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giovedì 22 ottobre 2015

il mitico Giallo Mondadori (5°)

dopo un po’ si ritorna sempre al paesello natio…
Presento velocemente le ultime letture del mitico G. M. (dimezzate le uscite, purtroppo) iniziando da Charlie Chan e il pappagallo cinese di Earl Derr Biggers dove ritrovo uno dei personaggi più riusciti nell’ambito del romanzo poliziesco (ne ho parlato qui) Tutto parte da una collana. Una maledetta collana di perle, le famose perle di Phillimore di Sally Jordan acquistate dal “grosso pescecane di Wall Street” P. J. Madden (segretario che suscita sospetto) con l’intermediazione dell’amico gioielliere Alexander Eden. Solo che il compratore le vuole prima ricevere a New York e poi, cambiando improvvisamente idea, al suo ranch nel deserto. Qualcosa non quadra…
Il nostro Charlie Chan, detective della polizia di Honolulu, che deve consegnare la collana per la sua amicizia con Sally, arriva a pagina ventitré in veste di “un ometto grassoccio vestito alla foggia occidentale e con un’aria abbastanza insignificante”, guance pienotte, pelle d’avorio, “occhi limpidi e penetranti, con le pupille simili a neri tizzoni sotto la luce gialla del lampadario”. Data la situazione poco chiara l’idea è questa: Bob Eden, il figlio di Alexander, si presenterà direttamente al ranch mentre il nostro detective… lo ritroveremo come cuoco proprio lì con il nome di Ah Kim!
Non la faccio lunga: un pappagallo che urla all’assassinio, un morto ammazzato che ci deve essere e non c’è, lo stesso pappagallo avvelenato, un altro uomo ucciso durante un viaggio in macchina, l’arrivo di un naturalista interessato alla fauna del luogo e della polizia nelle vesti del capitano Bliss, piedi piatti e occhi bovini, che non ne indovina una.
E insomma un bel plot di eventi, di colpi di scena e personaggi (c’è pure un giornalista e una “cerca Sfondi” per il cinema) descritti con brio e leggerezza. Al centro (anche se talora defilato) il nostro Charlie Chan con la sua affabilità, la sua ironia e la sua saggezza orientale.
Intrigo in costa azzurra di Rhys Bowen. Una missione delicatissima da parte di Sua maestà per Lady Georgiana Rannoch, trentaquattresima in linea di successione al trono d’Inghilterra. Praticamente recuperare un prezioso reperto della suddetta regina, “una tabacchiera di grande valore” sgraffignata, si pensa, da sir Toby Groper “uno degli uomini più facoltosi del paese”, ossessionato collezionista.
Ambiente la riviera di Nizza, tempo gennaio ma si sa che lì questa stagione è come se non ci fosse. In qualche modo la nostra riesce ad incontrare Toby che cerca invano di sfruttare l’occasione, in quel senso. Dopodiché si ritroverà nella sua piscina “steso a faccia in giù, riverso sul primo gradino e semisommerso dall’acqua” colpito alla testa.
Georgiana dovrà dimostrare la sua innocenza (tra l’altro c’è una dichiarazione compromettente di un testimone) al baffuto ispettore Lafitte e scovare il colpevole tra una sfilata di moda per Coco Chanel e le attenzioni premurose di un bel francese. Alla fine una frase, qualcosa che aveva udito alla villa di sir Toby a proposito di… e il gioco è fatto. Un classico con una sosia inquietante in giro e il passato che ritorna funesto (mai che ritorni, al limite, solo incazzato).
Perry Mason e la rossa ambiziosa di Erle Stanley Gardner. Una rossa, Evelyn Bagby, “avvenente cameriera in cerca di un’occasione nel mondo del cinema”, in giudizio accusata di un furto ai danni di un’attrice hollywoodiana. Difensore d’ufficio il giovane Frank Neely. Da solo forse non ce la farà a tirarla fuori dai guai, ma con l’aiuto inaspettato di Perry Mason il problema sembra più risolvibile (intanto una bella lezione su come condurre l’interrogazione di un teste accusatore).
E infatti la nostra pimpante rossa viene scagionata con la possibilità di ottenere un congruo risarcimento. Ma c’è qualcuno in auto con la testa infilata in un sacco (si scoprirà poi che trattasi di una federa di guanciale) e due buchi per gli occhi che la sta seguendo. Evelyn, impaurita, spara due volte alla cieca. Solo che il guidatore si ritrova con un buco nella tempia. Come spiegare l’accaduto?
Inevitabile processo e scontro tra Hamilton Burger, grosso procuratore distrettuale, e Perry Mason tra ghigni, guaiti, dichiarazioni, repliche, obiezioni accettate e respinte, proteste, scatti, risatine, latrati, gracchiamenti, esultanze con il giudice Kippen “sconcertato e perplesso”. Una lezione da manuale sul sistema giuridico americano.
La collera di Napoli di Diego Lama. Napoli 1884, al tempo del colera. Si parte da una donna segata in due il cui artefice è un ragazzo di sedici anni e si continua con la vicenda dei fatidici delitti delle Sirene, ovvero giovani fanciulle mutilate e abbandonate sulla spiaggia delle Trecorone (miezzèca!). Dalla mano di una di esse una medaglietta con incisa una rosa. Indaga il commissario Veneruso, brusco, di poche parole, caffè e sigaro al bisogno, con i suoi collaboratori: Salvo Serra (fissato con le donne), l’ispettore Antonio Polverino (fissato con i figli che gli muoiono uno dopo l’altro), l’agente Domenico Ruocco “cafone, sporco e privo d’educazione”.
Preso di mira il convento di Santa Maria Vergine di Porta Capuana diretto da suor Giuseppina dove vivono ben settecento ragazze lasciate nella famosa ruota degli esposti. Qui c’è qualcosa che non quadra, una suora bellissima, troppo bella, due preti e altre suore che forse nascondono un terribile segreto. Come contorno la città di Napoli invasa dal colera, i fuochi per bruciare le cose degli ammalati, l’ospedale della Conocchia, le sofferenze della popolazione in una società fatta solo per i signori che se la cavano sempre anche quando commettono un delitto.
La morte di una giovane donna sfracellata sulla strada (si è buttata o l’hanno buttata?) offre lo spunto al nostro commissario per risolvere il mistero delle Sirene. “Finalmente aveva capito tutto. Quasi tutto.” Perché al termine della storia non può mancare il colpo a sorpresa come nella migliore tradizione. Un classico.
Incubo di Anne Blaisdell. Pat Carroll, americana, già ce l’aveva con gli inglesi per le loro “strane” abitudini (ad esempio “guidare sul lato sbagliato della strada”), quando si trova con la sua Jaguar (questa, però, l’avevano fatta bene) sulla loro terra davanti ad un vero e proprio diluvio con “la spiacevole sensazione di avere deviato inavvertitamente dalla strada principale”. Deve andare a far visita alla madre di Stephen, suo fidanzato morto in un volo sperimentale. Una visita che si trasformerà in un vero incubo. Lungo il viaggio soccorre l’automobilista scrittore in panne Alan Grentower e tra loro nasce subito una bella intesa che sfocia in un appuntamento a Newcastle dopo la famosa visita.
Al dunque la scampata suocera, signora Trefoile piccola e grassa come la regina Vittoria, capelli grigi raccolti sulla nuca e “ gli occhi di un azzurro slavato” che vive in una casa buia per le tende pesanti, piena di “mostruosità dell’epoca vittoriana” e “di odore di muffa” (brrr!). Prima di tutto in chiesa per offrire una preghiera alla memoria di Stephen. Ci vuole “pazienza e comprensione” pensa la nostra Pat. Quando però arrivano altri segnali di pazza bigotteria incomincia il dramma…
L’obiettivo della scrittrice non è quello di proporre una trama complessa difficile da sciogliere, insomma il classico giallo ad enigma, (dopo un po’ siamo in grado di immaginarci lo svolgimento) ma di creare un’atmosfera, una suspense, una ossessione con venature gotiche e di legare il lettore ai tentativi della giovane Pat Carroll di uscire fuori dalla situazione incredibile in cui è stata coinvolta. E ci riesce piuttosto bene.
Alla prossima con il solito “se”… (ma spero ancora una volta di farcela). [articolo by Fabio Lotti]
pics by Mort Kunstler

lunedì 12 ottobre 2015

una luce in fondo al tunnel

con dubbio incorporato…
Gli scrittori di romanzi polizieschi intesi in senso lato sono ottimisti o pessimisti nei riguardi dell’animo umano? Stando ai loro parti mostruosi di morti ammazzati da tutte le parti verrebbe da considerarli più pessimisti dei filosofi più pessimisti. In molti casi il nero dell’uomo persiste fino all’ultima pagina. In altri, invece, proprio al termine dei loro massacri, ecco spuntare una luce nel buio. Una luce in fondo al tunnel.
Naturalmente non è una novità ed il sottoscritto riporta solo qualche esempio tratto da recenti letture. Partiamo da Perfidia di James Ellroy, un librone mastodontico che mette angoscia solo a guardarlo. Spunti veloci. Los Angeles. Sta arrivando la seconda guerra mondiale. Quattro rapine in un mese ed uno stupratore in giro. Alla loro caccia Hideo Ashida, giapponese di seconda generazione, laureato in biologia e chimica, poliziotto insieme a Pinker, Blanchard, Meeks ed altri personaggi più o meno citati in precedenti libri dell’autore. Poi ecco quattro giapponesi sventrati della famiglia Watanabe, quattro spade sporche di sangue. Suicidio o omicidio? Non la faccio lunga. Tradimenti, documenti falsi, accordi illegali, barbarie, si uccide, ci si ammazza di botte, si frutta l’altro amico o nemico, impasticcamenti, droghe, sesso dappertutto, il marcio dell’uomo che dilaga come una puzzolente chiazza di petrolio nell’America in guerra. Mitragliate di parole a getto continuo, a volte anche nelle parti basse.
Ma l’amore, il sentimento d’amore, quello vero, quello del cuore? Si può trovare in questo orrido miscuglio di merda? Si può trovare. In fondo. Proprio in fondo all’ultima pagina. William Parker, uno dei tanti poliziotti fradici (alcolizzato), entra in casa di Katherine Ann Lake (infiltrata). Un colpo di vento attizzò la fiamma del camino e illuminò di rosso i suoi capelli. Parker sentì l’odore della prateria e disse :- Katherine, amore. Come a dire che c’è sempre speranza. Speriamo.
Si continua con Scarafaggi di Jo Nesbø. Bangkok, gennaio 1998. Dim, prostituta sventurata come tante altre. Appuntamento con un cliente. Solo che lo trova “sdraiato sul letto a pancia in giù” con un coltello che spunta dalla giacca. Un pezzo grosso, Atle Mones, diplomatico norvegese, cosa assai spiacevole per l’attuale governo. Occorre qualcuno che vada laggiù e risolva il caso “in silenzio”, ovvero Harry Hole sbevazzone spilungone dai capelli chiari tagliati corti. Accetta solo se gli danno mano libera sul caso dello stupro della sorella down non risolto. Tra una indagine e l’altra, non priva di movimento, di suspense e pericolo per il nostro Harry, ecco spiattellata una società dove emergono: la prostituzione di ogni genere compresa quella infantile, i gay, i travestiti, le scommesse, la boxe thailandese (colpi con ogni arto), i fumatori d’oppio, i combattimenti di galli a porte chiuse. Relazioni sessuali a go-go e situazioni inconcepibili rese del tutto normali, polizia marcia o che chiude un occhio. Scontri e scontri, botte da orbi e pistolettate. Finale in crescendo (Harry si incazza di brutto) e una specie di sogno provocato dall’oppio. Una ragazza, quella di cui si era innamorato in piedi, sulla veranda. Un tuffo nell’acqua. Poi si fece silenzio e l’acqua verde rifletté nuovamente il cielo, come se lei non fosse mai esistita. Lui aspirò un’ultima volta prima di sdraiarsi sulla stuoia di bambù e chiudere gli occhi. Poi sentì il battere smussato delle bracciate. Ah, l’amore…
L’incanto delle sirene di Gianni Biondillo. Milano, settembre e caldo boia. L’ispettore Ferraro in piscina per togliersi qualche chilo di troppo (la figlia Giulia lo tratta come una palla di lardo), lui che, giovanotto secco secco, era chiamato Chiodo dagli amici del quartiere. Vorrebbe defilarsi un po’ da tutto ma questa volta deve vedersela con l’omicidio di una modella, una di quelle “sirene” o “divinità iperuranie” che volteggiano sinuose nella sfilata di moda del noto Varaldi. In effetti il colpo di fucile (un M24 SWS con mirino ottico) doveva toccare proprio a lui ma si è chinato al momento giusto a raccogliere delle orchidee. Da qui l’indagine che Ferraro conduce soprattutto per l’insistenza di una vecchia amica nel mondo della moda, Luisa Donnaciva, con la quale si ritrova abbracciato nella doccia come dieci anni prima (corsi e ricorsi storici). Una pista potrebbe essere quella di uno sgarro che il suddetto Varaldi avrebbe fatto a chi gli forniva la droga.
Accanto all’indagine la storia di Aisha, nove anni, riccioli ribelli e due occhioni azzurri (Occhiblù) e il fratello Mu’ammar costretti a lasciare il proprio paese bombardato per l’Italia dove vive un altro fratello. La bambina si ritroverà sola lungo il viaggio, avrà l’aiuto del clochard Baffo (Oreste) che vuole ritornare a casa perché sente giungere la sua fine e anche quello della prostituta Marta che accoglie i suddetti al momento del bisogno (da fiaba).
Al termine di un quadro desolante della nostra società (non sto a raccontarvi tutto) arriva Ferraro che nulla lo turba, nulla lo infastidisce. Lui non crede alla storia della livella. Siamo tutti diversi, anche nella morte. Ma qualcosa all’improvviso si rompe nel suo petto proprio davanti ad una bara. Ferraro si accorse che stava singhiozzando, sempre più forte. Senza freni.
Senza ragione apparente di Grazia Verasani. Siamo a Bologna con l’investigatrice Giorgia Cantini. Caso da seguire un suicidio di uno studente senza ragione apparente come da titolo. Ma la madre vuole vederci chiaro. Allora via attraverso il mondo degli adolescenti, il loro rapporto con il sesso, le trasgressioni, le inquietudini, incertezze e paure. Le indagini per scoprire la verità sono un pretesto per un altro tipo di indagine sugli altri e su noi stessi, sulla nostra umanità. Finale con rete ingarbugliata di sentimenti, tristezza grigia e piovosa come il tempo con qualche sprazzo di luce.
Alla fine del libro Mattia, il figlio sedicenne del capo della Omicidi Luca Bruni, compagno attuale dell’investigatrice Giorgia Cantini, corona il suo sogno d’amore con Celeste. In prima persona dalla suddetta Oh, cazzo dico ad alta voce, e mi sfrego gli occhi ridendo. Oh, cazzo. Poi mi metto a piangere.
Qualcosa che si smuove dentro di noi, un raggio di speranza, una luce in fondo al tunnel, dicevo. Magari con pianto liberatorio.
P.S. Piccolo dubbio. Speranza vera dello scrittore o trucchetto per “sciogliere” il lettore dopo l’esposizione di tanto male e tenerselo caro per il futuro? D’accordo, sono cattivo. [Fabio Lotti]

martedì 29 settembre 2015

la violenza sulle donne e sui bambini...

...nel moderno romanzo poliziesco
titolo lottianamente iperbolico. Trattasi solo di un veloce excursus (limitatissimo) delle mie letture su un tema che non ha mai fine. Parto da La città delle ossa di M.Connolly già recensito proprio su questo blog (qui). Inutile riproporla. Basta ricordare la figura della madre picchiata dal marito che evoca sofferenza e commozione inaudita. In Scasso con stupro di James Ellroy c’è Stephanie violentata e uccisa nel suo appartamento (caso irrisolto). Il racconto, pubblicato come libro a caratteri cubitali, suscitò una marea di commenti negativi tra cui qualcuno addirittura entusiasmante soprattutto sullo stile del Nostro.
La signora in verde di Arnaldur Indridason. La storia più forte, più commovente, più straordinariamente vera del libro è quella della moglie picchiata da Grimur, il marito. Che fino alla fine non ha un nome come a voler incarnare l’emblema di tutte le mogli tartassate dal proprio compagno di vita. Si sa che “era bassa e piuttosto rotonda, aveva il volto spigoloso, i denti un tantino larghi, le mani piccole fatte per lavorare, che sembravano sempre in movimento”. Non ha conosciuto i genitori ed è stata data in affidamento ad una famiglia dopo l’altra. Ha avuto una bambina da un marinaio morto in mare, Mikkelina, che sembra ritardata dopo avere contratto la meningite. Con il marito ha due figli, Simon e Tomas. Le violenze arrivano sempre all’improvviso seguite da insulti vergognosi. Dapprima la moglie è disorientata, pensa che sia colpa sua, non si dà pace. Poi capisce che lui è fatto così. Accetta le botte come un suo destino. Senza un grido, senza una parola per non spaventare i bambini. E ricomincia ogni volta da capo. Con una forza interiore che colpisce e meraviglia. Tenta di fuggire ma viene ripresa e desiste. Abbassa la testa e vive per i suoi figli. Quando arriva la guerra e il soldato David Welch tutto sembra cambiare. Suo marito viene arrestato per furto e nasce tra loro due una bella storia. Una storia semplice e pulita. L’americano si offre di aiutare la famiglia e anche Mikkelina che fa progressi. Poi all’improvviso sparisce come se avesse già compiuto una specie di nemesi. Solo in fondo, ripeto, si conosce il nome della povera moglie. Si chiama Margret. Sono sicuro che non lo dimenticherete.
Il bambino nel bosco di Karin Fossum. Il bambino ritrovato è Jonas August Løwe con segni di violenza sessuale. Una linea di sofferenza e di dolore serpeggia per tutto il romanzo e coinvolge soprattutto le donne. Direi quasi esclusivamente, come se solo loro fossero le depositarie di questo sentimento. Delicato e sensibile (siamo in Norvegia).
Crime di Irvine Welsh. Diciamolo subito. L’ispettore di polizia Ray Lennox di Edimburgo è un ex bambino abusato e ossessionato da un caso di pedofilia avvenuto qualche tempo prima contro la bambina Britney Hamil che gli squassa il cervello. Si ritrova anche a difendere e a salvare un’altra bambina, Tianna, dalla violenza di un pedofilo poliziotto. Il viaggio con Tianna (si invaghisce di lui) lo mette in imbarazzo e lo pone di fronte a problemi esistenziali che lo riportano di continuo al caso della piccola Hamil, all’odio viscerale verso i pedofili ed al ricordo del proprio momento sciagurato insieme al compagno Les. Movimento, spazio, cielo, natura, animali, uomini che fanno paura e uomini che pescano tranquilli, flashback sulla sua storia ad Edimburgo, l’ amore, il sesso, minimi particolari di realtà e di pensiero che si affastellano l’uno sull’altro e concorrono alla ossessione generale (vedi, per esempio il continuo ritornello delle partite degli Hearts) come un grido lacerante nell’aria. Rabbia rabbia e rabbia trasmessa anche a Tianna. Fino all’abbraccio e al pianto liberatorio in questo mondo di merda.
A volte gli stessi ragazzini maltrattati e seviziati diventano da grandi killer e violentatori loro stessi. Cito, per esempio, Repetita di Marilù Oliva (siamo a Bologna) e La stanza del male di Jerker Eriksson e Hakan Axlander Sundquist (qui in Svezia). Ultimamente sulla questione in Scarafaggi di Jo Nesbø pag.314-15. Dialogo tra Harry Hole e Løken. Parla quest’ultimo “ Non so quanti anni avevo la prima volta che il mio patrigno mi ha violentato, non più di cinque immagino. A tredici gli ho conficcato un’ascia nella coscia…E’ sopravvissuto ma è finito su una sedia a rotelle”…”Ti sembrerà un paradosso enorme,- proseguì.- Ma i bambini vittima di abusi sessuali sono quelli che poi statisticamente hanno più probabilità a diventare a loro volta degli stupratori. No?”. Løken non è diventato pedofilo ma si è fissato sulla pornografia infantile.
La strada dei delitti di Massimo Lugli, Newton Compton 2014. Romania. Paglia, Svelto, Topo, Schizzo, Sveglio. Ecco la storia di Sveglio (poi Gigi quando viene portato in Italia), 13 anni, costretto come gli altri a “rubare, frugare nei bidoni, rapinare i ragazzi più deboli o spezzarsi la schiena scaricando cassette di frutta nel gelo dell’alba”. Madre con tre fratelli, il nuovo uomo “sempre sbronzo marcio”, insulti continui e “troia” se va bene. Altri randagi di strada con i soprannomi ad indicarci le loro caratteristiche: Bastone, Torsolo, Tronco, Felicia, Petalo, Macarena e la sua terribile banda di Farfalle. Venduto dalla famiglia a bande criminali, vita d’inferno, stupri, botte, tentativo di fuga fallito. Poi in Italia, dicevo, con il nome di Gigi. Basta e avanza (completo qui).
Io ti perdono di Elisabetta Bucciarelli. Ricordo che mi avvicinai con una certa diffidenza al libro. Copertina a prima vista un po’ ruffiana, frasettine brevi e sottili l’una dietro l’altra (dopo un po’ mi rendono nervoso). Bambina che sta per correre un grosso pericolo da sola nel bosco. La solita storia di violenza, magari pure strappalacrime e la solita detective sfigata, mi dissi. Eppure continuai la lettura in una delle abituali librerie di Siena per un bel pezzo guadagnandomi il sorriso compiaciuto della commessa.
Al centro di tutto l’ispettore milanese Maria Dolores Vergani chiamata da un sacerdote di un paesino della Val D’Aosta. Bambini che spariscono, violentati e rilasciati, violentatore che confessa i suoi peccati a Don Paolo. Resti di ossa di una giovane donna trovati in un’area industriale di Milano a complicare una vita già complicata. Capitoletti brevi, scrittura veloce, martellante, spesso monotona e triste come le litanie che da ragazzo sentivo in chiesa. Qualche istintiva citazione (l’affannoso petto), ed un caso particolare ad inserire una nota grottesca. Quadretti di vita paesana che rimandano a certe antiche pitture ad olio. Colpo di scena finale. Un libro attento. Misurato e sofferto. Lo consiglio.
Strane cose, domani di Raul Montanari. A Milano raccontato in prima persona da un assassino che trova un diario su una panchina. L’assassino “per caso” è lo psicologo dott. Danio Ascari. Ricordi ed incubi in relazione al “Ragno”, l’infermiere pedofilo della sua infanzia, violenze in una colonia scolastica, punizioni corporali, cibo schifoso. Pulizia di scrittura, rispetto per la parola, un’ombra di malinconia che scivola lungo tutta la vicenda, sprazzi di critica al mondo in disfacimento (citati pure gli scacchi).
Altri tre libri da tenere in considerazione: Bloody Mary di Marco Vichi e Leonardo Gori dove una ragazza nigeriana è violentata e venduta dallo zio, rapita e portata in Italia per alimentare il mercato della prostituzione; Ad occhi chiusi di Gianrico Carofiglio con suor Claudia bambina violentata a nove anni dal padre; e, soprattutto, La colpa di Lorenza Ghinelli, già recensita qui. Oggi la tematica è preda di una particolare attenzione, quasi di un affannoso e morboso interesse. Non vorrei, come succede spesso quando qualcosa attira il mercato, che tutto quanto diventi un cliché, una vuota ripetizione. Una moda, insomma. I bambini non lo permettono. Non lo possono permettere.
(Fabio Lotti)

venerdì 18 settembre 2015

la città delle ossa. ovvero la bellezza del non detto

scarno riassunto: su una collina vengono trovati resti di ossa di un ragazzo dai dieci ai tredici anni che presentano numerose fratture e traumi causati probabilmente da maltrattamenti. È presente addirittura una trapanazione al cranio. La morte probabile conseguenza di un colpo inferto con un oggetto contundente come una mazza da baseball. Viene trovato anche uno zaino pieno di vestiti. Il decesso risale a circa venti o venticinque anni. Il caso è affidato a Harry Bosch. È sospettato Nicholas Trent che ha molestato un ragazzo di nove anni nel 1966. La sua fine “Trovò Trent nella doccia del bagno adiacente alla sua camera da letto: Aveva legate due corde da bucato al tubo della doccia in modo da formare un nodo scorsoio, poi, infilando il collo nel nodo, si era lasciato cadere con tutto il suo peso morendo asfissiato”. Ha lasciato del denaro a diversi enti di beneficenza che si occupano di bambini in difficoltà. Si scopre l’identità del ragazzo morto. Incontro con la sorella e la madre. Storia pietosa di soprusi e sofferenze (madre picchiata dal marito, poi fuggita di casa). Il vicecapo Irving desidera risolvere il caso alla svelta. L’omicida per lui è Trent che si è tolto la vita quando è stato scoperto. Bosch non ci crede e l’indagine continua…
Ma chi è Harry Bosch? Orfano di padre a undici anni, seguito con amore dalla madre, segue il basket professionista e ha la passione per il jazz. Vecchia relazione con Teresa Corazon, medico legale della contea con la quale ha difficili rapporti. Dirige tutti come un generale, forte e sbrigativo “Bosch allungò una mano e lo afferrò per la pettorina del grembiule, trascinandolo di forza fuori dal camioncino. L’uomo atterrò in piedi, ma dovette muovere qualche passo per evitare di cadere”. Ogni tanto ripensa al passato e riflette “Si chinò e si gettò dell’acqua fredda sul viso e sugli occhi. Chissà perché, gli venne in mente il battesimo. Pensò che la vita offriva a volte delle nuove possibilità, una sorta di rinnovamento”. Conosce i lati oscuri del mestiere “Si sguazzava in una fogna giorno dopo giorno con la sensazione che al mondo non ci fosse altro. Ecco perché non sarebbe più tornato al lavoro di pattuglia”. Ha una nuova relazione con una agente, la recluta Julia Brasher ma anche qui non smette di almanaccare “Più tardi, mentre lei era sdraiata a faccia in giù sul suo letto, seguendo con un dito il contorno del sole fiammeggiante tatuato nella parte bassa della schiena Bosch pensò che la sentiva vicina ed estranea al tempo stesso. Non sapeva niente di lei. Al pari del suo tatuaggio, c’era in lei qualcosa di sorprendente, da qualsiasi prospettiva la si guardasse”. È stato nell’esercito, ha partecipato alla guerra in Vietnam. Anche lui aveva dei tatuaggi ma glieli hanno fatto togliere tra cui una scritta “Tieni duro” che aveva visto stampata sulle dita dei pescatori di San Pedro. Ha anche un paio di cicatrici sopra il fianco sinistro e su una spalla dovute ad una coltellata e ad un proiettile. Con lei cerca di entrare in un contatto più profondo. Si confida “C’è una donna che mi ha spezzato il cuore per ben due volte. E vuoi sapere una cosa? Ho tenuto la sua foto su uno scaffale del soggiorno per un sacco di tempo. A Capodanno ho deciso che poteva bastare e così l’ho tolta”. Per quanto riguarda la fede, su insistenza del dottor William Golliher “Io ce l’ho la fede, e ho anche una missione. Credo fermamente che niente capiti per caso. Che quelle ossa siano sbucate dal terreno per una ragione precisa. Forse erano un messaggio per me, una richiesta di intervento. È questo che mi dà forza e mi permette di andare avanti. Ed è ugualmente invisibile ai raggi X”. E riesce con la sua caparbietà, con la sua forza interiore, con la sua onestà, anche andando contro alla stessa polizia, a risolvere il caso. Il tutto espresso in una prosa secca, asciutta. Terribile. Sia del detto che del non detto.
Bosch: la serie tv prodotta da Amazon Studios
Esemplare in tal senso l’incontro, insieme al collega Edgar, con la madre picchiata dal marito e scappata di casa. Subito in rilievo la casa “Era indubbiamente la residenza più lussuosa, costruita in un punto da cui si vedevano tutte le altre ville e il campo da golf”. Primo giudizio di Bosch “La gente può cambiare indirizzo ma resta quella che è” e prima osservazione: signora con i capelli biondi e gli occhi tirati, occhi di azzurro chiaro (un po’ glaciali) che fissano i due uomini. Alla presentazione non stringe la mano, la tiene solo per un attimo. Dimostra dieci anni di meno dei suoi cinquantasei per via della chirurgia plastica. Subito pungente sulla mancata discrezione della polizia di Los Angeles. Vuole vedere l’ordine del tribunale. Si sente schiaffeggiata dalle parole di Edgar, la voce si fa sempre più tesa, vuole che se ne vadano, si alza. “Suo figlio è morto, signora” sbottò Edgar. “Il figlio che si è lasciato alle spalle trent’anni fa”. Una mazzata. Si abbandona sul divano come se le gambe non abbiano più forza. Ecco i ricordi che si abbattono su di lei. Silenzio. Si chiude la bocca con la mano, si colpisce le labbra, scuote la testa, cerca una spiegazione. Scappata perché era troppo giovane, troppa responsabilità. Scuote di nuovo la testa. Racconta, si difende, contrattacca, si alza di nuovo, ritorna convinta dalla minaccia del Bosch. Racconta di nuovo di suo marito, delle percosse subite. Una volta era passata davanti alla sua vecchia casa ma non si era fermata. All’improvviso una domanda sulla figlia e poi, forse, la voglia di continuare “Siete venuti qui per rivolgermi queste poche domande?”. Ma tutto è finito. “Si avviarono alla porta, e lei li seguì a breve distanza. Fuori, sotto il portico, Bosch si voltò a guardarla. Per un attimo i loro sguardi si incontrarono. Tentò di trovare qualcosa da dire, ma non gli venne a mente niente. Christine Waters chiuse la porta”. Silenzio. Ma la storia, questa storia non è finita. Bosch e la madre di Arthur si ritrovano alla fine del romanzo vicino alla tomba del povero ragazzo. Un saluto. Poche parole. Una scatola piena di buste con foto di bambini che devono essere aiutati. Bosch la porge alla donna. “Si prenda cura di questi bambini”. “Da dove vengono?”. “Non ha importanza. Bisogna che qualcuno si prenda cura di loro”. Poi di nuovo silenzio. La signora prende la scatola, sale sulla macchina e ancora una volta gli sguardi si incrociano. Ora è lei che vorrebbe parlare “Parve sul punto di dire qualcosa, poi ci ripensò. Si sedette e sparì. Bosch richiuse il bagagliaio e la guardò allontanarsi”. Silenzio.
Il dramma è finito, incollato dentro di loro. Uno dei momenti più belli della letteratura. Non solo poliziesca. (Fabio Lotti)

La città delle ossa
Michael Connelly, Piemme 2006.

mercoledì 2 settembre 2015

arrivano i nostri!

un breve viaggio tra i racconti. Ultimamente ho ripreso in mano quelli di Maupassant che sono fra i migliori in assoluto. Ma questa è un’altra storia. Mi riferisco, invece, ai racconti dove il morto ammazzato è di casa e di bottega. Cito tre libri di autori italiani che fino a qualche tempo fa venivano snobbati rispetto a certi mandrilloni stranieri: Delitti in giallo, Delitti in vacanza e Delitti di ferragosto (per quelli invernali aspettiamo Natale).
Ritrovo in gran parte autori e personaggi già conosciuti. Vedi, per esempio, Sebastiano “Bas” Salieri di Stefano Di Marino alle prese con omicidi truculenti in una regione cosparsa di superstizione e streghe. (Apro una parente alla maniera di Totò. Chi desidera leggere scene angoscianti ecco dieci racconti di Joe. R. Lansdale in Altamente esplosivo, Fanucci 2010, dove impera il grottesco e l’assurdo, l’horror con l’atmosfera di attesa e terrore, i fantasmi, i lupi e i vampiri che ti saltano addosso). Ribecco pure monsignor Attilio Verzi di Andrea Franco, dotato di un odorato miracoloso, alla caccia di un giovane miliziano (siamo nel 1846) sparito nel nulla e che incarna un problema di grande attualità. E il vespista Enrico Radeski di Paolo Roversi che è come ritrovare un amico. Al tempo della vespa e della lambretta, tra l’altro, ero decisamente dalla parte della prima. E vedere questo free-lance sfrecciare sopra la mitica mi ha fatto ritornare quasi ragazzo. Qui, sempre a Milano, è alle prese con un “barbone stecchito alla mensa dei poveri”. Dita e lingua bluastre. Tipico avvelenamento da arsenico. Che poi tanto barbone non sembra, essendo curato, troppo curato. In tandem con il vicequestore Sebastiani, integerrimo puttaniere. Di mezzo ragazza bionda da capogiro. Bucatini, tonnarelli, abbacchio, focaccia, caffè e Montenegro con ghiaccio prima di risolvere il mistero. Peccato che il barbone che non è barbone sia ormai un personaggio da trama logora e consunta. Ma Radeski resta sempre simpatico.
Tra i vari scrittori mi piace citare Dianona Lamona (Diana Lama) che ha tirato fuori un casino buffo. Sogno e realtà che serpeggiano e intrecciano insieme. Kalya, passerona nera abbarbicata sul pezzo di un cinquantenne sposato. Chiara, moglie del suddetto cinquantenne, luminare della medicina, remissiva e sottomessa. La golosona possessona e la pecorona struggentona. Due figure indimenticabili. E poi che fa? Ti si butta sul classico. Sala ristorante di Villa Pertusa sopra Positano. Leopoldo, critico enogastronomico, osserva chi gli gira intorno. Soprattutto la bella al tavolo, Clara Mandòrla, scrittrice di thriller e potente attrattiva. Una sera non scende a cena. L’hanno ritrovata in piscina con un colpo in testa e poi annegata. Indaga il maresciallo Borriello, massiccio e imponente, aiutato dal nostro Leopoldo, piuttosto altezzoso (lo dice lui stesso). Tutti sospettati compresi i camerieri, ciascuno dei quali dice qualcosa di utile. Colpone finalone a sorpresona con Dianona Lamona che, novella Agathona, se la spassa che è una meraviglia.
C’è di tutto e di più in questa lunga catena di racconti: varietà di trame e personaggi, di stili (troviamo pure il dialetto), di atmosfere, di ambienti e del tempo stesso. Temi di scottante attualità e cito il pezzo di Divier Nelli. Un padre ce l’ha con i froci e i finocchi, si ubriaca, urla e picchia la moglie. Il figlio, che ha scoperto di essere proprio lui gay, ha due amici del cuore e un suo amante. Vita dura, impossibile, soprattutto quando viene lasciato dal compagno. Ora può rivelarsi a suo padre, gridargli in faccia con orgoglio il suo essere. E vediamo come finisce.
Vicende brividose e stranianti come quella di Gianluca Morozzi. Lo scrittore di “altalenanti successi” Giulio Maspero tradisce la fidanzata Francesca, a sua volta tradito dal cellulare. Via di casa. Aiutato da Mauro Britos, disegnatore incontrato al pub Old Bridge. Può vivere nel suo appartamento con l’unico obbligo di innaffiare le piante che non ci sono (strano…). E gli inquilini sembra che sappiano tutto di lui. L’immagine di un puzzle: due bambini davanti ad un campo di grano ripresi di spalle. C’è in giro qualcosa di irreale…
Pure “strano” quello di Mario Mazzanti. Racconta l’uccisore del giudice Sertile. E’ uscito dalla galera e può sfruttare la casa della sorella per il mese d’agosto (lei è in Spagna). Milano. Incontro e sorriso di una donna, Patrizia, per tutti Patty. Amore furioso ma la mattina dopo scompare. Arriva la polizia. Due omicidi, fra cui quello di un suo ex socio in affari. Sono guai e lui un perfetto capro espiatorio, il classico utile idiota. Ma per chi?...
Qualche inevitabile ripetizione di schemi come nel racconto di Francesca Bertuzzi. Da una parte gli animali, da una parte l’uomo che li violenta, li tormenta, li uccide. Da una parte l’aguzzino o il vendicatore, scegliete voi, dall’altra il tormentato, il peccatore (chiamiamolo così). Pensieri dei due che si alternano alle torture con il peccatore che cerca di ricordare i suoi misfatti e di capire chi è lì davanti a lui. In crescendo sulla falsariga di un altro tormento del citato Gianluca Morozzi.
E poi misteri su misteri, teste mozzate, corpi che volano nel vuoto, colpi di pistola e di forbici, tradimenti, vendette, sparizioni (come quella della figlia di Cardosa a Marsiglia di Carlo Parri), polizia marcia, citazioni di libri e canzoni, riecheggiamento di film famosi e, occhio a chi porta le pizze! (mi ricorda pure un bel film). Commissari maschili e femminili conosciuti e meno conosciuti (anche gay, vedi il commissario Sangallo di Piergiorgio Di Cara), detective privati con le loro manie e con tutto il contorno necessario di personaggi standard a creare contrappunti seri e ironici.
Accanto all’ansia, alla paura al tremore, il dubbio, l’assillo, il lavorio delle cellule grigie, il movimento anche crudo al bisogno, il colpo a sorpresa, la luce che si accende improvvisa, gli amori, il sesso che si infila dove meno te lo aspetti, le passioni, gli odi, l’attimo di raccoglimento sulla vita. Una alternanza di soluzioni che rendono le antologie appetibili per qualsiasi lettore.
Però… però ho qui davanti a me Tracce d’America a cura di Scott Turow con Deaver, Leonard, McBain, Lippman, Lee Burke e compagnia bella. Racconti letti una decina di anni fa. E (a denti stretti) il mandrillone straniero se la ride sotto i baffi. Mortacci sua! 
(post by Fabio Lotti)

domenica 5 luglio 2015

ma ‘ndo vai se la banana non ce l’hai! (II)

Secondo viaggetto leggeretto tra i viali del gialletto…
Il titolo non c’entra nulla ma l’ho già spiegato nel primo pezzo di qualche tempo fa (qui). Crisi. C’è la crisi. Non si legge, non si legge e non si legge è il grido di dolore che serpeggia dappertutto con scenari da futuro catastrofico. In compenso si scrive, si scrive e si scrive. Male. O si sta attaccati ai moderni mezzi di comunicazione (cellulari e robe varie) come il neonato alla poccia della mamma. Vero. Però non so cosa dire e ripeto quello che ho già scritto. Sono sempre stato in affanno con le interpretazioni. È un momento di trapasso da un modo di vivere ad un altro. Inutile strapparsi i capelli (per chi ce l’ha). E io ho già la prostata che mi fa girare le palle.
Dicevo della crisi che sta strozzando le case editrici. Anche i miei favolosi G.M. ne hanno risentito. Meno pubblicazioni, aumento del prezzo (puercas vaccas!). Comunque beccatevi Le indagini di Scotland Yard a cura di Mauro Boncompagni con due romanzi ed un racconto: Scandalo a High Chimney di John Dickson Carr; Il mese di Gideon di J.J. Marric e Il poliziotto innamorato di Edgar Wallace. Al di là delle trame appetitose troverete tre personaggi interessanti: Jonathan Whicher, uno dei primi investigatori della Londra ottocentesca che influì su scrittori come Dickens e Wilkie Collins; l’ispettore Gideon di Scotland Yard, “sagace e rapido nelle decisioni, ma anche umano, generoso e comprensivo” e John Gray Reeder, ex impiegato di banca che lavora come consulente investigativo per Scotland Yard. Un omettino timidino con bombetta e vecchio ombrello che porta sempre con sé (mi ricorda padre Brown di Chesterton) ma dotato di un cervello vispo come un fringuello.
Su I banchetti dei vedovi neri di Isaac Asimov non c’è nulla da dire. Nel senso che il nome dell’autore dice tutto da sé. Eleganza di scrittura, erudizione e fine umorismo a braccetto nel club più esclusivo di New York.
Il delta delle tenebre di Thomas H. Cook.
Cook è un furbo matricolato di tre cotte. Guardate un po’ come riesce a farci abboccare all’amo della curiosità e dell’interesse. Luminosa mattina di aprile del 1954. Il giovane Jack Branch accetta il posto di insegnante alla Lakeland High School, proprio dove aveva insegnato suo padre per quasi vent’anni prima dell’«incidente». Ecco la prima esca gettata. Ci parla di un “incidente” ma non ci spiega in che cosa consista (lo sapremo molto più avanti). E così di seguito. Il lettore è tenuto in continua tensione attraverso un miscuglio di tempi e di tecnica narrativa sopraffina: uso di un martellante flashback, di notizie tratte da più fonti intercalate fra loro, una attenzione particolare, per esempio, agli occhi, agli sguardi dei personaggi ora pensosi, imbronciati, belli, privi di luce, immobili, malinconici, neutrali. Thomas H. Cook è un furbo matricolato di tre cotte. Da togliersi il cappello quando pesca.
La crociera della violenza di Frances e Richard Lockridge.
Un viaggio su un piroscafo verso Cuba e le Bahamas dove avviene un omicidio e diversi momenti di pericolo. La scena, poi, si sposta all’Avana. Qui inseguimenti, balli, puntate alla roulette e finale con grido acuto che serpeggia nell’aria. Ipotesi, dubbi, momenti di tensione e perfino una punta di ironia sulla notizia dell’assassinio che si trasforma inevitabilmente di bocca in bocca.
La crociata dei bambini di Ruth Rendell è un romanzo ampio, lento, minuzioso (a volte anche troppo), in stretta relazione con problemi che si trascinano da tempo fino alla realtà di oggi. Accanto alla violenza sulle donne che campeggia in tutta la sua tragica drammaticità, altri spunti su l’adozione, il cancro, la pazzia, la pedofilia, l’inquinamento. Una società inglese ben diversa dall’immaginario che allora (ma anche oggi, direi) prevaleva.
Altri due classici su cui fare affidamento senza remore sono Troppe donne di Rex Stout (sulla copertina sono d’accordo con il nostro Crepa) e Se morisse mio marito di Agatha Christie. Al lavoro il poltronista per eccellenza e l’omino coi baffi. Se poi volete incontrare l’Investigatore per antonomasia fuori dall’Inghilterra ecco pronto Sherlock Holmes in America a cura di Martin H. Greenberg, Jon L. Lellenberg, Daniel Stashower e ne vedrete delle belle a New York e a San Francisco.
Bando alle ciance. Qualche spunto veloce per non occupare troppo spazio. Ce l’ho fatta a finire Perfidia di James Ellroy. In due mandate, ma ce l’ho fatta. Los Angeles all’inizio della seconda guerra mondiale. Casini a non finire, ritmo ultraveloce, bombardamenti, mitragliate, schizzi di parole da ogni parte (qualche volta anche dove non batte il sole), ripetizione ossessiva del soggetto, poliziotti marci, tradimenti, falsificazioni, scopate a go-go con Bette Davis (c’è pure Clark Gable a mostrare in giro una foto di Cary Grant “con un cazzo in bocca), rastrellamenti di giapponesi mentre i cinesi esultano, botte, omicidi, ruberie. Perfidia, ovvero in spagnolo “tradimento” della società americana. E, mi pare, di tutta l’umanità. Ma l’amore, il sentimento d’amore, quello vero, quello del cuore? Si può trovare in questo orrido miscuglio di merda? Si può trovare. In fondo. Proprio in fondo all’ultima pagina. Come a dire che c’è sempre speranza. Speriamo.
Il giallo (inteso in senso lato) psicologico non mi ha mai attratto in maniera assassina e l’ho letto sempre con un pizzico di tremore che qualche problemetto ancestrale me lo devo essere portato dietro sin dalla nascita. La ragazza del treno di Paula Hawkins, esaltato dalla critica internazionale, è davvero un bel prodotto anche se gonfiatello come in molti altri casi. Le false apparenze e lo spiazzamento in un casino di detto e non detto, di tormento e logoramento della vita di coppia con tre donne a propinarci la loro. E, naturalmente, ci scappa il morto ammazzato. Due punti a suo favore: una scrittura “semplice” e niente scene di sesso assatanato che va per la maggiore.
Con Più sporco della neve di Enrico Pandiani (il vecchio Panda) siamo nel thriller che tratta di omicidi ma anche di problemi attuali: il razzismo e il falso sorriso di accoglienza, il traffico dei permessi di soggiorno, la crisi, il nero, la violenza del maschio sulla donna, ma anche comprensione e aiuto che l’uomo non è solo male. Il “difetto”, se così posso definirlo, è che la realtà del libro viene continuamente superata dalla realtà della vita stessa. Lo stesso dicasi per Titoli di coda di Petros Markaris con il noto commissario Kostas Charitos. Le indagini servono ad illustrare impietosamente la situazione economica e spirituale della Grecia: povertà, miseria, negozi che chiudono, tasse, mazzette, i maneggioni che ingrassano, sfruttamento dei braccianti, odio verso gli immigrati, burocrazia infernale, “non è questa la procedura” il ritornello stucchevole per non far iniziare i lavori e il lavoro stesso “una maledizione” per i greci. E vedi un po’ la situazione nel momento in cui scrivo (che sarà superata al momento della pubblicazione).
Maurizio De Giovanni, dopo la pausa I bastardi di Pizzofalcone, attraverso Anime di vetro è ritornato alla sua prima creatura, il dolente commissario Ricciardi (siamo al tempo del fascismo), capace di percepire l'ultima frase e gli ultimi istanti di vita delle vittime di incidenti ed omicidi. D’altra parte il detective magico va di moda. Simile a Ricciardi il commissario Roberto Serra di Giuliano Pasini. Dopo la morte violenta dei genitori, avvenuta quando aveva sedici anni, è colpito da un “dono”, ovvero la capacità di “sentire” ciò che provano le vittime e i loro carnefici attraverso una “danza” particolare. Sintomo e preavviso l’odore di fiori marci. Don Attilio Verzi di Andrea Franco ha un olfatto straordinario capace di “individuare e di riconoscere i profumi e gli odori più insoliti anche se sono lievi e appena presenti”. Così come l’ispettore Marzio Santoni, detto Lupo Bianco, di Franco Matteucci, fisico splendido e splendido naso capace di avvertire i minimi odori (chi ha copiato?). C’è pure il Grifo di Massimo Pietroselli, evirato dai turchi che gli hanno ucciso anche la moglie e due figli. Ha il dono di disegnare in ogni minimo dettaglio qualunque cosa abbia visto. Tra questi preferisco Maurizione De Giovannone che ha una scrittura profonda e delicata a volte in bilico, devo dire, tra sentimento e sentimentalismo (soprattutto quando martella su alcune parole chiave), ma lui è bravo a non cascarci. Anche la Vargas, dopo alcuni anni, si è ributtata su Adamsberg e l’ha infilato in Tempi glaciali dove lo “spalatore di nuvole” e la sua squadra dovranno vedersela con la Rivoluzione francese e con le terre d’Islanda che qualche fantasma o demone ce lo devono avere (giuro). Quando un personaggio “tira” è bene non lasciarselo scappare.
Chi vuole sorridere legga Mortdecai e il complotto del secolo di Kyril Bonfiglioli, con il personaggio del titolo “mercante d’arte dissoluto e immorale” che intriga. Se si vuole qualcosa di nostrano allora ecco Bella era bella, morta era morta di Rosa Mogliasco che mi ha pure colpito per il titolo. “Bella era bella, e morta era morta”. Pure elegante, magari con le scarpe rosse “un tantino esagerate”. La prima a trovarla sulla riva di un fiume una signorina bene (munita pure di colf casalinga) con bassotto Oscar che tira dritto. Prosa leggera, ricca di fine humour, che entra nella psicologia dei personaggi con i loro dubbi sulla vita che stanno vivendo, che vorrebbero avere e che non hanno, inevitabili scontri con l’altro e gli altri che girano intorno, problemi di coppia, problemi familiari, gelosie di ragazzotte sveglie e tutti gli incasinamenti dell’esistenza di eterosessuali e gay, il cui catalizzatore è quello della succitata signora. Bisogna ritornare lì, via, per togliersi l’assillo. Sorpresona finalona e un unico vincitore: il sorriso.
Continua imperterrito il binomio giallo-scacchi. Vedi, per esempio, Pessima mossa, Maestro Petrosi di Paolo Fiorelli. Urbavia, finale torneo di scacchi. In prima scacchiera il G.M. Achille Petrosi “grossa testa quadrata”, capelli crespi, foltissime sopracciglia, un angioma in mezzo agli occhi. Ha fatto la prima mossa ma il suo avversario Vitti, il Conte, non si è ancora presentato. E non si presenterà. E’ steso all’ingresso della sua villa. Morto. Morto ammazzato da quattro coltellate. E vedi pure L’uomo degli scacchi di Peter May dove gli scacchi giganti di Whistler (servono per una partita sulla spiaggia), che rappresentano fieri vichinghi, diventeranno, addirittura, un mezzo per scoprire l’assassino. Ed allora il suddetto binomio fila via che è un piacere.
Alla prossima, ragazzi, e dai che ce la fò (anche se un’ombra inquietante si aggira alle mie spalle).
(Fabio Lotti per Sartoris)

lunedì 22 giugno 2015

il trio Mcdonald...

in una delle mie scorribande nelle librerie di Siena mi sono ritrovato fra le mani Non piangete per chi ha ucciso di Ross Macdonald pubblicato da Hobby and Work, 2006. Ho cominciato a sfogliarlo quando, alzando la testa per una pseudo riflessione sull’autore, sono stato colpito da un altro Macdonald che mi faceva l’occhiolino più in alto da una smagliante copertina rossa. Si trattava di Philip Macdonald autore, in questo caso, di La strana fine di Mr. Benedik della Polillo editore. Poi un improvviso lampo mi ha riportato alla mente che avevo conosciuto, forse, nei tempi “antichi”, un altro autore con questo non del tutto originale cognome. Un certo John D. Macdonald. Ed ecco formato il trio Macdonald (mi ricorda il trio Lescano).
A casa ho cercato di mettere a posto le cose per non entrare in crisi cognitiva. Sono partito dal più vecchio:  Philip Macdonald (1899-1981), uno dei primi inglesi a trasferirsi ad Hollywood, scrittore di sceneggiature per il film della serie Mr. Moto e Charlie Chan. Il suo primo successo arriva con The rasp (Campana a morto) nel 1925 dove compare il colonnello militare Anthony Gethryrn, che gli assomiglia (anche l’autore ebbe una discreta esperienza militare), protagonista di una serie di romanzi. In genere il suo è il classico giallo di competizione con il lettore che ricorda quello di Ellery Queen. E si cimenta anche con il classico rompicapo della camera chiusa (vedi The Choice). Spettacolare I nove volti dell’assassino da cui fu tratto il film I cinque volti dell’assassino forse perché nove erano decisamente troppi. Per non venire a noia al pubblico dei suoi lettori usa diversi pseudonimi come Oliver Fleming, Anthony Lawless, Martin Porlock. È entrato nel guinness dei libri migliori selezionati da John Dickson Carr con La morte è impazzita. In La strana fine di Mr. Benedik tra gli altri, c’è Mr. Matsch, crudele e misterioso personaggio che tratta a pesci in faccia tutti quelli con cui ha a che fare (tenetelo d’occhio!) e la deliziosa Petronella Rickforth. Il libro ebbe un tale successo che fu portato sullo schermo nel 1931 dal regista inglese Michael Powell. Il quale Powell affermava che Philip «Era il migliore scrittore di gialli di quegli anni e, per quanto mi riguarda, uno dei migliori ancora oggi».
• Ross MacDonald, pseudonimo di Kenneth Millar (1915-1983), sembra essere nato per suscitare diatribe. Una l’ebbe con John D. MacDonald che lo aveva criticato per l’uso dello pseudonimo John Ross Macdonald negli anni cinquanta e perfino per il titolo del suo ultimo libro Lew Archer e il brivido blu che si rifaceva alla serie di Mc Gee caratterizzato anch’esso dalla presenza di un titolo “colorato” (Su The blu Hammer qui da Luca Conti).
Anche Chandler, sempre negli anni cinquanta, lo aveva attaccato di brutto. In una lettera a James Sandoe del 14 maggio del 1959 massacra Bersaglio mobile, il cui stile era troppo ambizioso e troppo letterario. (A dir la verità Chandler ce l’aveva soprattutto con James Cain che scriveva, secondo lui, sconciamente di cose sconce. In una lettera al solito Sandoe, del 26 gennaio 1944, scrive «Mi ha sempre irritato essere paragonato a Cain. Il mio editore pensava fosse un’idea astuta perché lui aveva avuto un gran successo con The Postman Always Rings Twice, ma qualunque cosa io abbia o mi manchi come scrittore, non sono per niente come Cain. Cain è uno scrittore di quel tipo di faux naif che disprezzo in modo particolare»).
Questo Ross Macdonald ha colpito l’attenzione di altri scrittori-critici come Manchette che, invece, lo rivaluta. In Le ombre inquiete, pubblicato da Cargo edizioni nel 2006, dice «Ho cambiato opinione riguardo a Ross Macdonald. Lo lasciavo intendere la volta scorsa. Un certo intellettualismo e la piatta fedeltà al classicismo chandleriano, in particolare alla sua figura stilistica più debole - la comparazione immaginosa -, infine la monotonia dell’intreccio, risultano di primo acchito scoraggianti. Alla fin fine, però, è proprio questa monotonia che affascina - in quanto ripetizione. La ripetizione è la chiave di Ross Macdonald…». Comunque sia, Ross Macdonald è l’ideatore del famoso detective Lew Archer che fa la sua comparsa nel 1949 in The moving target diventato un film nel 1966 con Paul Newman (Harper).
Sulle stesse strade di Santa Teresa (oggi Santa Barbara) lavora Kinsey Millhone, un'investigatrice privata nata dalla penna di Sue Graft. Piccola, scura, si tinge i capelli in maniera vistosa, vive in un garage e si sposta su una decrepita Wolgswagen. Vita difficile, perde i genitori in un incidente stradale, abita con una zia. Entra come investigatrice nella California Fidelity ma poi si mette in proprio. Due matrimoni allo sbando. Temperamento forte, ribelle, indipendente. Da seguire con attenzione. A proposito dello stile del Nostro ecco alcuni spunti che ho ricavato dalla lettura del citato Non piangete per chi ha ucciso definito dal noto critico Anthony Boucher «Il miglior romanzo nella tradizione della “scuola dei duri” che io abbia mai letto dopo Addio mio amata e Il falcone maltese». La signora che ingaggia Lew Archer per ritrovare la nipote Galley Lawrence «Era alta, sulla cinquantina, con occhi scuri e preoccupati in un viso lungo e preoccupato». Parla «con una voce che di sicuro era la migliore delle sue caratteristiche». La visione della stanza gli dà la sensazione di essere piombato nel passato e allora «Afferrai il presente per la coda e lo feci entrare a forza in quella stanza». Per dire grassa «Se i fianchi della signora Tarantine fossero stati di qualche centimetro più larghi sarebbe stata costretta a passare per traverso». Tocchi di un brutale realismo «Le vene varicose si delineavano sulle sue gambe, sotto le calze, come grassi vermi bluastri». Paragoni ed espressioni imprevedibili «La carnagione era fresca e giovanile, ma gli occhi scuri e sporgenti parevano appena usciti da una pozzanghera e appesi su quella faccia ad asciugare», «Le banconote sembrano prendere qualcosa dal modo di fare di chi le maneggia e quella mi si accartocciò in mano come un grosso verme verdognolo». A proposito di un farabutto sanguinario «Gli occhi sporgenti e le mascelle ruminanti lo facevano assomigliare a un gigantesco criceto travestito da uomo». Anche la natura non la scampa «La notte stava morendo lentamente, dissanguandosi in un’alba densa di parole». Oppure «Quando uscii dalla macchina la notte mi sovrastò come un albero con i rami fioriti di stelle». E così via. Può piacere o non piacere…
La bellezza di questo e di altri libri di Ross Macdonald (in generale) sta, non solo nella trama ma, soprattutto, nello stile. Inconfondibilmente suo. Ritmo serrato, prosa scintillante ricca di metafore che scoppiano all’improvviso, un'ironia ora leggera, ora ferocemente sarcastica, che pervade il tessuto narrativo. Una capacità istintiva di far vivere con pochi tocchi una folla o un paesaggio che sia quello della natura o quello della città. Un inno alla gioia dello scrivere, tanto che restiamo quasi in ansiosa attesa di quali altre gemme ci potrà regalare lo scrittore. E se qualche volta eccede in esuberanza, in maestria pirotecnica, siamo pronti a perdonarlo.
E poi c’è questo Lew Archer «la terza incarnazione del Privato gentiluomo» come lo ha definito Oreste del Buono dopo Sam Spade e Philip Marlowe che ci prende, ci affascina. Il suo disincanto, l'ostentata amarezza e una buona dose di cinismo non gli impediscono d'essere romantico e generoso. Si aggiunga che, al pari di Marlowe, è onesto e scrupoloso per ciò che riguarda gli onorari e non è disposto neppure a chiudere un occhio, per diecimila dollari, su un caso che non lo riguarda direttamente (in un romanzo li strappa in mille pezzi). Così ne busca spesso dai cattivoni veri, incassa cazzotti (però li rifila pure) e non può nemmeno consolarsi con il whisky che non beve, né con il tabacco, per non dire di venere (quando le donne lo insidiano fa finta di niente, se non ricordo male). Va aggiunto che l'onestà e l'integrità professionale impediscono al bel Lew d'accettare inviti a pranzo, da facoltosi clienti e da formose clientesse, in ristoranti a quattro stelle. Né accetta argenteria ed orologi di marca e perfino un ramo di rarissime orchidee che una vedova gli aveva, incautamente, fatto recapitare da un fattorino della Casa Bianca. Corretto, dunque, e provvisto di senso etico. In Il ghigno d’avorio, Hobby and Work 2007, «Sono dalla parte della giustizia, quando mi riesce di ottenerla. E quando non mi riesce prendo le parti dei più deboli e derelitti». (da baciargli le mani e portarlo direttamente ai giorni nostri).
• John D. MacDonald (1916-1986), è famoso per la serie di Travis Mc Gee, un veterano della guerra di Corea, ex giocatore di football americano che vive recuperando beni sommersi. Ho trovato un giudizio del solito Manchette. «Nel suo piccolo, soprattutto grazie alla serie di Travis McGee, è uno scrittore celebre e conosciuto in tutto il mondo. Il che non c’impedirà di considerarlo un artigiano. Perché, a dispetto delle variazioni infinite, non smette d’imitare stilemi ben noti, e poi è imitando stilemi ben noti che ogni tanto firma un capolavoro». Poi… poi è venuta una specie di luce, un lampo nella memoria e mi è apparsa una scena indimenticabile, la resa dei conti in una palude della Florida tra un criminale uscito di galera e l’avvocato che lo aveva fatto condannare. Anni sessanta, Il promontorio della paura con Gregory Peck e Robert Mitchum, tratto da The Executioners del nostro John.
A dir la verità i primi gialli della scuola dei duri a stelle e strisce che ebbi tra le mani furono quelli di Brett Halliday (pseudonimo di Davis Dresser) con il gigantesco rossiccio Michael Shayne che beveva Martell come una spugna e di Mickey Spillane con Mike Hammer che “martellava” di brutto. Non per oculata scelta personale ma per puro caso. Non avendo in tasca una lira che fosse una (desolata costante di tutta la mia “beata” gioventù) andavo talvolta dal giornalaio del mio paese Staggia Senese che teneva, oltre i giornali, anche riviste e gialli di varia natura. E… e sapete già il seguito perché raccontato più volte. Ancora alla prossima con il solito condizionale.
(articolo by Fabio «Boss» Lotti)