e Larry Fishburne in quello di Leonard, se i ragazzi Coen sentissero la nostalgia x il mood in cui immergevano la storia di un paio di bislacchi rapitori di bimbi ora che , da tempo, pensano che il mondo non sia un paese x vecchi, bimbi e tutto quanto si trova nel guado.

sartoris ha detto...

@Crepa. (piccola postilla al tuo commento: l'accoppiata Coen + McCarthy secondo me è fantastica, li preferisco pessimisti:-))))

LUIGI BICCO ha detto...

Ullallà, ma allora alla fine abbiamo visto anche questo. Devo assolutamente guardarlo, anche se, come al solito, mi preme colmare prima la (grossa) lacuna con il romanzo che non ho mai letto.

sartoris ha detto...

@Luigi il film è assolutamente fruibile anche senza aver letto il libro (aggiungo in calce, quasi a completamento di ciò che ho detto a Crepascolo, che anche secondo me la saga di Hap & Leonard ha mostrato la corda e non ci tengo a difendere a tutti i costi Lansdale, anzi, a furia di sfornare roba ogni tanto prende qualche cantonata pure lui, però non gli si può non riconoscere mille meriti, uno dei quali evidentemente è aver saputo imbastire una miscela che il cinema, per ora, non ci ha saputo restituire con efficacia:-)

Eddy M. ha detto...

Oh, bel reminder. Vedo di recuperare in fretta!

Che se l'elvezio non ti linka sui social, mica lo so che sei ancora vivo... :)

(A parte le cazzate, tutto ok dalle tue parti?)

sartoris ha detto...

@Eddy ma tu devi venire quaggiù a prescindere dall''Elvezio, bastardo :-)))