martedì 28 gennaio 2014

L'altro Sud degli USA...

Quando le quarte di copertina snocciolano nomi troppo rutilanti, generalmente per il lettore è in agguato una delusione cocente. Nel caso di questo Tutti i viventi si spiattellano senza ritegno quelli di Harper Lee, Flannery O'Connor e Carson McCullers, vere e proprie divinità dell'olimpo letterario southern di stampo anglosassone, ma, con tutte le riserve del caso, immergendosi nella lettura ci si ritrova piacevolmente stupiti a constatare che i paragoni paiono stavolta perlopiù calzare a pennello. La giovane Catherine Morgan (classe '76, perdinci!), una laurea in letteratura e un master in teologia a Harvard, mostra infatti in questo romanzo d'esordio una perizia stilistica davvero invidiabile, un talento che non a caso ha convinto i critici del New Yorker a inserirla nella lista dei «20 under 40», i venti giovani scrittori più promettenti d'America. Tutti i viventi è la storia della giovane Aloma, pianista dilettante educata in una missione, che si innamora di Orren Fenton, discendente d'una famiglia di coltivatori di tabacco. Quando la madre e il fratello di Orren muoiono in un incidente stradale, Aloma si trasferisce nella grande tenuta agricola del fidanzato. La casa è cadente e il lavoro è immane per due persone sole, due immaturi che non sanno niente del mondo. Giorno dopo giorno, nella solitudine grandiosa della terra, Aloma scopre che la fatica divora le ambizioni, il desiderio di fuga, l'amore per l'uomo che ha seguito.
Riaffiora nella elegantissima, corposa prosa di questa scrittrice, tutta la poesia di Walt Whitman nonché la lirica cesellata di un Corman McCarthy, ma anche, per ammissione della stessa Morgan, il nostalgico sapore delle «tonnellate di romanzi western divorati nell'adolescenza». Il disegno complessivo, la traccia che permea e dirige lo svolgersi degli eventi rappresenta alla fine il ritratto d'una America di frontiera, un posto dove tutte le illusioni si infrangono: è il Kentucky, ciò che di fatto viene percepito nella mente degli americani come «l'altro Sud». Non il deep South delle piantagioni e dei neri, quello di Faulkner e di Caldwell, ma una terra di miniere di carbone e coltivazioni ingenerose (quello che già il compianto, grandissimo B. DJ Pancake aveva narrato nei suoi incredibili racconti), luoghi talmente isolati e poveri dove il tempo sembra non passare mai. Di questo Sud luminoso e ingrato questa nuova, strabiliante scrittrice canta le miserie e le gioie con fierezza e malinconia. Guardando il tramonto, che non muore mai.

Tutti i viventi - C.E. Morgan - (Ed. Einaudi)

4 commenti:

LUIGI BICCO ha detto...

Cioè, questa "signorina" trentasettenne fa riferimento alle «tonnellate di romanzi western divorati nell'adolescenza»?

Va bene. Affare fatto. Voglio fidarmi PURE di questo libro :)
Anche se preferisco le storie del profondo sud americano e non quelle dove c'è gente che da lì vuole scappare.

sartoris ha detto...

@Luigi, si vede che ci siamo nutriti di similari suggestioni culturali perché anche a me, quando lessi la prima intervista della Morgan, fece subito effetto la rivelazione sulle tonnelate di western ;-)

(il libro è bello, molto epico, spero non ti dispiacciano i romanzi in cui succede magari poco, ma quel poco è devastante!)

Annalisa ha detto...

Va bene. L'ho preso. Purtroppo in formato ebook, perché, almeno, stavolta costa la metà di quello di carta (anche se avevo voglia di averlo in carne e ossa).
Ho letto in frettissima l'articolo, ma è un po' di giorni che resisto alle sirene di questo blog, stavolta ho ceduto subito. Forse, mi è venuto in mente "L'albero delle mele " di Amanda Coplin, che mi è piaciuto tanto.

sartoris ha detto...

Vero. Una qualche parentela con la Coplin ce la vedo anche io. La Morgan é più "biblica". Cmq due libri fantastici. E potenti ;-)