Visualizzazione post con etichetta INTERVIUS. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta INTERVIUS. Mostra tutti i post

giovedì 18 settembre 2014

Mazza, lo scrittore dei lupi del sud...

(quattro chiacchiere con lo scrittore Carlo Mazza, barese, classe 1956. Con il personaggio di Antonio Bosdaves ha già pubblicato per la collezione Sabot/age il poliziesco Lupi di fronte al mare, incentrato sulle relazioni tra politica, finanza e sanità, e finalista al Festival Mediterraneo del Giallo e del Noir 2012. Da qualche mese è in libreria il suo ultimo parto Il cromosoma dell'orchidea.)
1) caro Carlo, partiamo dal principio: come arrivi al romanzo noir e da quanto tempo scrivi?
Ho sempre amato scrivere ma per molti anni l’ho fatto con discontinuità e disordine. Poi, una decina d’anni fa ho iniziato a cimentarmi nella scrittura teatrale, per puro piacere e senza velleità artistiche: ho scritto un dramma religioso sulla vita di santa Rita da Cascia (e l’ho anche messo in scena come regista). Poi ho proseguito, ma sempre con uno spirito amatoriale. Nel 2011 ho avvertito il bisogno di narrare la realtà e ho pensato che le modalità della trama poliziesca erano le più adatte a realizzare questa esigenza. Così è nato il mio primo romanzo, Lupi di fronte al mare.
2) Le tue storie, come molte di quelle di tuoi illustri colleghi, parlano di Meridione e di criminalità dedicando uno spazio considerevole alla bellezza tradita dei luoghi in cui si consuma il malaffare: è possibile oggi scrivere di Sud senza pagare il pegno a una certa visione pessimistica, fatta di lacerazioni e corruttela?
Assolutamente sì, e mi piacerebbe farlo. Ma in un Paese come il nostro, nel quale i mass-media restituiscono una realtà artefatta e di comodo, credo sia fondamentale colmare il vuoto di verità che ne consegue e affondare la penna nelle tematiche più spinose. Ad ogni modo, l’opportunità di narrare il Sud in modo brillante mi attira molto, mi piacerebbe prima o poi scrivere i dialoghi di una commedia all’italiana moderna, tipo quelle di Virzì.
3) D'altro canto, una certa idea oleografica e persino fatata delle terre del Sud - del nostro Sud pugliese in particolare - in questi anni di eccezionale successo turistico sembra aver tracimato contaminando la realtà e inducendo i media a trasmettere una idea assai inaffidabile di questi luoghi: o sono il ricettacolo di ogni male o sono la terra del divertimento puro e dell'incanto, senza via di mezzo. Qual è l'atteggiamento di uno scrittore dinanzi a questa bizzarra forma di rappresentazione?
Effettivamente, siamo narrati, e ci narriamo, con un atteggiamento… provinciale. È come se da noi non potessero svolgersi storie “compiute” a prescindere dal territorio, ma solo vicende mediate dalle peculiarità dei luoghi. Personalmente, questa tendenza mi pare soffocante e, nel mio piccolo, scrivendo Il cromosoma dell’orchidea ho cercato di muovere un piccolo passo che secondo me procede in una direzione opposta, superando la logica del localismo ingombrante e preferendo invece riferimenti ai luoghi di natura meno esplicita e più allusiva.
4) parliamo di lingua e di stilemi: nei tuoi romanzi la componente dialettale ha un'importanza notevole ma non mi sembra la si possa dire dominante nella costruzione dell'impalcatura narrativa. Il tuo è un modo di procedere molto cinematografico, un incedere nel quale, credo, il vernacolo si amalgama senza sforzo al resto grazie soprattutto alla tua abilità di scrittore, nel tentativo di restituire quanto più fedelmente possibile la realtà che ti interessa descrivere... è così?
Approfondisco la risposta precedente. Io credo che il “dove” della narrazione, che non deve essere decisivo ma neppure del tutto assente, debba desumersi dalla musicalità del linguaggio, dalle aspirazioni dei personaggi, dalle descrizioni del clima. Invece oggi il localismo consiste spesso nell’utilizzare la toponomastica di una determinata città nella descrizione, per dimostrare che la storia narrata è tipica di Bari, Roma o Napoli, anche se magari si tratta di una vicenda che potrebbe avvenire ovunque. Rispondendo in modo preciso alla tua domanda, credo che il linguaggio (dialetto o lingua italiana con impronta vernacolare) sia solo una tessera del mosaico narrativo, una modalità tecnica da usare con misura e giudizio al servizio della narrazione, e non debba mai diventare un elemento dominante.
5) cosa dobbiamo aspettarci nel futuro da Carlo Mazza?
La scrittura per me è un’attività continua, che non si interrompe mai. Credo di avere ancora molte energie da spendere e, d’altra parte, la realtà fornisce stimoli formidabili.

martedì 1 aprile 2014

Pulixi, il duro dei Sabot...

Cagliaritano classe 1982, Piergiorgio Pulixi vive a Padova ed è una giovane promessa (ampiamente mantenuta) del noir italiano. Ha pubblicato Perdas de Fogu, (edizioni E/O 2008) assieme al collettivo Sabot, di cui è membro, e singolarmente il romanzo sulla schiavitù sessuale Un amore sporco inserito nel trittico noir Donne a Perdere (edizioni E/O 2010). Nel 2012 ha dato alle stampe Una brutta storia. In occasione dell'uscita del suo nuovo romanzo La Notte delle Pantere lo abbiamo incontrato:
• Ciao caro Piergiorgio, hai dato alle stampe da poco La Notte delle Pantere, seguito del tuo precedente Una brutta Storia, incentrato sull'ispettore Biagio Mazzeo. Raccontaci qualcosa di più di questo libro e sulla genesi di un personaggio, quello del poliziotto corrotto che opera in una Sezione a dir poco problematica, che è un archetipo del noir ma che il nostro panorama letterario ha in fondo avuto pochissime occasioni di frequentare.
Biagio Mazzeo è un personaggio granitico all’apparenza, ma molto complesso interiormente. È un uomo scisso tra il desiderio di essere un amico, un fratello, e una sorta di figura paterna per i suoi uomini, ma al tempo stesso la realtà lo spinge a comportarsi come un capo, con tutta la solitudine e le dure decisioni che ne conseguono. È un uomo abituato a sbranare la vita, a non accontentarsi. Vuole tutto, e se lo prende. Ama e odia in una maniera smisurata e disperata. Ha in sé tanti elementi contraddittori: è violento ma allo stesso tempo generoso e affettuoso con i suoi ragazzi, è vendicativo ma non riesce a vedere il male nelle persone che ama. È passionale e fedifrago, ma vorrebbe essere fedele. Non so dirti nemmeno io bene chi sia perché ne sto seguendo l’evoluzione nel corso della serie. Ora che sono nella fase finale della scrittura del terzo romanzo, ti posso dire che Biagio è sicuramente diverso dal Mazzeo del primo libro e anche da quello del secondo. La storia, gli eventi, lo cambiano, provano il suo carattere, e questo causa la sua evoluzione. In particolare ne La Notte delle Pantere subirà l’influsso e le conseguenze dell’incontro avuto col mafioso ceceno Sergej Ivankov che in qualche modo gli ha cambiato la visione del mondo sull’amore, sulla legge, e sul crimine. Mazzeo è assolutamente ossessionato da Ivankov, ma non voglio svelare troppo.
• Fai parte del collettivo Sabot, un'invenzione del decano del noir Massimo Carlotto, con il quale hai pubblicato Perdas de Fogu. Hai voglia di raccontarci come sei entrato in questo progetto?
Certo. Insieme a un gruppo di giovani appassionati di noir e polizieschi abbiamo iniziato a seguire con particolare interesse il lavoro di Massimo Carlotto. Tutti coltivavamo il desiderio di scrivere, ma soprattutto di imparare questo mestiere, ognuno affinando le proprie peculiarità e lavorando sui punti deboli. Massimo in qualche modo si è fatto carico della nostra formazione, che tutt’ora prosegue. Creare il Collettivo Sabot è stato il passo successivo. Come posso dirti, è come se ci avesse mostrato i suoi strumenti di lavoro, insegnandoci a usarli. Perdas de Fogu è stato come uno stage di lavoro in loco: un’esperienza formativa senza pari. Successivamente alcuni di noi sono entrati nel progetto Donne a perdere seguito da Massimo e da Colomba Rossi, che in seguito è diventata la direttrice della collana Sabot-Age che Massimo cura. C’è una sorta di continuità in questi progetti, ma sicuramente il denominatore comune è un’attenzione particolare per la qualità delle storie, la loro tenuta narrativa, e una sorta di legame con la realtà, di denuncia verso alcune zone scure della nostra società, proprio nello stile del noir mediterraneo con cui Carlotto ha fatto scuola.
• Quali sono le difficoltà della scrittura a più mani e quanto una simile esperienza può essere formativa per un autore?
Se si ha un atteggiamento professionale, quasi nessuna. Se l’obiettivo comune è la qualità della storia, si fa qualsiasi sacrificio pur di ottenerlo: si mette da parte il proprio ego, e ci si mette completamente a disposizione del progetto, modellando la propria scrittura, e cercando di apportare nella storia solo il meglio di se stessi. L’elemento formativo è quello della condivisione delle esperienze, dello scambio di tecniche narrative, e della contaminazione del proprio stile. Personalmente, è sempre stata un’esperienza sicuramente faticosa, ma sempre arricchente. Incrociare sensibilità diverse porta sempre a risultati interessanti.
• Come ti sembra l'odierno panorama narrativo nostrano? Trovi che il mercato abbia raggiunto la misura colma per il noir (e tutti i filoni confratelli) o c'è ancora spazio per un buon prodotto di genere?
Io penso che un buon libro trovi sempre in qualche modo la sua strada e il suo posto, a prescindere dal genere. A volte ci vuole parecchio tempo, e a volte circostanze avverse lo impediscono. Però basta anche solo un libraio o un lettore per cambiare il destino di un romanzo. Basta che un solo lettore/libraio si innamori di quel libro, e se è vero amore lo diffonderà nel suo piccolo. Se il libro è davvero valevole, i suoi amici, clienti o la sua rete di amici faranno lo stesso, e così via, ottenendo sicuramente attenzione e facendo parlare di sé. In questo il web, i gruppi di lettura, i social network, ma soprattutto i librai di razza aiutano. La conditio sine qua non è che il libro sia davvero bello: ben costruito, personaggi indimenticabili, e una storia che ti lascia qualcosa dentro. Il punto è che i libri così sono davvero rari. Però, a maggior ragione, se un lettore si imbatte in uno di questi libri, può davvero cambiare le carte in tavola. Noi come esseri umani subiamo il fascino delle cose belle e tendiamo a condividerle per parlarne e per capire attraverso lo scambio con gli altri qualcosa di più su noi stessi. Per riassumere, voglio credere che ci sia ancora spazio per i bei libri.
• Con un libro appena pubblicato immagino sarai in piena promozione. Sei un autore legato ai tour di presentazione o fai parte di quella scuola di scrittori che preferirebbe demandare tutto agli uffici stampa e ai loro comunicati? (personalmente farei volentieri parte dei secondi, però ammetto che, seppur muovendomi a fatica all'inizio, alla fine sono sempre felice di portare i miei libri tra la gente!)
Siamo sulla stessa lunghezza d’onda. Come direbbe Mazzeo, «se sei uno scrittore scrivi, non andare in giro a fare lo scemo». Diciamo che è così che mi sento quando sono in promozione, un po’ inadeguato e come di troppo. Ho troppo rispetto per le storie e i personaggi per mettermi davanti a loro, però devo anche dire che quando incontro i lettori quel senso di inadeguatezza crolla, soppiantato proprio dall’amore che entrambi abbiamo per quei personaggi che ci lega in un modo magico che non ti saprei spiegare. Quindi i tour promozionali - perlomeno per me - fanno parte del processo creativo perché ti caricano di quell’energia, quelle aspettative e quell’ “amore”, indispensabile poi per affrontare la pagina bianca.
• Consigliaci un paio di buoni libri da non lasciarsi sfuggire.
Wow… solo un paio? Uhm… Uomini e topi di Steinbeck. Shella, di Andrew Vachss. Galveston, di Nick Pizzolato. E per lettori che non hanno paura di noir puri: L’oscura immensità della morte di Massimo Carlotto, La strada della violenza di Mauro Marcialis, e Rosso italiano di Massimo Rainer… Scusa, ho esagerato. Deformazione professionale da ex libraio.
• Niente, va benissimo così ;-) Adesso a cosa stai lavorando?
Al momento sono in fase di stesura finale del terzo romanzo della saga delle Pantere, e di un romanzo thriller extraserie. Cerco sempre di lavorare almeno su due progetti diversi… Poi sto preparando il tour e la promozione per un romanzo che uscirà fine Maggio per Rizzoli, scritto insieme a Ciro Auriemma e Stefano Cosmo del Collettivo Sabot. È un romanzo noir ambientato in Spagna a cui tengo molto con un personaggio di cui sono perdutamente innamorato. C’è anche un altro libro in uscita a Novembre, ma ora è prematuro parlarne.

venerdì 13 settembre 2013

questa specie di scrittore...

Non c'è niente di più distante dalle tematiche di questo blog quanto l'ultima produzione di Alberto Bevilacqua, scrittore italico di grande notorietà scomparso qualche giorno fa in circostanze chiacchieratissime sui tabloid. Però era un autore robusto, invero dotatissimo, e per quanto negli ultimi anni sembrasse aver esaurito il fuoco sacro della parola coi cui aveva tegumentato la propria ricerca letteraria giovanile, è stato, nel bene e nel male, uno scrittore "vero".
È stato anche, a dirla tutta, il primo autore nazionale che il titolare di questo spazio abbia mai incontrato: abbiamo rispolverato quindi una vecchia intervista che gli facemmo nel 2003 (pubblicata sulla defunta Tabula Rasa, rivista di letteratura invisibile) nella umile speranza di omaggiarne il ricordo. Addio Alberto, ovunque tu sia...
• Caro Alberto, parlaci dei tuoi esordi: quando hai scoperto che la parola scritta ricopriva un ruolo importante nella tua vita?
Presto, molto presto. Ho cominciato a Parma sul finire dei '50. All'epoca era una città in cui si raccoglievano molti degli scrittori più importanti del periodo. C'era questo meraviglioso narratore, Mario Colombi Guidotti, venuto a mancare prematuramente, che per Guanda aveva pubblicato un romanzo in una collana diretta da Sciascia. Io avevo 17 anni e diventai suo collaboratore nella fondazione di una pagina letteraria per il Gazzettino di Parma. Era un esperimento, il primo di quel tipo, per un quotidiano nazionale (tra l'altro il più vecchio d'Europa) e si chiamava il Raccoglitore, una pagina cui presto parteciparono firme prestigiosissime come Thomas Mann. Lì pubblicai alcuni dei miei primi componimenti. Contemporaneamente lavoravamo per Guanda, non quella odierna bensì quella originaria, per la quale selezionavamo autori che sembrano pubblicati da un secolo ma che in Italia abbiamo fatto conoscere noi: Machado, Garcia Lorca. Gente di questo livello. Finita questa esperienza terminai il liceo e mi trasferii a Roma, dove entrai nella Fiera Letteraria di Vincenzo Cardarelli ricevendo da questi l'incarico a stilare una pagina quindicinale dedicata agli scrittori "nuovi", che all'epoca erano Fenoglio, Testori e lo stesso Sciascia. In quel periodo scrissi il mio primo romanzo, La polvere sull'erba, che piacque tanto a Sciascia ma la cui pubblicazione venne ostacolata dalla censura poiché il libro trattava del cosiddetto Triangolo Rosso, la guerra civile che interessò per tre anni il Veneto e l'Emilia e che produsse circa duecento morti. Un evento che l'Italia di allora si sforzava di rimuovere e Einaudi ha pubblicato solo nel 2000. Questi miei esordi furono facilitati a ben guardare da circostanze favorevoli, prima fra tutte quella di aver avuto come insegnante a scuola il grande Attilio Bertolucci, ma anche il milieu culturale di quegli anni contribuì parecchio alla mia formazione. Era il momento di riviste seminali come Botteghe Oscure e Paragone, anche se io avevo cominciato a scrivere assai prima, e in maniera singolare, impersonando mio zio Toni Bevilacqua, campione mondiale di ciclismo, in un racconto per il Resto del Carlino, in un concorso in cui s'invitavano i reduci a raccontare la loro storia. Io vinsi a soli 14 anni…
• Un avvio precoce, quindi, il tuo...
Certo, provenivo da una famiglia di epurati, mio padre era un aviatore quando Balbo prese il comando e restare solo in un ambiente rivoluzionario come l'oltretorrente, crogiolo di artisti d'ogni risma, stimolò parecchio la mia creatività.
• Il successo vero arriva però con La Califfa...
Esatto, dopo la mancata pubblicazione del mio primo romanzo ebbi un profondo moto di risentimento verso l'editoria. Mi giunsero minacce dure, e decisi di allontanarmi da quel mondo. Però continuai a produrre, sono di quegli anni Questa specie di amore, Il viaggio misterioso e appunto La Califfa. Dopo che Sciascia volle pubblicarmi un volumetto di poesie, L'amicizia perduta, a 24 anni pubblicai per Sugar un libro su Guido Picella, un anarchico che combatté Balbo, morto nella guerra di Spagna. Sugar era nota allora per avere in catalogo autori d'avanguardia come Samuel Beckett, e il mio lavoro divenne un piccolo caso. Le mie tesi vennero sposate da un Togliatti in odore di revisionismo e gli editori tornarono a confrontarsi col sottoscritto. Porzio mi avvicinò carico d'entusiasmo e gli consegnai allora La Califfa. Che fu un successo internazionale nonostante l'ostracismo dei primi tempi.
• Mi sembra di poter identificare in questo romanzo la nascita di una galleria di personaggi che, in qualche modo, saranno sempre presenti nel tuo universo narrativo...
Be', sicuramente. La Califfa ebbe una notevole ripercussione sulla società del periodo, Anzitutto descriveva situazioni nuove, a maggior ragione per una città come Parma, aspramente divisa tra una parte popolare, smaccatamente anarchica, e un'altra, considerevole, ricca e pasciuta. Ma fu il fatto di avere affidato a una figura femminile il compito di rappresentare la classe del popolo a fare scalpore. Personalmente cercavo di avere una visione meno provinciale possibile, viaggiando molto e confrontandomi con chiunque, Viaggio al principio del mondo parla in fondo proprio di questo…
• Ecco infatti, questo tuo lavoro, dato alle stampe per Einaudi, è interessante per l'uso contaminato che fa delle diverse tecniche narrative: l'epistola è innestata su una narrazione più canonica per poi diluirsi nella pura poesia, e il discorso diretto si fa sovente, all'improvviso, indiretto...
Non ho mai avuto granché fiducia nella narrazione arbitraria, alla vocazione di personaggi appartenuti esclusivamente al mondo di chi racconta. Prediligo invece una narrativa addossata a una realtà rimpinzata di fantasia. Per intenderci, ho in mente la tradizione dell'Ariosto con tutta la sua gamma di personaggi strepitosi, vivi e imprevedibili. Ho sempre visto l'uomo come un contenitore di fantasie da ascoltare e da scoprire, ecco il perché degli stili aperti, della tecnica mista: la poesia annessa alla narrativa - quando quest'ultima è in grado di dire ciò che deve dire - ingenera nel lettore una spinta aggiuntiva d'ordine psichico, un velo oscuro che tocca corde nascoste… Perseguo quest'idea vivendola in prima persona, contaminandomi col mondo, andando spesso in Tibet, Africa, Asia…
• Come fa uno scrittore a elaborare un proprio universo, una propria visione, senza che il prodotto di un simile procedimento pregiudichi la percezione delle cose? Mi spiego: vivere un lutto per trarne poi materia da romanzo, ad esempio, non è già un modo "drogato" di percepire la realtà?
Mah, la realtà di per sé è neutra; io ero appena un ragazzo quando mia madre cominciò a combattere con la depressione, così come vedevo mio padre vittima di intrighi politici di bassa lega, ed ero testimone di questa realtà cercando il bandolo della matassa attraverso la letteratura: tentavo di coglierne il velo fantastico… Ma la realtà così com'è raramente può essere fonte di una qualche ispirazione, perché è ovvia, prevedibile, spesso piatta. Ma reinterpretandola, rielaborandola con il giusto dosaggio di verosimiglianza diventa interessante. Parlavamo di un lutto: un lutto contiene sicuramente elementi che possono permettere a uno scrittore di spaziare, vedere le cose in maniera differente cogliendo anfratti emotivi che solo il dolore può risvegliare. D'altronde non si possono descrivere realtà che non si conoscono, che in qualche modo non si sono vissute in prima persona…
• Sei informato sulla nuova letteratura nazionale? Segui le più recenti generazioni di scrittori?
Abbastanza, certo, cerco di aggiornarmi, anche se non sempre ci riesco…
• Condividi anche tu l'opinione, sempre più consolidata, che la critica contemporanea abbia ormai talmente affilato le proprie armi da impedire ai nuovi Sciascia, Moravia o Bevilacqua di venire a galla? Meglio: possiamo oggi affermare che vi sia spazio solo per un certo tipo di scrittore: quello che compiace il mercato?
Be', la verità è che semplicemente non escono fuori autori nuovi perché si preferisce incasellarli in categorie. Si è verificato in Italia un maleficio a danno delle nuove generazioni di scrittori, secondo me. A un certo punto è invalsa una critica letteraria affetta da febbre classificatoria, che esulta quando nasce un genere piuttosto che un autore: il Cannibalismo, i Post-adolescenti, ora è il momento del Noir e frotte di autori si riversano alla conquista del giallo più originale. Ma queste sono in realtà schematizzazioni prive di valore, del tutto momentanee, che impediscono al giovane artista di mettere a fuoco il proprio mondo individuale e farsi valere per ciò che è veramente. Una catastrofe! Non esiste nessun nome davvero rappresentativo di questi anni, nessun giovane coraggioso e menefreghista in grado di spezzare i canoni dettati dal mercato... E c'è indubbiamente una critica distrutta, incapace d'impegnarsi davvero per entrare all'interno del mondo del narratore. O fai parte di uno schema preconfezionato, oppure non interessi a nessuno. Angelo Guglielmi è l'esempio peggiore di questa miopia recensionista che affligge la critica letteraria odierna, lui e i vari Siciliano non hanno la forza di favorire la nascita di nuove personalità, perché ciò che è nuovo fa paura, non è facilmente controllabile...
Elio Vittorini con Arnoldo Mondadori
Quando cominciavo io, in parecchi cominciavano. C'era questa esperienza incredibile che erano i Gettoni, dove un cattivo scrittore come Vittorini diventava bravissimo nell'immettersi nel mondo dello scrittore nuovo, attenuandone i difetti per esaltarne i punti di forza e metterne in risalto le originalità.
Oggi non c'è alcun rispetto per il giovane scrittore. Viene massacrato o addomesticato se non fa parte di una qualche scuola ben definita. Credo quindi che si debba prendere una posizione forte, dura; sarebbe auspicabile un gruppo di giovani talenti in grado di dire «basta! Ci avete rotto i coglioni!». Stile Libero sotto questo punto di vista è una pessima esperienza. Perché ha permesso ai suoi autori di indossare una divisa, ne ha trasformato l'opera in vezzo, in atteggiamento, senza perseguire alcun genere di ricerca estetica o tematica. Vittorini non obbligava nessuno ad attenersi a dei canoni precisi...
• Ci sono però esordienti che tarano la propria produzione in funzione del mercato.
E questa è la morte di ogni afflato creativo. È una jattura. Io ai giovani scrittori consiglierei un grosso sacrificio personale, quello cioè di resistere alla gloria facile e breve. Saper dire di no anche a editori importanti se non si viene rispettati perché uno scrittore ha un potere incredibile, di cui magari non conosce il potenziale. Non deve piegarsi, né umiliarsi. Ai miei tempi non lo facevamo, perché niente era scontato...
• Convieni però che non facile resistere, una certa frustrazione latente assedia chiunque faccia della scrittura il proprio mestiere e avere sempre la forza di rimanere integri è dura!
Certo, lo capisco, ma noi non abbiamo bisogno di una letteratura d'assalto. Noi dobbiamo puntare su obiettivi mirati, bersagli chiari da demolire con orgoglio, e con coraggio. Abbiamo bisogno di una letteratura terroristica!

mercoledì 3 luglio 2013

isolati dal mondo...

Una trama secca e contundente. Due fratelli in perenne contrapposizione, un padre burbero e sbevazzone, un amico succube che orbita attorno alla piccola famiglia disfunzionale e una morra di cani randagi che assedia il paesaggio. Attorno a loro la desolazione stagnante di un'isola arcaica e meridionale, lontana da ogni convenzione civile: un posto che è al tempo stesso un paradiso incontaminato ma anche la tomba di ogni aspirazione personale. Qui non crescono i fiori, splendido romanzo d'esordio dello sceneggiatore Luca Giordano, è un ritratto senza infingimenti della spietata volontà di (pre)potenza che regola i rapporti umani.
I legami di sangue vengono scandagliati dall'autore con tassonometrica essenzialità, mettendo a fuoco un quadretto familiare minimo, corroso da un odio animalesco cui soggiace, forte, pulsante, una richiesta d'affetto commovente che tocca nel profondo. Come il rabbioso cane randagio che uno dei due ragazzi protagonisti si ostina ad accudire dopo averne provocato a fucilate la zoppia, così gli esseri umani al centro della vicenda sembrano mossi da una diffidenza atavica che ne imbriglia gli slanci, mostrandone il lato peggiore.
Ed è in questa scarnificazione dolente dei sentimenti che consiste la vera sorpresa dell'opera, nell'essere riusciti cioè a individuare - grazie a una trama ritmata e lineare che trasporta il lettore verso l'inevitabile redde-rationem - la crudele e inflessibile geometria che ci lega ai nostri cari anche quando questi diventano i nostri aguzzini.
Una prova d'esordio ammirevole, una lingua intinta nell'epica che non lascia alcuno scampo: Qui non crescono i fiori è un libro che bisogna assolutamente leggere! Abbiamo fatto qualche domanda a Luca.

• Fin dalle prime pagine del romanzo il lettore viene catapultato in un'atmosfera cruda e torrida che molto mi ha ricordato Respiro, piccolo gioiello per il grande schermo firmato qualche anno fa dal regista Emanuele Crialese. Perché un torinese ha deciso di ambientare una storia in un'isola? Hai esperienze dirette di vita insulare?
Sicuramente Respiro è un film che ha molto in comunque con l'ambientazione del romanzo, non solo perché è la stessa isola. Per l'atmosfera e i rapporti familiari però, oltre a questo film, due in particolare mi sono stati d'aiuto, seppur diversissimi tra loro. Dogtooth, del greco Lanthimos, dove due genitori tengono i tre figli rinchiusi nella propria casa isolandoli completamente dal mondo esterno, e Snowtown, un film australiano basato su una storia vera nella periferia di Adelaide. Entrambe le storie, cinematograficamente, sono ambientate in «isole» da un confine ben definito. Di una crudezza disarmante, quasi grottesca. Per quanto riguarda la scelta dell'isola nel mio romanzo, da torinese, per un primo brevissimo periodo avevo anche pensato di ambientarlo in una zona più familiare, magari tra le montagne cuneesi. Quello che mi serviva era però che i protagonisti vivessero in un posto dove i confini fossero ben definiti, oltre il quale fosse impossibile scappare. È stata quindi una scelta quasi automatica, dovuta alla storia che - pur cambiando radicalmente nel tempo - ho sempre avuto in testa. Come esperienza diretta, invece, l'unica che mi viene in mente è che la primissima versione l'ho scritta quasi completamente in Australia. Certo, non è proprio grande come Lampedusa, ma c'è molto di quei luoghi e di quelle atmosfere.
• Cani e rapporti parentali ridotti all'osso per un romanzo che abbraccia sovente una simbologia crudele e spietata, rappresentando la violenza come l'essenza più vera delle relazioni umane: sembra di percepire molta letteratura southern, nel tuo lavoro. Ancor più che Faulkner e McCarthy, ai quali hai fatto spesso riferimento nelle interviste e che indubbiamente hanno fornito un qualche imprintingQui non crescono i fiori  (ma c'è un romanzo negli ultimi decenni che non debba considerarsi anche alla lontana debitore di questi due maestri?), ebbene dicevo che personalmente ci ho letto anche tanta Flannery O'Connor, con la sua concezione sanguigna e aspramente "animale" dei rapporti tra gli individui, in questo romanzo. Ti piace la scrittrice americana?
Sicuramente un certo tipo di letteratura americana mi ha influenzato per la scrittura di questo romanzo, e ovviamente Faulkner e McCarthy sono tra gli autori da cui posso prendere qualche ispirazione. A volte tento di avvicinarmi anche solo lontanamente alla perfezione di un loro periodo o descrizione, ma niente di più. Quello che di loro mi appassiona più di ogni altra cosa è la naturalezza nel descrivere e raccontare i rapporti o le sensazioni dei personaggi senza dover dire nulla in più di quello che il lettore vuole leggere. Non sono comunque gli unici che mi hanno aiutato a comprendere il giusto tono e la costruzione di alcune scene del mio romanzo ma, a essere più che sinceri, della O'Connor ho letto davvero poco.
• L'impostazione generale della tua scrittura è decisamente cinematografica ed è indubbio che, pur al netto di un linguaggio insufflato di un'indubbia - ed efficace - ricerca stilistica, Qui non crescono i fiori in certi punti somigli a una sceneggiatura, e se consideriamo che tu di mestiere fai lo sceneggiatore la concomitanza tra le due forme di scrittura non stupisce: ci spieghi quali sono per te le differenze tra lo scrivere per il cinema e lo scrivere un libro?
Ho iniziato a lavorare a questa storia inizialmente pensando fosse adatta per un film. Le cose, forse anche perché avevo troppo in testa Amores Perros di Inarritu, si sono accartocciate su una storia senza capo né coda. Una serie di scene più o meno riuscite ad altre forse un po' troppo splatter. Il romanzo è praticamente un'altra storia anche se, stilisticamente, alcune cose possono ricordare una sceneggiatura. Sicuramente la cosa che più li accomuna, o almeno questo era il mio intento, è quello di non mostrare e raccontare più di quello che si vede (o si legge). Detto questo non sono ancora convinto che queste somiglianze lo rendano necessariamente "cinematografico", così come son convinto che la gran parte dei romanzi scritti pensando già a una trasposizione cinematografica siano destinati a fallire nel loro intento. Insomma, credo che la maggior differenza stia nella libertà che ti puoi permettere quando provi a scrivere narrativa. Sia per la storia, la struttura e il metodo. Inizialmente non devi rispondere a nessuno oltre che a te stesso e, quando capisci che non puoi andare avanti, ti fermi o cambi direzione. Nel cinema, almeno per la mia piccolissima esperienza, che sicuramente non basta a dare un giudizio oggettivo sulle differenze, il problema principale è che non hai nemmeno il tempo di capire quale sia la cosa giusta da fare e da scrivere che, probabilmente, ci sarà sempre qualcuno che ti convincerà del contrario. E probabilmente lo farà senza cognizione di causa.
• Quando è nato il romanzo? C'è un evento in particolare, un suggestione che ha veicolato la tua creatività o è un progetto che hai maturato nel tempo? Sembra esserci anche molto di esperienza vissuta, nelle dinamiche tra i personaggi, ma è facile percepire un certo mestiere nella gestione dei blocchi narrativi per cui mi chiedevo fino a che punto Qui non crescono i fiori faccia parte di una "visione" letteraria che coltivi o se è un romanzo estemporaneo…
L'idea è nata leggendo un articolo di cronaca locale siciliana, di ormai sei anni fa. Due fratelli tenevano nascosto un randagio in un nascondiglio e lo addestravano per dei combattimenti clandestini. Una storia finita poi tragicamente e che mi è rimasta in testa per parecchi mesi. Come spesso mi accade, le idee che mi martellano per tanto tempo hanno al loro interno sempre lo stesso nucleo tematico che voglio raccontare, un qualcosa di personale che mi fa obbliga a non abbandonare completamente quella storia. Alcune ricercatezze che ormai fanno parte del mio stile, almeno credo, non penso e non credo di essere in grado di abbandonarle, ma probabilmente cambierò completamente tono o ambientazione. Non so se definirlo estemporaneo proprio ora che l'ho appena finito dopo così tanto tempo, ma forse è la definizione giusta. Insomma, per provare a essere più chiari, Qui non crescono i fiori, fa più che altro parte di una ricerca tematica più che letteraria. Il problema è che potrei anche rischiare di trovare una storia che si adatta particolarmente allo stile di questo mio primo romanzo e non potrò far altro che essere smentito.
Classica domanda di chiusura: cosa riserva il futuro per Luca Giordano? Ho letto che sta per uscire un film che hai scritto e mi piacerebbe ci dicessi la tua opinione sullo stato delle cose nel mondo del cinema nostrano: c'è la crisi, questo è indubbio, ma qualche volta sembra che una certa staticità affliggesse il settore da ben prima del grande crollo economico.
Il futuro è una cosa strana. Il film sta per uscire ma, quando uno dice che un film è lì lì per essere in sala, quasi sicuramente l'uscita slitterà. Quindi ho un po' paura, ma s'intitola Il terzo tempo ed è il film di diploma del Centro Sperimentale, mio, del regista e di gran parte di tutto il cast tecnico e artistico. Siamo stati fortunati ad avere l'opportunità di lavorare a un lungo piuttosto che a un cortometraggio e la svolta è stata aver attirato l'attenzione di un grande produttore e, di conseguenza, di una buona distribuzione. Nonostante tutto posso ritenermi fortunato. Dal punto di vista tematico e produttivo comunque lo stallo c'è da parecchio e, il problema, è che ancora non si è capito quanto il cinema possa e debba essere considerato un'industria. Nessuno rischia nulla e quando qualcuno lo fa, con ottimi risultati, non è assolutamente incentivato a continuare. Dalle difficoltà di qualche anno fa, allo stallo, si sta lentamente passando a una fase in cui non c'è il minimo rispetto, non solo per l'autorialità, ma per la professionalità in generale. Gente non pagata, contratti non rispettati aumentano solamente la diffidenza e, di conseguenza, anche la qualità dei prodotti. Il problema è che a perderci sono sempre e comunque gli spettatori e chi ci lavora, non certo chi ci specula.

venerdì 12 aprile 2013

5 domande a Pasini...

in occasione della recente pubblicazione di Io sono lo straniero, nuovo romanzo di Giuliano Pasini, abbiamo rivolto qualche domanda all'autore.
• Allora Giuliano, dopo il successo di Venti corpi nella neve - Premio Massarossa, in fase di traduzione per il mercato tedesco - torni a raccontarci con Io sono lo straniero una nuova indagine del commissario Serra. Il tuo fortunato protagonista sembrava essersi lasciato l'orrore alle spalle, trovando rifugio in un paesino nel trevigiano, invece proprio qui è costretto a rimettere il suo fiuto di poliziotto in pista: ci racconti qualcosa di più?
È trascorso un anno dall'uscita di Venti corpi nella neve, ma nella vita di Roberto Serra ne sono passati cinque. Cinque anni lo portano dritto a superare il capodanno del 2000, quello che doveva essere straordinario sancendo la fine di un anno, di un secolo e di un millennio... e che poi ci ha lasciato un po' di amaro in bocca quando ci siamo accorti che il 1° gennaio 2000 era esattamente identico al 31 dicembre 1999. Ritroviamo Roberto a Termine, un incrocio più che un paese. Quattro case, tre strade che si intersecano e sembrano non vedere l'ora di sparire, una chiesa con il campanile staccato di qualche metro e un cimitero... oltre a un ristorante ricavato nel chiostro di un vecchio monastero. Attorno, solo vigneti, un mare di vigneti che scendono ripidi sino al mare vero, la Laguna di Venezia, che nelle giornate terse qualcuno sostiene si intraveda in lontananza. Roberto è tranquillo, quasi apatico. Svolge un lavoro da passacarte - capo dell'ufficio immigrazione - nella questura di Treviso (a 50 km da Termine, che lui percorre in corriera ogni giorno) e ha trovato delle pillole che, sciolte sotto la lingua, tengono sotto controllo la Danza e le sue visioni angosciose. Alice, la sua fidanzata storica, non vive con lui ma passa a trovarlo tutti i fine settimana. E attorno a Roberto ci sono altri personaggi «al femminile»: Susana, una bellissima sudamericana che lavora nel ristorante di Termine e da quelle parti sembra lei stessa cercare pace, e Francesca, una ragazza bizzarra che irrompe nella sua vita all'improvviso e la sconvolge, portandolo a indagare su alcune sparizioni misteriose avvenute a Treviso: guarda caso tutte donne, tutte giovani, tutte straniere...
• Come mai stavolta hai deciso di dedicare una parte considerevole, nell'impasto che tegumenta il romanzo, all'arte culinaria e alla prelibatezza del vino: l'enogastronomia è forse di famiglia in casa Pasini?
Ah ecco cosa dimenticavo: Roberto, la sera, sfoga in incognito la sua passione per la cucina nell'unico ristorante di Termine. Cucina sentendo i sapori nella testa, senza mai assaggiare, cucina rivedendo le mani della madre che compiono gli stessi gesti, cucina sconvolgendo le ricette di Alvise Dori, il proprietario del ristorante. C'era tanto cibo anche in Venti corpi nella neve, qui c'è una presenza più forte del vino. Di un vino, in particolare: il Prosecco che viene prodotto nelle colline attorno a Termine. E non un prosecco qualsiasi, ma il Prosecco "torbido", col fondo o "sur lie" come dicono i francesi. La guida dei lettori e di Roberto si chiama Loris Follador, una sorta di "elfo dei vigneti"... che esiste davvero, e produce un ottimo prosecco sur lie (provare per credere!)
• Dopo il frenetico passaparola on-line sei passato con grande (e meritato) successo alla Fanucci. Ora sei approdato in Mondadori, e ci sembra che la scalata possa continuare: ti vedremo presto tra i saggi del Quirinale?
Ahimè, la saggezza mi difetta. Poi ho già troppe cose da fare...
• Parliamo di stile: la tua scrittura asciutta e meticolosa sembra fatta apposta per inchiodare il lettore. Continui ad affinare i tuoi strumenti narrativi oppure senti ormai di padroneggiare una tua personale lingua? Ci sembra che, ancor più che in Venti corpi, in questo tuo ultimo romanzo l'attenzione per il ritmo e la plausibilità del plot sia diventata una imprescindibile priorità…
Il plot, o ancora più a monte, la "storia" che sta dietro il plot sono la mia priorità. Mi piace raccontare storie, e parto sempre da lì. Poi il giallo è un genere-contenitore dentro cui puoi mettere temi anche pesanti e gravi, che è quel che cerco di fare io. Lo stile, secondo me, sta diventando più maturo... ma prima di poter dire che ho imparato a scrivere, devo mangiarne di polenta (e berne di Prosecco!). Vorrei arrivare a un livello zero di scrittura, in cui togliendo un solo periodo, il romanzo intero non sta più in piedi (uhm... forse di Prosecco è meglio se ne bevo meno...)
• Domanda inevitabile: progetti per il futuro?
Stare più tempo possibile con Sara e Alessandro, mia moglie e mio figlio nato il 23 febbraio. Ah, dici progetti letterari? Inizio a raccogliere il materiale e a studiare per il terzo romanzo. L'ultimo con Serra? Chissà!

domenica 10 marzo 2013

tra follia e superstizione...

Fa davvero piacere constatare che il tacco della nostra penisola, a più di un quindicennio dalla prima pubblicazione dell'antologia Sporco al sole (Besa) che diede la stura ad uno scoppiettante movimento letterario autoctono e portò a battesimo molti degli scrittori di maggiore successo odierno, non abbia perso una sola oncia della sua poliedrica vivacità.
Eva Clesis è sicuramente - ultima arrivata solo in termini cronologici - tra gli esponenti più validi e rappresentativi di quella ondata composita di narratori che dal meridione sta contribuendo a propalare in tutto il paese un'idea innovativa e al contempo atavica della scrittura: il suo recentissimo Parole sante (pubblicato da Perdisa, meritoria casa editrice bolognese che non più tardi di pochi mesi ha saputo accogliere tra le sue fila anche Giuseppe Merico, altro baluardo di questa eccezionale nouvelle vague terrona) è un libro speziato e appassionante, che unisce ad una visione del sud solida e potente un'indubbia capacità di raccontare storie fuori dagli schemi, arrivando a regalarci un romanzo deliziosamente in bilico tra noir e commedia. Facendo ricorso a una griglia di marcati colori southern, l'autrice barese ci conduce a scoprire gli intrighi e i misfatti della provincia più cupa: siamo a Comasia, un immaginario paesino del Salento in cui vivono Lina Magnano, superstiziosissima vedova ammaliata dalla religione, e suo figlio Santo, affetto dallo stesso morbo che colpì il musicista Beethoven. Madre e figlio sono gli eredi di un'importante e una volta danarosa famiglia del luogo. A loro restano oggi una grande casa, Villa Magnano, e le terre che la circondano: beni considerevoli che ora la donna vorrebbe barattare con la salvezza dell’anima, donandoli alla Chiesa nonostante l’ostilità del figlio. Nessuno è però al corrente che don Felice, fidatissimo parroco che si accompagna a un sagrestano tocco e violento, ha un piano segreto circa i possedimenti dei Magnano. E la faccenda si complica quando alla villa arriva come domestica l'ucraina Viorica, dando luogo a una concatenazione di eventi che trasformerà il tranquillo paesino del sud in un sanguinoso teatro di misfatti.
Con una leggerezza che è pura apparenza, la Clesis allestisce una tragedia coi vestiti della farsa, si mette alle calcagna dei suoi personaggi costringendoci a seguirne i piani passo dopo passo, in una costruzione narrativa che incalza il lettore tra macchinazioni, desideri nascosti e perfidie intrise d'indicibile razzismo. Che bello, ancora una volta un libro robusto in grado di squarciare il velo della provincia più negletta per esibirla in tutta la sua depravazione! Abbiamo scambiato due parole con l'autrice.
In questi anni hai lavorato parecchio sulla tua scrittura. Ricordo i tuoi esordi e mi sembrava stessi cercando una tua voce, operazione che mi pare abbia trovato definitiva messa a fuoco con questo tuo ultimo ed efficace parto. Quanto lavoro c'è dietro Parole sante, e dove hai pescato l'ispirazione per una Puglia finalmente scevra dall'oleografia di matrice turistica che la attanaglia?
Parole sante nasce nel 2010, mi ha preso un anno di lavoro nella prima stesura, più lunga della definitiva di una quarantina di pagine. Proponendolo alle prime case editrici ho raccolto quattro o cinque opinioni secondo cui il romanzo era promettente ma un po’ lungo. Bastava questo a lasciar perdere per loro, certo non per me. Lavorando di fino, ho creato una seconda stesura in pochi mesi e l’ho presentata all’editore attuale. Quindi è stato un romanzo parecchio pensato e lavorato. Per quanto riguarda la Puglia, ho lo sguardo disincantato di chi l’ha vissuta e la vede “venduta male” anche da un punto di vista turistico. La Puglia è la mia casa, ci sono nata e ti so dire i punti di luce e anche dove le piastrelle ballano.
Parliamo della lingua. Hai mescolato sapientemente una struttura classica, con ricorrente uso di metafore e similitudini, a un abbondante utilizzo del dialetto nei dialoghi tra i protagonisti. Il tutto corroborato da un umorismo talvolta un po' crudele, che personalmente ho amato trovandolo molto femminile (ma anche, non dimentichiamolo, molto meridionale). Non hai avuto timore di essere fraintesa o non capita al di là dei confini regionali?
Da barese mi è toccato studiare per mesi il dialetto salentino: dizionari, racconti, studi di dialettologi, ma anche testi musicali e forum, pur essendo appassionata di filologia a un certo punto mi scoppiava la testa. Mentre a Bari il dialetto si “italianizza”, per descrivere il Salento un po’ di sano idioma ci voleva, o non sarei riuscita a caratterizzarlo. Nei dialoghi soprattutto, mantenere la verosimiglianza era fondamentale; ho cercato di mediare, tenendo presente le esigenze dei lettori, e scegliendo un vocabolario che, affiancato ai termini in italiano, poteva essere riconosciuto senza appesantire la lettura.
Come sei arrivata nel catalogo di Perdisa? Hai trovato appoggio sin da subito sull'utilizzo di una lingua meticciata col vernacolo oppure hai dovuto importi?
Sono orgogliosa di aver pubblicato con Perdisa. Ci siamo trovati e questo per me è raro. Come autore sono in difficoltà a proporre un mio testo, quasi mi sentissi in dovere di “venderlo” all’editore e non fossi in grado di farlo. Arrivata alla seconda stesura di Parole sante, ho puntato subito a Perdisa: ha un catalogo interessante, fa un discorso di qualità e investe sull’autore. Non a caso poco prima di me aveva pubblicato Giuseppe Merico, che seguivo già dal suo esordio. Sull’uso del vernacolo non ci sono stati problemi, e in generale con il direttore di collana Antonio Paolacci ci siamo intesi subito, senza reciproche imposizioni.
Il romanzo colpisce per la compattezza. Ogni parola è calibrata e regolata in funzione della vicenda corale che volevi raccontare: quanto esercizio dedichi alla scrittura e come si arriva a mettere da parte ogni pulsione egoica per "raccontare" una storia?
Molto dipende dalla storia. Per me lo stile è tutto, ma non deve pesare sulla trama. Parole sante aveva un intreccio che da un rigo di idea si sviluppava in modo robusto. Non potevo cavarmela con una scrittura disinvolta, dovevo essere verosimile senza dilungarmi. In generale scrivo ogni giorno, tantissimo, poi butto molto. Non so cosa sia la pulsione egoica, mi compiaccio poco, non sono mai contenta. Ho romanzi iniziati e sacrificati o lasciati a metà o rimasti a due terzi. Racconti lunghi che ho scritto sapendo che difficilmente avrebbero trovato luce editoriale. Sacrifico ogni frase bella che mi appare insensata, non riciclo mai nulla, non sono conservativa, voglio la libertà e cerco un senso. Vado a tentoni, mi avvilisco e mi riorganizzo. Questo è l’unico allenamento che conosco, e un po’ diffido da chi mi dice di scrivere col bilancino.
Domanda di rito ma inevitabile: a cosa stai lavorando e cosa prospetta il futuro (ammesso di averne tutti uno: sono tempi assurdi, questi: tocchiamo ferro!) per Eva Clesis?
Adesso ho un romanzo breve, essenziale, sempre d’impostazione noir, da proporre alle case editrici. Poi ho scritto la prima stesura di un romanzo con un detective per protagonista, una storia che mi attira e che s’ispira agli hard-boiled di cui sono fanatica. E infine ho un terzo progetto per un romanzo ambizioso, ma ci vorrà un altro anno almeno per finirlo e aspetto che mi faccia innamorare. Per ora ci guardiamo in cagnesco, l’ho lasciato a raffreddarsi, ma lui si sbraccia nella mia mente e mi prega di tornare. Sarò ciò che scrivo. Futuri editoriali e ipotetiche fortune non le posso prevedere, hanno logiche che non capisco, per cui non ci penso. Vedremo.

lunedì 7 gennaio 2013

il Nero che avanza...

Abruzzese, direttore artistico della rassegna ortonese ESTATE LETTERARIA, Romano De Marco esordisce nel 2009 nella collana Giallo Mondadori con il romanzo Ferro & Fuoco, ripubblicato nel 2012 dalla bolognese Pendragon. Nel 2011 è uscito Milano a mano armata, per Foschi Editore (premio Lomellina in Giallo 2012), con la prefazione di Eraldo Baldini. Scrive articoli per le collane Mondadori da edicola e per le riviste Action e Writer's Magazine Italia, entrambe edite da Delos Books. In questi giorni è arrivato in libreria il suo nuovo - e travolgente - A casa del diavolo: un romanzo che si sviluppa attorno ai misteri d'una remota e sperduta provincia montanara col quale la TimeCRIME, costola «gialla» della rinomata casa editrice Fanucci, inaugura il progetto «Nero Italiano», una collana di pubblicazioni made in Italy rigorosamente "di genere". Lo abbiamo incontrato...
Partiamo da «Nero Italiano». Hai voglia di illustrarci per sommi capi le coordinate del progetto, raccontandoci magari come sei arrivato a farne parte?
Ciao Omar e grazie per l’ospitalità in questo tuo spazio. Il progetto «Nero Italiano» è il naturale proseguimento dell’esperienza TimeCRIME, ovvero una offerta di narrativa di genere thriller-noir di grande qualità, a un prezzo popolare e in una edizione molto curata. Dopo l’exploit di Giuliano Pasini (primo italiano a pubblicare con TimeCRIME, per 14 settimane in classifica col suo Venti corpi nella neve) Sergio Fanucci ha pensato di riservare uno spazio specifico agli autori nostrani, sforzandosi di continuare a contenere il prezzo che, sulla serie “regolare” TimeCRIME, è stato costretto a ritoccare per questioni contingenti. Come sono entrato a far parte del progetto? Semplicemente il mio romanzo è piaciuto a Giovanna De Angelis (editor di Fanucci) e a Sergio Fanucci stesso. Hanno voluto incontrarmi, a Roma, e nel giro di poche settimane mi hanno messo sotto contratto. 
A casa del diavolo è un romanzo a suo modo strepitoso, capace di modulare in chiave assai originale tutt'una serie di cliché per certi versi archetipici (il paese di provincia popolato di montanari scontrosi, la diffidenza nei confronti dello straniero, il Male che alligna nei meandri della società arcaica e impermeabile al cambiamento) e non stupisce vedere in quarta di copertina il nome di Eraldo Baldini: molte delle atmosfere del «Grande Gotico Padano» sembrano essere state da te metabolizzate e poi rimasticate attraverso un'abile prospettiva personale: da quale tradizione letteraria hai attinto e quanta documentazione necessita un tema come quello del Satanismo, attualissimo e allo stesso tempo antico, radicato nella più oscura Storia dell'uomo?
Come giustamente sottolinei, le suggestioni e le atmosfere di A casa del diavolo attingono a piene mani da maestri del “Gotico padano” quali Eraldo Baldini e Pupi Avati, due nomi che, non a caso, ho esplicitamente citato nei ringraziamenti. Ovviamente non mi interessava una banale operazione di copia-incolla, così ho cercato di rielaborare il genere introducendo nuovi elementi (come, ad esempio, la questione della truffa bancaria) e ambientando la storia in una location alternativa e abbastanza inedita (le montagne abruzzesi). Sicuramente è presente l’ispirazione, peraltro dichiarata, a modelli celebri, ma con la dignità di una visione personale e, spero, originale. Il Satanismo, in realtà, è un tema più marginale di quanto non sembri all’interno del romanzo. La mia documentazione si è limitata alla lettura di un testo e a parecchie sedute di ricerca in rete. Non mi interessava fare una storia di Satanismo, e del titolo mi piaceva soprattutto il doppio senso che richiama a una località sperduta e difficilmente raggiungibile.
Il personaggio principale, Terenzi, è un giovane bancario rampante trasferito in un paesello tra le montagne a causa di una relazione clandestina con una collega più anziana: finirà travolto da un a nube di foschi accadimenti e di primitivi rituali che daranno luogo a un twist sanguinolento assai spettacolare. La vicenda è narrata in prima persona e oggettivamente, attraverso i pensieri del protagonista, il lettore viene sin dalle prime righe a conoscenza della sua natura di sincero, inguaribile «stronzetto». Una persona che fa leva sulle insicurezze degli altri per andare avanti nella vita. Ciò nonostante sei stato abilissimo nel compiere quel miracolo in cui eccelleva la monumentale Patricia Highsmith: far empatizzare chi legge con un personaggio antipatico se non odioso. Hai incontrato spesso gente di questa fattispecie nel mondo bancario da cui - se ho ben capito dalla tua biografia - provieni oppure è una semplice (ancorché riuscitissima) finzione narrativa?
Ti ringrazio particolarmente per l’ardito parallelo con la Highsmith, una autrice immensa che venero e che molti sedicenti noiristi dell’ultima ora dovrebbero leggere e rileggere ogni sera, prima di auto fustigarsi per espiare le loro colpe. Terenzi è stato una scommessa, un po’ come lo sbirro Matteo Serra nel mio precedente romanzo Milano a mano armata. Un personaggio negativo nel quale il lettore si immedesima e col quale empatizza, al punto da fare il tifo per lui, nonostante si tratti di un vero e proprio bastardo. Riguardo alla tua domanda… sono entrato nel mondo bancario quasi venti anni fa, dopo aver lavorato in tutt’altro ambito, e ti assicuro che personaggi come il fighetto in carriera Terenzi, il capo del personale Paolantoni, la collega Milf Magda Battiston, sono all’ordine del giorno. Mi piacerebbe, prima o poi, cimentarmi in un romanzo che racconti proprio le dinamiche di questo particolare ambiente lavorativo, ma mi frena la consapevolezza che lo abbiano già fatto altri in maniera talmente sublime dal rendere improbabile l’ipotesi che io possa reggere il confronto. Parlo, soprattutto, di Giuseppe Pontiggia con il suo La morte in banca e di Andrea Carraro col più recente Il sorcio.
Parliamo di stile: personalmente sono ossessionato dalla cifra linguistica al punto di essermi meritato sovente l'appellativo di «scrittore barocco», ma ho guardato con somma ammirazione al lavoro di sottrazione cui hai sottoposto la narrazione di A casa del diavolo. Sin da pagina uno la storia prende quota senza rallentamenti di sorta e il ritmo è sempre serratissimo, al punto che si arriva alla fine quasi senza rendersene conto. Non c'è una parola fuori posto, praticamente. Quanto conta il mestiere, in una prova di questa fattura, e quanto è importante la trama per uno scrittore di genere?
Per uno scrittore di genere in generale (scusa il gioco di parole) non lo so, ma posso assicurarti che per me la trama è tutto. La mia scrittura è assolutamente funzionale alla storia, non ho mai neanche lontanamente pensato di voler inventare un nuovo linguaggio o di poter dire una parola originale sullo stile. A me interessa raccontare le mie storie tenendo il lettore incollato alla pagina. Mi onora il fatto che tu parli di “sottrazione” nella narrazione, in realtà è sempre stato quello il mio obiettivo. Per questo detesto i giallisti scandinavi (ai quali sono stato accusato, una volta, di non somigliare…). Il mio obiettivo è raccontare storie criminali come lo faceva la buonanima di Westlake nella sua incarnazione Richard Stark, ovvero senza fronzoli, senza troppe digressioni senza rinunciare nemmeno per una pagine alla tensione narrativa. Riguardo alla scrittura, per la cronaca, il mio modello di irraggiungibile perfezione è la prosa di Raul Montanari, levigata come una roccia di fiume e preziosa come un diamante purissimo, ma so per certo che non arriverò mai neanche lontanamente a raggiungere quei livelli. E mi sta bene, perché ai modelli bisogna tendere idealmente, non cercare di raggiungerli nella realtà.
A cosa stai lavorando attualmente e soprattutto: come ti sei permesso a chiamare un tuo precedente romanzo con il medesimo titolo della seconda opera di chi ti sta intervistando?
Guarda, a mia discolpa posso dire che Ferro e Fuoco (il mio…) è stato registrato alla SIAE nel 2006, quindi due anni prima dell’uscita del tuo! Comunque, essendo un romanzo che mi ha dato più di una soddisfazione, sto pensando di intitolare il prossimo La legge di Fonzi… Scherzi a parte, attualmente ho tre inediti pronti. Il primo è il seguito di Ferro e Fuoco (sempre il mio…) che probabilmente uscirà in estate con Pendragon di Bologna (con la quale avevo fatto un contratto per entrambi i titoli prima di entrare in Fanucci). Gli altri due sono thriller italiani diversi fra loro ma entrambi pieni di tensione, azione e colpi di scena. Nei prossimi mesi si deciderà se l’avventura con Fanucci avrà un seguito o meno (e dipenderà sicuramente anche da come verrà accolto A casa del diavolo). Io mi auguro proprio di si perché lo trovo un editore molto dinamico e competitivo, che cura con passione i libri che pubblica e rispetta i suoi autori. Una qualità rarissima nel panorama editoriale italiano, anche fra i colossi dell’editoria.

lunedì 4 giugno 2012

dalle donne al western (intervista a Fabrizio Cattani)

Finalista ai Golden Globe con il corto L’abito e assistente di Özpetek in Cuore sacro, Fabrizio Cattani esordisce nel 2005 con Il rabdomante, lungometraggio premiato in numerosi festival europei. Il suo progetto più recente è il fortunato Maternity Blues, tratto dal testo teatrale «From Medea» di Grazia Verasani e presentato alla Mostra d'Arte Cinematografica di Venezia nella sezione Controcampo. Protagoniste sono quattro donne unite da una colpa comune: l‘infanticidio. L’intero film è ambientato nell’ospedale psichiatrico dove le mamme si trovano per aver ucciso la propria prole, confrontandosi con un senso di colpa che le annichilisce. Maneggiando con acume e delicatezza una materia così spinosa, il regista ha messo pressoché unanimemente d’accordo critica e pubblico dimostrando qualità eccelse nel sondare la psiche femminile nonché un grande rigore formale nel rappresentare una storia che fa del dolore la sua essenza più vera. Da qualche tempo Cattani sta lavorando all’allestimento della trasposizione filmica del primo romanzo di chi scrive: Uomini e cani, le cui riprese si svolgeranno nei prossimi mesi nelle campagne tarantine.
• Con il tuo ultimo film hai affrontato un argomento, quello dell'infanticidio, assai ispido e poco frequentato dal nostro cinema. Credo si possa affermare senza tema di smentita che la pellicola sta contribuendo alla formulazione di un nuovo dibattito attorno al problema, ma come mai un amante di Sergio Leone e degli spazi aperti ha avuto l'esigenza - dopo un film solare e di ampio respiro come Il Rabdomante - di immergersi nel cupo dolore di una storia come quella raccontata in Maternity Blues?
Per il semplice fatto che amo «spaziare» anche negli stili, nelle storie e nei generi. Qualcuno lo chiama coraggio. Certo è che un film sull’infanticidio non era stato mai realizzato e questo per me è stato un ulteriore motivo di interesse. Ma ciò che maggiormente mi ha spinto a volerlo realizzare, a parte il bel testo di Grazia Verasani, è stata la constatazione che spesso i talk show televisivi e i giornali si limitano alla spettacolarizzazione e al giudizio gratuito verso chi commette un reato di questo tipo, senza sviscerarne i motivi, le cause, il vissuto di chi ha visto la follia prevalere su tutto, e non solo per colpa propria.
• Sei tornato a lavorare con Andrea Osvart offrendole un ruolo intenso e problematico. Una parte, quella della mamma assassina, in cui l'attrice ungherese ha dato il suo meglio dimostrando, una volta di più, che il suo talento non risiede solo in una bellezza oggettivamente mozzafiato [mentre scriviamo l'attrice ha conseguito per la parte il prestigioso Premio Biraghi a Taormina]. Come ti sei trovato con lei e con tutto il resto del cast, quasi interamente composto da donne?
Di Andrea conoscevo le potenzialità e devo dire che in questo film si è superata, è stata grandiosa. Monica Birladeanu la conoscevo per il film Francesca che mi colpì tantissimo. Ha una forza nel volto, una capacità di «spaccare» lo schermo, che poche attrici hanno, oltreché una naturalezza e una bravura notevoli. Chiara Martegiani l’ho scelta dopo una lunga serie di provini ad una settantina di attrici, era perfetta per il ruolo di Rina ed è talmente brava che sono sicuro sia candidata ad essere una delle nostre migliori attrici italiane del futuro. Marina Pennafina la conoscevo per il teatro. Era perfetta fisicamente per il ruolo di Vincenza e a livello interpretativo ha una capacità di entrare nel personaggio come poche. Per loro è stato molto doloroso intraprendere questo percorso, nessuna di loro è madre; ho chiesto di avvicinarsi a quel dolore che le vere madri infanticide vivono, cercando di andare a ripescare nel loro percorso di vita, il momento più doloroso che avessero vissuto, anche se non avrebbe mai poturo essere così forte. Si sono avvicinate ai personaggi con molta passione e lavorandoci molto, sia con me che con dei coach e guardando interviste delle vere madri assassine. Penso che sia stata una grande sfida, difficilmente potrà ricapitargli di affrontare personaggi così forti.
• Il grande pubblico, soprattutto quello italiano, ha spesso una idea edulcorata del mondo del cinema, finendo per scambiare per realtà la luccicante patina di glamour mostrata dai media. Hai voglia di parlarci invece del reale impegno e della fatica che concerne la realizzazione di un film? So che hai avuto non pochi problemi a portare in sala questo ultimo lavoro...
Inizialmente ho combattuto contro lo scetticismo di molte Produzioni nei confronti di un tema considerato tabù nella nostra società e più protese verso un «cinema da botteghino». La maggior parte di loro pensa solo a fare cassa a discapito di un cinema più autoriale. Ma il dramma vero non è tanto la Produzione quanto la Distribuzione. I poveri esercenti sono in balia di agenti territoriali che impongono loro i film che vogliono, non a caso quelli commerciali, possibilmente americani o comunque blockbusters. I film indipendenti non hanno spazio, non hanno possibilità. Spero possa cambiare questo sistema che ormai ha reso il cinema italiano ai livelli della cinematografia del Burundi. Maternity Blues l’ho realizzato con la formula The Coproducers: tutti coloro che vi hanno lavorato, attori, tecnici e finanziatori, hanno acquisito una quota di sfruttamento economico, non denaro, questo ci ha permesso di abbattere di tre quarti il budget del film.
• Veniamo a noi: vorrei che spiegassi ai nostri lettori - sperando di non incappare in qualche forma di autocelebrazione - cosa ti ha attratto del mio romanzo Uomini e cani e quale aspetto intendi privilegiare nella resa sullo schermo. A tal proposito mi piacerebbe anche ci rivelassi che impressione ti ha fatto la Puglia nel tuo primo sopralluogo tecnico, compiuto tempo fa assieme a Elisabetta Olmi della Ipotesi Cinema?
Mi sono subito innamorato del libro, trovandolo molto vicino a ciò che avrei voluto da sempre realizzare cinematograficamente, una sorta di western moderno, con lo stile del grande Leone. Sorridevo mentre lo leggevo e non solo perché il libro ti ruba anche i sorrisi ma perché non potevo credere di aver trovato una storia che rispecchiava ciò che desideravo fare nella regia. Ed è pieno di emozioni e passioni, di amore per la propria terra, per una donna, per la difesa dei propri diritti, per la denuncia nei confronti di chi preferisce tutelare gli interessi che la storia di un paese e dei suoi abitanti. Conoscevo già la Puglia, è una delle regioni che amo di più. Conoscevo poco la zona di Manduria e sono rimasto affascinato dal territorio brullo e al contempo magico, penso alla zona della Salina o alle dune, con quel quel mare meraviglioso che vorrei omaggiare attraverso il film, assieme ai meravigliosi volti contadini, pieni di rughe, che soltanto chi sta a contatto con una terra come la vostra, baciata da un sole incredibile, possiede.
• Sempre in quella prima visita hai avuto modo di provare la nostra cucina e il nostro vino. Vieni da una terra, la Toscana, con una grande tradizione vitivinicola: cosa te ne è sembrato del nostro Primitivo di Manduria?
Bella gara. È vero, sono toscano, con una grande tradizione dietro, e sono pure un grande amante del vino buono. Quello pugliese è sicuramente tra i miei preferiti. Tra i rossi lo è in assoluto. Questo è il vero motivo della mia scelta di fare Uomini e cani. A parte gli scherzi, il libro è fantastico!
[intervista a cura di Omar Di Monopoli per la rivista di eno-gastronomia pugliese Alceo Salentino - (foto dal carpet veneziano reperita in rete)]