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venerdì 14 novembre 2014

la lunga coda degli '80

House of Cards fatti da parte. Se oltreoceano il web continua a sfornare prodotti di fattura impeccabile (oltreché d'inarrivabile scrittura) come la famosa serie con Kevin Spacey, qui da noi la lunga coda degli anni Ottanta continua imperterrita a lavorare alla costruzione di un inverosimile immaginario trash talmente sopra le righe da rasentare sovente il sublime (senza arrivare nemmeno a sfrisarlo, sia chiaro!). È il caso del nuovo parto di una star ufficiale di quel periodo, la mitica Gorilla Lory Del Santo, che con The Lady - dieci episodi di supergnocche, auto fuoriserie e fusti depilati che sembrano essere stati catapultati direttamente dall'ultimo festino del Lele Mora dei bei tempi andati - aggiunge un tassello fondamentale alla storia dell'orrido di questo paese. Provate a darci un'occhiata, Costantino Vitagliano nelle vesti di un Marlon Brando «maranza» è un guilty pleasure assoluto!

mercoledì 23 novembre 2011

cagne in mezzo al deserto...

Peccato. L'idea di fondo di questa boiata di Bitch Slap (2008) in mano a un regista vero poteva fare faville. Invece no: Rick Jacobson ha imparato (imparato?) a piazzare la cinepresa lavorando per il piccolo schermo, con i telefilm epic-trash di Sam Raimi come Hercules o Xena, e si vede! La storia segue le protagoniste Trixie, Hel e Camero, tre belle patonze (un po' troppo siliconate), giungere in una remota macchia desertica, che poi si rivelerà piuttosto affollata, per impadronirsi di 200 milioni di dollari che anche mafiosi e tagliagole assortiti sono decisi a non mollare. Già nei primissimi istanti del film (film?) il regista «smarmella» senza misura split screen, chroma key e ralenti su dettagli anatomici - tra l'altro dopo un notevole pout-purri di immagini anni Settanta nei titoli di testa che aveva davvero fatto ben sperare - catapultando lo spettatore in quello che doveva essere un paradiso di abitini succinti e bagnati, violenze sadiche, armi falliche, baci saffici. Ma tutto appare sin da subito laccatissimo, insensato, pesantissimo e scritto coi piedi. Se il modello dichiarato è il grande Russ Meyer (Faster Pussycat, Kill, Kill), re delle circonferenze pettorali in celluloide, Jacobson ne equivoca in toto gli insegnamenti e dimentica di mettere il cuore nel suo inutile mosaico di scenette fracassone, ambientate tutte in un unico set fornito di roulotte sgangherata e wind-mill d'ordinanza (si cambia locations solo nei reiterati flash-back, dove gli sfondi sono rigorosamente digitali, anche quando si tratta solo di parcheggi). Le tre belle figliole, ognuna assimilabile a un preciso immaginario erotico (la spogliarellista caritatevole, la virago indomabile e selvaggia e la working-girl volitiva), combattono a mani nude o brandendo pantagrueliche mitragliatrici, si scambiano baci roventi, giocano coi secchi d'acqua, trovano scuse e motivi per strapparsi i vestiti di dosso e mostrare vizi e virtù dei loro corpi.
 Un tripudio fumettoso di sequenze più laccate che efficaci, figlie d'un erotismo manierato alla Penthouse (tra l'altro assai poco arrapante) prim'ancora che di un'idea di trasgressione sincera e divertente, qualcosa che - rispetto a Tarantino o a Rodriguez, altri modelli palesi cui il nostro registucolo guarda con maniacale epigonismo - non permette alcun reale scarto di stile, così come restano blandi e gratuiti i tributi all'exploitation dei begli anni che furono. Kevin Sorbo, Hercules televisivo d'un certo successo, compare per 30 secondi vergognandosene un po', ma aveva da pagarsi l'ultima rata del mutuo. Peccato davvero, fiasco totale per un'operazione che poteva fornire spunti interessanti. Salviamo solo la grafica dei poster (molto sporca e southern: ne vedete qui nel post alcuni fulgidi esempi) e qualche guizzo nel linguaggio, qualche frase ben assestata nel vero e proprio florilegio d'insulti pop. Ma è un po' poco per più di cento minuti di pellicola da vedere col tasto premuto sul fast-forward. Bleah!

giovedì 9 giugno 2011

l'orrore... l'orrore...

Che sublime baracconata Bastardi, di Federico Del Zoppo e Andrés Arce Maldonado, strampalatissima pellicola del 2008 che racchiude in sé tutti, ma proprio tutti i mali del nostro cinema attuale, un'operina talmente brutta, costosa (3 milioni di euro gettati al vento) e insensata - a dispetto di un cast che poteva fare faville - che andrebbe proiettata nelle scuole di regia a mo' di deterrente estremo. Accolto trionfalmente dal Comune di Trani, nella Puglia più assolata, dove è stato girato grazie alla pecunia di Nicolino Matera (nome legato al porno degli anni Settanta), vorrebbe essere un omaggio al poliziottesco di venerata memoria, approfittando del revival del cinema di genere promosso da Tarantino e soci nell'ultimo decennio. Risibile il risultato finale, con un plot narrativo talmente sconclusionato da meritarsi il diniego dei finanziamenti statali poiché «non riesce a svilupparsi compiutamente né sotto il profilo narrativo, né rispetto allo sviluppo e alla connotazione dei personaggi».
La storia (storia?) s'impernia sulla insanabile rivalità tra i due clan locali: gli Juvara e i Patene, i quali si dichiareranno guerra all'ultimo sangue quando ai rispettivi rampolli (Luca Juvara e Alessandro Patene) toccherà sfidarsi a una gara in moto per poter partecipare a uno spettacolo condotto dall'affascinante Lenka. Luca provoca senza volerlo la morte di Alessandro. Al padre della vittima, Sante, gli schizza il sangue alla testa e grida vendetta. Mentre Luca viene nascosto da Lenka (che ha la figlia nelle mani della banda Patene). Intanto il boss nemico, con la mediazione del parroco don Alfonso, fa pervenire agli Juvara una proposta: rinuncerà alla guerra se loro ruberanno la preziosa corona di Re Manfredi che sta per essere esposta in città. Al cimelio è però interessato anche un famoso ladro soprannominato Il Gatto.
Di fronte allo stomachevole dispiegarsi d'una vicenda che sgarra su tutto (tempi, effetti speciali, doppiaggio, locations, ritmo, persino lo score risulta fuori sincrono al punto da sembrare eseguito dal vivo) ci si ritrova a chiedersi per quale fottutissima ragione attori di fama internazionale come Giancarlo Giannini e Franco Nero nonché interpreti che hanno contribuito non poco a rendere unico il cinema italiano minore come Enrico Montesano e Barbara Bouchet si siano imbarcati in un progetto tanto raffazzonato, deprimente e mal composto (e la risposta, ahinoi, non può che risiedere in quelle due magiche paroline: "assegno" e "cospicuo"). Da comica di basso cabotaggio l'italiano stentato di Eva Henger (espressiva come una mela cotogna), inappropriato l'ormai sfatto e imbolsito Don Johnson (che sostituisce Depardieau, sfilatosi all'ultimo momento dopo aver nasato la patacca) mentre l’unico umorismo davvero divertente è quello involontario. Per il resto regna sovrana l'incompetenza, e una certa aria da filmaccio-porno (con un produttore siffatto, non poteva essere meno). Consigliata la visione solo a masochisti e cultori del peggio.

venerdì 11 giugno 2010

Quasi Bud e Terence...

Il successo genera emulazione e negli anni settanta gli improvvisi fasti (soprattutto in termini economici) della geniale coppia Hill-Spencer titillarono negli ambienti cinemato- grafici nostrani un bel po' di languori, spingendo molte delle scalcagnate produzioni del periodo nella direzione dei vari Trinità. Con una spudoratezza tutta italica, fu però Giuliano Carnimeo (uno con una filmografia cospicua - anche se spesso discutibile - alle spalle) a compiere la più smaccata delle operazioni di plagio: il cineasta (di origini baresi, tra l'altro) assoldò infatti una coppia di veri e propri cloni del famoso duo: Paul Smith (vero nome Anam Eden) e Michael Coby (vero nome Antonio Cantafora), sosia rispettivamente di Bud Spencer e di Terence Hill, cui, per completare la somiglianza, vennero financo appioppate le voci degli stessi doppiatori degli originali, Glauco Onorato e Pino Locchi. Mettendo a segno ben cinque pellicole di non disprezzabile successo commerciale, i due in questo Il vangelo secondo Simone e Matteo (1976) si mettono a fare quasi controvoglia i trasportatori di armi. L'occasione genera una sfilza di scazzottate, trivialità varie e dosi abbastanza gratuite d'umorismo caciarone disseminate lungo lo sviluppo dell'intera storia. Giudicare il film (così come i quattro confratelli) è come sparare sulla croce rossa; il prodotto finale è naturalmente inutile, zeppo di buchi nella sceneggiatura e abborracciato nella messa in scena! E la sovrapposizione mimetica con il modello di partenza crea una specie di sfasatura che dissipa nel niente la tensione smorzando le già fiacche occasioni di risata. Eppure ci fu chi si accontentò, tanta era l'eco delle vicende degli originali e la richiesta sempre crescente di loro nuove, ulteriori avventure. In un aneddoto però, tratto dalla rivista Cine70, Carnimeo racconta che in Germania gli spettatori, inferociti ed offesi dopo la visione di un loro film spacciato come un nuovo Trinità, spaccarono mezzo cinema: «staccavano le file di sedie e le tiravano sul telone bianco...».
Paul Smith/Adam Edem sarà in seguito il viscido carcereriere nel culto Fuga di mezzanotte e impersonerà Bruto nello sfortunato (ma bellissimo) Popeye di Altman.

sabato 8 maggio 2010

Giganti pelosi e scalcagnati...

Vampirizzando il successo del King Kong prodotto da De Laurentiis nel 1976, l'anno a seguire Gianfranco Parolini - regista dal background di tutto rispetto (per lo più western, tra i quali Se incontri Sartana prega la tua morte e Ehi amico... C'è Sabata, hai chiuso!) - partorisce questa perla del trash nostrano, Yeti, il gigante del XX° secolo, sorta di anti-colossal fantascientifico dalle grandiose pretese (realizzato però col budget di una commedia sexy del periodo) in cui si assiste ai più disarmanti trucchi di messa in scena: elicotteri giocattolo, tremebondi blue-back, una colonna sonora invasiva e pomposa ai limiti della decenza (e i The Yetians eseguono pure "Yeti" e "Funky Disco Sound") e infine un risibile make-up dell'attore(?) Mimmo Crao, imparruccato in maniera improbabile (sembra uno dei Cugini di Campagna) e visibilmente a disagio nel ruolo.
Il film parte col ritrovamento dell'Abominevole Uomo delle Nevi fra i ghiacciai della Groenlandia (ma non era di casa sui monti dell’Himalaya?). Alto più di dieci metri, il gigante somiglia a un Neanderthal che ha litigato col barbiere e per richiamarlo in vita viene sollevato ad alta quota con un elicottero e sottoposto quindi all’elettroshock. Il primo impatto con la folla dei curiosi promette scintille: Yeti si libera dalla gabbia d'acciaio (una specie di cabina telefonica) da cui è costretto e comincia a scalmanarsi. La gente svicola all’indietro, lo sguardo trasudante terrore; ma Yeti fa in quattro e quattr'otto amicizia con un cane, un fanciullo muto e la sua cuginetta carina. Come osserva l'acuto criptozoologo là presente «forse al mostro ricorda la sua famiglia scomparsa molti milioni di anni fa!». Insomma il mostro si rivela un povero cristo cui è toccata la sfortuna di risorgere - ahilui! - in un mondo dominato dal più bieco capitalismo, dove un magnate senza scrupoli tenta di sfruttarlo come richiamo pubblicitario (figuriamoci se la comunità scientifica potrebbe interessarsi mai a un ritrovamento di questo genere!). Benché non abbia torto un capello a nessuno la creatura provoca il panico per le vie di Toronto - rivelandosi comunque più dritto del gorillone di Guillermin: anziché cascare dal grattacielo, ne discende usando le finestre come gradini. Sbaragliata la banda di spietatissimi gangster che gli stava alle costole (delirante!), Yeti sembra nel finale propenso ad accettare il suggerimento della Lolita di cui è invaghito: «Devi tornare lassù sull’Himalaya, dove il mondo è infinitamente migliore», ma lo spettatore non saprà mai come ci arriverà e soprattutto se il mostro si farà ricongelare oppure passerà il tempo seduto tra i ghiacciai.
Parolini, che si firma Kramer (molto international-style), non possiede i mezzi né gli attori (né la tecnica, dannazione!) per girare un film anche lontanamente valido e Yeti il gigante del XX° secolo, mancando di quella che i redattori della rivista Nocturno chiamano «consapevolezza cheapo», finisce per risultare involontariamente ridicolo soprattutto nelle scene che dovrebbero costruire tensione e che invece sono didascaliche (oltre che di una noia letale). Il film si trova interamente sul tubo: qui la scena davvero incredibile del capezzolo gigante. Pura immondizia, signori!

venerdì 19 marzo 2010

Super super Kong!

Perla indiscussa per gli esegeti del trash, Super Kong aka A*P*E (1976) è una ciofega incredibile che qualche televisione privata ancora si perita di mandare in onda in tarda notte (in versione rigorosamente sgranata e rattoppata) con gran goduria dei cultori del genere. Firmato da Paul Leder - padre di Mimi Leder, regista di Deep Impact - la pellicola narra le avventure di uno scimmione alla King Kong (non dimentichiamoci che l'anno è quello in cui anche Dino De Laurentiis si riappriopriava del mito) avvalendosi dei trucchi (trucchi?) del più scalcinato dei Kaiju-film: ovvero quei lungometraggi coi mostroni di gomma che utilizzavano giocattoli in funzione di navi e carri armati; qui c'è un figurante travestito in maniera imbarazzante da gorilla spelacchiato, e si fa larghissimo e spudorato uso di insert tratti da altri titoli coevi (e altrettanto oscuri). Come da prassi in questi casi, lo svolgersi della vicenda prevede la fugace apparizione di mostri antagonisti destinati a soccombere senza troppi problemi (uno squalo che non si capisce quanto deve essere grande visto che il primate protagonista dovrebbe essere gigantesco, ma anche un serpentello che si vorrebbe monumentale). Prodotto con gli sforzi congiunti di americani e coreani la pellicola si è creata un aura di leggenda per la sua bruttezza e ancora oggi il trailer visibile sul tubo è oggetto di visite continue. La storia è lineare e prevedibilissima, naturalmente derivativa dal modello originale: durante una sosta sull'isola di Taiwan, un gigantesco gorilla catturato da una spedizione scientifica fugge dalla nave che lo sta trasportando in America e, in preda ad una furia incontenibile, devasta i villaggi e le città che incontra sul suo cammino. Gli uomini non sembrano capaci di fermarlo, ma una giovane attrice americana, Marylin Baker, lo strega con le sue grazie. La bestia rapisce la bella e quindi se ne invaghisce nella sua maniera basica e primordiale. Mentre con rinnovato vigore le forze armate studiano nuovi piani per catturarlo, il gigante con la sua preda cerca rifugio tra i monti. L'intervento dell'aviazione americana accorsa in aiuto dell'esercito coreano risolve la faccenda con la solita serqua di esplosioni. La starlette torna al lavoro e tra le braccia del suo fidanzato in apprensione; l'isola di Taiwan ritrova la pace. Fantastico!

domenica 28 febbraio 2010

Guerrieriiiii...

Enzo G. Castellari è oggi uno dei maestri del genere nostrani maggiormente rivalutati dalla critica (grazie anche alle sperticate lodi dell'amico Quentin Tarantino, cresciuto a suon di filmacci italiani di tutti i tipi). Nel 1982, dopo aver sperimentato abbondantemente e con successo il western, il bellico, il poliziesco e il peplum, l'autore romano si dedicò al nascente genere post-atomico (di fatto collaborando a divulgarlo nel nostro paese) con questo 1990: I guerrieri del Bronx, primo film di una trilogia (che comprende anche I nuovi barbari e Fuga dal Bronx.) Questi lungometraggi, sottoprodotti ultracheap di fantasy apocalittica che pescano a piene mani dai gang-movies come il capostipite di Walter Hill (I guerrieri della notte) e da John Carpenter (1997-Fuga da New York) furono molto apprezzati all'estero arrivando perfino ad ottenere un buon successo di cassetta (incredibile: all'epoca in cinema italiano ancora vendeva! E non deve stupire visto che proprio Castellari aveva già calato l'asso in questo senso guadagnando fiumate di denaro con L'ultimo squalo, sorta di fotocopia de Lo squalo 2 ma girato per paradosso con maggiore professionalità e ritmo dello originale).
Con un budget risicatissimo e un manipolo di attori cari ai B-Movies 1990: I guerrieri del Bronx venne girato interamente nel cuore del vero bronx - all'epoca realmente pericolosissimo - riuscendo a catturare una visione inquietante del quartiere degli «slums» e aggiungendovi un tocco epico (ma all'amatriciana) con la collocazione temporale del futuro post-atomico. Imperdibili le Harley Davidson decorate con teschio (vistosamente posticcio e plastificato) sul manubrio, un granitico - quanto inebetito - Mark Gregory protagonista indiscusso del film (nonché nell'altrettanto cheap Thunder), oppure l'apparizione beffarda dell'eroe dei western George Eastman, qui con parruccone corvino. Il montaggio ed una regia dai ritmi forsennati fanno il resto, accompagnati da una sceneggiatura del fido Dardano Sacchetti, mai così divertita ed aperta a sperimentazioni (i differenti stili che caratterizzano le gang sono da manuale del trash). Tutto funziona in maniera lineare ed oliata, facendone un meccanismo filmico tanto riuscito da permettere allo spettatore persino di dimenticare il senso del ridicolo involontariamente sfiorato in numerosi momenti del plot (caratteristica assai cara al poverissimo cinema del Belpaese di quegli anni, e a quello di Castellari in particolare, la cui indiscutibile abilità è però sempre riuscita a compensare la povertà dei mezzi). Colonna sonora efficacemente incalzante e ritmata (molto anni '80, chiaro!)

mercoledì 13 gennaio 2010

Un gatto nel cervello di Fulci...

Su Lucio Fulci terrorista dei generi sono state vergate tonnellate di parole. Geniale e scrauso in molte delle sue intuizioni, il prolifico regista romano nel 1990 diede in pasto ai suoi appassionati questo scombiccherato Un gatto nel cervello, quintessenziale trash-movie che, volenti o dolenti, resta il suo testamento artistico (in realtà tornò un'ultima volta dietro la macchina da presa prima di morire con il thrilling Le porte del silenzio). Lo stesso regista, ammettendone la pochezza, ebbe a dire di questa pellicola: «costato non più di 180 milioni. Girato in 16 mm e poi gonfiato in 35 mm. Lo montammo anche prendendo spezzoni di altri film, per esempio I Fantasmi di Sodoma, che io ho abbandonato a metà... Certo, non è un film indicativo della mia tecnica. Gli effetti speciali so' schifosi... È un'operazione sperimentale e commerciale!»
Nel film in questione Fulci interpreta un regista horror (praticamente sé stesso) preda di terribili stati di allucinazione. La violenza insita nelle proprie opere lo assilla infatti a tal punto da richiedere l'intervento di una terapia. Lo psichiatra che lo prende in cura si rivelerà però un maniaco in grado di ipnotizzare il paziente per costringerlo a compiere atroci delitti in sua vece. A seguito di questo semplice pretesto il film s'infarcisce di una sarabanda di efferatezze davvero rivoltanti. Va detto che la trama - in sé non priva di spunti interessanti - viene soffocata da un Fulci ormai senile e del tutto privo d'ispirazione. Lo splatter si spreca e gli effettacci - estrapolati a forza da altre pellicole prodotte dal regista sotto il marchio Nannerini & Lucidi - non salvano una sceneggiatura zoppicante, elementare e a tratti inesistente. Ci sono momenti di un'esilarante goffaggine (il regista con il suo golfino rosso che gigioneggia recitando come Nonna Abelarda) ed altri totalmente insensati (come le scene girate in esterno-giorno che improvvisamente sono ambientate in piena notte), ma visto con gli occhi di un affezionato dei Z-movies il film è un forziere pieno zeppo di chicche davvero memorabili (molte delle quali reperibili sul tubo). Peccato però che una simile immondizia debba essere firmata da un riconosciuto maestro della Settima Arte italica, un genio-artigiano che in passato ha saputo sfornare tanti piccoli capolavori come Non si sevizia un paperino. Prodottino destinato agli stomaci forti e agli eterni afecionados.

sabato 12 dicembre 2009

Guappi e uomini-lupo!!!

Inauguriamo oggi una nuova etichetta parlando de La croce dalle sette pietre aka Il lupo mannaro contro la camorra: uno Z-movie talmente brutto e scalcinato da essersi meritato in rete un ampissimo consenso tra i trashofili. Diretto ed interpretato da Marco Antonio Andolfi ed ambientato in gran parte a Napoli, il film del 1987 venne realizzato con l'ausilio del finanziamento statale, ma non si capisce dove siano stati spesi i pur miseri denari della sovvenzione vista l'incredibile povertà del girato. Il solo fatto che si facciano incrociare le avventure di un licantropo con quelle della camorra partenopea conferisce alla sceneggiatura una solida base di ridicolo, consolidata dal deciso ricorso a tutti gli stereotipi della napoletanità delinquenziale. Ma oltre a una messa in scena cheap che più cheap non si può, è la recitazione dell'intero parco-attori il vero punto forte del film, talmente imbarazzante da rasentare il sublime - soprattutto il personaggio principale, che nella sua insistita ricerca della croce che dovrebbe impedirgli di trasformarsi in lupo passa dall'isteria convulsa alla catatonia più totale senza soluzione di continuità. Andolfi raggiunge poi vertici assoluti di esilarante inettitudine nelle sequenze in cui agisce come licantropo: con addosso una specie di colbacco peloso sulla parte superiore della faccia e completamente ignudo per il resto (geniale, un uomo-lupo glabro è davvero da oscar!), si muove claudicando manco fosse Frankenstein (un po' di confusione tra i classici?) e coprendosi ignominiosamente di ridicolo. Davvero una chicca per gli amanti del trash che sta generando in rete un vero culto cui il titolare del blog si aggrega volentieri al grido di «Andolfi, facci sognare!!» (Pare tra l'altro che stia circolando sul web un seguito, Riecco Aborym, ottenuto da Andolfi riciclando materiale di scarto).